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L’Antirenzismo

Le battute carpite a Massimo D’Alema da Federico Geremicca, giornalista de La Stampa, e poi smentite dal portavoce del presidente del Copasir, rappresentano in qualche modo l’inaugurazione di una nuova disciplina nel mare magnum della politica italiana: l’antirenzismo. Una sorta di coazione a ripetere, per un esponente della vecchia guardia Ds come D’Alema, orfano del nemico per antonomasia, Silvio Berlusconi. Paradossalmente, le battute dell’ex presidente del Consiglio, arrivano lo stesso giorno in cui Renzi guadagna l’ambito palmares della scomunica di Marchionne. Un premio di cui andarne fieri mentre Vendola ricorda in un poster dei suoi che Renzi solo lo scorso Gennaio plaudiva alle opere del manager Fiat:

Appena apre bocca, il sindaco di Firenze diventa il centro della polemica. Tutti cercano di marcare la differenza da Renzi. L’antirenzismo funziona come l’antiberlusconismo: gli avversari di Renzi non cercano di specificare le proprie idee e i propri programmi politici, bensì definiscono sé stessi in senso negativo rispetto all’avversario. Basta che Renzi parli che loro tutti, in coro, spiegano che non sono come lui, che sono diversi. E come potrebbe essere altrimenti? Vendola non è come Renzi, ovvero è contro Marchionne, ma i rapporti del governatore pugliese con i titolari dell’Ilva di Taranto come si dovrebbero definire? D’Alema dice (e poi smentisce) che Renzi è arrivato in Molise con il jet, ma D’Alema non potrebbe parlare di jet, lui che ha usufruito di ben cinque voli aerei in forma di regalo da parte della Rotkopf Aviation, società low cost che pagò tangenti per ottenere appalti Enac.

Naturalmente non importa. Importa soltanto identificare in Renzi il male e definirsi rispetto a lui in senso negativo.

 

 

La rivolta in IDV: Di Pietro, non svoltare a destra. Disse De Magistris

Che farà Di Pietro? Tradirà le cause del movimentismo di sinistra per logiche elettorali opportunistiche?

Un paio di considerazioni. Punto primo: la scelta di svoltare a destra, o al centro, con il discorso alla Camera e l’attacco a Bersani, è la scelta di un uomo solo. La scelta di un capo partito presa per nome e per conto di tutti gli iscritti e gli elettori. Questo detto da uno che da mane a sera chiede le primarie del centrosinistra, non so se mi spiego. Ha speso anni per far passare il suo partito personale – un partito in forma monarchica – come baluardo della democrazia. Ora compie una svolta politica senza passare per assemblee nazionali o congressi.

E’ l’aspetto più eloquente: IDV già soffriva di discrasia fra la politica romana e la politica nelle amministrazioni locali, spesso in contrasto. Viene alla mente il caso dell’acqua pubblica: Di Pietro inizialmente aveva una posizione che era tutt’altro che purista in fatto di acqua come bene comune. IDV aveva un suo quesito alternativo a quello del movimento e per un periodo – seppur breve – ha fatto concorrenza ad esso nella raccolta firme. Spesso gli amministratori locali hanno facce impresentabili; talvolta stringono alleanze con facce altrettanto impresentabili.

Secondo: l’elettorato che ha fatto la fortuna di IDV ha una provenienza di sinistra ed ha scelto di votare quel partito per le istanze legalitarie (la questione morale) di cui si è fatto carico sin dalla sua fondazione. Annunciare la trasmigrazione al centro è già un mezzo tradimento di quei voti.

Naturale aspettarsi le prime defezioni e critiche:

De Magistris all’attacco: “Tonino stai sbagliando non andare al centro”

Sonia Alfano: Io voglio stare al mio posto, a sinistra

Così la parlamentare europea sul suo blog: “Io credo che certe “decisioni”, che coinvolgono un intero partito e che ne modificano sostanzialmente l’essenza e gli obiettivi, non possano essere prese in solitudine. Credevo che questo partito avesse una linea politica ben precisa, ma scopro che ci si deve spostare dove si trova spazio. Se lo spazio lo si trova a sinistra stiamo lì, mentre se si trova al centro comunichiamo ai nostri elettori che si cambiano idee e programmi e ci si lancia in un limbo per cercare un posto al sole? Non fa per me, e non può funzionare.” (blog Sonia Alfano).

