Libia in fiamme, così come la politica estera italiana

Pubblicato il febbraio 21, 2011 di

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La rivoluzione dei gelsomini sta diffondendo il suo carico di sangue sulla Libia intera: si parla, si vocifera di una carneficina. Di razzi sparati sulla folla, su cortei funebri. Una repressione irrazionale e insieme criminosa. Le tribù dei Tuareg si starebbero dirigendo verso Tripoli, in una sorta di alleanza con i rivoltosi senza capi. L’Esercito sarebbe pronto ad un golpe per rovesciare Gheddafi. I siti produttivi di Eni e Bp sono chiusi, le attività estrattrive sospese, il personale evacuato. La violenza del regime è senza limite, ma alla violenza la folla risponde con altrettanta violenza. Da Bengasi la rivolta si è spostata verso Tripoli. Non ci sono feudi per Gheddafi. Tutta la popolazione gli si è rivoltata contro. E lui ha risposto come soltanto un assassino può fare. Ha sparato sulla gente. Ha ucciso. Ha ordinato il massacro.

Come poter stringere mani così intrise di sangue? C’è un governo del Mediterraneo che può vantarsi di essere il primo partner economico del regime libico. Questo paese siamo noi. E’ già abbastanza disdicevole essere governati da un “utilizzatore finale di minorenni”. E un ministro degli Esteri imbelle come Frattini che d’un tratto si scopre difensore dei carnefici di Tripoli, fa pena. E’ un uomo che non sa più come argomentare, un uomo senza più parole credibili. Una settimana dichiara alle stampe l’auspicio che Mubarak resti ancora a lungo alla guida dell’Egitto; l’altra chiede che le parti in conflitto in Libia giungano in fretta ad una riconciliazione. “Non possiamo esportare la democrazia”, ha detto. Ma quale idea di democrazia ha il ministro Frattini? Quale? Perso Ben Alì, con cui B. ha interessi nel settore televisivo, perso Mubarak (telefonia), perso Gheddafi (petrolio e donne?) torneremo genuflessi a Washington?

Come paese abbiamo investito anni in politica estera nelle relazioni con Tunisia, Libia ed Egitto, con i loro regimi illiberali, sostanzialmente a fini privati. Abbiamo permesso che il loro sporco capitale (sporco perché non frutto della libera concorrenza e della parità di condizioni degli attori del mercato) si insinuasse nel nostro sistema economico-finanziario. Se Gheddafi crolla, in Italia saranno in molti a piangere. Impregilo per prima, ma soprattutto Unicredit. Ecco, se Gheddafi crolla, la più grande banca italiana rischia grosso. E se Unicredit finisce nella polvere, poco importa se in Italia siamo troppo vecchi per fare ‘rivoluzioni’. Non c’è niente di peggio di un vecchio a cui sia tolta la propria pensione, il proprio conto in banca, il proprio patrimonio. Allora li vedrete tutti in piedi, questi vecchi, in piazza, dalla parte dei giovani. Uniti nella miseria.

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Pubblicato in: democrazia, politica estera