Agguato a #Musy: ipotesi terrorismo?

Alberto Musy è il leader torinese del Terzo Polo. E’ stato candidato sindaco alle elezioni amministrative di Torino del 2011. E’ un avvocato, docente di diritto comparato all’Università del Piemonte orientale, lavora presso Exor, una delle principali società d’investimento europee, controllata dalla Famiglia Agnelli. Liberale e cattolico, per sua stessa ammissione.

Stamane, fra le otto e le otto e trenta è stato raggiunto da tre/quattro colpi di pistola, sparati nel portone della casa dove vive da un uomo dal capo coperto con un casco integrale e vestito con un impermeabile anonimo. L’attentatore era nascosto nell’androne della scala e, una volta sorpreso dallo stesso Musy mentre si nascondeva accovacciato in un angolo, gli ha scaricato addosso i colpi di una calibro 38. Musy era rientrato eccezionalmente a casa dopo aver accompagnato a scuola le figlie.

Secondo una ricostruzione de La Stampa, Musy avrebbe sceso delle scale e ricevuto il primo colpo pistola, poi ha tentato di scappare. Ci sono testimonianze di alcuni abitanti del palazzo che hanno udito sparare i colpi “in cortile”.

Così Mario Calabresi, direttore de La Stampa, su twitter: “un professore colpito sotto casa è il film peggiore del Paese e fa grande angoscia”. Qualcuno parla di terrorismo, qualcuno mette in relazione l’impiego alla Exor, quindi il legame professionale con la famiglia Agnelli, quindi – per la proprietà transitiva – colpire lui equivale a colpire dentro Fiat. Qualcun altro suggerisce una somiglianza fra l’attentato a Musy e quello a Marco Biagi, di cui ricorreva l’anniversario qualche giorno fa. Ma non esiste alcuna correlazione politica né ideologica fra i due personaggi.

L’attentato avviene in un clima politico arroventato dalla trattativa sulla riforma del mercato del lavoro, proprio ieri giunta al bivio e all’abbandono da parte del governo Monti della concertazione come modello di relazione con le parti sociali. E’ avventato suggerire delle connessioni fra questo avvenimento e la rottura CGIL/Governo. E’ altresì avventato parlare di ritorno del terrorismo. Musy è un avvocato fallimentare. Possibile che la mano che ha sparato abbia tutt’altra provenienza.

(in aggiornamento)

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Vendola contestato a Mirafiori dai sindacalisti autonomi favorevoli a Marchionne. I punti negativi dell’accordo

FISMIC, si chiama. E’ un sindacato autonomo, fortissimo a Mirafiori, nato negli anni ’50 da una costola della CISL, in polemica sulla politica sindacale di allora, con “una diversa visione del modo di sviluppare la contrattazione e, quindi, di fare attività sindacale per meglio tutelare gli interessi e i diritti dei lavoratori” (FISMIC – sito ufficiale).

Mentre la CISL marciava a tappe forzate verso un modello contrattuale che aveva nel Contratto Nazionale di Lavoro il perno dell’azione sindacale, coloro che formavano il nucleo centrale di quella che sarebbe divenuta col tempo la FISMIC, affermavano che era la contrattazione in azienda il perno della contrattazione, vicino ai lavoratori e vicino al luogo dove si produce la ricchezza (FISMIC, ibidem).

FISMIC, diciamolo subito, ha firmato l’accordo-ricatto di Mirafiori. Perciò perché sorprendersi per la contestzione a Vendola? A Vendola, gli autonomi di FISMIC hanno gridato che il comunismo è morto. I manifestanti mostravano alle telecamere – naturalmente – copie di un articolo de Il Giornale in cui si accusava il governatore della Puglia di “fare come Marchionne”, e ciò la dice lunga sull’intenzione polemica e profondamente politica della loro iniziativa. La questione accordo non c’entra nulla. D’altronde, chi può credere a un articolo de Il Giornale?