Sulle intercettazioni Di Pietro si riallinea alla posizione storica dell’IDV, ovvero a favore e a tutela di uno strumento indispensabile per le indagini della magistratura. Non sono necessaria altri interventi legislativi: la normativa attuale è già comprensiva degli strumenti necessari a “verificare e valutare quando un’intercettazione può essere fatta, quando depositata, quando può essere utilizzata e quando pubblicata”. Fare una legge – scrive Di Pietro –  per cercare di fermare le indagini oppure l’informazione, il diritto a essere informati e a informarsi dei cittadini, è un modo per favorire la criminalità e per nascondere la verità agli italiani. Certo c’è differenza dai toni impiegati un anno fa, quando si profilava l’approvazione della legge bavaglio:

Di Pietro: “Intercettazioni vietate? E noi le leggiamo in Aula … 21 Aprile 2010
Antonio Di PietroIntercettazioni: continueremo a resistere 10 Luglio 2010
Intercettazioni
Di Pietro: “Berlusconi è la malattia” 21 Febbraio 2010

Oggi niente strilli: un tono pacato, un tono da leader. Ma è veramente proponibile una sua candidatura alle primarie del centrosinistra?

La clamorosa svolta di Di Pietro, ammaliato dalle sirene del Centrismo

Con una clamorosa intervista al CorSera, Di Pietro abbandona la sponda sinistra per intraprendere la grande traversata del deserto. Di Pietro, l’antiberlusconiano per eccellenza, l’uomo che definì Berlusconi come Hitler. Il grande schiaffo che Di Pietro fa ai 27 milioni di voti ai referendum da lui sostenuti – sebbene inizialmente con delle sostanziali differenziazioni rispetto ai movimenti – è partito dagli scranni di Montecitorio con il beneplacito di B.

Sì, tutta la stampa filogovernativa plaude al cambio di rotta di Tonino. Ferrara scrive trionfante: “Habemus Statistam!”.

Stufo di sentir parlare di opposizione di “sinistra”, Di Pietro ha osservato per mesi il suo tornaconto elettorale crollare impietosamente dal 7% del 2008 al magro 5% delle scorse amministrative. Di Pietro si è fatto i conti in tasca: ha scoperto che a reggere il tappeto rosso alla FIOM sono già in tanti. Che Vendola forse è più portato. Che a Napoli ha vinto, ma De Magistris è troppo pendente verso SeL.

Con il crollo del Cavaliere c’è tutto un elettorato che va riportato sulla retta via. Ce lo hanno già detto i referendum: sono andati a votare 27 milioni di italiani, molti di più dei 17 che votarono centrosinistra alle Politiche (La Stampa.it).

Ma quel che sorprende sono le parole di riguardo che Di Pietro riserva per quello che fino a qualche tempo fa chiamava stupratore della democrazia: Berlusconi, dice, è una persona sola, che cerca di comprare una felicità che non ha. “I miei sentimenti”, afferma, “sono di una humana pietas per lui”. E di rabbia – rab-bia – per quei cortigiani che di lui approfittano. Sì, il Berlusconi descritto dal Di Pietro odierno è un signore che va difeso dalla marmaglia che cerca di sottrargli qualche penny. Un signore che se portasse delle vere riforme in Parlamento, lui è persino PRONTO A VOTARLE.

Oggi, dice Di Pietro, attaccare Berlusconi non basta più. Ecco il perché di quella dura reprimenda in aula contro Bersani e il PD. Di Pietro – non l’IDV, che non è assolutamente interpellato in questo cambio di rotta politica, fatto che ci consegna la misura di un partito personalistico, usato a proprio piacimento dal leader (puro stile PdL) – dice di voler andar OLTRE (altro termine rubacchiato a certi rottamatori del PD) la sinistra classica, oltre la contrapposizione al premier. “Salviamo il welfare”, dice, “ma potenziamo il libero mercato”! Lui, strenuo difensore dell’acqua pubblica, ha calato la maschera. L’opportunista Di Pietro vuole capitalizzare al centro poiché a sinistra non c’è più spazio. Ha usato il referendum come trampolino di lancio per proporsi ad una platea più vasta del solito movimentismo girotondista. E’ finito il tempo dell’antiberlusconismo, dello “stare seduti e vedere cosa succede” – dice a Telese al Fatto Q.

