Intercettazioni, Finocchiaro (PD): il ddl ritorni in commissione

La seduta del Senato – ancora in corso – si è aperta con la vivace protesta della presidente dei Senatori del PD, Anna Finocchiaro, la quale richiede con forza che il ddl intercettazioni non giunga alla discussione in aula con le modifche volute in extremis dal governo: "Né i senatori dell’opposizione, né quelli della maggioranza né il Senato devono subire l’oltraggio di farsi dettare a che cosa dire signorsì. Se modifiche si devono fare a questo testo, allora si torni in commissione. Non siamo disponibili a farci imporre da nessuno un testo", ha detto.

Dal Resoconto Stenografico in corso di seduta – Senato.it:
Signor Presidente, nel corso della Conferenza dei Capigruppo di ieri si è registrato un disaccordo tra i Gruppi della maggioranza e tutti i Gruppi dell’opposizione in ordine alla calendarizzazione del provvedimento sulle intercettazioni telefoniche a partire da lunedì prossimo. Il voto sul calendario è stato quindi un voto a maggioranza, come lei ha correttamente poc’anzi ricordato.

Noi chiediamo che il calendario venga votato di nuovo in Aula su una proposta che io faccio, che è quella di espungere dallo stesso l’esame del provvedimento sulle intercettazioni telefoniche. Ciò per alcune considerazioni che ho svolto già ieri in Conferenza dei Capigruppo e che oggi vorrei, francamente, riprendere per intero.

Come i colleghi sanno, il provvedimento sulle intercettazioni telefoniche, già approvato alla Camera, arriva molti mesi or sono (credo ormai potremmo datarlo ad oltre un anno) al Senato; per molto tempo non viene discusso, ne comincia poi la discussione in Commissione giustizia. Il testo che arriva è assolutamente insoddisfacente per l’opposizione. Non è tuttavia solo l’opposizione che a questo testo muove delle critiche: è il più vasto mondo che riguarda l’informazione, gli editori, i magistrati (e in particolare la magistratura antimafia), moltissimi costituzionalisti che si sono più volte espressi, e un’opinione pubblica allarmata.

Il testo al Senato, nel corso della discussione (che è lunga e anche molto faticosa), viene ulteriormente peggiorato. Vengono introdotte limitazioni che impediscono chiaramente di poter avere notizia delle indagini a carico di qualunque soggetto, anche quando si tratti di fatti molto gravi (fatti di mafia, di terrorismo o che riguardino l’esercizio dei pubblici poteri o la gestione delle pubbliche risorse) per anni e anni: un vero sistema di censura. Dall’altra parte, vengono limitati gli ambiti della possibilità di utilizzo delle intercettazioni, non solo telefoniche, ma anche ambientali e telematiche, da parte della magistratura inquirente, con limitazioni che riguardano i tempi, ma anche le occasioni e i momenti in cui tali intercettazioni possono essere compiute.

Unica novità positiva è la modificazione di uno dei presupposti per l’ammissibilità delle intercettazioni, che è quello che riguarda la sostituzione della espressione «elementi di colpevolezza» con l’espressione «gravi indizi di reato».

Ma l’attività di peggioramento del testo, affidata da una parte al relatore di maggioranza e dall’altra parte al consenziente – sempre consenziente – rappresentante del Governo, procede inesausta. Eppure, è materia sulla quale benissimo opposizione e maggioranza avrebbero potuto trovare un punto d’incontro. Infatti, che si debba riformare la materia delle intercettazioni per una più accurata e seria tutela della privacy dei soggetti e della dignità di tutti coloro i quali vengono intercettati, qualunque sia lo strumento delle intercettazioni, essendo estranei alle indagini, o per limitare la diffusione di notizie che riguardino la vita privata o aspetti non inerenti alle indagini, sia di estranei alle indagini stesse, sia degli stessi indagati, è un’opinione talmente condivisa in questo Parlamento che già dalla scorsa legislatura si sono succeduti disegni di legge, alcuni dei quali provenienti non soltanto dal Governo, ma anche da questo Gruppo. Voglio ricordare quelli presentati in questa legislatura: uno come primo firmatario il senatore Casson e l’altro come prima firmataria la senatrice Della Monica.

Pertanto, se davvero si fosse voluto influire sui meccanismi che tradiscono il segreto istruttorio o che provocano una lesione insopportabile e non giustificata della privacy e della dignità dei soggetti coinvolti nelle indagini e nelle intercettazioni, si sarebbe potuto molto facilmente trovare un accordo. Ma evidentemente lo spirito non era questo, e l’attività indefessa di peggioramento del testo operata dal relatore di maggioranza e dal rappresentante del Governo, evidentemente in esecuzione di un input politico netto (direi anche nettissimo) continua senza sosta.

I numerosissimi emendamenti presentati dalle opposizioni, tutti minuziosamente illustrati (e non per fare ostruzionismo, come ieri ha ricordato lo stesso presidente Berselli in una lettera che, peraltro, ha aspetti che non condivido, su cui tornerò molto brevemente dopo), danno atto all’opposizione di aver tentato di migliorare questo testo e di ricondurlo nell’alveo di quello che avrebbe dovuto essere, e cioè un provvedimento serio a tutela della privacy e del segreto istruttorio. Così non è stato.

