Afghanistan, missione di pace con tangente.

Per il nostro ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’intervento militare italiano in Afghanistan è una peace enforcing, un’imposizione della pace. Gli italiani impongono la pace non col fucile bensì con la mazzetta. Non è mica un atto di guerra. Quindi l’articolo undici della Costituzione è rispettato. Basta usare l’ingegno. D’altronde, i carabinieri del Ros hanno trattato con la mafia, perché non possiamo metterci d’accordo con i Talebani? E lo stesso facciamo bella figura all’estero, con gli alleati e persino alla NATO. Non spariamo mai. O quasi. Quella volta fu un errore, quando dei nostri militari spararono a una Toyota in marcia verso di loro, uccidendo una bambina di dodici anni, la quale restò decapitata dalla raffica di colpi. Era il tre maggio scorso. Da allora il patto della tangente non valse più. Si susseguirono gli attacchi non più solo di facciata. Ne morirono sei di soldati, a metà settembre. E’ stato pagato il danno per l’uccisione di quella bambina.
Gli USA fanno sapere oggi per via informale al Times che la questione pagamenti era già stata sollevata a Roma l’anno scorso. Non è dato a sapere quale sia stata la reazione della diplomazia italiana. Il fatto comunque ha sollevato molti dubbi sulla fedeltà dell’alleato italiano e creato un clima di tensione con Inghilterra e Francia: gli inglesi sono scocciati poiché si sentono i soli degli alleati europei a pagare lo scotto dei combattimenti in corso contro la resistenza talebana.
La notizia di oggi è che le forze talebane sono state oggetto di una forte rappresaglia dell’esercito pachistano, nella regione dello Waziristan, che sta inducendo migliaia di persone a spostarsi verso ovest, verso le regioni interne dell’Afghanistan, forse avvicinandole alle zone del conflitto con le truppe anglo-americane e creando i presupposti per una emergenza umanitaria. Non è dato a sapere se l’azione militare pachistana sia stata concordata con gli USA. Di fatto questo scenario pone ancora una volta il dubbio su come uscire dal pantano afgano. Joe Biden, vicepresidente USA, ha rivelato recentemente la possibilità di un accordo con il Mullah Omar: insomma, la exit strategy passa per una ammissione di errore. Mullah Omar è il leader dei Taliban e essi sono legittimamente al potere. Via d’uscita: restituirgli il paese in cambio delle ultime cellule quaediste presenti in Afghanistan.

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    • The US Government acknowledged for the first time yesterday that payment of protection money to the Taleban by Italian forces in Afghanistan was discussed by American officials and their Italian counterparts last year

    • The official would neither confirm nor deny that the representation to Silvio Berlusconi’s Government was in the form of a démarche or diplomatic protest, but Nato officials have told The Times that such a complaint was made by the US in Rome last year

    • The payment of Italian protection money was revealed after the deaths of ten French soldiers in August 2008 at the hands of a large Taleban force in Sarobi, east of Kabul

    • French forces had taken over the district from Italian troops, but were unaware of the secret Italian payments to local commanders to stop attacks on their forces, and misjudged threat levels

    • a Taleban commander and two senior Afghan officials also said that Italian forces had struck deals to prevent attacks on their troops

    • A businessman with close ties to the French Government told him that the Italians had been paying the Taleban

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    • In un circostanziato articolo il Times accusa i militari italiani di stanza a Surobi fino a luglio 2008 di aver pagato tangenti ai Talebani per non essere attaccati. Il ministro La Russa ha smentito sdegnosamente e querelato il Times. Ma ha aggiunto prudentemente: “Nell’estate 2008 ero ministro da poco”

    • Non è la prima volta che gli italiani si comportano così. In Libano, nel 1982, il generale Angioni si mise d’accordo con quelli che avrebbe dovuto combattere. In Iraq, dopo Nassirya, ci siamo accordati con Moqtada al Sadr e non abbiamo più avuto problemi

    • In Afghanistan la novità è la tangente pagata direttamente al nemico. Un accordo c’era anche a Herat.

