Regionali 2010, differenze e analogie fra il voto francese e noi.

I risultati del recente voto francese al primo turno delle elezioni regionali hanno mostrato alcune linee di tendenza generali che possono benissimo, senza alcuna difficoltà interpretativa, essere applicate al nostro paese.

Procediamo con ordine:

– il record dell’astensionismo, il vero vincitore della tornata elettorale: i partecipanti al voto sono stati circa il 46% e solo sei regioni hanno superato di poco il 50% degli aventi diritto. Segno di una stanchezza profonda dei francesi, di una disaffezione non solo nei confronti del governo centrale, ma persino per quelle istituzioni che più gli sono vicino, che più direttamente incidono sulla loro esistenza. E in Italia? Per il sondaggio commissionato da Italia Futura (area Montezemolo), “il 35% dei cittadini ritiene che la scelta di non andare a votare o di votare scheda bianca sia una scelta legittima. Dato che sale ulteriormente, fino ad arrivare al 51%, se si prende in esame la classe di età tra i 18 e i 34 anni. I giovani sono dunque più propensi a usare l’astensione come strumento di pressione politica” (Italia Futura). Il dato è interessante, soprattutto perché ci dà l’informazione fondamentale che dovrebbe indirizzare i nostri politici candidati governatori alla ricerca del voto: parlare ai giovani e motivarli ad andare al voto potrebbe essere la chiave di volta per risolvere le regioni in bilico. Ma la disaffezione giovanile è forse motivata dal fatto che fra di essi prevale il canale informativo di Internet. I giovani superano il blocco della par condicio televisiva e, la maggior conoscenza, il miglior grado di informazione, fanno pendere l’ago verso l’astensionismo. Questa analogia con il voto francese è anche un elemento di distinzione: in Francia l’astensione è stata intergenerazionale, estesa a tutte le regioni, maggioritaria; in Italia avrà i crismi del clevage (della rottura, ndr.) generazionale, del digital divide che separa chi naviga e chi no, non sarà estesa a tutte le regioni (forse prevarrà al Nord), e non sarà maggioritaria (il paese è “vecchio”, l’età media degli italiani è quarantanni);

– il voto ha punito la leadership di Sarkozy, già in affanno: l’approvazione all’operato del presidente della Repubblica è scesa drammaticamente al 36% e solo un francese su tre ne approva la ‘politica sociale’; addirittura, secondo un altro sondaggio, il 46% degli intervistati preferisce vedere candidato alle presidenziali del 2012 Francois Fillon al posto di Sarkò; il partito UMP, il partito del Presidente, non ha possibilità di vittoria certe in nessuna delle regioni, ha gestito molto male la pratica delle alleanze (mentre i socialisti e gli ecologisti faranno blocco unico in quasi tutte le regioni):

Il colore rosa pallido indica la quasi certezza di vittoria del centro-sinistra; il punto interrogativo, le regioni in bilico

il tema della leadership in affanno è centrale anche da noi – recentemente è stato detto, ma non dal Tg1, che la popolarità di Berlusconi è scesa al 46% e lui, come Sarkò, ha trasformato l’evento elettorale in un plebiscito sulla sua persona, errore grave che finirà per prevaricare le vere tendenze elettorali. Nel nostro caso, però, devono essere introdotti forti correttivi alla “formula francese”: si deve tener conto che la sola carta nelle mani di Berlusconi per ribaltare il trend è l’inasprimento del confronto politico, la “chiamata alle armi”, pratica in cui lui primeggia. Considerando i toni impiegati negli ultimi giorni, questa pratica è già in atto. Si aggiunga il blocco del canale informativo televisivo, il più importante in Italia (il 70% delle persone si informa con il solo telegiornale delle 20), dove, con l’alibi di un nuovo regolamento della par condicio, si è steso il divieto assoluto di parola, in spregio alle garanzie costituzionali. Contrariamente a quel che si pensi, la sola perdita di popolarità potrebbe non essere sufficiente a disinnescare Berlusconi: le sue risorse mediatiche, ancora una volta, lo salveranno;

– l’avanzata della destra xenofoba e razzista, in Francia all’11% (l’inossidabile Le Pen, nel grafico indicato con FN, Fronte Nazionale):

Elezioni Regionali 2010, Francia: partiti, dato nazionale.

questa tendenza è prevalente in tutta l’Europa. Recentemente, le elezioni amministrative in Olanda, hanno premiato il partito xenofobo, razzista, antieuropeista, antislamista di Geert Wilders, il Pvv. Un segnale così preoccupante da risvegliare dal lungo sonno persino Napolitano (CorSera). Lo scorso anno, le elezioni amministrative in Carinzia (Austria) hanno confermato al potere l’estrema destra del Bzoe, l’ex partito del defunto Joerg Haider, con il 44% dei voti. Una dinamica che ci coinvolge. In Italia esiste un partito xenofobo, razzista, antieuropeista, antislamista: si chiama Lega Nord. Un partito che è al governo, che detiene il Ministero dell’Interno, che si appresta a fare incetta di voti nel lombardo-veneto, laddove, attraverso la logica spartitoria dei candidati governatori che ha consegnato il Veneto nelle mani del ministro Zaia al posto del pidiellino Galan, grazie alle difficoltà del PdL mostrate nel caos della presentazione delle liste, e in previsione della dichiarazione di ineleggibilità di Formigoni (Bossi in questi giorni ha invitato i lombardi a votare Lega), si è praticamente consumata la svolta nei rapporti con il partito di Berlusconi, garantendo alla Lega una supremazia territoriale senza precedenti. La Lega, alle regionali, sarà partito di maggioranza relativa in Lombardia e Veneto, almeno. La scossa produrrà effetti indesiderati al PdL, già attraversato dalla latente tensione Fini-Berlusconi. La Lega uscirà dai consueti argini e immediatamente sorgerà da Roma la necessità di un contrasto forte al partito padano. Le notizie di manovre in Sicilia fra Lombardo e Micciché di una Lega del Sud, non sono casuali. Saranno sempre più intense, nei giorni successivi alle elezioni, e sono il segnale di un prossimo, improvviso, cambio di scenario. Il PdL non è più funzionale al duplice scopo, imbrigliare la Lega e tener fede al patto del 1992-93. Qualcuno farà sentire la propria voce.

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