Il PD contro il precariato: contratto unico e flexsecurity. Il DDL Nerozzi-Marini.

Un disegno di legge a firma di 47 senatori del Partito Democratico è forse il primo tentativo fatto durante questa legislatura di metter fine alla questione del lavoro nella formula tutta italiana del precariato senza tutele e senza limiti temporali.
I senatori del PD hanno cercato di concretizzare in questo testo le proposte in materia di contratto unico e salario minimo formulate dagli economisti Boeri e Garibaldi (T. Boeri, P. Garibaldi, «Un nuovo contratto per tutti», Milano, Chiare lettere, 2008), nonché la bozza di riforma proposta a sua volta da Pietro Ichino e imperniata sul concetto della flexsecurity (se ne parla qui), nella nuova formula contrattuale che passa sotto il nome di Contratto Unico di Inserimento con l’intento di eliminare la giungla di forme contrattuali introdotte con la Legge n. 30, la cosiddetta Legge Biagi, e di dare tutele crescenti a quei lavoratori oggi senza tutela alcuna.

Diciamo subito che il disegno di legge non elimina la condizione di precariato: tuttavia, è un tentativo di regolarla sotto una forma certa e ripetibile per tutti i nuovi lavoratori. Dure critiche sono subito piovute sui 47 firmatari: secondo la CISL, il progetto di legge aprirebbe “una voragine per tutti i nuovi contratti per i quali, per almeno tre anni, non si applicherebbe l’art.18, cioè nessuna tutela rispetto ai licenziamenti”. Ma il ddl distinguerebbe – per la fase iniziale, detta di ‘ingresso’, della durata massima di anni tre –  solo la fattispecie del licenziamento economico, tutelando comunque il lavoratore con il riconoscimento della tutela obbligatoria sotto forma di indennità. Per tutte le ulteriori cause di licenziamento, in special modo il licenziamento disciplinare, restano ferme le disposizioni vigenti (quindi anche l’art. 18). Vale a dire, si passa da una condizione di ‘nessuna tutela’ del sistema attuale, dove al precario non viene rinnovato il contratto di lavoro interinale, ad una dove esistono forme di tutela crescenti fino alla condizione di tutela massima che è quella propria del lavoratore cosiddetto ‘insider’. Analoga critica proviene anche da ambienti vicini al ministro del Lavoro Sacconi per bocca del giuslavorista Michele Tiraboschi, ex allievo di Marco Biagi.

Le tutele che si vogliono introdurre sono di due tipi:

  • contrattuale, di tipo crescente;
  • salariale, con lo strumento del salario minimo;

ma intervengono anche nei casi di forme contrattuali di collaborazione coordinata e continuativa, nei cosiddetti Co.Co.Co., e pure nei contratti a progetto, stabilendo che qualora il contenuto economico della prestazione lavorativa sia al di sotto di una soglia minima, fissata in 25.000 euro, il contratto debba considerarsi di tipo subordinato, con l’estensione delle tutele previste dal Contratto Unico di Inserimento.

Insomma, un progetto destinato a far discutere, sia a destra che a sinistra, e a metter in difficioltà il mondo sindacale, ma che ha senza dubbio il merito di dare risposte chiare alla duplice esigenza della stabilità lavorativa e di un certo grado di libertà nelle scelte imprenditoriali in fatto di forza lavoro che ha finora spaccato il mondo del lavoro fra garantiti e precari senza tutela, fra ‘insider’, lavoratori stabilizzati e sottoposti pienamente al diritto del lavoro, e lavoratori ‘outsider’, per i quali il diritto del lavoro non trova applicazione.

Questi i punti fondamentali del Disegno di Legge Nerozzi-Marini:

    • Il nuovo strumento contrattuale – denominato «contratto unico di ingresso» (CUI) – si candida infatti a diventare la forma «tipica» di prima assunzione alle dipendenze del medesimo datore o committente (articolo 1)
    • Concepito secondo un’articolazione in due fasi – una «fase di ingresso», di durata non superiore a tre anni, e una successiva «fase di stabilità» – il CUI è a tutti gli effetti un contratto di dipendenza a tempo indeterminato caratterizzato da un meccanismo di tutela progressiva della stabilità (articolo 2)
    • Esso prevede, nel passaggio di fase, un grado crescente di protezione contro il licenziamento individuale. Durante la fase di ingresso, infatti, in caso di licenziamento per motivi economici (o comunque diversi dal licenziamento disciplinare), si dispone che al lavoratore venga in ogni caso riconosciuta la tutela obbligatoria, nella forma di un’indennità di licenziamento di ammontare pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione lavorativa. L’entità della compensazione monetaria è dunque rapportata alla durata del rapporto: dopo sei mesi di lavoro essa è pari a un mese di retribuzione; dopo tre anni è pari a sei mensilità.
    • A decorrere dall’inizio della fase di stabilità, la protezione si espande alla tutela reale, laddove già prevista dall’ordinamento vigente
    • resta comunque ferma l’applicazione della normativa vigente in caso di licenziamento disciplinare e di licenziamento del quale il giudice ravvisi un motivo determinante discriminatorio o un motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo (articolo 4)
    • Fermo restando il limite massimo dei tre anni, una diversa durata della fase di ingresso può essere stabilita dai contratti collettivi nazionali o, in mancanza, dalle parti
    • Rispetto alle forme di flessibilità in entrata oggi disponibili, il CUI offre dunque al lavoratore una tutela più intensa – nella forma di un’indennità di licenziamento di entità rapportata alla durata del rapporto – anche nella fase caratterizzata dal minor grado di protezione (quella di ingresso)
    • Quanto alle imprese, l’attrattività del CUI rispetto al contratto di dipendenza a tempo determinato è costituita innanzitutto dalla possibilità di far fruttare l’investimento di risorse nel lavoratore, consentendone il mantenimento in azienda
    • Rispetto alla disciplina vigente, resta tuttavia aperto il problema di precludere l’utilizzo in funzione strettamente «precarizzante» del contratto di dipendenza a tempo determinato, oggi ammesso anche per mansioni ordinarie, cioè prive di alcun carattere di transitorietà, e a bassa qualificazione.
    • L’attuale governo, infatti, con uno dei primi provvedimenti adottati in apertura di legislatura, ha di fatto rimosso i vincoli causali all’apposizione di un termine, ammettendo i contratti a tempo determinato genericamente «a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro» (  articolo 1, comma 1, del decreto legislativo n. 368 del 2001 , come modificato dall’  articolo 21 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 , convertito, con modificazioni, dalla   legge 6 agosto 2008, n.  133 ).
    • Per riequilibrare questa distorsione si impone dunque un intervento legislativo che, per un verso, recuperi il carattere di transitorietà ed eccezionalità di tale strumento contrattuale attraverso un’elencazione stringente delle fattispecie oggettive ammesse e, per altro verso, riconosca comunque alle imprese la possibilità di utilizzare i contratti di dipendenza a termine anche al di fuori di queste fattispecie, ma limitatamente alle prestazioni con un contenuto minimo di qualificazione
    • il presente disegno di legge modifica la disciplina vigente dei contratti a termine, prevedendo, accanto alla reintroduzione di vincoli causali oggettivi (stagionalità, sostituzione temporanea di lavoratori, lavori nello spettacolo), un vincolo – indipendente dai precedenti – riferito esclusivamente al contenuto economico minimo della prestazione lavorativa, fissato in 25.000 euro annui lordi per una prestazione a tempo pieno o l’importo equivalente   pro quota per durate inferiori (articolo 8)
    • Inoltre, allo scopo di aumentare la partecipazione dei datori di lavoro ai costi sostenuti dalla collettività per il mancato rinnovo di tali contratti, si prevede per essi l’incremento di un punto percentuale dell’aliquota contributiva per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria (articolo 9).
    • il presente disegno di legge riconosce l’esigenza di portare gradualmente allo stesso livello del lavoro dipendente la contribuzione previdenziale dovuta per i collaboratori iscritti in via esclusiva alla Gestione separata INPS, con ciò consentendo anche a questi lavoratori di accedere ad un’adeguata copertura pensionistica (articolo 10).
    • sotto il profilo retributivo, per le collaborazioni a monocommittenza si pone a maggior ragione l’esigenza di stabilire un contenuto economico minimo, al di sotto del quale, in alcune condizioni, devono a tutti gli effetti ritenersi delle prestazioni di lavoro subordinato.
    • il presente disegno di legge propone che, in caso di compenso inferiore a 30.000 euro lordi annui, il rapporto di lavoro autonomo continuativo, di lavoro a progetto e di associazione in partecipazione, con committenza pubblica o privata, dal quale il prestatore tragga più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, sia considerato a tutti gli effetti un contratto unico di ingresso, a meno che il lavoratore sia iscritto a un albo o un ordine professionale incompatibile con la posizione di dipendenza dall’azienda.
    • proposta di introdurre anche nel nostro ordinamento una nozione di salario minimo legale (articolo 6)
    • largamente diffuso tra i Paesi OCSE in funzione di contrasto alla povertà, l’istituto del salario minimo, nel peculiare contesto del nostro mercato del lavoro, deve ritenersi anche uno strumento per abbattere le differenze di costo fra le diverse fattispecie contrattuali e dunque scoraggiare l’utilizzo improprio delle forme più flessibili.
    • si rinvia ad un’apposita intesa con le parti sociali, da stipularsi entro sei mesi presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’individuazione del compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti aventi per oggetto una prestazione lavorativa, inclusi quelli con contenuto formativo
    • allo scopo di verificare l’impatto effettivo della riforma sul mercato del lavoro e di valutare in sede legislativa gli eventuali aggiustamenti normativi necessari, si prevede che, entro tre anni dalla sua entrata in vigore, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali riferisca al Parlamento circa gli effetti sull’andamento dell’occupazione e dei salari
    • si impone all’INPS di rendere accessibili a titolo gratuito i microdati anonimizzati relativi alle carriere e alle retribuzioni dei lavoratori del settore privato iscritti alle rispettive gestioni obbligatorie (articolo 12, comma 2)