Ecco, se ne è accorto. Sono anni che attendavamo la fine della politichetta della sinistra contro la destra berlusconiana e viceversa. Sono anni che scriviamo di riprenderci la politica. Forse che la campagna elettorale di Pisapia ha suggerito qualche cosa? Stupisce però il cambiamento repentino. Il suo è uno scarto a destra, uno smarcamento alla Renzi.

Non è un inciucio. E’ strategia politica (a fini elettorali). Nuda e cruda.

scilipoti

La crisi di Italia dei Valori: il ‘j’accuse’ di De Magistris contro Di Pietro

Quando B. ordì la spallata contro Prodi, dove vennero reclutati i sabotatori? Lo scorso 14 Dicembre, quando B. si è salvato dalla sfiducia, fra le fila di quale partito furono trovati i manovali del trasformismo? La risposta non è univoca, poiché i volontari del mutuo soccorso a Berlusconi si annidano negli ambienti più impensabili. E’ però vero che IDV è stato l’humus ideale in cui personaggi come Scilipoti e Razzi sono cresciuti e si sono moltiplicati. Qualcuno ricorda De Gregorio? Grazie al suo voltafaccia, Prodi cadde. Dopo quel fatto, Di Pietro riuscì a riciclare il suo partito, sempre organizzato nella forma personalistica e patrimonialistica che lo ha contraddistinto sin dalle origini sulla falsa riga del fondamento di tutti i partiti ad personam che è stato Forza Italia, avvicinandolo alle iniziative politiche e alle cause condotte da Beppe Grillo e contemporaneamente sopravvivendo al naufragio dell’Unione Prodiana alleandosi con il PD di Veltroni. Nel corso degli ultimi due anni, IDV è diventato l’emblema dell’antiberlusconismo, l’unica vera forza di opposizione, secondo buona parte dell’elettorato di sinistra o centro-sinistra. Ha accolto dentro sé personaggi come Luigi De Magistris e Sonia Alfano, da Grillo stesso prima additati come esempio da seguire poi messi all’Indice come profittatori desiderosi di carriera e scaldapoltrone. Nonostante l’apparente rottura con Grillo, nonostante le dettagliate e pesantissime critiche provenienti dai girotondini di Paolo Flores D’Arcais (critiche forse interessate a riformare il campo dell’antagonismo di sinistra passando per la sottrazione dell’elettorato di IDV che in precedenza votava Diliberto e Bertinotti), Di Pietro riesce a capitalizzare il bonus di consenso proveniente dal primo No Berlusconi Day per raggiungere nei sondaggi percentuali anche superiori al 7-8%. Le elezioni regionali sono per IDV un successo. Di Pietro mette in difficoltà il Partito Democratico di Franceschini e poi quello di Bersani, spesso non pronto nelle battaglie parlamentari. Poi, le retrovie del partito, imbottite di ex trombati della Democrazia Cristiana e di capibastone locali, tornano a fornire manodopera berlusconiana. E’ chiaro che qualcosa non va. Di Pietro avrebbe dovuto pensarci mesi or sono, durante il (primo) congresso di IDV, svoltosi lo scorso Febbraio. Eppure, anche in quella occasione, l’ex pm di Mani Pulite eccitò la paltea con il plebiscito su De Luca, il candidato del centro-sinistra alla presidenza della Campania con qualche grosso guaio giudiziario sulle spalle. Di Pietro chiese ai delegati di turarsi il naso. E questi lo fecero volentieri. Unica voce dissonante quella di Luigi De Magistris. Che ora, nel pieno del caos Scilipoti, con il partito dato al 5%, in discesa e sofferente rispetto al dinamismo di Vendola (altro personalismo), torna a farsi sentire con questo comunicato congiunto con Sonia alfano e Giulio Cavalli in cui chiede, senza mezzi termini, di fare pulizia in IDV. Saprà Di Pietro resistere alla crisi di Scilipoti?

