Laicità e religiosità. Quale sintesi? Il foro interiore.

Come può un cattolico, in teoria e in pratica soggetto al potere dogmatico di un’entità extrademocratica come la Chiesa cattolica, proporsi alla guida di un partito che dovrebbe essere estraneo a fedi assolutiste e sedicenti di origine divina?

Questa domanda è stata posta al sen. Ignazio Marino sul forum del suo sito. A prescindere dalla inesattezze lessicali della domanda stessa (Chiesa entità extra democratica? ci si chiede cosa dovrebbe fare per essere democratica, forse indire primarie per l’elezione del Papa? – fede assolutista? bé è già scritto nell’Antico Testamento: “non avrai altro Dio all’infuori di me”; e poi mi si deve spiegare cosa è una fede non assolutista, quando ogni fede o credo, che dir si voglia, cerca di fornire risposte sull’Assoluto), la domanda ripropone la questione della laicità e dell’apparentemente irrisolvibile dilemma della fede e della coscienza individuale. Come può un uomo di scienza, un uomo guidato dalla ragione, che usa la ragione per dare risposte, per spiegarsi ciò che lo circonda, essere allo stesso tempo un uomo di fede?

Il pensiero di Marino, e il concetto di laicità come metodo, prende le mosse dal laicismo liberale classico.

“Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo”. (N. BOBBIO, Religione e religiosità, in “MicroMega”, 2000, fasc. 2).

Norberto Bobbio parla di religiosità come di senso del mistero, come della consapevolezza che la ragione è uno strumento limitato, incapace di percepire l’Assoluto, di spiegare l’Assoluto. La ragione è un piccolo lumicino che rischiara uno spazio ridotto intorno alle cose umane. Però,

“penso che il laico sia colui che non ha nessun “libro”, che ha solo questa fiammella della ragione che gli permette di capire, di non capire e di continuare, proprio per questo, la ricerca, di mirare a quel perfezionamento che non viene mai, di spostare il traguardo della verità di un passo … La mia umiltà di fronte al mistero … è forse più religiosa della certezza di chi afferma di avere un libro sacro, e con esso presume di possedere la verità assoluta» (N. BOBBIO, in R. LUISE, Dubbio e mistero. A colloquio con Norberto Bobbio, Cittadella, Assisi 2004, pp. 33.37).

La ragione è anche quel motore interiore che induce alla ricerca perpetua della verità fattuale, che sostiene l’animo umano dinanzi alle oscurità del cosmo. La religiosità di Bobbio è la religiosità del dubbio. La conoscenza non è mai sufficiente, più si conosce più si sa di non conoscere. “La fede non risponde alle domande, può soltanto evitarle” (N. Bobbio, Religione e religiosità, cit.). La fede è accettazione senza critica, ma l’uso della ragione è uso critico, quindi fede e ragione risultano incompatibili. Eppure resta questa consapevolezza:

“Ho continuato a riflettere sui grandi temi dell’esistenza e nessuna delle risposte della religione mi ha convinto. Però, nello stesso tempo, neppure io sono riuscito a dare delle risposte. E dunque, di nuovo, dico che ho un senso religioso della vita proprio per questa consapevolezza di un mistero che è impenetrabile. Impenetrabile!” (ibidem ).

Ma può un uomo di scienza definirsi credente? L’uomo di scienza può esercitare su se stesso quella divisione fra foro interiore e foro esteriore che è il fondamento del concetto di tolleranza nella tradizione liberale.

“Questa, quindi, è la regione propria della libertà umana. Comprende, innazitutto, la sfera della coscienza interiore, ed esige libertà di coscienza nel suo senso più ampio […] La sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca. Ciascuno è l’unico guardiano della propria salute, sia fisica sia mentale e spirituale” (J. S. Mill, Saggio sulla libertà, a cura di G. Giorello e M. Mondadori, Milano 1981, pp. 32-36).

L’uomo di scienza può essere – in foro interiore – un credente, ma esercitare la scienza secondo i criteri di ragione. La scienza è un metodo, lo scienziato adotta il metodo, l’uso critico della ragione. E nel privato della sua coscienza può credere a un Dio senza per questo porre la propria attività di scienziato sotto l’ottica della fede. Non può invece imporre ad altri la propria fede impiegando la propria posizione di scienziato. Non può imporre una verità acritica, ma lasciare che la verità s’imponga, disvelata dalla ragione.

