Il comunicato di Berlusconi e il nuovo nemico Sarkozy

Non c’era alcun intento ironico, ripetono da Parigi e da Berlino. Non si voleva dileggiare il presidente del Consiglio italiano. Eppure tutti abbiamo avuto la medesima sensazione – a parte il TG1. Tanto che B. ha pubblicato sul sito del governo questo comunicato:

“L’Italia ha già fatto e si appresta a completare quel che è nell’interesse nazionale ed europeo, e che corrisponde al suo senso di giustizia e di equità sociale. Onoriamo il nostro debito pubblico puntualmente, abbiamo un avanzo primario più virtuoso di quello dei nostri partner, faremo il pareggio di bilancio nel 2013 e nessuno ha alcunché da temere dalla terza economia europea, e da questo straordinario paese fondatore che tiene cara la cooperazione sovranazionale almeno quanto la sua orgogliosa indipendenza.

Quanto alle turbolenze da debito sovrano e da crisi del sistema bancario, in particolare franco-tedesco, abbiamo posizioni ferme, che porteremo al prossimo vertice dell’Unione. L’euro è l’unica moneta che non abbia alle spalle, come il dollaro o la sterlina o lo yen, un prestatore di ultima istanza disposto a difendere strutturalmente la sua credibilità di fronte all’aggressività dei mercati finanziari. Questa situazione va corretta una volta per tutte, pena una crisi che sarebbe crisi comune di tutte le economie europee.

Stiamo facendo qualche timido passo avanti per un governo dell’area euro, ma resta ancora molto da fare. La Germania di Angela Merkel è consapevole di questo, e il suo lavoro si avvarrà della nostra leale collaborazione. Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner. D’altra parte l’insieme della classe dirigente italiana, se vuol essere considerata tale, invece che un coro di demagoghi, dovrebbe unirsi nello sforzo dello sviluppo e delle necessarie riforme strutturali sulle quali il governo ha preso e sta per prendere nuove decisioni di grande importanza.

L’Italia del lavoro e dell’impresa sa come stanno le cose, vuole un deciso impulso alla libertà e alla concorrenza, e non partecipa a giochi di potere, interni ed europei.

Sarebbe un bene se l’Italia dei partiti e delle fazioni si scrollasse di dosso le vecchie abitudini negative, e per una volta si mettesse a ragionare in sintonia con il paese reale abbandonando il pessimismo e il catastrofismo.

Da qui possono partire il risanamento e la ripresa”.

Attenzione perché questo comunicato è un capolavoro di contorsionismo. E’ esattamente diviso a metà: il primo colpo lo sferra in sede europea, ma il nome di chi lo riceve non c’è. B. ha disseminato questo capoverso di indizi: parla di crisi del debito franco-tedesca, di un commissario che non può ergersi a giudice degli altri governi. Il nome occulto è naturalmente quello di Sarkozy. Dicendo questo, B. commette un errore, ovvero afferma che in Europa non ci sia alcuna istituzione che possa giudicare i governi. Dice questo perché la sola dimensione europea che conosce è quella intergovernativa, quella del Consiglio, il vecchio secondo pilastro del Trattato di Maastricht. In realtà le istituzioni comunitarie, la Commissione e la corte di Giustizia, possono eccome giudicare l’operato dei governi – cioè le loro leggi –  tramite il giudizio di legittimità della Corte e i pareri e le raccomandazioni della Commissione, mentre il Parlamento è il soggetto istituzionale che può “parlare a nome dei popoli europei”. Si può quindi concordare sul fatto che la sua sia una visione ben poco europeista. Eppure, sfacciatamente e senza vergogna, al capoverso precedente, B. vagheggia di un governo dell’euro, un vero e proprio governo economico dell’Europa, qualcosa che in cinquant’anni di integrazione non è mai stato raggiunto. Passa dal massimo grado dell’integrazione al minimo nello spazio di sette righe.

Poi c’è la seconda stoccata, sferrata questa in pieno campo nazionale: prima strizza l’occhio all’Italia “del lavoro e dell’impresa”, quindi bacchetta l’Italia “dei partiti e delle fazioni“. In una riga, ha svelato la sua nuova strategia politica, che è una riedizione della vecchia, vecchissima litania in uso nel 1994, la società contro la partitocrazia. E lui dove si colloca in questa eterna irrisolvibile dicotomia? Ma ovviamente nel campo dei buoni, dalla parte della bistrattata e tartassata società. Dimentica che dal 1994 sono trascorsi ben 17 anni. Dimentica di essere tuttora capo del governo. Dimentica di avere cinque legislature alle spalle ed è ora di prender coscienza del (suo proprio) fallimento.

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