E’possibile immaginare la tensione che c’è in queste ore fra i lavoratori: i capireparto sono intervenuti presso le maestranze per spiegare le ragioni del Si al referendum. FISMIC è molto forte in Fiat: insieme a Fim, Uilm e Uglm, rispettivamente le sigle dei metalmeccanici di CISL, UIL e UGL, rappresenta il 73% dei lavoratori. Mirafiori non voterà mai la sua condanna a morte. Ma certamente il successo prevedibile del sì non equivale a dire che questo tipo di relazioni sindacali, estorte con il ricatto e la complicita dei sindacati cooptati dall’azienda, siano un nuovo paradigma da estendere agli altri settori produttivi. In realtà le relazioni industriali ne escono a pezzi, come già era preventivabile anche solo osservando le dinamiche dei rinnovi contrattuali-salariali dell’ultimo decennio. L’azione di oggi di FISMIC non fa altro che confermare l’ambiguità di queste sigle sindacali. Non erano certo davanti ai cancelli per propagandare il sì, ma unicamente per contestare Vendola, il quale ha tutto il diritto di sostenere la parte che desidera e di accorrere dalla Puglia in suo sostegno. Ragion per cui è l’azione FISMIC ha tutta l’aria di essere una imboscata politica ordita da avversari di Vendola.

Detto ciò, sacrifici senza compartecipazione è una sconfitta per il sindacato, per tutto il sindacato, pure per FISMIC che negli anni ’50 già preconizzava la contrattazione di base come modello preminenete per le relazioni industriali. Oggi, 2001, FISMIC ha dimenticato i buoni propositi e si è resa corresponsabile di un accordo farsa in cui a prescindere dalla produttività dei lavoratori, si impongono obiettivi illogici e difficilmente irrealizzabili, come ad esempio la riduzione della percentuale di assenteismo dal 6% al 3.5% in tre anni. Il solo fatto di introdurre un indicatore collettivo su un comportamento individuale (essere assente dal lavoro per malattia) mette i lavoratori uno contro l’altro in una sorta di guerriglia quotidiana nella quale a essere pregiudicata sarà la qualità del lavoro nonché la qualità del prodotto. In secondo luogo, c’è la questione della rappresentanza:

Il nuovo accordo non prevede l’elezione dei delegati sindacali di fabbrica: i sindacati che firmeranno l’accordo potranno nominare dei rappresentanti aziendali. I sindacati che sciopereranno contro l’accordo potranno essere puniti con l’annullamento dei permessi sindacali. L’azienda non tratterrà le quote di iscrizione ai sindacati dalle buste paga: saranno i sindacati a raccoglierle. Tutti i lavoratori firmeranno personalmente il nuovo contratto: se poi sciopereranno contro l’accordo, potranno essere licenziati (Pagina Fb del Popolo Viola).

FISMIC ha discusso di tutto ciò con i lavoratori che rappresenta? Quale idea di rappresentanza ha FISMIC? Perché un lavoratore non può scegliere liberamente i propri rappresentanti in libere elezioni interne? Qaule incremento retributivo è stato raggiunto con questo accordo? I 32 euro mensili? E’ questo un prezzo congruo alla vendita dei diritti di rappresentanza? FISMIC, anziché sventolare fotocopie all’arrivo di Vendola, provi a fornire le risposte a queste domande, se ci riesce.

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Renzi sta con Marchionne. L’abisso si apre fra i rottamatori

Mirafiori scava solchi profondissimi. Marchionne ha obbligato alla scelta di campo: o amico, o nemico. Una dicotomia che è archetipo della lotta; della guerra. Riflettendo il paradigma sulla politica italiana, ci saranno aree politiche filo-Marchionne e una pletora di nemici. E’ un dato di fatto, qualcosa che interessa tutti, che coinvolge tutti. E che divide.