L’IDV e la questione morale.

In molti, da più parti, ci chiedono di prendere posizione, di esprimerci su quanto accaduto negli ultimi mesi all’interno dell’Italia dei Valori. Ce lo chiede la base di questo partito, straordinariamente attiva e senza timori reverenziali. Ce lo chiedono i nostri elettori, anche quelli che di questo partito non sono. E ce lo chiede, prima di tutto, la nostra coscienza. E’ a loro e ad essa che oggi parliamo.

Non abbiamo voluto sfruttare l’onda delle ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l’Italia dei Valori. Abbiamo fatto passare la piena facendo quadrato attorno all’Idv. Ora però alcune considerazioni per noi sono d’obbligo. E si rende necessario partire da una premessa: nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante “questione morale”, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito e tutti i suoi rappresentanti e rappresentati. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente Antonio Di Pietro debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni.

Le ultime vergogne, come altrimenti chiamare il caso Razzi/Scilipoti, due individui che si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico, sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell’Idv che parla di sacrificio a causa di “fatti privati”. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?

Per questo oggi, con questo documento condiviso, rilanciamo la necessità di una brusca virata, e chiediamo al presidente Di Pietro di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi, un cambiamento, non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero. Gente, questa, che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe.

Abbiamo un patrimonio da cui ripartire, ed è quella “base” pensante e operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere giustizia e legalità all’interno del partito “locale”. Chiedono un deciso “no” alla deriva dei signori delle tessere, ai transfughi, agli impresentabili che oggi si fregiano di appartenere a questo partito e si rifanno, con precisione chirurgica, una verginità politica. Dopo i congressi regionali moltissime realtà si sono addirittura rivolte alle Procure per avere giustizia, presentando video e documentazione che proverebbero macroscopiche irregolarità nelle consultazioni tra gli iscritti.

Oggi una questione morale c’è ed è inutile e dannoso negarlo. Noi non possiamo tacere. La maggior parte della “dirigenza” dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell’Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell’Italia dei Valori. Al presidente chiediamo solo una cosa: si faccia aiutare a fare pulizia. Ci lasci lavorare per rendere questo partito quello che lui ha pensato e realizzato e che ora qualcuno gli vuole togliere dalle mani.

Terminiamo questo documento con le parole di un grande politico italiano, che oggi purtroppo non è più con noi. Enrico Berlinguer.

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”.

Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli

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Vendola in fuga, staccato il gruppo di Bersani e Di Pietro.

Si potrebbe usare una metafora ciclistica: un uomo solo al comando. Il suo nome è Nichi Vendola. Sì, Vendola è in fuga. Con uno scatto da grimpeur ha staccato i suoi diretti avversari, Bersani e Di Pietro. Non sappiamo se Vendola conosca il percorso. Nessuno effettivamente lo conosce. Potrebbe anche essere una salita di tre anni, che si conclude nel 2013. Una salita in cui il governo potrebbe arrivare distrutto, e il paese con lui. Oppure no. Potrebbe essere uno di quegli arrivi in salita che duran poco e si affrontano a tutta. E allora partire per primi può essere il fattore decisivo. Partire per tempo, può essere il fattore decisivo.
Lui, Vendola, ha sparigliato le carte del cosiddetto centro-sinistra – nella versione bersaniana, quella con il trattino – ovvero la Santa Alleanza anti Berlusconi che assembla, come pezzi di una automobile, PD IdV UDC e la costellazione post comunista (minoritaria, ghettizzata, ridotta a mera comparsa). Il piano di Bersani è saltato? Può darsi. Non ci sarà nessuna Santa Alleanza poiché a sinistra è arrivato lui, Vendola. Ha guardato i volti rattrappiti dei suoi e li ha lasciati lì dove erano.
Non si sono fatte attendere le reazioni:

