Per Marino non è finita. Riprendiamoci la politica.

Posted on ottobre 26, 2009 di


Non poteva vincere: al Sud non lo conoscono, non l’hanno votato, né nei circoli né alle primarie. Marino incarna la questione settentrionale, e anche quella estera. Ma non farà correnti, né assumerà ruoli nella direzione politica (almeno a quanto detto sinora). La sua battaglia – per così dire, culturale – la condurrà in Parlamento, come al solito. E i sottomarini si sono affacciati al mondo, questo è già qualcosa. Sono emersi e si sono (ri)conosciuti. Impareranno a riunirsi e a parlarsi più spesso, forse. Forse hanno innescato un movimento di persone e idee che non si potrà più fermare. Forse.

Anche per questo blog è stata una esperienza formativa interessante: è cresciuto insieme a Marino, non sparirà insieme a Marino. Poiché la mission di Yes, political! è quella di riportare la politica alle persone e le persone alla politica. E questo duro lavoro non è finito. Qui a Yes, political! non si parla di casta, non si fa l’antipolitica, non si dice “è tutto da buttare”; lo fanno molto bene altri – e ben più famosi – bloggers. Qui si tenta di offrire una visione nuova e alternativa della realtà, si cercano vie di uscita o scappatoie a questo nodo scorsoio che impicca il paese e strozza il divenire del nuovo. Si manterrà alta l’attenzione: in primis verso la questione del testamento biologico e dei diritti civili, verso quei rozzi tentativi di imbavagliare la rete e di sottoporre blog come questo a una disciplina antiquata e repressiva. Si manterrà alta la tensione sul racconto di quegli anni, il 1992 e il 1993 e i loro misteri, anni fondativi per la cosiddetta Seconda Repubblica, nata diversamente da quel che si pensa, non dal repulisti della vecchia classe politica, bensì dalla occupazione delle istituzioni di una nuova classe politica cooptata dalle organizzazioni criminali.

Adesso il motto lanciato da queste colonne ha ancora più valore esortativo, e non mi stancherò di riscriverlo.

Riprendiamoci la politica.

Il chirurgo candidato: “Non voglio posti e niente accordicchi. La mia sarà una battaglia culturale”

Alle dieci e mezzo lo scienziato sfoggia il massimo del razionalismo, «ma perché soffrire e aspettare ancora tutta la notte, vabbè che siamo il partito del cilicio, ma i dati veri li sapremo solo domattina… andiamo a mangiare, dai». E ancora, «43 sezioni su mille statisticamente non vogliono dire nulla. Nulla. Lasciatevelo dire da me, ho studiato statistica, e ho vinto le primarie a Cambridge».

Certo, d’accordo. Però tutti intorno al comitato quasi esultano, e tirano il maglione rosso di Ignazio Marino, si appendono al suo zainetto, e c’è già chi dichiara un 15 per cento, raddoppio dei voti del congresso, visto lo spoglio parzialissimo che arriva via via. Vittoria a Riace, a Capranica, nel Viterbese, a Tarquinia, molto bene Milano e nel Nord urbano, ma anche a Napoli e Palermo, o in paesini dove al congresso ne aveva presi pochissimi, di voti, per esempio Fiumicino. Il botto a Corviale, Roma, quartiere popolarissimo, segno che ha fatto anche breccia tra gli operai, non solo tra quelli col master al Mit. «Il risultato è straordinario», dirà a notte inoltrata salutando il suo quasi 14 per cento. «Se la gara è stata una gara vera è grazie a noi, se si parla di certi temi è grazie a noi», dice. E adesso? «Vogliamo un rinnovamento radicale del partito. Certo non farò mai una corrente, non voglio posti, non sono uomo da accordicchi; proporrò sei temi, e sosterrò chi ci sta. La nostra vittoria sarebbe dire basta con un partito di capibastone». Una battaglia culturale, insomma, la battaglia dei diritti dei gay, della libertà di ricerca, delle staminali, della possibilità di adozione anche per donne single. Un Pd che non invecchia dibattendo della Binetti.

Cita Le Monde, «hanno capito che siamo gli unici riformatori». Cita la mamma Valeria, ottantasettenne, che ha portato a votare in piazza Fiume, e alla fine lei dava più interviste di lui, «che bravo ragazzo, beh, sì, qualche volta discolo, ma come fa le punture lui…». Ignazio le aveva appena fatto il vaccino antinfluenzale. Una scenetta tenera e buffa, la mamma che lo inseguiva per casa proprio al momento di uscire, il piccolo cane shitsu impazzito a correre di qua e di là, il figliolo paziente che prepara la siringa…

Incarna una questione settentrionale, Marino, «siamo andati benissimo a Milano, Venezia, Torino», mentre al Sud poteva capitare, lo dicono nel suo staff, che agli incontri elettorali in qualche posto si facesse fatica a superare qualche decina di persone. Racconta Giuseppe Civati, in serata arrivato da Monza, che una vecchina durante uno dei suoi viaggi siciliani gli ha confidato «ma ‘stu Marino chi è, ‘nu democristiano? Io la DC non la voto».

Insomma, non era conosciutissimo. Così la soddisfazione ora è doppia. Michele Meta: «Non siamo più una mozione a macchia di leopardo, siamo in tutta Italia!». Paola Concia: «Che strizza che c’ho». Telefona Bettini. Fuma Scalfarotto. Filma Diego «Zoro» Bianchi. Anima Rosa Calipari. Ignazio: «In tv prima di questi ultimi giorni quasi non ci finivo», poi per finirci c’è voluta una lettera a Sergio Zavoli. Il resto l’ha fatto, con armi antiche, il terzo uomo, che ha perso 15 chili ma conserva una risata alla Fabrizi. Bersani e Francheschini oscuravano il confronto a tre sul semiclandestino Youdem? Marino andava a ripetere alla Garbatela le stesse cose che l’avevano visto, probabilmente, vincere in tv. I due sfidanti in testa sceglievano Piacenza e Castellammare per l’ultimo giorno? Ignazio se ne stava proprio nella contestatissima Roma, la città dello scandalo del governatore della Regione. Nanni Moretti preferisce Franceschini, Ignazio incarna l’Italia meno politichese di Paolo Virzì, il regista di «Ovosodo», che l’ha votato.

L’hanno sostenuto uomini imprevisti, Pietro Ichino, Moni Ovadia, assai deluso da Veltroni, l’industriale Pasquale Pistorio, sedotto dal comune no al nucleare. L’ha irriso Massimo D’Alema, «Marino è un mio collaboratore che s’è preso la libertà di candidarsi». E’ notte quando, abbracciando gli sfidanti nella sede del Pd, Marino può ripetere «anche a me piace la vela, ma le barche piccole su cui ho imparato da piccolo a Genova, le derive». Non il Pd alla deriva che hanno costruito gli altri.

Informazioni su questi ad