Join the dots. Unisci i puntini. Dell’Utri e lo stalliere. Una storia, una banca.

Il processo Dell’Utri si sta consumando alla Corte d’Appello di Palermo, dove procede celermente alle battute finali. Anche il Giudice ha fretta: lo aspetta una bella promozione al Tribunale di Caltanissetta. Ovviamente il processo non farà luce sulle relazioni fra il caso Mangano, i rapporti Dell’Utri, Cinà e Bontade; nemmeno fra questi e il ruolo di Banca Rasini e dei Berlusconi, padre e figlio. Un intreccio troppo oscuro, che in realtà condurrebbe sino alle società off-shore di Mr b, al capitale di dubbia provenienza con il quale aprì tutta la sua attività imprenditoriale nell’editoria e nell’edilizia, e che invece viene disvelato solo in parte, solo in relazione ai rapporti intercorsi con il Mangano, quando invece c’è stata "tutta una banca intorno" a far da collante fra questi biechi personaggi.

  • L’arrivo di Mangano a Villa San Martino era avvenuto in un clima pesante per gli imprenditori milanesi. Lo stesso Silvio Berlusconi, oltre ai progetti di rapimento del padre Luigi e alle minacce di sequestro del figlio Pier Silvio, aveva subito anche un attentato: una bomba contro la sede delle sue società, l’ex villa Borletti di via Rovani a Milano. I pericoli però spariscono con l’arrivo di Mangano.
    • Francesco Di Carlo, capo della potente famiglia di Altofonte, poi espulso da Cosa Nostra con l’accusa di aver imbrogliato gli amici fingendo il sequestro di una partita di droga, riparato a Londra, mafioso pentito, racconta di aver conosciuto Dell’Utri perché “Cinà me lo presentò in un bar di via Libertà a Palermo, a metà degli anni 70. Qualche mese dopo rividi Dell’Utri a Milano. In un ufficio di via Larga di proprietà di alcuni nostri amici incontrai Cinà, Mimmo Teresi e Stefano Bontade. Quel giorno erano particolarmente eleganti. Io domandai il perché e loro mi risposero che dovevano andare da un grosso industriale milanese amico di Cinà e Dell’Utri, e mi proposero di seguirli”. Secondo il racconto di Di Carlo, i quattro si recano nella sede dell’Edilnord dove incontrano Berlusconi e Dell’Utri.
    • Parla Bontade: “Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io…Perché piuttosto non pensa ad investire nella nostra bellissima isola? Da noi c’è tanto da costruire”. E Berlusconi: “Vorrei, vorrei, …Ma sa, già qui al nord ci sono tanti siciliani che
      non mi lasciano tranquillo…”. Bontade: “La capisco, ma adesso è tutto diverso. Lei ha già al
      suo fianco Dell’Utri, io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema con quei siciliani”.
      Berlusconi: “Non so come sdebitarmi, resto a sua disposizione per qualsiasi cosa”.
    • E fu dopo questo incontro che arrivò Vittorio Mangano. Questo secondo il racconto del pentito
      Di Carlo
    • Il fatto è che Mangano non avrebbe fatto solo lo stalliere, come pure l’amministratore, ma anche il furbetto nel suo soggiorno a villa San Martino, organizzando estorsioni, anche ai danni di Berlusconi, e progettando addirittura sequestri ai danni degli ospiti del suo nuovo padrone. Così racconta un altro pentito, Salvatore Cocuzza, successore di Mangano alla guida del clan di Porta Nuova, e suo compagno di cella dal 1983 al 1990.
    • Sempre secondo Cocuzza, Berlusconi si rivolse a Cinà per trattare direttamente con
      Bontade e Teresi e “raggiunse con loro un accordo per il versamento di una tangente di 50
      milioni l’anno. La stessa cifra che veniva prima versata a Mangano”. E così Mangano venne
      liquidato dalla ditta Berlusconi. I motivi dell’allontanamento di Mangano vanno a quadrare con le stesse dichiarazioni di Berlusconi e Dell’Utri, che lo motivarono con i tentativi di sequestro. Anzi, ci fu persino una bombetta, un “rozzo ordigno, poca roba”, vicino al cancello della sua villa, e in una telefonata con Dell’Utri, il cui telefono era sotto controllo dell’antimafia, Berlusconi aveva attribuito “l’avvertimento” allo stesso Mangano, ridendoci sguaiatamente sopra con l’amico Marcello, dicendo che “un altro avrebbe mandato una raccomandata, lui una bomba…è perché non sa scrivere”.
