Il libro verde della Lega Nord: versione aggiornata con altre nefandezze

Tratto da Prossima Italia.

Prefazione

I primi a contribuire al successo e alla mitologia della Lega sono sempre stati i suoi commentatori, anche a sinistra. La Lega è radicata, la Lega offre messaggi semplici e concreti,
la Lega dice cose che colpiscono e coinvolgono. Insomma, funzionano. Anche perché la Lega vince, quindi deve avere ragione. Per forza.
Come ha scritto Piero Ignazi per l’Espresso, nel settembre del 2010: «C’è una sorta di “spirale del silenzio” nei confronti della Lega Nord. Non che della Lega non si parli, tutt’altro. Ma se ne
parla solo bene. Nessuno si azzarda a criticarla a muso duro. […] È la paura di apparire minoritari e fuori gioco a far scattare un atteggiamento di compiacenza-adeguamento nei
confronti di ciò che si ritiene il parere dei più. In questo modo le opinioni dissenzienti ammutoliscono per non essere ostracizzate dal benpensare della maggioranza. Oggi la Lega
gode di una situazione di questo tipo. Dopo i suoi ultimi successi elettorali si è scatenata una corsa ad esaltarne le doti, anche a sinistra: dal modello di partito forte e radicato alla nuova e
capace classe dirigente, dalle grandi intuizioni politiche al legame con il territorio, e via di questo passo. Alla Lega si consente tutto perché a criticarla non solo si viene coperti di insulti
(e di minacce) ma si viene anche irrisi come quelli che “non hanno capito come va il mondo”.
Più o meno è lo stesso atteggiamento di sufficienza e di scherno che i post-sessantottini riservavano a chi non credeva nella rivoluzione imminente e nel salvifico libretto rosso di
Mao».
Una situazione che dura da quasi vent’anni, dal giorno in cui la Lega, portando al governo Berlusconi grazie ai suoi voti al Nord, fece il proprio ingresso trionfale nelle principali
istituzioni del Paese. Era il 1994, siamo nel 2010 o, forse, come si vedrà, non ci siamo mai mossi da quella primavera, se non per un dato che si finge di non rilevare. Dopo vent’anni
siamo ancora indecisi tra un federalismo che non c’è e una secessione che invece si afferma, senza che molti se ne accorgano. E forse questo è l’unico, vero risultato della Lega.
Inconfessabile, ma sempre più reale, in un Paese diviso e irriducibile.

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Padania, cosa ha detto Berlusconi

Dal comunicato ufficiale del Governo Italiano:

22 Agosto 2011

“Mi spiace, questa volta, di non essere d’accordo con il mio amico Umberto Bossi. Sono profondamente convinto che l’Italia c’è e ci sarà sempre.

Celebriamo i 150 anni di unità di un Paese che ha sempre saputo reagire con grande orgoglio alle difficoltà che la storia gli ha posto innanzi. Un Paese che è unito, con un Nord e con un Sud che sono partecipi di una comune storia e di un comune destino”.

Parola di Silvio Berlusconi

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(Cis)Padania, o la nazione che non c’è

Sì, la Padania non esiste. Non è mai esistita. Non esisterà. Essa è frutto di una costruzione storico-ideologica, opera di un gruppo di persone che la impiegano al fine di ottenere consenso politico. Lo sostiene Gianfranco Fini, in una aspra polemica con la Lega nei giorni successivi a Pontida, per mezzo dei suoi organi di comunicazione, FareFuturo e Generazione Italia.

Fini nega che la nazione padana possa fondersi in senso economico, come sostenuto da Zaia: “Non si può dire che è “Padania” quella parte del paese che lavora e paga le tasse. Per due motivi: non è solo il Nord a lavorare e pagare le tasse e non tutti i cittadini del Nord che lavorano e pagano le tasse si sentono “padani” (G. Fini, La Padania non esiste. C’è solo la nostra Italia | Generazione Italia). Aggiungo io, la sfera economica non può essere impiegata per descrivere una nazione, poiché essa trascende i confini nazionali, anzi, i confini nazionali sono il principale ostacolo alla sfera socio-economica, fondata sul principio della libera circolazione delle merci.

