Cucchi non era né anoressico, né sieropositivo. Rimosso il commissario di polizia penitenziaria di piazzale Clodio.

Pubblicato il novembre 10, 2009 di

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Il padre e la sorella di Stefano sono stati ascoltati in Commissione d’Inchiesta sulla Sanità e hanno ribadito che il ragazzo non era sieropositivo né che era sieropositivo. La ragione per la quale i genitori non furono avvisati del peggioramento di Stefano risiede in una norma di un regolamento interno dell’ospedale Pertini stabilito fra l’ospedale stesso e il Ministero. Un cavillo. Una norma interna, non una legge. Una norma che contrasta con i diritti delle persone di partecipare al dolore dei loro congiunti, di essere avvisati di un peggioramento del loro quadro clinico, che non può essere sottoposto a criteri legati al rispetto della privacy. Nel momento in cui il soggetto non è più in grado di badare a se medesimo, vale a dire quando la sopravvivenza del paziente è messa a pregiudizio da un improvviso e imprevisto peggioramento, non c’è privacy che tenga. Un genitore ha diritto di sapere se il proprio figlio sta morendo in un letto d’ospedale. Ha diritto almeno di essere avvisato. Queste pseudo norme di tutela della privacy non hanno senso di esistere. Sono contrarie all’ordinamento giuridico. Vanno abolite. E basta.
Intanto si registra una novità: il commissario di Polizia Penitenziaria della struttura carceraria di piazzale Clodio, verrà avvicendato con un altro comandante. Al momento non è dato sapere se questo evento abbia una qualche relazione con la morte di Stefano. Però prende corpo l’ipotesi che Stefano sia stato oggetto di pestaggio proprio mentre era sotto custodia della polizia penitenziaria stessa.

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    • Ci sono i primi sei indagati

    • Omicidio preterin­tenzionale, questa è l’accusa ipotizzata dai pm della procura di Roma, Vincenzo Barba e Francesca Loy

    • tre agenti della polizia penitenziaria e tre detenuti

    • Un testimone avreb­be raccontato a chi indaga di aver «sentito rumori» e aver vi­sto, parzialmente, «Cucchi ag­gredito in cella», dopo lo scop­pio di un parapiglia per futili motivi (pare che il ragazzo avesse chiesto di andare in ba­gno)

    • Ma non è l’unica novità: il commissario di polizia peniten­ziaria che sovrintendeva alle celle del tribunale di piazzale Clodio, Alfredo Proietti, capo della centrale operativa regio­nale, lascerà il posto nei prossi­mi giorni a un nuovo coman­dante, Costanzo Sacco, del re­parto di Frosinone. Solo un ca­so? Un normale avvicendamen­to?

    • il racconto di Giorgio Rocca, l’avvocato d’uf­ficio che la mattina del 16 otto­bre era in udienza con Cucchi. Dice al Corriere : «Alle 13.15 di quel giorno mi congedai dal ra­gazzo. In aula l’avevo visto solo un po’ gonfio in faccia ma ave­vo pensato che fosse a causa del metadone, visto che faceva uso di droghe. Sono assoluta­mente certo, però, che a quel­l’ora non aveva tutte le ecchi­mosi e i lividi che si vedono be­ne nelle foto segnaletiche scat­tate a Regina Coeli

    • se­condo il rapporto della polizia penitenziaria consegnato al mi­nistero della Giustizia, già alle 14.05, cioè appena una cin­quantina di minuti dopo che Cucchi e il suo avvocato si so­no salutati, il dottor Giovanni Battista Ferri dell’ambulatorio della città giudiziaria stila un certificato in cui c’è scritto che sul ragazzo «si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpe­brale… »

    • il paziente «ri­ferisce dolore e lesioni alle re­gioni sacrale e agli arti inferio­ri… evasivamente riferisce che le lesioni conseguono ad acci­dentale caduta per le scale, av­venuta ieri

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    • Una norma interna che impedisce ai medici di dare notizie di un aggravamento della salute ai familiari di un detenuto. E che ha impedito ai familiari di Stefano Cucchi, il giovane morto il 22 ottobre scorso all’ospedale Pertini di Roma, di avere notizie su loro figlio

    • A denunciarla è Ignazio Marino, presidente della commissione sull’efficienza del servizio sanitario nazionale, al termine dell’audizione dei familiari di Stefano. Sono stati loro a mostragli documenti e carte in cui si fa riferimento a quella norma restrittiva che vale per la la zona adibita a carcere all’interno dell’ospedale Pertini

    • «Noi crediamo che questa norma sia sbagliata e non giusta in un paese civile perchè una persona anche se perde la libertà non perde la dignità di persona e soprattutto i suoi rapporti con i familiari, in caso di aggravamento, non possono essere interrotti»

    • si tratta di una «norma stabilita tra l’amministrazione dell’ospedale e il ministero della giustizia». Quindi, «è un regolamento interno e va cambiato»

    • Per quanto riguarda i medici del pertini, Marino spiega di non essersi fatto nessuna idea: «Li incontreremo con un sopralluogo nei prossimi giorni»

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