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    • "Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza".
    • lla requisitoria del processo di secondo grado in cui il senatore Marcello dell’Utri (Pdl) è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa
    • Il parlamentare è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere
    • Vittorio Mangano, morto alcuni anni fa, condannato nell’ambito di un processo di mafia. L’uomo per alcuni anni aveva svolto il ruolo di stalliere ad Arcore
    • Una scelta, secondo il magistrato, non legata a interessi agricoli, ma alla necessità, che all’epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali lo stesso Berlusconi, di "proteggersi" dal pericolo di sequestri
    • Era stato lo stesso Dell’Utri a farlo assumere
    • "Ma davvero – si chiede il Pg – non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero dall’estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole?"
    • non solo Mangano di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava erano di tutt’altra natura rispetto a quelli agricoli
    • "Nelle dichiarazioni spontanee rese il 29 novembre del 2004 – dice il Pg – fu Dell’Utri a dire che in realtà Mangano si interessava di cani e non di cavalli. Non si vede quale sarebbe stato dunque il suo contributo alla cura di animali che Berlusconi voleva allevare nella tenuta appena acquistata"
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    • “Nei processi non patteggiate mai, non parlate mai e fate passare più tempo possibile: magari intanto muore il pm, o il giudice, o un testimone…”. Così dieci anni fa Marcello Dell’Utri erudiva i colleghi imputati e i discepoli in un circolo delle Marche
    • Tirare in lungo, a dispetto dei programmi e proclami del Pdl per una giustizia più rapida, gli è convenuto parecchio. Il processo di Milano che lo vedeva imputato per estorsione insieme al boss Vincenzo Virga s’è chiuso dopo due condanne, un annullamento in Cassazione e una nuova sentenza d’appello che ha riformulato l’accusa in “minaccia grave”, ormai caduta in prescrizione.
    • L’appello a Palermo per concorso esterno in mafia ha appena imboccato una fulminea dirittura d’arrivo, con l’incredibile rifiuto della Corte di ammettere le nuove prove emerse dal fronte Ciancimino (compresa le lettere che Provenzano avrebbe scritto a Berlusconi per fargliele recapitare da Dell’Utri): il presidente Guido Dell’Acqua ha una gran fretta di raggiungere il Tribunale di Caltanissetta, dov’è stato promosso.
    • a furia di “far passare più tempo possibile”, rischia addirittura di evaporare in zona Cesarini l’appello del “Dell’Utri-bis”, in corso a Palermo per un presunto complotto di falsi pentiti che l’onorevole imputato avrebbe imbeccato per calunniare i veri pentiti che accusano lui
    • In primo grado Dell’Utri era stato generosamente assolto. In appello però s’è imbattuto in un presidente inflessibile: Salvatore Scaduti, giudice conservatore di Magistratura Indipendente, celebre per aver ribaltato in appello le assoluzioni di Andreotti (prescrizione per il reato commesso fino al 1980) e Contrada (condanna a 9 anni). Sentenze inossidabili, poi confermate in Cassazione. Ora anche Dell’Utri rischia grosso. Ma, proprio in extremis, Scaduti è stato nominato consulente della commissione Antimafia. Se il Csm desse l’ok alla sua nomina, collocandolo subito fuori ruolo, il processo ripartirebbe da zero e riposerebbe in pace grazie alla solita prescrizione.
    • c’è un dettaglio: a proporre Scaduti all’Antimafia è stato il Pdl. Cioè il partito di Dell’Utri e di alcuni suoi avvocati.
    • Scaduti, per la sua carriera, merita questa e altre promozioni. Ma, per un’esigenza di giustizia e per risparmiargli inutili malignità, il Csm dovrebbe autorizzarla a condizione che, prima, il giudice concluda il suo lavoro.
    • si consacrerebbe una singolare versione dell’antico “promoveatur ut amoveatur”: l’imputato fa promuovere il suo giudice per far saltare il suo processo.

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