Nel frattempo si accendono fuochi anche all’interno della maggioranza. Fuochi si sono accesi ovunque in Italia; come sapete, i direttori di tutte le testate giornalistiche, anche quelli dei cosiddetti giornali che appartengono all’area culturale e politica del centrodestra, hanno firmato un documento durissimo nei confronti di questo provvedimento.

Si accendono fuochi ovunque e comincia a serpeggiare in maniera sempre più esplicita e patente la notizia che il testo che è stato approvato in Commissione giustizia al Senato sia sostanzialmente carta straccia, poiché una modifica seria, invadente – immagino – dello stesso è già pronta per essere presentata dal Governo. Noi ci troveremo, quindi, nella bizzarra situazione in cui, dopo aver impiegato giorni e notti a discutere il testo, esamineremo lunedì e martedì un testo che di fatto non esiste più: si tratta di una ulteriore, drammatica finzione che si aggiunge alla mistificazione di un testo che avrebbe dovuto tutelare la privacy e il segreto istruttorio e che in realtà serve a limare le unghie ai magistrati e ad instaurare la censura in questo Paese. La chiamo così com’è: la censura. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Signor Presidente, ora lei capisce che l’opposizione non può lasciar fare. Io mi stupisco che lascino fare i senatori della maggioranza. Da ieri si susseguono dichiarazioni di rappresentanti del centrodestra della Camera, i quali dicono che il testo verrà cambiato, che si tornerà al testo della Camera, che grandi modifiche verranno fatte.

Non voglio pensare alla mortificazione del rappresentante del Governo e del relatore di maggioranza che – con tanta forza, talvolta ottusa e, lasciatemelo dire, sorda alle richieste dell’opposizione – hanno continuato a perseverare nel peggioramento ulteriore di questo drammatico testo. (Applausi dal Gruppo PD).

Ma mi riferisco, colleghi, anche all’autorevolezza di questo Senato. E per non esser offensiva farò un paragone che coinvolge, avvocato Longo, non soltanto i senatori della maggioranza, ma anche quelli dell’opposizione: ci troviamo nella straordinaria situazione, nella quale si trovarono quei soggetti che non erano uomini, ma muli sui quali venivano caricate le vettovaglie, gli armamenti della Prima guerra mondiale, chiamati a scalare montagne pietrose e pericolose per poi magari sentirsi dire che c’era un contrordine, per che diavolo di motivo avevano fatto la fatica di salire e che dovevano scendere in pianura, dove gli ufficiali splendenti nelle loro divise andavano con la vittoria scritta in fronte verso la battaglia.

Francamente credo che né i senatori di maggioranza, né i senatori della opposizione, né il Senato in quanto tale possano sopportare l’oltraggio di farsi dettare a che cosa dire signor sì. Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Pretendo, a nome del mio Gruppo, che questo testo torni in Commissione se modifiche si devono fare!

Si facciano le modifiche nella pienezza dei poteri di critica, controllo, proposta, approvazione da parte dei senatori di Repubblica e solo dopo vada in Aula il testo. Non siamo disponibili a farci imporre da nessuno un testo. E questo lo dico in un momento in cui tra l’altro – mi si lasci dire – l’urgenza, la straordinaria urgenza di questo provvedimento non la vedo.

Ieri abbiamo approvato il provvedimento sulla Grecia e abbiamo chiesto che il ministro Tremonti venga in Aula in un clima di amicizia, Presidente e colleghi, non in un clima di ostilità per spiegarci qual è la situazione europea perché ci apprestiamo ad esaminare una manovra che voi dite essere di 24 miliardi, ma in realtà è di 36 miliardi, che imporrà lacrime e sangue all’Italia e, soprattutto ad alcuni soggetti, come sempre quelli più esposti, più facilmente raggiungibili.

Mentre tutto questo arde, mentre i giornali di tutto il mondo portano in prima pagina le notizie che riguardano la crisi europea, dobbiamo romperci il collo per affrontare un testo, non sapendo di che cosa stiamo parlando. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Credo che questo sia inaccettabile perché noi sappiamo bene di cosa stiamo parlando: stiamo parlando della libertà d’informazione, del diritto dei cittadini di sapere e controllare anche l’uso della giurisdizione. Stiamo parlando del diritto sacro alla privacy e alla dignità dei soggetti, pure se coinvolti in un procedimento penale. Stiamo parlando della possibilità concreta di fronteggiare la criminalità, specie quella più feroce.

Per queste ragioni, Presidente, chiedo all’Assemblea di pronunciarsi perché il provvedimento sulle intercettazioni telefoniche non venga fissato per la discussione per i giorni di lunedì e martedì prossimi. (Vivi e prolungati applausi dai Gruppi PD e IdV e dei senatori Astore e Giai. Congratulazioni. Commenti dai banchi della maggioranza. Richiami del Presidente).

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=hotresaula

Annunci

One Comment

I commenti sono chiusi.