Una nazione, per usare le parole di Ernest Renan, filologo francese* di fine ottocento, “è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’eistenza di una Nazione è un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una affermazione perpetua di vita” (E. Renan, Che cos’è una Nazione?, Roma, 1993).

Queste bellissime parole confliggono con la becera polemica nella dialettica politica italiana. Sarebbe forse venuta meno la solidarietà nazionale? Sarebbe forse venuta meno fra Nord e Sud? O piuttosto – forse – la frattura più grande sarebbe quella fra cittadino e politica? Quale l’abisso più profondo? Perché costruire una idea di nazione che non esiste (quale è il suo popolo? quale il consenso? il 30% dei voti alla Lega del solo Veneto? basta il voto a un partito per esprimere il consenso di vivere assieme, però separatamente dagli altri?) per reagire alla politica corrotta che fa cattivo uso del denaro pubblico? La Lega al governo del paese si è rivelata essere affatto moralizzatrice della spesa pubblica, né ha avuto effetto alcuno sulla tendenza alla corruttela della politica romana. Essa continua a impiegare strumentalmente un costrutto umano – la nazione –  che è stato il presupposto all’abominevole secolo XX, il novecento, con due guerre mondiali e un olocausto. La forma dello stato nazione è comunque sopravvissuta alle guerre e oggi torna, come rigurgito localistico, ma la nazione non è  qualcosa di eterno. Le nazioni “hanno avuto un inizio e avranno una fine. La confederazione europea, probabilmente, prenderà il loro posto”, scrisse Renan. La Lega invoca il proprio stato nazione ma gli manca del tutto la consapevolezza del tempo che vive. Non a caso essa si è sempre configurata come forza antieuropeista, al pari di uno stato autoritario che è tanto liberale nelle relazioni internazionali quanto illiberale al proprio interno. Anziché cercare forme di statuità che superino l’ambito nazionale e trascendano del tutto dalle prerogative dello stato sovrano, la Lega sembra legata all’idea – impregnata fortemente di uno storicismo di marca ottocentesca – di Stato Nazionale come Stato-Potenza che deve acquistare una posizione nel mondo corrispondente alla misura della sua indipendenza. E invece occorre mettere al centro l’uomo, che “non è schiavo né della sua razza, né della sua lingua, né della sua religione, né del corso dei fiumi, né della direzione delle catene montagnose” (E. Renan, cit.). L’uomo, con i suoi bisogni e i suoi desideri.

Roma ladrona, la Lega ti condona

Libertà, libertà, gridano. Se non ci sarà il federalismo, sarà secessione, dice l’ex ministro Castelli. Bossi afferma di essere lui, l’unico Ministro per il Federalismo, non Brancher, fresco di nomina da parte di Berlusconi. Bossi ce l’ha con Roma, con il potere accentrato; chiede che alcuni ministeri siano trasferiti da Roma.

Nessuno gli ha domandato per quanto la Lega continuerà a prostituirsi a Berlusconi al solo scopo di ottenere una riforma federale che non è né nelle intenzioni, né nelle possibilità del governo. La loro firma giace in calce a leggi come il Lodo Alfano o il Legittimo Impedimento. Nessun elettore leghista si è mai scandalizzato per questa turpe, continua, violazione della legalità condotta anche grazie al loro partito?

Un partito, la Lega, fermo a venti anni fa: stesse persone, stessa retorica. L’emblema della gerontocrazia italiana. Lui, l’Umberto, la sua mimica ora corrotta dal tempo, è lui ad averla costruita, la retorica di Pontida. Fu nel 1992, sullo stesso prato di Pontida, che lui immagina – forse sul momento – di attribuire a quel luogo, con i richiami alla storia della Lega Lombarda del 1167 che difese l’Italia settentrionale con il sostegno papale, dall’influenza del Barbarossa, un valore quasi religioso come fondamento di un sentimento nazionale che non esisteva: la Padania.

La Padania è la nazione che non c’è, che si compie misticamente con l’interazione di questo gruppo di persone e il pratone di Pontida, e nasce con la contrapposizione al mostro centralista di Roma, che drena soldi dal Nord produttore. Oggi questa contrapposizione appare notevolmente più sfumata: la Lega governa insieme al partito della Cricca. E’ scesa a patti con Roma ladrona. Di fatto l’ha condonata.