La guerra dei gasdotti. Unione Europea dimenticata. Il conflitto d’interesse si fa internazionale.

A quanto pare, come intuito qualche post fa, la determinante della politica energetica del governo Berlusconi è il conflitto d’interesse. Scrive Molinari (con questo pezzo riscatta i deludenti articoli sulla sanità obamiana) su La Stampa che a Washington hanno un sospetto: interessi particolari legano Mr b a Putin e a Gazprom. In ogni caso, la scelta di privilegiare il partner russo ha un prezzo: quello di rendere sempre più lontana una politica energetica comune in Unione Europea. I paesi europei vanno in ordine sparso, e questo è un grave danno per la comunità europea dei cittadini tutti. L’Italia, alle origini della CEE grande paese promotore dello spirito europeo (De Gasperi, oggi lodatissimo a destra, ne fu uno dei fautori, ma se ne sono dimenticati), oggi tradisce le proprie “radici” e rinuncia al suo ruolo in Europa per divenire un vassallo della Russia-Gazprom. Un danno incalcolabile. Poiché oltre alla dipendenza da madre Russia, il governo diventa ostile ai partner europei, all’alleato americano. Il governo esclude il paese da una reale integrazione, mentre dovrebbe farsene promotore. Considerata la grave fase di stallo nel rafforzamento delle istituzioni europee, in seguito al fallimento del trattato di Lisbona, l’energia poteva (e doveva) essere un nuovo elemento di integrazione rinnovando la logica “funzionalista” delle origini (Schuman-Monnet), ricreando le condizioni per un ulteriore fase di prosperità per il continente derivata dalla cooperazione fattiva e dal libero scambio.

Ma nessuno nel governo italiano ha la stoffa politica e la lungimiranza dei padri dell’Europa: Schuman, Monnet, De Gasperi. È un paese che guarda all’Unione con diffidenza e che promuove la divisione anziché la cooperazione, che promuove un modello delle relazioni internazionali basato sull’equilibrio delle potenze anziché il modello proto-federale della multi-governance.

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    • Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell’Eni preoccupano l’amministrazione Obama.
    • «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier.
    • un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca».
    • Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino.
    • «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas – spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso – perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».
    • «Mosca vuole il South Stream per non dover più far passare il proprio gas destinato all’Europa Occidentale attraverso l’Ucraina, con cui è ai ferri corti, e al tempo stesso per essere lei a distribuire in Occidente il gas dei ricchi giacimenti kazaki e turkmeni», mentre Washington «ha interesse a non veder l’Europa dipendente dalla forniture russe»
    • Sono partite strategiche opposte perché gli Stati Uniti puntano a sfruttare il gas per integrare l’Europa con le repubbliche indipendenti del Caucaso e con l’Iraq, mentre Mosca sta tentando di creare un legame energetico con l’Europa Occidentale talmente consistente da indebolire i rapporti transatlantici, ovvero la solidità della Nato.
    • tanto South Stream che Nabucco sono progetti teorici, perché la Russia non ha gas a sufficienza per il primo e l’Azerbaigian non mette ancora a disposizione il gas per il secondo
    • «siamo ancora nella fase della trattativa fra i due fronti» e per questo colpisce che «l’Italia, attraverso l’Eni, sta giocando con i russi a poche settimane di distanza dagli abbracci dell’Aquila fra Obama e Berlusconi»
    • Agli specialisti del settore non è sfuggito che lo scorso 5 giugno a San Pietroburgo il vicepremier russo Igor Sechin – ex agente del Kgb, regista della politica energetica del Cremlino e fedelissimo di Putin – nel suo discorso sulle priorità di politica energetica della Federazione russa abbia nominato un unico personaggio straniero: l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni
    • Nella bozza del testo preparata dagli speechwriter di Sechin il nome di Scaroni non c’era, è stato Sechin ad aggiungerlo di proprio pugno. Ma gli americani non si fidano di Sechin, presidente della compagnia petrolifera Rosneft che ha ingoiato le proprietà della Yukos di Mikhail Khodorkovsky
    • è l’impressione che l’Italia si sia schierata con la Russia nel grande gioco per gli equilibri energetici del XXI secolo, tanto più che il South Stream dovrebbe vedere la luce nel 2015, appena tre anni dopo il North Stream grazie al quale Mosca potrà esportare direttamente gas alla Germania senza dover più attraversare i territori delle confinanti e irrequiete Bielorussia e Polonia.
    • uno scenario che porta a prevedere che la Russia fornirà alla Germania ben il 60% delle importazioni di gas ed all’Italia almeno il 20%, consentendo a Gazprom di controllare nel 2015 il 33% del mercato europeo rispetto all’attuale 28
    • Il sospetto che circola a Washington è che «Berlusconi possa avere interessi particolari nell’aumentare i legami energetici con la Russia» ma nelle sue frequenti missioni negli Stati Uniti Scaroni ha spiegato che c’è continuità fra le scelte dei governi Berlusconi e Prodi perché sono frutto della situazione energetica in cui versa l’Europa
    • la produzione europea di gas – Norvegia esclusa – è destinata nei prossimi anni a scendere da 250 a 150 miliardi di metri cubi annui per far fronte a un fabbisogno di 550 miliardi significa dover programmare un aumento delle importazioni, che al momento sono di 300 miliardi di metri cubi
    • Ciò che distingue il monopoli dell’energia è però l’incertezza delle alleanze perché trattandosi di geopolitica tutto può cambiare rapidamente, rimettendo in discussione gli attuali equilibri: un rasserenamento dei rapporti fra Mosca e Kiev taglierebbe le gambe al South Stream mentre se Teheran dovesse aprire a sorpresa all’America, l’Occidente avrebbe gas a sufficienza per far decollare il Nabucco.
    • L’amministrazione Obama guarda invece in altra direzione: per garantire all’Europa l’energia di cui avrà bisogno nei prossimi 20 anni pensa a una ricetta composta da nucleare, energie rinnovabili, risparmi nei consumi e carbone pulito. Si spiega così quanto dice Morse sulla «novità europea più interessante del momento» ovvero il «boom di arrivi di carbone nei porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa»

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