Ciancimino, lo scenario inquietante

Nessuno spende più una parola per Massimo Ciancimino. Nessuno dei padri dell’antimafia. Nessuno. Il fatto, la falsificazione del documento che recava il nome di De Gennaro come uno dei super poliziotti mafiosi, è dato per certo. La perizia pare non lasci spazio a dubbi. I magistrati che ne hanno disposto l’arresto sono anche coloro i quali hanno assegnato alle parole di Ciancimino un certo grado di credibilità. Hanno, su di esse, costruito teoremi accusatori. Hanno formulato – anche grazie ad esse – una teoria che è detta della ‘trattativa Stato-Mafia’. Si dice oggi che il falso e la calunnia non minano più di tanto l’impianto del teorema, che poggia invece su dichiarazioni di altri pentiti, su fatti ricostruiti seppur con difficoltà, su qualche pizzino passato dallo stesso Ciancimino e ritenuto autentico.

Li Gotti (IDV) si è così espresso: “‘La calunnia di Massimo Ciancimino in danno del prefetto Gianni De Gennaro, documentalmente costruita su un chiaro falso, apre uno scenario inquietante”. Si sospetta, e sono gli stessi magistrati a dirlo, che alcune dichiarazioni del pentito Ciancimino, e quindi anche questo documento esibito come opera del padre, siano stati ispirati da qualcuno che ha interesse a usare Ciancimino medesimo come un’arma. Lui, che si è guadagnato credibilità per le sue rivelazioni, potrebbe esser stato messo nelle condizioni di dover truccare quel foglietto. Potrebbe.

“Il prefetto De Gennaro, da direttore della DIA, nel 1993 manifestò contrarietà alla revoca dei 41 bis e nelle valutazioni sulle ragioni dello stragismo ipotizzo’ la sinergia dello stragismo con la ricerca di nuova interlocuzione con il soggetto politico emergente, dopo la dissoluzione dei partiti della prima repubblica”, ci ricorda Li Gotti. Se qualcuno ha pensato di costringere Ciancimino – con la minaccia – alla calunnia, perseguiva un obiettivo fondamentale, quello di screditare l’accusa. Minare la validità delle dichiarazioni di Ciancimino, colpendo un prefetto sostanzialmente integerrimo, se si escludono i fatti di Genova del 2001, per abbattere tutto il teorema della trattativa.

E’ notizia di qualche ora fa che è stato ritrovato dell’esplosivo nell’abitazione di Ciancimino. Ciancimino potrebbe essere stato messo così alle corde per mezzo del ricatto, da non dargli alcuna scelta: mentire per salvare i figli.

Ciancimino ha svelato di avere ricevuto nei giorni scorsi un pacco bomba. “L’ho sotterrato nel giardino della mia casa di Palermo – ha detto – avevo timore che questa ennesima minaccia mi si rivoltasse contro e si dicesse che l’avevo costruita io” (La Repubblica.it).

Sembra tutto studiato a tavolino. Solo qualche mese fa erano uscite intercettazioni su Ciancimino intento a riciclare denaro da un malavitoso in Veneto. Perché avrebbe dovuto farlo? Ciancimino ha già sulla testa una condanna per il medesimo reato. Aveva un così disperato bisogno di denaro? Per ultimo, ma comunque come un orologio svizzero, il tritacarne del PdL si è messo in moto:

MAFIA: GASPARRI, DOPO CIANCIMINO INIZIATIVA PDL SU USO PENTITI

MAFIA: CICCHITTO (PDL), CIANCIMINO FA GLI AFFARI SUOI

Quanto contenuto in questo post è un’ipotesi. Come ipotesi sono le ricostruzioni de Il Giornale e di Libero. Qualcuno invece pensa che l’arresto sia stato un’iniziativa personale di Ingroia al fine di sottrarre Ciancimino alla procura di Caltanissetta, che lo indaga per il medesimo reato. Ingroia conterebbe poi di riabilitare Ciancimino in un secondo momento.
Dove la verità? Lui, Massimo Ciancimino, passa alla storia con il soprannome di sfinge. In lui bene e male si confondono fino a perdere di senso. Figlio partecipe delle pratiche mafiose del padre sindaco del Sacco di Palermo, sembra guadagnare le stigmate dell’atimafia in virtù della sua collaborazione con i giudici. Ma che stillicidio di dichiarazioni e mezze dichiarazioni prima di arrivare al famoso papello. In tutta questa storia, Ciancimino sembra vittima di sé stesso, vittima del nome e del sospetto che sempre si porterà dietro.
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