    • Saltò quando, il 3 maggio 2009, un convoglio di militari italiani, con i nervi a fior di pelle, sparò a una Toyota che procedeva in senso inverso, regolarmente sulla propria corsia, uccise, decapitandola, una bambina di 12 anni e ferì tre suoi congiunti. Era una famigliola che andava a un matrimonio.

    • Da allora gli attacchi agli italiani cessarono di essere “dimostrativi” (tanto per non insospettire troppo gli americani) e, dopo il ferimento di tre paracadutisti, a settembre ci fu l’agguato mortale a Kabul. Noi siamo alleati fedeli (come i cani) ma sleali.

    • Gli inglesi che sono quasi gli unici a combattere sul serio, e che hanno perso solo nei mesi estivi quasi 40 uomini, si sono stufati e hanno fatto filtrare le notizie al Times.

    • Scriveva il 19/9 l’inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi: “Milioni arrivano ai talebani dalle tangenti versate dai contingenti occidentali in cambio di protezione”

    • Ce n’è quanto basta per farsi un’idea di chi controlla realmente il territorio in quel Paese.

    • vicepresidente Usa Joe Biden che ha capito una cosa: i Talebani non hanno niente a che vedere col terrorismo internazionale, gli interessa solo il loro Paese e non costituiscono un pericolo per l’Occidente

    • ha fatto anche capire che sarebbe possibile un accordo col Mullah Omar, disponibile a liberarsi del centinaio di quaedisti che oggi sono in Afghanistan, memore di quanto gli costò, nel 2001, la presenza di Bin Laden.

    • Omar non è né un terrorista, né un criminale, né un pazzo, è un uomo pragmatico che firmerebbe all’istante un accordo di questo tipo: fuori gli stranieri, in cambio solide garanzie che a nessun terrorista internazionale sia permesso di circolare liberamente in Afghanistan.

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Afghanistan, l’ipocrisia di non menzionare la sconfitta.

Obama ieri ha parlato di Afghanistan ed ha messo il freno sull’invio di nuove truppe. Egli, a differenza del nostro governo, ha preso un’iniziativa. Ha stoppato le richieste del comandante Mc Chrystal, che invece pretendeva altri 40mila uomini.

Il governo italiano non è in grado di poter affermare le proprie posizioni in sede NATO, quindi La Russa riferirà in Parlamento chiedendo rinforzi per garantire la sicurezza dei soldati stessi. L’Italia ha le mani legate. E questo a causa della mancanza di leadership a livello internazionale del presidente del consiglio nostrano. Solo D’Alema ha parlato della necessità di una conferenza internazionale. E’ l’unica idea sensata. D’Alema ha tralasciato di dire che la conferenza non porterà la pace, bensì lascerà l’Afghanistan in balia del conflitto fra le fazioni locali. Ha tralasciato di dire che la missione ONU non ha condotto alla pace poiché non era tecnicamente una peace keeping: in Afghanistan le armi non hanno mai smesso di sparare. L’obiettivo era distruggere la fantomatica “rete del terrore”. L’esito è stata l’anarchia e la distruzione. Di fatto, per la comunità internazionale, Enduring Freedom e Isaf rappresentano una sconfitta. Sconfitta: la parola che nessuno usa.

Ignazio Marino, senatore del Pd e candidato alla segreteria, vuole sapere se l’Italia sta combattendo una guerra oppure no. Se le condizioni dei nostri soldati sono le stesse di quando si è votata la missione. E, se sono cambiate, come. Per verificare che non siano in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, quello che dice che “l’Italia ripudia la guerra come risoluzione delle controversie internazionali”. Perché se così fosse, non si potrebbe più stare lì. E gli unici che possono dirlo sono i ministri degli Esteri e della Difesa, invitati a riferire al più presto in Parlamento.