Vendola è stato da poco rieletto Governatore della regione Puglia e per altro è più per demeriti della coalizione del Centrodestra che si è divisa che per meriti del Centrosinistra che ha guidato nei precedenti 5 anni visto che molti assessori della sua giunta poi sono finiti sotto l’attenzione della magistratura per aver fatto male il loro dovere […]Ritengo legittimo che Vendola possa candidarsi come tanti altri alla guida del Centrosinsitra ma solo dopo aver risolto i tanti problemi che affliggono la Puglia e mi riferisco all’economia a pezzi, ai giovani senza lavoro a cui evidentemente non può bastare la fabbriche immaginarie di Vendola ma ci vogliono quelle reali che a fine mese danno lo stipendio (Di Pietro: Vendola? Prima risolva i guai giudiziari dei suoi assessori – Affaritaliani.it).
Dichiarazioni che portano la firma di Antonio Di Pietro. Certo: Di Pietro ha pescato a man bassa nel bacino elettorale della sinistra, all’indomani della diaspora del 2008. Ergo, meglio scacciar via le streghe subito. Tutto il contrario di ciò che servirebbe, e cioè un confronto sulle cose concrete, cose che interessano alle persone qualunque. Invece si tergiversa nell’errore di sempre, che è poi dovuto alla sindrome della torre d’avorio o del ‘palazzo': il politichese, il discutere del nulla su alleanze e convergenze e patti di desistenza e spartizioni di collegi elettorali. Tutto ciò non serve. Lo dice bene Ignazio Marino in una intervista a L’Espresso a firma di Giglioli. Il suo commento sul PD è una rasoiata che strappa i muscoli delle gambe di Bersani:
Il Pd ha il passo del bradipo. Ha presente quell’animale il cui movimento è tanto lento che dopo un po’ gli crescono le alghe sulla pelliccia? Ecco, così. Tranne quando ci sono delle poltrone da spartire: allora diventa un predatore rapace (Il Pd, bradipo e rapace: parla Ignazio Marino » Piovono rane – Blog – L’espresso).
Marino dice che al PD non serve il “papa straniero” (Vendola), ci sarebbero tanti “cardinali” meritevoli, come ad esempio Enrico Rossi, il governatore della Toscana che è riuscito nell’impresa del pareggio di bilancio nella sanità regionale. Però Vendola piace agli ex terzomozionisti. Così oggi Civati:
Il suo carisma è indiscutibile, il profilo culturale solido e netto, la preparazione obamiana abbastanza vistosa e largamente convincente […] Nichi parla al Sud, e in questo senso ha qualcosa di pasoliniano[…] Dice che chi fa politica, al Nord, può recuperare molto consenso, perché attualmente non ci sono alternative alla compagine di governo
Nichi è un antico dirigente, usa categorie d’altri tempi e non sempre immediate, ma forse proprio per questo – nell’epoca più paradossale che si possa immaginare – piace ai giovani, quelli veri, quelli che hanno vent’anni, per capirci (ciwati).
Poi una stilettata ai suoi:
Le reazioni di alcuni dirigenti del Pd fanno pensare che anche questa volta Vendola lo si sottovaluti o, forse, come già in occasione delle ultime Regionali, lo si voglia rendere invincibile
Dire, nell’ordine, che la sua è una candidatura minoritaria, che è il nuovo Bertinotti, che è un fenomeno regionale, che non piace ai cattolici (pur essendolo), che non convincerebbe i moderati, che c’è lo Statuto del Pd, che noi abbiamo Bersani e basta, è molto pericoloso e rappresenta, sotto il profilo politico ma anche elettorale, una climax di scemenze che, di solito, comporta una climax (discendente) dal punto di vista del consenso e del sostegno alla propria causa […] Ad un’unica condizione, però: che non si apra, fin d’ora, lo scontro frontale, che non ci si divida prima del tempo, e che si colga l’occasione per confrontarci sulle cose da fare, sull’impostazione generale da dare alla sfida alla destra, al nostro lavoro di opposizione, a quella indagine, sotto il profilo culturale, di cui tutti noi abbiamo grande bisogno (ciwati).
Concordo con Civati: la comunicazione di Vendola è perfetta. Ottiene subito l’effetto sperato: la visibilità. Come ha fatto oggi con l’aver accomunato in fatto di eroismo Carlo Giuliani, il ragazzo morto a Genova 2001, a Falcone e Borsellino. L’editoriale del Tg La7 di Mentana è stato fortemente critico: Falcone per primo disse che il paese “non ha bisogno di eroi”. Vendola paragona vicende diametralmente opposte. Ma in fondo attua la medesima tecnica comunicativa di Berlusconi: propone punti di vista forti, verso i quali chi ascolta deve per forza prendere posizione. A favore o contro, ma soprattutto a favore. Induce l’ascoltatore a scoprirsi di essere dalla parte di Nichi. A scoprire di pensarla come lui. Ecco a cosa servono le Fabbriche.
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    Oltre la denuncia. Riprendiamoci la politica