I rottamatori del PD potevano astenersi da ciò? Potevano forse adottare una linea unica, certamente oggetto di discussione e deliberazione, certamente frutto di sofferenze e di dibattito, ma comunque unica? Evidentemente no. Poiché Matteo Renzi, apparso stasera al TgLa7, ha avuto il buoncuore di dirci quanto pensa circa il referendum-ricatto di Mirafiori. Ebbene, Renzi ha scelto la sua parte, ed è la parte di Marchionne – “dalla parte di chi sta investendo nelle aziende quando le aziende chiudono. Dalla parte di chi prova a mettere quattrini per agganciare anche Mirafiori alla locomotiva America” (Libero-News). Cosa aspettarsi da un sindaco che va a cena ad Arcore? Attenti perché la linea dei rottamatori era ben lungi dall’essere questa. Anzi, Civati nei giorni scorsi ha formulato una risposta sul caso Mirafiori che era molto prossima alla posizione articolata dal duo Bersani-Fassina, riaffermata da D’Alema a Otto e Mezzo poc’anzi – né con Fiat né con la Fiom ma per una legge della rappresentanza sindacale democratica. Una posizione, a parere di chi scrive, di buonsenso, che trova nel fondo di stamane di Massimo Giannini su Repubblica – “è una “festa”, se una grande azienda di automobili italiana decide di chiudere un impianto che esiste da un secolo, e che rappresenta un pezzo di storia non solo industriale, ma anche sociale di questo Paese?” – la giusta sintesi. Certo, il sindacato può stringere accordi sofferti, accordi al ribasso, accordi che lasciano sul campo diritti sostanziali dei lavoratori, ma lo fanno a ragion veduta, se non si può fare altrimenti, se lo stato della imprenditoria italiana diventa questo, al limite del banditismo, verrebbe da dire. Mirafiori va salvata. E si può accettare – momentaneamente, molto momentaneamente – una restrizione della sfera dei diritti. Ma non si può accettare il ricatto. Non lo può accettare in primis la politica. La politica dovrebbe ora farsi scudo verso i lavoratori. Una sfera politica sana avrebbe impedito a Marchionne di saltare sul predellino di Detroit a dettar la sua legge erga omnes ai lavoratori italiani. Una politica sana avrebbe preconizzato Marchionne e lo avrebbe evitato. In questo ha fallito, la politica, e in questo i rottamatori, in quanto portatori della buona politica, dovrebbero riuscire a fornire il proprio contributo di innovazione al partito. Viceversa, andare dinanzi ai microfoni discettando a sproposito di investimenti e aziende, come ha fatto Renzi, non è buona cosa.

Renzi, in verità, pare essere l’ombra di quello visto alla Leopolda. Forse ha capito di avere potenziale elettorale a destra. Forse la cena di Arcore è servita per raccogliere una eredità, chi può dirlo. Tutte ipotesi, e poco fondate. Quel che è certo è la divisione fra Renzi e Civati. Renzi ha criticato Civati circa l’idea della contro-direzione di domani, Civati ha minimizzato:

Mica ho fatto tutto questo — ha detto Renzi — per impelagarmi in una battaglia di correnti. I ‘rottamatori’, poi, sono persone libere, e fanno tante iniziative: io al momento mi occupo di Firenze al 101 per cento». La settimana scorsa il sindaco aveva già avvertito il suo compagno d’avventura: occhio, state facendo una corrente. E lui di correnti non ne fa (Corriere.it).

Il sospetto è allora che Renzi abbia impiegato la Leopolda per capitalizzare consenso. Renzi osserva che Prossima Italia non è una corrente. Fare una contro-direzione che fa della trasparenza e della pubblicità della discussione il punto di forza, è correntismo? Da quando riunirsi e discutere in pubblico è pari al chiudersi in stanze chiuse di direttivi segreti? Che differenza c’è fra l’andare in ordine sparso classico del PD e l’andare in ordine sparso di Renzi? Renzi ha detto la sua sul caso Fiat. La sua dichiarazione non trova alcuna corrispondenza nei lavori portati avanti sinora dal gruppo di Prossima Italia, lavori che ne costituiscono la linea politica. Renzi è fuori da questa linea. Di fatto, fuori dai rottamatori.

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Non hanno pane? Date loro i SUV. Parola di Marchionne

Asfaltato per sempre il contratto collettivo nazionale, messo a pregiudizio il diritto alla rappresentanza, instaurato il nuovo regime aziendale delle turnazioni e delle pause pranzo facoltative a fine turno; insomma, restaurato il modello operaistico di inizio novecento, dove l’operaio non è persona bensì mero fattore produttivo da applicare esclusivamente secondo criteri quantitativi di efficiacia e efficienza, ovvero l’antica menzogna del lavoro come merce, Marchionne svetta come una mannaia su tutti i lavoratori italiani.

Certo, tutti a indicare il dito: Marchionne il grande innovatore, il grande devastatore, il grande rivoluzionario. Nulla sarà come prima. L’Italia è a crescita zero, indispensabile non firmare, scrivono su Europa. Giusto firmare per salvare i posti di lavoro, questa la logica di Piero Fassino, un uomo al posto sbagliato nel momento sbagliato. Fassina, responsabile economia e lavoro del PD, braccio destro di Bersani, diverge dalla linea dei filomarchionne piddini per elaborare la tesi della “salvaguardia del lavoro ma non a scapito del diritto”: un colpo al cerchio e uno alla botte.