Senatore, lei ieri ha detto che “sono cambiate le condizioni per la nostra presenza in Afghanistan”. Cosa intende dire? Sarei arrogante se dicessi che sono sicuro che le condizioni sono cambiate. E quindi non lo dico. Ma ci sono degli indizi che lo fanno pensare, e da cui bisognerebbe partire per aprire un ragionamento sull’opportunità o meno della nostra presenza in quel paese.

Parla dei sei soldati morti l’altro giorno? Non solo. Già nell’agosto scorso alcune dichiarazioni del ministro della Difesa La Russa facevano intendere che qualcosa era cambiato. Ecco, ci devono spiegare cosa.

In che modo? I ministri degli Esteri e della Difesa, che sono gli unici che davvero hanno il quadro completo della situazione, devono venire in Parlamento con una relazione dettagliata sulla vicenda afghana, e dirci chiaramente se il nostro paese sta partecipando a una guerra.

Secondo lei sì? Non ho gli strumenti per poterlo dire. Sicuramente alcune azioni lo sono, e questo lo ammettono anche gli americani. Come stiamo noi in quel paese ce lo deve dire il governo. A quel punto bisognerà capire se il nostro atteggiamento è in contrasto o meno con l’articolo 11 della Costituzione.

Se così fosse bisognerebbe pensare a una exit strategy, come richiesto da Umberto Bossi. Le uscite di Bossi e Berlusconi (che ieri ha parlato di una “transition strategy”, ndf) vanno lette all’interno di una strategia internazionale. Mi spiego: c’è in corso una manovra della destra internazionale di delegittimazione e accerchiamento del presidente statunitense Barack Obama. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni dei nostri rappresentanti di governo. Non credo che se alla guida degli Stati Uniti ci fosse ancora George W. Bush avrebbero detto quelle parole.

Il Partito democratico sembra schierato su una posizione chiara: si resta in Afghanistan. Le dichiarazioni dei membri del mio partito mi sembrano corrette: non si deve e non si può rincorrere “l’onda emotiva” del momento. Sarebbe da irresponsabili. Ma una riflessione sui nostri compiti a livello internazionale va fatta. Non ci si può appiattire su una posizione senza capire davvero se e come le cose sono cambiate.

Dove va fatto questo ragionamento? In Parlamento, che è l’organo sovrano e che può prendere queste decisioni. Se le condizioni dei nostri soldati in Afghanistan sono cambiate, se siamo là con un mandato parlamentare per compiere una missione di pace e poi invece ci troviamo coinvolti in una guerra, deve essere il Parlamento a decidere se la cosa va bene, se dobbiamo continuare a restare, oppure no.

In che tempi? Il prima possibile. Adesso so bene che è il momento del cordoglio, del dolore per la morte dei nostri militari. E in questo momento il Parlamento deve essere unito per rappresentare al meglio il dolore della nostra nazione per la morte dei nostri soldati. Immediatamente dopo però deve esserci questo dibattito, non si può aspettare ancora a lungo.

Ma secondo lei il ministro La Russa verrà in Aula dicendo “siamo in guerra”? Il ragionamento va fatto sulla base di quello che ci diranno i ministri. A quel punto avremo chiara la situazione. E si dovrà prendere una posizione. Che deve tenere al centro la sicurezza dei nostri uomini e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, e solo in secondo piano gli equilibri internazionali.