    Il post di Cristiana Alicata, oggi su Cambia l’Italia, il portale nato sulle ceneri della Mozione Terza di Ignazio Marino, è come un sasso nello stagno. Sì, lo stagno delle torbide acque del governo, immischiate di piduisti, anzi piterzisti, di cricche, di speculatori, di palazzinari, di cementificatori senza alcuna morale se non quella del guadagno. Il medesimo stagno in cui l’opposizione del PD affonda i suoi stanchi piedi: già, è forse ora il caso di smetterla con la denuncia fine a se stessa:

    Tutto il loro governo si occupa solamente di mantenere salda una posizione che più che di potere sembra ormai essere divenuta di difesa. Parlando con gli imprenditori, con quella parte d’Italia poco ideologica e precaria che ha creduto al sogno berlusconiano, ci si rende conto di quanto le istanze liberiste e liberatorie, anticorporativiste e antipolitiche siano state tradite, vilipese, umiliate […] Cosa dobbiamo fare adesso? Continuare a chiedere dimissioni, continuare a chiedere democrazia, libertà di stampa, atteggiamenti etici? Siamo sicuri che sia la strada giusta e che invece tutto questo non ci stia trascinando su un terreno che alimenta solamente l’astensione elettorale? (C. Alicata, cit.).
    Allora serve agire. Parola e Azione significa aprire uno squarcio sul futuro. Significa imprevedibilità e sfuggire al controllo. Significa libertà. Il PD si liberi della pesante veste che ha indossato, fatta di tentennamenti e ricerche del compromesso. Cominci laddove è più vicino alla persona – non già al cittadino, ma alla persona – e faccia laggiù, nel più profondo localismo, la politica migliore che consta poi della diretta partecipazione, del più alto coinvolgimento possibile.
    Sfidiamolo, oggi che siamo in preda ad una crisi profondissima economica e sociale, a parlare solo di quello. Sfidiamolo a proporre una via d’uscita, cosa che non ha, non sa, preso da totale impreparazione nei confronti dei problemi degli altri […] Diciamo, chiaramente, che un premier così occupato dalle proprie vicissitudini (sue e di tutti i suoi amici) sta facendo andare il Paese alla Malora. Parliamo noi di piano anti-crisi, facciamo intendere che possiamo averla questa benedetta fiducia […] adesso che il castello di carte si sta smontando, noi non teniamoglielo in piedi, radiamolo al suolo con la politica, quella vera (C. alicata, cit.).
    Il tempismo è fondamentale: portare via a B. la possibilità di dettare i tempi della politica sarebbe la strategia migliore. Lui conosce solo il mondo che racconta ai convegni di Confindustria. E’ un uomo incapace di vedere il futuro, è legato al ricordo e può solo condurre strategie di conservazione. Nel centro del mondo di B. c’è soltanto B. Al centro del nostro mondo mettiamo le persone.
    Sitografia

    Se non ora, quando? Verso la manifestazione plurima del 13 Marzo. Popolo Viola, PD, IDV, Radicali, Sinistre.

