Candidati ombra e mancanza di leadership. Se il terzo non è Marino.

Candidato ombra, secondo alcuni. Secondo Scalfari non esiste. Pietro Ichino ha un’inclinazione per lui, forse lo sosterrà al congresso. Ma è un second best. Non è il migliore.

Tralasciando la pratica poco simpatica di non citare Marino fra i candidati (ma ci si chiede se questi scrittori si siano mai alzati dal loro scranno per andarlo a sentire, Marino), qui ci soffermiano sulle parole di Ichino.

In sostanza, il giuslavorista afferma che Franceschini è l’unico a riaffermare con forza la vocazione maggioritaria del PD, vale a dire la carratteristica fondante del partito, l’aspirazione a essere partito guida, di governo, e non solo una parte di una più ampia coalizione. La vocazione maggioritaria è l’aspirazione a poter essere maggioranza relativa nel paese, non solo facendo riferimento all’elettorato di riferimento – la medesima osservazione fatta da Panebianco sul Corriere, post di ieri su questo sito.

Ma per far ciò si deve sussumere sotto la stessa egida tutti i liberal democratici, compresi socialisti e radicali. Franceschini qui si ferma. Per socialisti e radicali, dice, sono necessari accordi programmatici. Che fine fa allora la vocazione maggioritaria se il PD lascia dietro sé queste componenti politche?

Marino stesso ha parlato di partito cerniera. Che riunisca e che non divida. Ma che fa ciò attraverso il principio di maggioranza. Si discute, si delibera democraticamente. Poi la linea politica prevalente diventa quella di tutto il partito.

Per fare ciò, dice Ichino, per unire l’area liberal democratica, serve una forte leadership. Capace di superare le diversità di linguaggio. Se Franceschini rinuncia a unire le diverse espressioni politiche del centrosinistra, allora difetta di leadership.

E’ chiara l’equivalenza?

Rinuncia a unire i liberal democratici = mancanza di leadership.

Ora rileggete i discorsi di Marino. Ignazio Marino sostiene sia stato un errore escludere socialisti e radicali alle precedenti europee. Sostiene di debba applicare il principio di maggioranza. Di dire dei sì e dei no chiari. E sulle grandi questioni – come peraltro previsto dallo Statuto del PD – rivolgersi con dei referendum ai circoli.

Ma cosa dice Ichino di Marino? Marino è un second best, è un politico di complemento. Certo, Marino non è un animale da partito. Non proviene dalla gerarchia. Per i puristi della politica, Marino non è un prodotto del partito, nasce e vive al di fuori di esso, ha una forma mentis che non si addice a un dirigente. Per queste ragioni non lo si cita nemmeno. Per queste ragioni è il terzo uomo. Ed è il terzo uomo colui che parla la lingua della leadership. Quello che si esprime schiettamente, con idee chiare e progetti concreti. L’unico dei tre che è libero di dire, senza essere corretto dai capi corrente.

  • Io, terzo incomodo candidato del Pd- la risposta a Eugenio Scalfari

    CARO direttore, leggo da sempre gli editoriali di Eugenio Scalfari, non me ne perdevo uno neppure quando vivevo negli Usa. Se sento il bisogno di intervenire, è per come Scalfari affronta la situazione del Pd. Non mi offende l’idea che di fatto trasmetta il messaggio di una disfida a due per il Congresso. So che molti opinionisti mi considerano ancora «il terzo uomo» se non «il guastafeste». E però qualunque cronista abbia seguito i miei incontri pubblici non può non avere preso atto che stiamo assistendo a un fenomeno di partecipazione sorprendente, che cresce di giorno in giorno e che io stesso non mi aspettavo di questa incredibile portata. Ecco allora che mi sono convinto che se almeno due milioni di elettori si presenteranno all’appello del 25 ottobre (io penso che dovremmo puntare ad averne almeno tre) una parte del merito andrà anche alla miapresenza, allaforzacon cui vado enunciando i valori della de-mocraziaedellalaicità, lamia contrarietà a dar vita a correnti, l’importanza dell’eredità del Lingotto per la costruzione di un partito a respiro maggioritario e capace di mettere in campo una nuova classe dirigente. Quella che ad alcuni pare lamia debolezza, come ilnon avere apparati di partito che lavorano per me, oppure grandi leader «del secolo scorso» che si sono esposti per appoggiarmi, è in realtà la mia forza: sono libero di dire «sì» oppure «no», senza dover rispettare equilibrismi a cui vedo costretti gli altri due candidati alla segreteria e che in alcuni casi a me sembrano davvero impossibili, segni comunque di poca chiarezza e di molte ambiguità.