Marchionne, quel filubustiere: anche in Serbia lo stanno cercando e non certo per fargli dei complimenti. Gli operai della Zastava, fabbrica storica di automobili della ex Jugoslavia, comprata nel 2008 dalla Fiat al 67%, dovevano essere – secondo gli accordi – tutti riassunti. Balle: Marchionne stringe accordi per poi rimangiarseli. I lavoratori sono stati sottoposti a dei “test di qualificazione” e molti di essi non li hanno superati e per tale ragione non verranno riassunti (Finanza e Mercati, 28/12/2010, p. 8). Il governo serbo che dice? Tace, ovvio. Perché il governo serbo aveva regalato a Fiat, affinché essa spostasse la produzione della monovolume L0, scippata a Mirafiori, là, negli ex capannoni della Zastava, ben 250 milioni di euro. Gli altri 400 milioni provenivano dalla Banca Europea per gli Investimenti. La rimanenza è della Fiat. Capite? Fiat fa impresa con i soldi degli altri. Dei governi e delle banche. Un vecchio vizio che Marchionne – sì, il grande innovatore – non ha minimamente intaccato.

Pomigliano e Mirafiori non sono una casualità. Fanno parte di un progetto che Fiat teneva già in pugno nel momento dell’acquisto di Chrysler. Ebbene, Fiat anche allora ha incassato soldi da un governo, quello di Obama, a patto che Fiat riconvertisse alcune delle produzioni di Chrysler in automobili a basso impatto ambientale. Marchionne ha sciorinato dinanzi al presidente americano la vasta gamma di conoscenze di Fiat in fatto di basse emissioni inquinanti. Quali non è dato a sapersi. Forse il punto forte di tale dissertazione è stata la tecnologia motoristica al metano, che notoriamente non è una invenzione Fiat, bensì è vecchia di trent’anni. In ogni caso, che fa Marchionne? Sposta la produzione della monovolume Fiat – L0 – in Serbia, incassa i soldi del governo e della EIB mentre a Mirafiori fa produrre i Suv della Chrysler, che in America non può più fare, sennò Obama gli richiede indietro i soldi. Che strategia innovativa! Pratica la cinesizzazione delle relazioni industriali italiane al fine di produrre Suv con il marchio Chrysler da rivendere nelgi USA in barba agli accordi con Obama.

Detto questo, non serve grande acume per osservare che l’investimento nei SUV è una gran fregatura: i SUV non hanno alcun futuro sul mercato. Sono macchine costose e altamente inquinanti. Come non è ovvio dire che la contingentazione dell’orario di lavoro, le pause a fine turno, ovvero la riduzione degli spazi di recupero e di rigenerazione del lavoratore durante le fasi lavorative, vadano a diretto discapito della sicurezza qualitativa del prodotto, nonché della sicurezza del lavoratore medesimo. Si dice che l’accordo sia quanto di più necessario per far stare Fiat al passo con i tempi della globalizzazione. Sarà, ma è altrettanto vero che questo modello ha già fallito (caso della Toyota e del ritiro dal mercato di migliaia di vetture difettose). Per dirla in altre parole, Fiat Auto è senza futuro. Trasferisce i propri lavoratori in Newco che puzzano dalla testa (perché delle Newco? perché Fiat non si può chiamare Fiat e basta e invece ha mille sigle che appartengono alle mille società che Fiat fa e disfa di volta in volta a seconda di quanto salario e di quanti diritti privare i lavoratori?). Investe nei Suv. Sovraimpiega i propri lavoratori mettendo a pregiudizio la qualità dei suoi prodotti. Non ha un servizio clienti alla pari delle multinazionali estere. Soprattutto, le sue vendite sono in picchiata e non saranno le Newco di Pomigliano e Mirafiori a rilanciarle. Che dire: Fiat è un malato terminale, e non lo sa.

