Narracci un’invenzione di Ciancimino? Spatuzza ha solo parlato di somiglianze

Oggi, gli avvocati di Narracci hanno smentito parzialmente la notizia di ieri: il riconoscimento di Spatuzza sarebbe fallito. Avrebbe solo parlato di somiglianze fra il Narracci e l’individuo appartenente al Sisde che afferma di aver visto sul luogo dove fu preparata la 126 usata nell’attentato di Via D’Amelio.

Qualcuno ha scritto a Yes, political! sulla vicenda. Un resoconto corposo che ho deciso di ripubblicare qui di seguito:

Narracci non è mai stato indicato da nessuno come un depistatore delle indasgini.

Al processo per la strage in cui fu ucciso Borsellino, Scarantino specificò che i depistatori erano il capo della Mobile Arnaldo la Barbera e i soggetti che collaboravano con lui, Bo Ricciardi e Santo La Barbera. Infatti disse: “Io sapevo soltanto di traffici di droga, Ma il dottor Arnaldo La Barbera rispose che non gliene fregava niente della droga, che gli interessavano solo gli omicidi, le stragi”. Pressioni, minacce, vermi nella minestra, botte. Cosi’ Scarantino dice di essersi convinto a collaborare. Coinvolge il magistrato Ilda Boccassini applicata a Caltanisetta proprio per quelle indagini (la quale però poi depositò una nota scritta con la quale si dissociava dall’impostazione dell’inchiesta che faceva leva su Scarantino) e accusa il pm Anna Maria Palma, accusa l’ ex capo della Mobile di Palermo e poi questore di Napoli, Arnaldo La Barbera, e con lui altri dirigenti della Mobile palermitana. “A Palermo per l’ udienza preliminare scrissi un biglietto che lasciai in un cuscino: “Se mi ammazzano e’ stato La Barbera”. Ma nessuno lo trovo’ . Cosi’ ho accettato. Arrivarono La Barbera, Boccassini e l’ avvocato Li Gotti (attualmente deputato dell-IDV). La Barbera mi disse che avrei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbero dato duecento milioni”.

Vincenzo Scarantino si era autoaccusato chiamando in causa gli altri esecutori materiali (Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta, tutti condannati in primo grado all’ ergastolo). “Mio fratello Rosario dice che ho detto tutte bugie? disse in un’udienza in rogatoria a Como. E vero. Tutto vero”. E non era la prima volta, che Scarantino ritrattava, l’aveva gia’ fatto quando era sotto protezione e in liberta’, prima della condanna a 18 anni di carcere per aver partecipato alla strage. E del resto la Procura di Palermo (Caselli era più volte giunto ai ferri corti con Tinebra magistrato massone, allora Procuratore capo della Repoubblica di Caltanisetta n.d.r.) alla collaborazione di Scarantino non ha mai creduto: nonostante si fosse accusato di 4 omicidi nel capoluogo, la Procura di Caselli non ha mai utilizzato le dichiarazioni di Scarantino e non ne ha mai chiesto la protezione.

Ma il voltafaccia di Como e’ certamente il piu’ clamoroso, in udienza, davanti alla Corte d’ assise. Raccontò in quella circostanza Scarantino: “I quaranta giorni nel carcere di Pianosa sono stati per me un incubo, indimenticabili. Scrivevo sui muri dei bagni che se dicevo bugie e’ perche’ mi volevano ammazzare. Dissi che avrei detto tutto quello che sapevo sul traffico di droga, perche’ quello sempre ho fatto, sigarette e droga. I pm Di Matteo e Palma a Como invece di chiedere il passaggio degli atti alla procura per indagare Arnaldo la barbera e i suoi collaboratori, chiesero di interrompere il monologo di Scaratino e che la Corte rinviasse l’ esame a un momento successivo. Ma il presidente della Corte li mando affanc…… Scarantino allora parlo di minacce, di pressioni. Disse di aver fatto quei nomi per dispetto: chi non gli dava le sigarette per il contrabbando, chi gli aveva fatto degli sgarbi. E i nomi eccellenti? La Barbera, Cancemi, Aglieri? Disse che lui, che di mafia non sapeva nulla, si era fatto una cultura ascoltanto Radio Radicale e leggendo i giornali.

Nella circostanza il controesame del pm Di Matteo fu tesissimo. Scarantino ricorse spesso ai “non ricordo”. Poi si rifiutò del tutto e concluse: “Mi sono tolto un peso. Riportatemi pure in carcere coi detenuti comuni. Ma ricordate che forse stanotte mi ammazzano”.

Mai Narracci è comparso in qualsiasi interrogatorio in cui si parla di depsitaggio o di collaborazione di esponenti delle Istituziooni con la mafia. Se Franco – come sembra era un esponente del Mossad – era normale che Narracci lo accompagnasse a casa di Ciancimino. Del resto questo Franco di cui parla il figlio di Don Vito che cosa avrebbe mai fatto?