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    • Anch’io, come Michele Salvati, “sono convinto che – nonostante le difficoltà, gli errori e le sconfitte di questa prima fase – l’intuizione originaria del PD sia ancora feconda, più feconda della comprensibile nostalgia per il calduccio familiare dei vecchi partiti
    • Dove per “intuizione originaria” intendo la “vocazione maggioritaria” che indusse Veltroni nell’inverno 2008 a realizzare da solo, senza leggi e senza accordi con la controparte, la più grande riforma politica effettiva che il nostro Paese abbia vissuto
    • “Partito a vocazione maggioritaria” significa essenzialmente questo: un partito che cerca voti più e prima che cercare alleanze, confidando di poterli conquistare dovunque, e non soltanto nella propria ristretta “area” di tradizionale appartenenza
    • E’ infatti Franceschini a sostenere, in linea generale, la continuità rispetto a quella scelta, cui consegue l’opzione netta  contro il ritorno al sistema proporzionale
    • Senonché, questa scelta presuppone la capacità del PD di proporsi come (e di essere per davvero) la casa comune di tutte le forze del centrosinistra: da Bruno Tabacci a Emma Bonino, da Savino Pezzotta ai socialisti come Lanfranco Turci e tanti altri. Questo implicherebbe che Franceschini enunciasse esplicitamente quanto meno l’obiettivo di portare Tabacci, Bonino, Pezzotta, Turci e tanti altri dentro al PD.
    • non può ostentare una “vocazione maggioritaria” genuina, nel senso politico dell’espressione che ho sopra precisato, un partito di centrosinistra nel quale, per sua scelta, non ci sia posto, insieme a popolari e cristiano-sociali, anche per socialisti, liberal-democratici, e radicali, che sono fondamentalmente dei liberal-democratici
    • Invece, nel suo discorso iniziale di presentazione della mozione, Franceschini deliberatamente omette l’appello a socialisti e radicali a entrare nel PD
    • risponde che con loro occorre “negoziare alleanze programmatiche”. Come dire: “nella stessa casa non possiamo stare, possiamo tuttavia fare un buon pezzo di strada insieme”
    • Ma se “nella stessa casa non possiamo stare”, dove va a finire l’intuizione originaria del “partito a vocazione maggioritaria”
    • Non è forse questo un andar in giro a cercare alleanze, invece di confidare nella propria capacità di conquistare direttamente voti?
    • La verità è che per realizzare una sintesi politica convincente e avanzata tra popolari, cristiano-sociali, liberali, socialisti e radicali occorre una leadership forte, capace di superare attriti e difficoltà di linguaggio tra questi gruppi politici.
    • Se Franceschini non compie questo passo, evidentemente non si sente in grado di realizzare quel superamento.
    • conosce le risorse di cui dispoone; ma a questo punto io vedo in tutto ciò un difetto di leadership
    • Scrivo questo per spiegare ai miei lettori ed elettori:
      – perché non ho aderito alla mozione Bersani, il quale delimita espressamente l’area in cui il partito si si collocherà, dando per scontato che quel partito non potrà conquistare la maggioranza, quindi cerca fin d’ora gli alleati, e per trovarli deve promettere loro la disponibilità al ritorno al sistema elettorale proporzionale;
      – perché mi sono astenuto anche dal compiere la scelta di campo congressuale in favore di Franceschini
    • non escludo del tutto una possibile opzione per Ignazio Marino
    • E’ una persona che stimo moltissimo, alla quale però – forse sbagliando – riconosco competenze e capacità diverse da quelle di cui deve essere dotato il leader di un grande partito a vocazione maggioritaria; Marino è un politico di complemento, come me; il voto congressuale per lui può forse risultare alla fine la scelta meglio corrispondente alle mie posizioni, ma sarebbe comunque un second best dal punto di vista politico

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