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Montezemolo, morto un B se ne fa un altro

Basta con i superuomini. Certo. Basta con i personalismi, con il partito-azienda, il partito personale, il conflitto d’interesse. Basta con il privato malato d’ipertrofismo che occupa la sfera pubblica. Come afferma Luca Cordero di Montezemolo, “il periodo dell’one man show è finito”. Wow, che frase perfetta. “Serve” – attenti – “uno spirito di squadra”. Perché no, uno spirito da Fabbrica Italia. E’ ora di riconsegnare il paese in mano Fiat. E Luca Luca si prepara alla discesa in campo. Diceva dei personalismi?

Veniamo da 15 anni di non scelte, il Paese va ricostruito sotto tanti aspetti […] si sta chiudendo, e male, un ciclo storico, quello della Seconda Repubblica. Ma non per questo dobbiamo autoflagellarci pensando a questi 15 anni di non scelte che hanno portato a un obiettivo arretramento del Paese […] In politica non si può pensare ad una sola persona – ha aggiunto Montezemolo – perché oggi la squadra è fondamentale e nel rinnovamento della politica bisogna pensare a tante persone. E fondamentale – ha concluso – nelle aziende, nella società e anche nella politica (ansa.it).

Montezemolo ha affermato di aver aperto oggi una fase nuova, per sé e per la sua fondazione, Italia Futura (no, a noi il futuro non interessa; a noi interessa il presente, qui ed ora!). Solo qualche giorno fa affermava che non sarebbe sceso in campo politico. Questi suoi tentennamenti ricordano un po’ il Berlusconi del 1993, quando il progetto Forza Ialia era già una realtà, mentre sui giornali comparivano sue dichiarazioni tendenti a smentire nella maniera più assoluta qualsiasi sua intenzione di fare un partito. Ecco allora spiegato: Montezemolo ha già un partito. Si chiama Fiat e anni fa governava senza aver necessità di fondare partiti veri e propri. Ci pensava Agnelli. Senza che nessuno lo vedesse.

Che dire: morto un B se ne fa un altro.

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La Serbia verso l’UE, Fiat e Marchionne si fregano le mani

Marchionne chiede più flessibilità agli operai italiani? Dice, pesantemente, che non un euro del profitto di Fiat del 2009 proviene dall’Italia – ah! e gli incentivi? certo sono andati alla Fiat solo per la propria quota di mercato italiano; pensate, solo per il 30% – ma non dice una parola sulla Zastava. Oggi, dall’America, giunge un grido di allarme. Non già per gli operai italiani che si vedrebbero sottrarre quote impportanti di lavoro, ma perché gli americani vedono profilarsi all’orizzonte uno spettro automobilistico che per anni li ha tormentati: la Yugo.

Yugo era un progetto di auto che Fiat vendette alla Zastava, storica azienda della Yugoslavia di Tito. Fu la prima autovettura costruita al di là della cortina di ferro ad essere esportata in America. In Italia doveva sostituire la 127, ma Ghidella le preferì la Uno (che intuito). Ebbene, la Yugo in USa se la ricordano bene: è divenuta negli anni sinonimo di scarsa o nulla affidabilità.

Ora che Fiat si è appropriata di Chrysler, sta cercando di vendere, di piazzare auto italiane in ogni modo sul mercato statunitense. Il sito DriveOn ci ricorda che Fiat sta investendo milioni di euro, con lo sponsor del governo italiano e di quello serbo, proprio nell’ex stabilimento Zastava in Serbia.

Fiat in Serbia ha avuto un grosso sconto: dal governo serbo 50 mln di capitale più 150 mln in incentivi; dalle autorità locali serbe, l’esenzione dai dazi e dalle tasse locali per dieci anni; dal comune di Kragujevac, i terreni su cui sorgeranno i nuovi stabilimenti, gratis. Pensate che il governo italiano sia stato all’oscuro di tutto questo? (Yes, political, 26/07/2010).

