Tartaglia, furia iconoclasta contro l’inganno della mimesis.

Il volto del Leader tumefatto, la fissità dello sguardo, la paresi della bocca, ieri a Milano: immagini di uno sfregio fatto all’icona dell’ambiguità. Lui, l’uomo che si è fatto da sé, o forse no, l’uomo che è portatore del nuovo, o forse no, l’uomo che rivoluziona la politica e fa di sé e del suo corpo l’essere stesso, l’incarnazione del potere, eccolo, immobile come può essere solo un monarca improvvisamente nudo davanti al popolo.

La molteplicità degli sguardi e degli atteggiamenti che egli porta con sé da anni allontanano il semplice ossevatore dalla verità storica dell’uomo e del politico. Il Berlusconi capo di famiglia, il Berlusconi donnaiolo, il Berlusconi tradizionalista, il Berlusconi rivoluzionario, il Berlusconi attentatore stragista, il Berlusconi pacifista, il Berlusconi filorusso e quello filoamericano, tutto questo disordine e questa sovrapposizione di voci ha finito per ispirare la mano di uno qualunque, uno che ha vissuto nell’anomia fino al giorno scorso, ma che conosceva bene i mille volti del suo antagonista. Tartaglia o Signor Nessuno, poco importa.

Ciò che ha fatto più danno al volto del (finto) premier è la sua stessa parola e la profondissima distanza dai fatti.

Perché se la parola vera, è franca, libera, allora colui che dice il vero disvela sé stesso. Non nasconde ciò che pensa. Attraverso la parola, l’uomo rende conto al mondo di sé stesso. E’ il socratico rapporto armonico fra logos e bios, l’armonia fra logos e praxis. La connessione fra parlare e vivere implica l’accordo fra le parole e i  fatti, poiché le parole senza il sostegno dei fatti sarebbero prive di senso. La parola libera non è solo opinione. E’ corrispondenza fra ciò che è detto e ciò che è fatto.

All’opposto, la minaccia della mimesis, ovvero della maschera, della riproduzione del vero, investe il logos, il contenuto, e la parola non è più disvelazione di se stessi. Essa è tradita, poiché è tradita l’unicità del parlante. Verità è disvelarsi con la parola senza voler essere qualcun altro. Colui che pratica la parola libera rende conto al mondo della verità su se stesso, di essere unico al mondo. E’ questo status ontologico dell’essere uno che interessa. La minaccia del bios come verità unica del parlante. La rottura operata dalla mimesis – l’imitazione, la pantomima – nell’unicità del parlante comporta il problema di doversi confrontare con una persona radicalmente frammentata, disorganizzata. Colui che esercita la mimesis non lascia dietro sé un’unica traccia. Il disegno che le sue azioni e le sue parole fanno di esso è confuso, non è una traccia, non è un disegno, bensì una molteplicità di segni di molteplici personalità non disvelabili pienamente.


– Io sono Oz; il Grande e Terribile Oz. Perché mi cercate? Si guardarono ancora intorno nella sala e, non vedendo nessuno, Dorothy domandò: – Dove sei? […] Tutti guardarono da quella parte e rimasero semplicemente allibiti. Perché proprio nell’angolo che il paravento aveva tenuto nascosto, stava un ometto piccolo, calvo e rugoso, dall’espressione attonita non men che la loro. […] – Credevo che Oz fosse una enorme testa, – mormorò Dorothy (L. Frank Baum, Il mago di Oz).
Il Mago di Oz non è una enorme testa, non è un Mago, non è un Mostro di cui aver timore: quando il Mago di Oz disvela di non essere ciò che dice di essere, allora il Leone e il Boscaiolo di Latta si scagliano su di lui. Questo ispira la mimesis, questo ispira l’infinita ipocrisia del parlante che non è vero poiché non è unico ma duplice e perciò minaccioso. La violenza come ultimo atto di verità nella torbida miscela di rappresentazione e imitazione che infesta la sfera pubblica.