Amministrative 2012: Alessandria, un comune diviso fra bilanci in rosso e ‘ndrine

Pubblicato il marzo 15, 2012 di


Le amministrative 2012 saranno forse ricordate per il caos partitico: sia a sinistra che a destra la dipartita di Berlusconi ha innescato fenomeni centripeti tali per cui ci sono comuni che vedranno al primo turno una lista di candidati sindaco lunghissima. Un fatto che non si ricordava da tempo. Il vaso di Pandora della politica si è rotto e da esso fluiscono come veleni personaggi fra i più disparati e impresentabili. Prendete per esempio il comune di Alessandria, 95000 abitanti. Il sindaco Piercarlo Fabbio è del PdL e vinse le elezioni nel lontano 2007 contro l’odiato sindaco di sinistra, Mara Scagni. Fabbio era alla testa di una coalizione partitica che fotocopiava l’assetto del centrodestra nazionale: duopolio PdL-Lega con alleanza a destra (‘La destra’ – ex scissionisti di An). Oggi Fabbio si ripresenta alle urne senza più un simbolo di partito, sostituito da un cuoricino (sì, sui manifesti elettorali, condito di gergo giovanilistico del genere “I love AL”), ma soprattutto perde l’appoggio leghista e in ultima istanza anche la faccia.

1. Il bilancio comunale in rosso, l’inchiesta per truffa e il pressing della Corte dei Conti.

Parliamoci chiaro, il comune di Alessandria è stato ad un passo dal commissariamento. Fabbio si è salvato solo grazie all’inerzia leghista. Il partito di Bossi non ha ‘staccato la spina’ ma avrebbe potuto farlo e consegnare il sindaco al giudizio della Corte dei Conti. I bilanci comunale del 2010 e del 2011 presentano delle criticità. A novembre 2011 la situazione era talmente grave che era in dubbio anche il rispetto del patto di stabilità. I punti decisamente irregolari richiamati dall’organo di controllo, aspetti che ‘denotano una situazione di criticità’, erano almeno diciassette. Tra le misure richieste, la riapprovazione del rendiconto relativo all’esercizio 2010 e la modifica del bilancio di previsione 2011. Nel mirino della Corte sono finite anche le aziende partecipate per la presenza di ‘dubbi sulla effettiva contabilizzazione integrale dei debiti’, come emerge dalle scritture contabili, superiori a 42 milioni al 31 dicembre 2010. A dicembre 2011 la situazione si aggrava poiché la Corte giunge ad ipotizzare il ‘dolo’ e la ‘colpa grave’ nei confronti di sindaco, assessore al Bilancio, ragioniere capo, altri assessori e consiglieri comunali.

Luciano Vandone, l’artefice dell’intera operazione, una sorta di ‘deus ex machina’. Per la Procura Vandone avrebbe agito con dolo. Da lui sarebbero partite disposizioni agli uffici con l’intento di alterare, attraverso ripetute gravi violazioni, norme e principi contabili del Tuel e le risultanze contabili di amministrazione del Rendiconto per l’esercizio 2010. Il fine era quello di assicurare apparentemente il rispetto degli obiettivi fissati dal patto di Stabilità Interno. Un atteggiamento analogo sarebbe stato messo in atto anche in occasione della compilazione dei rendiconti consuntivi per gli esercizi 2008 e 2009 (Radio Gold).

2. Il ‘caso Ravazzano’.

Ciò che più sconcerta è la vicenda del ragioniere capo del comune, nominato dall’assessore Vandone, Carlo Alberto Ravazzano. Ravazzano, secondo la Corte dei Conti, sarebbe stato nominato ad arte da Vandone: “con il suo contributo [Ravazzano] a titolo doloso avrebbe prestato il proprio avallo all’intera operazione di alterazione dei risultati di gestione 2010. Una sorta di braccio operativo dell’assessore Vandone. Il suo intervento avrebbe garantito il rispetto degli obiettivi del Patto di Stabilità Interno per il 2010, sulla base di dati di bilancio falsi” (Radio Gold, cit.). Attenzione perché il sindaco Fabbio in tutto questo cattivo affare non è immune da accuse. Anzi, la Corte dei Conti non si è limitata a definire gli aspetti irregolari del bilancio ma ha individuato nella catena di comando l’intenzione deliberata di creare dei falsi. E il sindaco sarebbe stato la regia di tutta l’operazione. Responsabilità minori sono state ravvisate nei confronti dei membri della giunta, nonché dei consiglieri comunali, i quali avrebbero avallato i bilanci previsionali e i rendiconti finali senza il necessario controllo.

Non serve spiegare che successivamente la Corte dei Conti abbia bocciato anche gli interventi correttivi sui bilanci come sono stati decisi dalla giunta nei mesi di Gennaio e Febbraio 2012. I ‘residui passivi’ relativi al 2010 ammontano a quasi 7 milioni di euro, che fanno sprofondare il bilancio comunale nel 2010 a – 3.019.115,26. La risposta ultima del sindaco e della giunta è stata quella di affidare la soluzione del caso a degli esperti, la cui consulenza costerà almeno 12000 euro.