Il governo italiano sapeva tutto ed ha incoraggiato Fiat ad investire in Serbia. L’alternativa investimento Zastava/investimento in Italia è falsa perché gli accordi sono già stati presi e Fiat è quasi pronta a produrre una monovolume in Serbia, la L0. Lo scorso 11 Ottobre, Bloomberg BusinnessWeek spiega come la Fiat abbia già presentato a funzionari del governo serbo i modelli che saranno prodotti nel sito di Kragujevac a partire dal 2012, quando sarà completata la ristrutturazione:

Un modello a cinque posti progettato per l’UE e un veicolo a sette posti che sarà venduto in UE e negli Stati Uniti saranno costruiti presso lo stabilimento Fiat a Kragujevac circa nel secondo trimestre del 2012, ha detto Mladjan Dinkic, Vice Primo Ministro della Serbia e il responsabile dell’economia  in un comunicato inviato via e-mail ieri dopo che i funzionari hanno visitato la sede della Fiat a Torino, Italia. Il progetto aumenterà di 1.433 unità i posti di lavoro di una forza lavoro esistente presso l’impianto pari 1000, e la capacità produttiva sarà pari a 200.000 vetture all’anno, con espansione a 300.000 veicoli possibilmente, ha detto il ministero. Le esportazioni dei modelli nel 2012 ammonteranno a circa 500 milioni di euro (697 milioni dollari) e l’aumento a 1,3 miliardi di euro è previsto  nel 2013, ha detto. Ciò equivarrebbe a circa il 20 per cento delle vendite all’estero della Serbia nel 2009 (Bloomberg).

Naturalmente per Fiat l’esportare i veicoli prodotti dalla Serbia all’UE rappresenta un costo. E nonostante le intemperanze dei tifosi della nazionale che sono venuti in Italia, a Genova, con intenti bellicosi non più di dieci giorni fa, è ripartito a spron battuto il processo di avvicinamento della Serbia all’Unione Europea. Non si può abbattere il costo del lavoro in Italia? Non si può nemmeno abbattere la pressione fiscale, considerato il rapporto debito/pil, il più alto d’Europa? Chi se ne importa: si investe in un paese dell’Est, là dove i diritti degli operai sono stati depennati in nome della libertà ritrovata dopo gli anni del comunismo, si ridipinge la facciata dei palazzi della politica per metterne in mostra il profondo spirito democratico che li anima (ricordate come fu deposto Milosevic? non una goccia di sangue fu sparsa ed era certamente una rivoluzione genuina e spontanea quella dei giovani serbi; ma Mladic, il macellaio dei bosniaci, è ancora a piede libero): ecco abbattuto l’ultimo diaframma che divide la Fiat Zastava dalla libera circolazione dei suoi veicoli. La Serbia in UE conviene. A Marchionne e agli Agnelli (o quel che ne resta). E il governo Berlusconi?

Il governo italiano ha caldeggiato e sposato sin dall’inizio la nuova fase dell’avventura di Fiat in Serbia. E’ nell’interesse strategico italiano (?) far riavvicinare la Serbia all’Europa. Qualcuno ha intelligentemente osservato il silenzio del ministro degli Esteri Frattini sulla sentenza di piena legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 2008 pronunciata nei giorni scorsi dal Tribunale Internazionale di Giustizia de L’Aia. Frattini si è esibito in seguito in un capolavoro di cerchiobottismo: sentenza giusta, ma rimanga caso isolato. Oggi ha affermato che bisogna accelerare il processo di adesione della Serbia alla Unione Europea. Ma perché il governo Berlusconi è diventato filo-serbo? Quali sono i reali interessi del nostro paese in Serbia? Ai posteri l’ardua sentenza (Yes, political, 26/07/2010).

A quanto pare, il nostro ministro degli Esteri ha fatto proprio un bel lavoro. La svolta nei negoziati con Bruxelles è avvenuta proprio oggi:
MARCHIONNE

Sul Lavoro il vuoto della politica e dell’imprenditoria

Dire che le relazioni industriali in Italia devono essere riformate è cosa ovvia: il sistema attuale della contrattazione collettiva partorito dall’Accordo del 23 Luglio 1993 è farraginoso e non produce quei miglioramenti retributivi che i lavoratori si aspettano, mentre costa ore di lavoro di sciopero e la contrattazione sulle norme è arrivata anche a mettere in discussione principi basilari come l’indennità di malattia. Dall’altro lato, c’è il problema della rappresentanza, che è sempre meno rappresentativa degli effettivi voleri dei lavoratori e non procede quasi mai dalla discussione deliberativa delle assemblee di fabbrica che al contrario sono delle mere riunioni in cui si comunicano le decisioni prese da altri e altrove.

