Deficit Irlanda al 30%, Arera Euro in crisi, ma in Italia si balla in Transatlantico

Il rapporto deficit/pil dell’Irlanda, un tempo tigre europea con tassi di crescita a due cifre, emblema del neo-liberismo, del laissez-faire, raggiungerà a fine anno la quota del 30%. E’ il risultato dell’esposizione dello Stato nel salvataggio del sistema bancario irlandese. L’onda lunga del fallimento Lehmann-Brothers.

Non è un caso se il mercato finanziario si comporti come un cecchino all’ultimo piano di un palazzo: prende di mira i più deboli. Quelli che non sono stati in grado di fornire risposte concrete in fatto di riduzione dell’indebitamento. L’Europa tutta è tremolante come una massa gelatinosa. Non uno dei nostri governanti che si sia speso per il bene collettivo dell’Unione Europea. Né Sarkozy, né Merkel; né tantomeno Berlusconi. Il piano di salvataggio dei soci dell’Euro dal rischio default è una barzelletta a cui nessuno più crede. La Grecia è sotto tutela della riluttante Germania, che ha messo faccia e quattrini sul suo debito extralarge. I governanti greci rischiano l’insurrezione armata di popolo. Eppure sono stati messi dinanzi alla eventualità di altri ulteriori massacranti tagli alla spesa pubblica. A cos’altro dovranno rinunciare i cittadini greci? Alla sanità? alla pensione? Forse se le sono già giocate entrambe. Quando non resterà più nulla, dovranno forse rinunciare alla costosa democrazia?

Merkel non può cedere dinanzi agli elettori. In Germania l’orientamento dell’opinione pubblica è fortemente contrario a spendere un solo quattrino per gli altri paesi europei. Dei PIGS non vogliono sentir parlare.D’altro canto, il governo irlandese non vuole cedere fette di sovranità nazionale in materia finanziaria all’Europa: è ancora una storia di Leviatani che pretendono per sé tutti i diritti sul piano nazionale, e tutte le libertà sul piano delle relazioni internazionali. La storia ha insegnato che la sovranità assoluta, senza limiti, porta alla divisione e al conflitto. L’Unione Europea nacque proprio per impedire il riproporsi di un stile di relazioni internazionali basate sul confronto di potenze. E ora che la sempre più stretta interelazione economico-finanziaria ha reso imprescindibile l’esistenza di una coordinazione delle politiche dei paesi dell’Euro, la sovranità nazionale si trova sempre lì, nel mezzo, come un sasso su cui inciampare. L’Irlanda ha costruito il suo boom economico con politiche fiscali da paradiso caraibico suscitando le velleitarie polemiche dei partner europei. Adesso si trova dinanzi alla prospettiva di rinunciare al modello neo-liberista per introdurre una forte tassazione che presumibilmente indurrà il capitale estero alla fuga. O default, o delocalizzazione: non vi à altra scelta.

“Quando a maggio”, scrive Federico Fubini su Il Corriere della Sera (17.11.2010, p. 16), “ha votato la propria parte dei fondi per la Grecia, oltre 15 miliardi in tre anni, in aula sedevano diciassette deputati. Negli stessi giorni il Bundestag a Berlino ha deliberato sulla sua quota del prestito, e sotto la cupola di cristallo non uno si era dato malato o preso altrove. E’ stato uno dei dibattiti più seguiti dell’anno. Se L’Europa è una realtà scontata in Italia, in Germania è uno di quei fantasmi capaci di far perdere le elezioni anche al più solido dei leader”. L’Italia ha il secondo debito d’Europa. L’irresponsabilità di una crisi di governo al buio ha indotto Napolitano a scendere a pié pari sul campo politico e stabilire una road map ben chiara a tutti, la quale forse prevede anche una ulteriore “fase di responsabilità nazionale” dopo il 14 dicembre, giorno designato per la Caduta di Re Silvio. Se ne parla come al bar: un governo tecnico? No! elezioni subito. E’ un ballo sin troppo noto, quello del Transatlantico. Elezioni sì, elezioni no. Mentre la politica si trastulla con dubbi amletici, la casa comune europea va in fiamme.

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