    “Se non ora, quando?”, titola oggi il sito de Il Popolo Viola. Dopo decreto ad listam e legittimo impedimento, la manifestazione del 13 Marzo mostrerà la vera piazza al (finto) premier. La piazza che si auto organizza, che si auto mobilita, che non ha “capo” ma un corpo di tantissime teste. Questo è il Popolo Viola. Scenderà per le vie di Roma insieme a PD, a Italia Dei Valori, Radicali e quel che resta della Sinistra. Sarà una novità, questo assemblarsi di opposizioni parlamentari e opposizioni movimentiste. Tanto che qualcuno mugugna.
    Una intervista comparsa su Libero del non-rappresentante del Popolo Viola, Enrico Peones, protagonista – questo sì – del presidio a Montecitorio, ha provocato una intensa discussione sul web. A incendiarla ci hanno pensato quelli di Libero, attribuendo a Peones la carica di rappresentante del Popolo Viola – ma a quale titolo? è forse stato eletto?, queste alcune delle obiezioni – il quale si è espresso in maniera critica (e perché no? la critica è la pratica della ricerca della verità) verso le dichiarazioni strampalate di Antonio Di Pietro, il quale, l’indomani della firma del decreto salva liste, invocava l’impeachment, giuridicamente parlando, nel nostro ordinamento, una “fesseria”. Ma Di Pietro non è nuovo alle sparate, e Peones, nell’intervista, si è limitato ad osservare l’inopportunità di una simile dichiarazione:

    “Non condividiamo la reazione di Di Pietro nel modo più assoluto. Il leader dell’Idv è stato molto violento nelle sue dichiarazioni e anche molto pericoloso.”
    Perché pericoloso?

    “Perché le sue dichiarazioni sono arrivate in un momento particolare. Dopo la firma di Napolitano i cittadini sono scesi in piazza, c’era gente che piangeva che sentiva il peso di questa forzatura antidemocratica e della situazione provocata da questo governo. Abbiamo ricevuto tante mail, telefonate e in quel momento le dichiarazioni di Di Pietro, che parlava di intervenire contro un golpe, è stata veramente irresponsabile. Il presidente deve essere difeso e, invece, si è fatto il gioco del premier dimenticando che il dittatore è lui. Di Pietro è caduto in una grossa contraddizione rispetto all’obiettivo delle critiche.”
    Tra l’altro in Italia l’impeachment non esiste.
    “Appunto, non è un istituto previsto dal nostro ordinamento. Si tratta solo di una parola conosciuta dopo scandalo Clinton negli Usa.” (fonte: Popolo viola contrario al decreto salva-liste ma pure a chi attacca il presidente: “Napolitano va difeso” | tiscali.notizie).

    L’analisi di Peones è certamente condivisibile quando avverte che la dichiarazione di Di Pietro sposta l’attenzione da Berlusconi, l’autore del decreto dello scandalo, a Napolitano, mero firmatario con vocazione suggeritoria, avendo egli la sola intezione di evitare lo scontro istituzionale. Meno condivisibile è la supposta pretesa di Peones di parlare a nome di tutti: il “non condividiamo”, se realmente espresso, non può che essere riferito a sé stesso e a sé medesimo.
    Quel che desta sorpresa è la reazione di certa parte del più ampio movimento: subito sono fiorite le pagine Facebook, come quella titolata “Enrico Peones non è il mio rappresentante viola”, poi chiusa. Quindi ci ha pensato Beppe Grillo:

      • Se il PDL fa il suo mestiere, il PDmenoelle fa la spalla. Totò e Macario, Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, PDL e PDmenoelle. Napolitano non si tocca, è il padre di Bassolino, lo zio di D’Alema, il fratello gemello di Scalfari e dei suoi editoriali presidenzialisti, il nonno degli autoeletti rappresentanti del Popolo Viola
      • Enrico Peones a nome del Popolo Viola: ” Se il presidente lo ha firmato (il decreto, ndr) evidentemente lo è (costituzionale, ndr). Non condividiamo la reazione di Di Pietro nel modo più assoluto. Il leader dell’Idv è stato molto violento nelle sue dichiarazioni (nei confronti di Napolitano, ndr) e anche molto pericoloso