Nè si parla di Narracci nell’interogatorio a difesa dei funzionari infedeli Bo, Ricciardi e Santo La Barbera. Narracci quindi è solo un invenzione di Ciancimino.

Invece l’ipotesi della accusa che scaturisce dalle nuove indagini presso il Sisde suona inquietante e imbarazzante insieme. Perché coinvolge, anche se è morto dal 2002, un esponente della Polizia deviata, Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, e poi di Napoli e di Roma, salito fino ai vertici dell’Antiterrorismo. Una carriera prodigiosa, piena di successi ed encomi per via della sua affiliazione al Sisde deviato di Vincenzo Parisi.

Il che dimostra che negli anni delle stragi il sistema era tutto camuffato. La D.C. tramite Vincenzo Parisi manteneva un sostanziale controllo sia del Sisde che della polizia. Meno, o in nessun modo, dei Carabinieri, della Finanza e del Sismi.

Una delle «medaglie» guadagnate in carriera da La Barbera fu proprio l’ indagine sulla strage di via D’ Amelio in cui fu ucciso Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, cinquantasei giorni dopo l’eccidio di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. A ottobre di quello stesso anno il gruppo investigativo guidato da La Barbera afferrò di dritta o di raffa, il filo che portò alla soluzione del caso e alla definizione dei processi. Ma era tutto falso, come si è scoperto ora grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Dalle quali è scaturita un’inchiesta sulla genesi della pista costruita a tavolino, completamente diversa da qeulla ipotizzata da La Barbera e dal gruppo Falcone e Borsellino.

I tre poliziotti all’epoca lavoravano con il «capo» per scoprire gli assassini del giudice Borsellino e dei loro colleghi: anche lì tutte carriere prodigiose: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara; Mario Bo, diventato capo della squadra mobile di Trieste; Salvatore La Barbera, che non è parente dell’ex questore morto e adesso presta servizio alla polizia postale di Milano.

Diciott’anni dopo sono tutti accusati del reato di calunnia aggravata perché «in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera (deceduto), nonché con altri allo stato da individuare, facendo anche parte del gruppo “Falcone-Borsellino”, organismo investigativo deputato alle attività d’ indagine relative alla strage di via D’Amelio, inducevano, mediante minacce e pressioni psicologiche, Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutive della predetta strage». Candura, Andriotta e Scarantino sono tre pseudo-pentiti, pescati nel sottobosco criminal-mafioso della periferia palermitana, che a partire dall’ ottobre ’92 si accusarono del furto della Fiat 126 utilizzata per confezionare l’auto-bomba che uccise Borsellino. Chiamando in causa presunti complici e mandanti, nelle indagini e durante i processi. Ma quella macchina fu rubata e imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza, l’ex uomo d’onore della famiglia mafiosa di Brancaccio che ha fornito al suo racconto riscontri incontrovertibili.

Messi davanti alla nuova realtà, prima Candura, poi Andriotta e infine Scarantino hanno ammesso di aver detto il falso. Aggiungendo però di non essersi inventati da soli le false accuse, ma di averle riferite su suggerimento e su pressione dei poliziotti infedeli che li interrogavano (i due La Barbera, Bo e Ricciardi) e avevano cura di fargli ripetere «la lezione» prima delle testimonianze davanti ai magistrati.

E’ mai possibile che qeusti non si siano mai accorti di nulla? Oppure sapevano ed erano conniventi?

I falsi pentiti di allora hanno indicato in La Barbera e nei tre funzionari che lavoravano con lui gli ispiratori del depistaggio (che c’entrano allora Piraino e Narracci?). Che loro (i pentiti) si limitarono a mettere in pratica facendo infliggere l’ergastolo a uomini «d’ onore» o comunque vicini a Cosa Nostra come Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Orofino, Natale Gambino, Gaetano Scotto, che invece non c’entravano nulla con la strage del 19 luglio ’92.

Il problema è che pur essendo la fonte del depistaggio Arnaldo La Barbera, bisognerebbe capirne il movente. Come sottolinea lo stesso presidente dell’ Antimafia nella sua relazione, Beppe Pisanu sono emerse «forzature nelle indagini anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai Servizi Segreti» (chiara allusione a Vincenzo Parisi, l’ex capo della Polizia).

Al di là delle tesi difensive il nodo da sciogliere oggi per i magistrati nisseni che sono tornati a indagare sulle stragi è se la falsa pista fu indicata da chissà chi, per coprire moventi e responsabilità «occulte» della strage. Il riferimento di Pisanu ai «legami» coi servizi segreti riguarda ancora l’ex questore La Barbera, che per un periodo precedente alle indagini antimafia, ricevette denaro dal Sisde deviato, dov’era indicato come fonte «Rutilius». E riguarda ovviamente chi dispose quel rapporto deviato (ancora Parisi?).

Nessun riferimento invece è stato mai fatto a Narracci o a Piraino i quali non vengono mai citati da nessuno. E dunque sono fuori da qualsiasi collaborazione con la strage.

[Michele Imperio]