Intanto la Procura di Alessandria ha aperto un fascicolo nei confronti dei tre per i reati di di truffa aggravata, ipotesi di falso e abuso d’ufficio. Poco prima di Natale 2011, Ravazzano veniva anche sottoposto a carcerazione preventiva per la possibilità di reiterazione del reato e inquinamento delle prove. La città scopriva in quei giorni di essere governata da una banda di truffatori. Il teatro degli orrori non finisce qui: Ravazzano, una volta revocata la carcerazione preventiva, è stato prontamente reintegrato nell’organico comunale in un’altra funzione con un decreto a firma del sindaco. Un atto politico di ostilità nei confronti degli organi giudiziari ai confini con la sovversione. Ravazzano assumerà l’incarico di Direttore organizzativo di Base dell’Area Servizi alla Città, alla Persona e Sicurezza. Il sindaco Fabbio ha così deciso poiché l’ente in questione avrebbe inderogabili “esigenze gestionali e funzionali dell’Ente relative agli adempimenti per le prossime consultazioni elettorali” (Radio Gold).

3. L’esplosione dei partiti

La conseguenza di questo sfacelo, dei trucchi e del falso in bilancio è stata l’esplosione dei partiti e delle coalizioni. Complice anche l’avvento del governo tecnico a livello nazionale, Alessandria ha esperito, sia a destra che a sinistra, un fenomeno di disgregazione delle classiche coalizioni del periodo del bipolarismo. Da un lato vi è la Lega Nord che andrà al voto con un proprio candidato, fatto che evidentemente si spiega con la speranza di sottrarsi alla debacle collettiva di un centrodestra che ha salvato Fabbio da una giusta defenestrazione. Dall’altro, il centrosinistra si presenta altrettanto diviso: non si aggrega al centro – storicamente il comune di Alessandria ha una vocazione social-democratica, così anche nel PD a prevalere è la componente ex DS – e sembra ritenere impossibile da replicare a livello locale la ‘foto di Vasto’. Il PD ha indetto le primarie di coalizione, ma i candidati erano solo suoi: Rita Rossa, attuale assessore provinciale alla Cultura, e Mauro Buzzi, anch’esso PD però dell’area Prossima Italia (Civati). Rita Rossa, manco a dirlo, ha vinto con l’83% dei voti. E poi non dite che il PD non vince le primarie! Tuue le formazioni partitiche che non hanno accettato di allearsi con il PD hanno avuto buon gioco a bollare la consultazione come una farsa. L’Italia dei Valori ha deciso di andare al voto da sola. L’ex sindaco del PDS, Mara Scagni, si è appena dimessa dal PD e molto probabilmente si presenterà alle urne alla testa di una lista civica. Dulcis in fundo, anche il Movimento 5 Stelle è riuscito a trovare un candidato da proporre come sindaco. In totale, fra PD, IDV, Udc, Api, M5S e quanto’altro, i candidati sindaco – al primo turno – saranno dodici.

4. L’infiltrazione ‘ndranghetista

Come nel resto del Nordovest, anche ad Alessandria l’ndrangheta ha messo radici e coltivato interessi, stabilito relazioni, influenzato decisioni pubbliche. Il velo omertoso che la politica si è guardata bene dal sollevare, è stato squarciato dai magistrati della Procura di Genova con l’operazione Maglio 3. Una recente trasmissione televisiva (Presa Diretta, di Riccardo Iacona) ha raccontato bene la storia dell’ndrangheta ad Alessandria. Poiché se a Genova l’organizzazione teneva la propria base operativa, ad Alessandria era riuscita a scalare la piramide sociale e ad inserire uno dei suoi dritto in consiglio comunale. Si tratta di Giuseppe Caridi, consigliere comunale del Pdl di Alessandria. Il caso ‘Caridi’ scoppia a Novembre 2011 quando l’uomo viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa in seguito all’inchiesta della Procura Antimafia di Torino. Insieme a lui vengono arrestati altri sei alessandrini ritenuti affiliati alla ‘Ndrangheta. Si tratta di Bruno Pronestì di Bosco Marengo, ritenuto il boss, e il genero, Francesco Guerrisi, Domenico Persico di Sale, Romeo Rea di Spinetta e Sergio Romeo di Pozzolo. Caridi era diventato presidente della Commissione Territorio del Comune di Alessandria e da quella posizione poteva influenzare le decisioni relative al piano regolatore e alle concessioni edilizie.

Non c’è bisogno di spiegare che l’arresto del consigliere comunale Caridi, concatenato alla vicenda della truffa sul bilancio comunale e all’arresto del ragioniere capo Ravazzano, fossero ragioni sufficienti per chiedere ad un sindaco di dimettersi o perlomeno di non ricandidarsi. Non è questo il caso di Piercarlo Fabbio. Lui, indomito, si riconsegna alla cittadinanza con l’immagine di un sindaco che tappa i buchi delle strade con l’asfalto e chiude i buchi di bilancio con il falso. Un caso che addirittura sconfina nel pietoso.

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