    Ma quale pericolosità ha Enrico Peones e il suo “non condividiamo”? Verrebbe da titolare: “chi attacca Di Pietro muore (veramente)”. Nel Popolo Viola, tutte le opinioni hanno diritto di esistere, ma anche di essere criticate. Il Popolo viola rifiuta di darsi una organizzazione, quindi di strutturarsi gerarchicamente, per essere, fino in fondo, movimento “dal basso”:

    Il Popolo Viola si disassembla e assembla ogni giorno, in merito a ciascuna delle battaglie che si portano avanti. Il Popolo Viola sceglie di essere indifeso dalla possibilità di essere frainteso perché non esserlo vorrebbe dire andare contro i principi che ci accomunano tutti, ovvero la libertà di espressione, la responsabilità delle proprie azioni ed il rispetto delle regole. Sono felice di avere opinioni in comune con molte persone del Popolo Viola, ma sono entusiasta quando ne ho altre in disaccordo (fonte: Il blog di Raffaele Pizzari: Discussione sulle dichiarazioni di Peones).
    Perché questa pretesa di omogeneità di opinione? Bisogna essere antiberlusconiani senza macchia, quindi la logica prevede che l’antiberlusconiano sia un dipietrista convinto, che plaude all’ex pm, che odia il PD (PDmenoelle), che pende dalle labbra di Santoro e Travaglio. Naturalmente, tutto ciò che si allontana da questo quadro idilliaco, tutto ciò che contrasta con il manuale del perfetto antiberlusconista, deve essere annullato. Invece no. Peones ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione, impiegando – al massimo – il plurale majestatis.

    Intanto, per sabato 13, il Popolo Viola sta organizzando una rete di protesta che sconfina all’estero. Seguire sul sito!

      • Gli eventi di questi giorni dimostrano che siamo realmente in un momento di emergenza democratica. L’uso strumentale del decreto legge da parte del governo per tutelare gli interessi di parte o di pochi (non l’esercizio democratico del voto, altrimenti della sanatoria avrebbero beneficiato le altre liste escluse, come ad esempio i radicali) ha rappresentato un momento di grave lacerazione istituzionale per il nostro Paese.
      • L’approvazione del Legittimo Impedimento alla Camera ed il suo eventuale via libera al Senato nei prossimi giorni sono altri segnali di un governo che pensa di utilizzare le istituzioni democratiche legiferando per risolvere i problemi di una persona o delle sue liste elettorali.
      • Tutto ciò accade nel momento in cui vengono eliminati gli spazi di libera informazione, come dimostra la decisone del Cda Rai di mettere il bavaglio ai talk show di approfondimento politico, pur di non applicare ad essi le regole della par condicio.
      • Ci domandiamo se non ora quando sia il momento delle responsabilità, ciascuno nel suo rulo e funzione: noi cittadini indignati per l’attacco alle regole democratiche e la chiusura di spazi di informazione, i partiti come difensori nelle istituzioni di delle regole costituzionali.
        Se non ora quando dovremmo scendere in piazza, tutti insieme, per manifestare la necessità di difendere la nostra Costituzione e le istituzioni che essa rappresenta?
      • Per tutto questo invitiamo a continuare la mobilitazione permanente che il Popolo Viola ha inziato fin dal 4 febbraio con il Presidio Permanente a Montecitorio, proseguita il 27 gennaio con la bella manifestazione di Piazza del Popolo e con le iniziative ed i sit-in di questi giorni.
      • Il 13 marzo si può trasformare in una giornata di mobilitazione straordinaria con tanti NODI (che comunicheremo con specifica nota) rappresentati da iniziative e presidi in molte città italiane e quattro manifestazioni HUB, alcune delle quali promosse direttamente dal Popolo viola ed altre (di cui condividiamo le preoccupazioni e lo spirito) promosse da altre forze democratiche
      • Ribadiamo il nostro invito alla società civile tutta, cittadini, utenti in rete, associazioni e partiti, un impegno di responsabilità democratica, rimanendo uniti in questo difficile momento di emergenza democratica.