Il Copasir, nella persona del suo Presidente, Francesco Rutelli, lo stesso Rutelli delle accuse infamanti a Gioacchino Genchi – sì, il Genchi che intercettò gli agenti segreti al Castello Utveggio, lo stesso Genchi la cui indagine è parte provante del ruolo dei servizi segreti nella strage di Via D’amelio – dichiara oggi di volersi occupare dell’inchiesta di Caltanissetta che sta mettendo subbuglio nei Palazzi. L’intento? Mettere a tacere. Insabbiare. Quale altro allora? Perché occuparsi solo ora – solo ora! – del ruolo dei servizi nelle stragi del ’92-’93? L’ombra del Copasir si allunga su Caltanissetta e mette a pregiudizio il lavoro della magistratura, come già successo per Catanzaro. Caltanissetta e Catanzaro: un nome che li accomuna, Nicola Mancino. Mancino è colui che nega di aver incontrato Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale. Mancino è lo stesso uomo che durante il caso della guerra fra procure, affossa Salerno e premia Catanzaro, lo stesso che intima a De Magistriis di lasciare la toga se entra in politica. Lo stesso che paventa trame destabilizzanti mesi prima degli attentati del ’93. Che occupa il Viminale in uno strano – all’epoca dei fatti un cambio ritenuto controproducente – avvicendamento con l’allora ministro Scotti. Lo stesso che giudica un errore storico il solo pensare a qualche coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi.
Si dirà: è un caso.
E intanto a Palermo spariscono le prove.
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Palermo, sparita una prova dei contatti fra Stato e mafia – cronaca – Repubblica.it
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L’ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c’è anche il numero del cellulare di “Carlo”, l’agente segreto che ha trattato con Vito Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992.
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Il suo nome è sconosciuto agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al momento dell’arresto. C’è il verbale di sequestro di uno dei suoi telefonini, c’è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta è sparita.
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Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e “sollecitazioni” alla Corte di Appello
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O qualcuno l’ha sottratta o qualcun altro l’ha infilata in un posto sbagliato.
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E “Carlo”, se non ci sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell’ombra.
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E’ il personaggio centrale di tutta l’inchiesta siciliana sugli avvenimenti di quell’estate del 1992. Più dello sfregiato, quell’altro agente segreto con la “faccia da mostro” che i magistrati di Palermo e di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi.
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E’ “Carlo” l’uomo cerniera di più “alto livello” fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette anni fa. E’ lui – lo racconta Massimo Ciancimino – che aveva materialmente in mano il famigerato “papello” alla vigilia del massacro di via D’Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime mosse per far contento Totò Riina.
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Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una frequentazione con lui dal 1980. Un vero “intermediario” fra pezzi dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino anche un passaporto turco subito dopo l’uccisione di Salvo Lima, all’inizio del 1992. E’ stato “Carlo” a portarglielo a casa sua, a Roma in via San Sebastianello. “Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di allontanarsi in fretta dall’Italia”, gli disse “Carlo”. La foto che servì per quel passaporto, don Vito l’ha fatta in uno studio a pochi passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta.
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E’ un potente “Carlo”. Con “licenza” di fare scorribande dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e chaffeur.
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Capita anche che “Carlo” prova a usare come “postini” i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire: “Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda”.
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dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, “Carlo” non ha mai voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo. E’ stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari.
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E’ stato lui a presentarsi come “un carabiniere” sotto la sua casa di Palermo qualche mese fa. E’ stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio, a entrare segretamente nell’appartamento bolognese di Ciancimino jr per lasciare un messaggio: “Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?”
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Inchiesta Borsellino, gli atti al Copasir – LASTAMPA.it
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Il Comitato di controllo sull’ attività dei Servizi segreti (Copasir) si occuperà delle novità che stanno emergendo dall’inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di via d’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino.
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Lo ha annunciato il presidente del Copasir Francesco Rutelli sottolineando di aver già incontrato il presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Pisanu per coordinare i lavori.
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ho concordato che una volta completata l’analisi della documentazione che ha nei suoi uffici, per la quale ci vorranno alcune settimane, tutte le eventuali informazioni riguardanti nel passato funzionari dei Servizi segreti, saranno oggetto di una sua informativa e di una sua audizione al Copasir
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Pubblicato il luglio 31, 2009 di cubicamente
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