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    • Morire per Kabul? Il sacrificio dei nostri paracadutisti impone di rispondere a questa domanda
    • l’Italia ha seguito in Afghanistan i suoi alleati atlantici. Non vi persegue interesse altro dal proteggere il suo rango di paese Nato. Dunque considera vitale il successo della missione di “stabilizzazione e assistenza”.
    • A Kabul ci giochiamo nientemeno che l’alleanza con Washington. Si può condividere o meno tale interpretazione
    • conviene almeno conoscere gli obiettivi della guerra, secondo chi l’ha promossa e continua a guidarla. “Lo scopo principale degli Stati Uniti dev’essere quello di distruggere, smantellare e sconfiggere al-Qaida e i suoi santuari in Pakistan e prevenire il suo rientro in Afghanistan e Pakistan”: parola di Obama (27 marzo 2009)
    • Otto anni di combattimenti non sono bastati agli americani per sconfiggere la piovra jihadista responsabile dell’11 settembre.
    • è escluso che qualsiasi potenza straniera possa assumere direttamente il controllo dell’”Afpak”. Obama lo sa bene. Per questo punta sull’”afghanizzazione” del conflitto
    • Ma la sua priorità è il Pakistan: qui è costretto a servirsi dei poco affidabili capi militari in quanto unico potere effettivo, deputato a impedire che l’arsenale atomico finisca ai terroristi
    • in Afghanistan manca lo Stato, mentre ciò che ancora funziona di quello pakistano – Forze armate e intelligence – ha inventato i taliban e continua a utilizzarli come affiliati nel braccio di ferro con l’India
    • la strategia di controinsurrezione varata dal nuovo comandante Usa/Nato, generale McChrystal, dosa repressione militare e conquista “dei cuori e delle menti”
    • Obiettivo: impedire che gli insorti, taliban o banditi d’altra specie, continuino a reclutare giovani disoccupati
    • In assenza di un potere afghano che possa contribuire allo scopo, il compito cade sulle spalle della missione a guida Nato
    • la repressione armata colpisce i civili quanto i terroristi
    • Se i soldati atlantici – in quel caso tedeschi – non vogliono o non possono affrontare i taliban sul terreno, cercano di colpirli dall’alto, con i risultati che vediamo
    • Così si alimenta la rivolta
    • un ufficiale ex sovietico, veterano della campagna contro i mujahidin: “La Nato in Afghanistan ha fatto un solo errore. Entrarci”
    • Facile affermare che siamo parte di un’alleanza e quindi facciamo quel che decide la Nato
    • Proprio perché partecipiamo a una missione internazionale, abbiamo il dovere di elaborare, esporre e sostenere il nostro punto di vista
    • molti fra i responsabili dei Paesi che partecipano ad Isaf sembrano convinti che la vittoria sia impossibile
    • ricalibriamo l’obiettivo. L’Afghanistan non diventerà uno Stato e tantomeno una democrazia nel tempo prevedibile. Per limitare il rischio che si riduca a buco nero permanente, a disposizione dell’internazionale jihadista, occorre puntare su un equilibrio dinamico, non istituzionalizzato
    • Inutile, anzi suicida, inventare paradossali “elezioni”
    • nella storia afghana il potere centrale è funzione di quello locale. Mai viceversa
    • azzeriamo la truffa e torniamo alla fonte del potere, convocando una loya jirga. Una grande assemblea dei capi tribali e dei rappresentanti delle etnie, banditi inclusi, che pullulano nel mosaico afghano
    • Questo “comitato di salute pubblica” si doterà di un presidente abilitato a trattare col resto del mondo, a nome dei feudatari – i signori della droga e della guerra – che contano davvero.
    • Per finirla con la guerra dei trent’anni, riportare i ragazzi a casa e continuare la caccia ai terroristi con operazioni puntuali in un territorio meno ostile, ci serve un potere legittimo.
    • non basta il consenso degli atlantici. Il nuovo potere afghano deve (s)contentare in misura accettabile tutte le potenze regionali. Una conferenza internazionale che riunisca insieme ad americani e atlantici i Paesi vicini o interessati, dal Pakistan all’Iran, dalla Cina all’India e alla Russia, potrebbe coronare il processo di rilegittimazione dell’Afghanistan
    • Senza illudersi che sia pacifico e definitivo
    • Scontando anzi quel grado di ingovernabilità e di violenza insito nella natura non statuale del territorio che sulle nostre carte persistiamo a colorare d’una tinta unitaria
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    • il dibattito politico sta virando  rapidamente verso una dignitosa exit strategy dall’inferno afgano
    • Non ce ne possiamo andare da soli,è evidente,ma ormai  siamo in buona compagnia a pensarla allo stesso modo nella coalizione di paesi che hanno i propri soldati impegnati  in Afghanistan
    • è forse passato inosservato il discorso del presidente Obama tre giorni fa sulla necessità di riflettere in merito all’invio immediato di altri soldati
    • E ieri sera il vicepresidente Biden ala CNN ha ribadito che  è troppo presto per decidere se abbiamo bisogno di altri soldati’. l’America insomma,sembra frenare sull’invio di rinforzi nonostante le richieste del  generale Stanley McChrystal, responsabile delle operazioni in Afghanistan
    • Biden ha fatto capire che non arriveranno neanche quei 21 mila
    • si cerca di  tenere insieme un’alleanza che scricchiola
    • Come negli Stati Uniti, anche in Gran Bretagna, che ha impegnato 9.100 uomini nella forza Isaf, i sondaggi hanno cominciato a virare contro la guerra dopo la morte di 22 soldati in luglio nella provincia di Helmand.
    • in Germania la cancelliera Angela Merkel
      per la prima volta ha annunciato ieri la necessita’ di una exit strategy anche se alla parola ”uscita” ha preferito quella di di ‘riconsegna’ del Paese a Kabul
    • Ma come si fa a riconsegnare il paese ad un governo così debole? Non ci volevano questi risultati nelle elezioni afgane.
    • Le inchieste sui brogli stanno paralizzando la situazione e allungano i tempi dell’insediamento  del nuovo esecutivo Karzai
    • I talebani con l’attentato ai nostri soldati hanno dato  prova di essersi rafforzati nella  strategia e nella dinamica dei loro attacchi
    • come ha dichiarato un comandante del famigerato clan degli Haqqani che si è trattato di un’operazione congiunta di più gruppi di insorgenti,e che altri kamikaze sono in attesa di agire nella capitale afgana