“Bisognerebbe desiderare che si permettesse un giorno alla verità di difendersi da sé. […] la verità se non afferra l’intendimento con la sua luce, non potrà riuscirci con la forza altrui” (J. Locke, Prima lettera sulla tolleranza, in Scritti sulla tolleranza, a cura di D. Marconi, Utet, Torino 1977, vol. I, p. 165).

Ma allora può viceversa la Religione, intesa come l’Istituzione Religiosa, esprimersi sulle cose umane e imporre i propri dogmi sulla comunità politica? Può la Religione imporre all’uomo di scienza di astenersi da una pratica, di fare obiezione rispetto al mezzo utilizzato? Anche in questo caso si applica il principio della tolleranza, che è principio di laicità. La tolleranza delle varie professioni religiose da parte dello Stato implica che lo Stato si astenga dal condizionare o di imporre il credo religioso ai singoli individui, i quali detengono una libertà originaria di poter credere a ciò che vogliono nel foro interiore, ma i credenti non possono pretendere che i propri dogmi religiosi divengano Legge dello Stato. La laicità dello Stato risiede per l’appunto nel fatto che l’attività normativa è condotta nell’interesse generale, non nell’interesse particolare di una qualsivoglia istituzione religiosa. Poiché la prevalenza di un interesse di parte è principio di conflitto, la tolleranza invece “nasce nel momento in cui si prende coscienza della irriducibilità delle opinioni e della necessità di trovare un modus vivendi” (N. Bobbio, Le ragioni della tolleranza, in L’età dei Diritti, Einaudi, Torino 1990, p. 243). La tolleranza è pertanto il superamento del conflitto. La laicità è la neutralità dello Stato rispetto al conflitto. Così la neutralità è la garanzia delle persecuzione dell’interesse generale e non dell’interesse di parte.

Parallelamente, l’uomo di scienza può dichiararsi religioso, ma la propria condotta professionale non può veder prevalere principi religiosi che contrastano con i principi di ragione. Nella fattispecie, un medico – un uomo di scienza – può essere cattolico, ma deve esercitare la propria professione nell’interesse preminente del paziente. Le dichiarazioni di Marino riguardo alla RU486, la pillola abortiva, vanno quindi lette proprio in questo senso: la valutazione su questa pratica è fatta nell’esclusivo interesse del paziente. La pillola RU486 è un metodo meno invasivo di intervento sul corpo della donna. La scelta di abortire o no afferisce esclusivamente alla coscienza interiore della donna (ed eventualmente di chi la circonda). Sarà la donna a porre in essere la questione della preminenza o meno del diritto a determinare la propria esistenza rispetto al diritto di nascita del futuro bambino. Non ci possono essere isituzioni o personalità che decisono al posto suo. Il medico rimane neutro, offre la propria scienza come metodo. L’uomo-medico si astiene da valutazioni di carattere etico-morale in otemperanza al criterio di laicità, pur conservando nel proprio intimo la fede.

Ma Marino va oltre poiché intende affermare il concetto della laicità come metodo, un concetto estensivo che investe le determinanti dell’agire: laicità e quindi neutralità e quindi interesse generale contro interesse di parte e conflitto, vanno qui visti sotto un’ottica di eticità del comportamento del personaggio politico, che non sceglie sulla base di convenienze di parte, che non decide sulla base di logiche conflittuali, ma che avendo in vista l’interesse generale, seleziona il meglio della classe dirigente e non accetta compromessi al ribasso con le altre forze politiche. Nella fattispecie, impiegando quest’ottica, non sarebbe stata possibile una candidatura al Senato come quella di Alberto Tedesco, l’ex assessore regionale alla Sanità della Puglia, oggi al centro dell’inchiesta sulla corruzione sanitaria, poiché essa non è stata fatta seguendo una logica di interesse generale, bensì una logica di calcolo elettorale. Laicità significa mirare al meglio, significa la selezione sulla base del merito, in quanto l’interesse generale non può essere perseguito se la classe dirigente è infettata dal conflitto d’interesse. L’interesse generale chiede neutralità, non partigianeria. Il laico non ha nessun libro che lo guida, ma solo il principio di ragione. E la neutralità è ragionevolezza poiché conduce alla pace, mentre esser guidati dall’interesse di parte è follia poiché porta alla guerra.