Not in my name. No more Kabul.

Pubblicato il settembre 18, 2009 di

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Non in mio nome. E’ ora di tornare a dirlo. La guerra in Afghanistan è condotta non in mio nome. Al di là delle morti e dell’ovvio dolore, non c’è fede da mantenere se non quella nella Costituzione e nel suo articolo undici. Il fine è la pacificazione? Si prenda coscienza del fatto che l’intervento è fallito. Non c’è pace in Afghanistan. E non ci sarà pace. A meno di fare la guerra e di portare a casa altri morti.
Il coraggio di dire dei sì e dei no chiari risiede anche nel fatto di sapersi imporre sui tavoli diplomatici e negare le richieste di aumento dei contingenti fatte da un Obama troppo titubante su Enduring Freedom.
E’ il momento delle analisi plitiche. La politica non può ritirarsi dinanzi all’atrocità della morte. Il fallimento del trapianto di democrazia in Afghanistan è fallito. Le elezioni presidenziali sono viziate da brogli di milioni di voti. Il fallimento dell’intervento ONU è lampante, qualunque analisi politica militare strategica ecc. ha il medesimo risultato. Occorre ridiscutere i termini dell’intervento, accettare di avere perso, riconoscere che le ragioni dell’intervento erano poco chiare fin dall’inizio, e che la guerra in Afghanistan è servita ben poco a ridurre gli attacchi terroristici dopo l’undici settembre (tanto più che ora esistono altri paesi che fanno da incubatrici per il terrorismo, quali la Somalia e il Sudan).
Discutere ora del ritiro non è "segno di debolezza". Sarebbe sintomo altresì di democrazia, di saggezza e ispirazione.

Il contingente italiano deve restare in Afghanistan ma occorre "cambiare strategia", puntando sugli aiuti sociali alle popolazioni ed evitando di "bombardare i villaggi". Lo ha detto Massimo D’Alema in un’intervista al Tg3. "Discutere del ritiro dei soldati italiani – ha detto l’ex ministro degli Esteri a proposito delle esternazioni di Bossi – l’indomani di un simile attacco è un segno di debolezza per un grande Paese. Noi siamo lì sotto l’egida dell’Onu, in una missione internazionale e dobbiamo far sì che essa abbia successo. Non dobbiamo lasciare l’Afghanistan ai terroristi e al fanatismo islamico". Alla domanda se i soldati italiani abbiano gli strumenti per difendersi, D’Alema risponde: "Il governo deve dare alle Forze Armate ciò che esse chiedono. Il vero problema però è politico. E’ evidente che la situazione in Afghanistan è drammatica e bisogna cambiare strategia. Bisogna puntare di più sull’aiuto alle popolazioni civili e non bisogna bombardare i villaggi. Perchè in questo modo si semina odio e si uccidono gli innocenti. Bisogna portare al dialogo tutte quelle componenti della società afghana che non stanno con Al Queda ma che, evidentemente, non stanno nemmeno con Karzai". D’Almea ritiene poi che la vecchia proposta del centrosinistra di una Conferenza internazionale sull’Afghanistan abbia possibilità di essere rilanciata: "La differenza è che allora, quando la lanciammo, eravamo isolati, perché c’era Bush. Credo che oggi ci siamo maggiori possibilità che questa vecchia proposta del governo di centrosinistra possa essere all’attenzione dei governi europei e degli Stati Uniti"

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    • L’inutile guerra afghana in un solo colpo ha ucciso sei italiani. Non siamo abituati a fare i conti con questi prezzi, e perciò la notizia per giorni occuperà le prime pagine.
    • Ci sarà invece poco spazio per l’unica riflessione che ora conta: come andarsene?
    • La notizia della strage di Kabul ha raggiunto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso della sua visita ufficiale in Giappone
    • Lì si è appena insediato il nuovo governo, formato per la prima volta da un partito, il Partito Democratico (quello giapponese, che è un’altra cosa), il quale da tempo pone l’urgenza di cambiare totalmente approccio alla guerra afghana, persino a partire dalla sua giustificazione originaria, gli attentati dell’11 settembre 2001, le cui versioni ufficiali sono messe in dubbio dai suoi massimi esponenti
    • su «Asia Times», il giornalista d’inchiesta Pepe Escobar ha fatto un’analisi spietata sulle prospettive della guerra in Afghanistan: «dal novembre del 2001 al dicembre del 2008 l’amministrazione Bush ha bruciato 179 miliardi in Afghanistan, la NATO 102 miliardi
    • L’ex capo della NATO Jaap de Hoop Scheffer disse che l’Occidente avrebbe mantenuto le proprie truppe in Asia Centrale per 25 anni. Il capo di Stato maggiore britannico, Generale David Richards, lo corresse: gli anni sarebbero stati 40
    • Non sappiamo se la guerra durerà sino ad allora, anche perché ignoriamo se sarà considerato ancora sostenibile continuarla.
    • Il generale Stanley McChrystal chiede altri 45mila soldati statunitensi da aggiungere ad altri 52mila americani, e ai 68mila mercenari presenti da marzo 2009. Non stiamo includendo nel conto decine di migliaia di soldati NATO. Una simile strategia implica che in breve tempo saranno impantanati in Afghanistan più americani di quanti fossero i sovietici nel pieno dell’occupazione di quel paese oltre vent’anni fa.
    • Una strage, Kabul come Nassiriya, sveglierà invece la retorica, le piazze da intitolare ai “nostri martiri”, in un’ottica tutta provinciale che non coglie che, da quelle parti, di Nassirya ne succedono quattro al giorno.
    • Servirà una grande operazione di verità sulla missione in Afghanistan. Una missione di guerra, che nessuno sforzo orwelliano né la trita ampollosità di Napolitano può più mascherare – ancora oggi – come una «missione internazionale per la pace e la stabilità»

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Pubblicato in: politica estera