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Not in my name. No more Kabul.

Non in mio nome. E’ ora di tornare a dirlo. La guerra in Afghanistan è condotta non in mio nome. Al di là delle morti e dell’ovvio dolore, non c’è fede da mantenere se non quella nella Costituzione e nel suo articolo undici. Il fine è la pacificazione? Si prenda coscienza del fatto che l’intervento è fallito. Non c’è pace in Afghanistan. E non ci sarà pace. A meno di fare la guerra e di portare a casa altri morti.
Il coraggio di dire dei sì e dei no chiari risiede anche nel fatto di sapersi imporre sui tavoli diplomatici e negare le richieste di aumento dei contingenti fatte da un Obama troppo titubante su Enduring Freedom.
E’ il momento delle analisi plitiche. La politica non può ritirarsi dinanzi all’atrocità della morte. Il fallimento del trapianto di democrazia in Afghanistan è fallito. Le elezioni presidenziali sono viziate da brogli di milioni di voti. Il fallimento dell’intervento ONU è lampante, qualunque analisi politica militare strategica ecc. ha il medesimo risultato. Occorre ridiscutere i termini dell’intervento, accettare di avere perso, riconoscere che le ragioni dell’intervento erano poco chiare fin dall’inizio, e che la guerra in Afghanistan è servita ben poco a ridurre gli attacchi terroristici dopo l’undici settembre (tanto più che ora esistono altri paesi che fanno da incubatrici per il terrorismo, quali la Somalia e il Sudan).
Discutere ora del ritiro non è "segno di debolezza". Sarebbe sintomo altresì di democrazia, di saggezza e ispirazione.