Sulla base di queste ragioni non si può affermare che Marchionne sia un innovatore: ha solo portato alla luce del dibattito il difetto del mondo del lavoro dipendente, vincolato a schemi inefficienti e inefficaci. Marchionne, semmai, ha invaso una terra di nessuno, un vuoto che è innanzitutto politico. Ciò gli è consentito dall’arretramento della Politica alla sfera del privato (lotta di egemonia fra personalismi e pertanto di interessi particolari, fatto testimoniato dalla personalizzazione dei partiti politici – partito di Berlusconi, partito di Di Pietro, di Fini, di Casini, e così via). Un vuoto che nemmeno il Sindacato è stato in grado di percepire e di prevenire, assorto com’è dalla comodità delle posizioni consolidata all’interno di organigrammi gerarchici in cui – anche lì – la discussione è messa alla porta.

Di tutto questo non si è parlato e non si parla. Marchionne punta a deregolamentare il lavoro: la sfida della globalizzazione non la si vuol combattere sul piano della Ricerca e Sviluppo, bensì passando per la riduzione della sfera del diritto del lavoro. Come ci ricorda Oscar Giannino, su Il Messaggero,

L’intera storia della globalizzazione, dalla prima rivoluzione industriale manchesteriana, è fatta di Paesi che si affermano e restano per lungo tempo leader anche nell’espansione dei mercati ad aree a più basso costo del lavoro. Purché naturalmente quei Paesi avanzati non dimentichino che devono preservare due condizioni. La prima è che devono avere una struttura produttiva flessibile, in grado di rispondere rapidamente alla mutata domanda internazionale. La seconda è che devono restare titolari di tecnologie di prodotto e processo, gestionali, commerciali e distributive, capaci di preservare m la leadership nella parte più elevata del valore aggiunto, quella che i Paesi emergenti metteranno più tempo a raggiungere (Oscar Giannino, Il Messaggero, 27/08/2010).

Bè, viene da chiedersi se l’Italia ha davvero conservato la titolarità delle “tecnologie di prodotto e di processo”.  Non è forse vero, piuttosto, che Fiat, come buona parte dell’imprenditoria italiana, è sopravvissuta grazie al sussidio statale (incentivi auto) e grazie all’abuso di contratti di lavoro a tempo determinato (interinali e altre tipologie atipiche)? La verità è che l’imprenditoria italiana non “fa”, non crea più nulla: anch’essa, come le relazioni industriali, è ferma al paradigma degli anni sessanta dell’imprenditore padre di famiglia, alla prima industrializzazione. Anziché convertire le produzioni (vedi caso Omsa), gli imprenditori preferiscono delocalizzare. Oppure pretendono che i lavoratori rinuncino ai loro diritti, accordandosi con quella spirale di compromessi verso il basso che la competizione globale impone: una tesi falsa, secondo Giannino, “abilmente insufflata da quel pezzo di sindacato e di sinistra che continua a guardare alla storia attraverso lo specchietto retrovisore”. Naturalmente Giannino punta il dito al solo sindacato, e ignora del tutto le colpe di una imprenditoria che ha guardato al mero guadagno di oggi, sacrificando la competitività del futuro. Giannino condanna Fiom e assolve Confindustria, ma è Confindustria ad aver spalleggiato per anni la politica del privato berlusconiano, scommettendo su una riduzione delle tasse che non vi è mai stata e mai vi sarà. Sono loro i primi colpevoli di questa stagnazione della cultura industriale.

Quando parla della necessità di abbandonare i vecchi schemi, compreso quello della contrapposizione fra capitale e lavoro nei termini di cento anni fa, l’amministratore delegato della Fiat segnala insomma un ritardo delle culture politiche a cui siamo tutti, destra e sinistra, abbarbicati, perché le nostre categorie sono interessanti per gli studiosi di storia ma non servono per fare politica oggi. Ma i cittadini, i lavoratori, vivono nell’oggi (Nicola Rossi, Europa, 27/08/2010).

I rimedi? Una legge sulla rappresentanza, che pure già esiste ma è parcheggiata in un angolo delle Commissioni Lavoro. E la novità è che Bersani ha aperto alla riforma:

«Un nuovo patto sociale lo vogliamo tutti» […] Il segretario del Pd indica anche una possibile via: «Un rafforzamento dei meccanismi di democrazia e partecipazione diretta dei lavoratori nelle aziende» […]  (P. Bersani, CorSera, 27/08/2010).

Qualcuno per favore però dica che ‘partecipazione’ deve andare di pari passo ad adeguata retribuzione.