Il contingente italiano deve restare in Afghanistan ma occorre "cambiare strategia", puntando sugli aiuti sociali alle popolazioni ed evitando di "bombardare i villaggi". Lo ha detto Massimo D’Alema in un’intervista al Tg3. "Discutere del ritiro dei soldati italiani – ha detto l’ex ministro degli Esteri a proposito delle esternazioni di Bossi – l’indomani di un simile attacco è un segno di debolezza per un grande Paese. Noi siamo lì sotto l’egida dell’Onu, in una missione internazionale e dobbiamo far sì che essa abbia successo. Non dobbiamo lasciare l’Afghanistan ai terroristi e al fanatismo islamico". Alla domanda se i soldati italiani abbiano gli strumenti per difendersi, D’Alema risponde: "Il governo deve dare alle Forze Armate ciò che esse chiedono. Il vero problema però è politico. E’ evidente che la situazione in Afghanistan è drammatica e bisogna cambiare strategia. Bisogna puntare di più sull’aiuto alle popolazioni civili e non bisogna bombardare i villaggi. Perchè in questo modo si semina odio e si uccidono gli innocenti. Bisogna portare al dialogo tutte quelle componenti della società afghana che non stanno con Al Queda ma che, evidentemente, non stanno nemmeno con Karzai". D’Almea ritiene poi che la vecchia proposta del centrosinistra di una Conferenza internazionale sull’Afghanistan abbia possibilità di essere rilanciata: "La differenza è che allora, quando la lanciammo, eravamo isolati, perché c’era Bush. Credo che oggi ci siamo maggiori possibilità che questa vecchia proposta del governo di centrosinistra possa essere all’attenzione dei governi europei e degli Stati Uniti"

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    • L’inutile guerra afghana in un solo colpo ha ucciso sei italiani. Non siamo abituati a fare i conti con questi prezzi, e perciò la notizia per giorni occuperà le prime pagine.
    • Ci sarà invece poco spazio per l’unica riflessione che ora conta: come andarsene?
    • La notizia della strage di Kabul ha raggiunto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso della sua visita ufficiale in Giappone
    • Lì si è appena insediato il nuovo governo, formato per la prima volta da un partito, il Partito Democratico (quello giapponese, che è un’altra cosa), il quale da tempo pone l’urgenza di cambiare totalmente approccio alla guerra afghana, persino a partire dalla sua giustificazione originaria, gli attentati dell’11 settembre 2001, le cui versioni ufficiali sono messe in dubbio dai suoi massimi esponenti
    • su «Asia Times», il giornalista d’inchiesta Pepe Escobar ha fatto un’analisi spietata sulle prospettive della guerra in Afghanistan: «dal novembre del 2001 al dicembre del 2008 l’amministrazione Bush ha bruciato 179 miliardi in Afghanistan, la NATO 102 miliardi
    • L’ex capo della NATO Jaap de Hoop Scheffer disse che l’Occidente avrebbe mantenuto le proprie truppe in Asia Centrale per 25 anni. Il capo di Stato maggiore britannico, Generale David Richards, lo corresse: gli anni sarebbero stati 40
    • Non sappiamo se la guerra durerà sino ad allora, anche perché ignoriamo se sarà considerato ancora sostenibile continuarla.
    • Il generale Stanley McChrystal chiede altri 45mila soldati statunitensi da aggiungere ad altri 52mila americani, e ai 68mila mercenari presenti da marzo 2009. Non stiamo includendo nel conto decine di migliaia di soldati NATO. Una simile strategia implica che in breve tempo saranno impantanati in Afghanistan più americani di quanti fossero i sovietici nel pieno dell’occupazione di quel paese oltre vent’anni fa.
    • Una strage, Kabul come Nassiriya, sveglierà invece la retorica, le piazze da intitolare ai “nostri martiri”, in un’ottica tutta provinciale che non coglie che, da quelle parti, di Nassirya ne succedono quattro al giorno.
    • Servirà una grande operazione di verità sulla missione in Afghanistan. Una missione di guerra, che nessuno sforzo orwelliano né la trita ampollosità di Napolitano può più mascherare – ancora oggi – come una «missione internazionale per la pace e la stabilità»

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