Nuovo Patto di Stabilità, Sarkozy e Merkel vogliono anche l’Italia fra i paesi aderenti

Da qualche giorno si sono affermate voci circa un piano segreto di Merkel-Sarkozy sull’euro a due velocità. Un piano B, una estrema ratio per non far crollare la moneta unica. Il nuovo Trattato dovrebbe prevedere una integreazione della politica fiscale ed economica, con potere di veto del Consiglio sulle politiche finanziarie nazionali preventivamente alle deliberazioni dei Parlamenti Nazionali. Ebbene, le voci sono talmente attendibili che si sta prefigurando un nuovo pre-vertice a tre – Merkel, Sarkozy e Monti – già martedì prima del Consiglio e dell’Ecofin, appuntamenti decsivi per noi, Mario Monti dovrà infatti presentare in anteprima il pacchetto di misure finanziarie urgenti, previsto per il CdM del 5 Dicembre.

Il Nuovo Trattato si prefigura come uno scarto in avanti nel processo di integrazione ma un passo indietro in termini di democrazia. Di fatto le novità che emergono in queste ore sono tre:

  1. Merkel e Sarkozy pongono come condizione imprescindibile per la formulazione del nuovo Trattato la presenza dell’Italia fra i paesi primi sottoscrittori (“Paris et Berlin feront des propositions en ce sens au cours de la semaine, avant le sommet européen du 9 décembre et souhaitent que Rome s’y associe, selon ces sources”, Le Monde.fr). In questo senso devono essere interpretati l’appello di Sarkozy di oggi – ‘vi sosteniamo ma attuate le promesse’, molto visibile sui giornali italiani ma passato inosservato, per esempio, su Le Monde – nonché gli allarmi circa il fatto che se ‘crolla l’Italia, crolla anche l’euro’, messi in circolo in questi giorni sia dalla Presidenza francese che dalla Cancelliera;
  2. la nuova materia comunitaria, che però rientrerà nel metodo intergovernativo del Consiglio e dell’Ecofin, la potremmo definire fiscale e finanziaria. Dovrebbe prevedere appunto un meccanismo di stretto e mutuo controllo da parte dei governi su sé stessi. La conditio sine qua non per il suo recepimento da parte di Berlino è che il controllo sia esercitato in via preliminare sui bilanci nazionali, prima cioè del loro esame e della loro approvazione da parte dei parlamenti nazionali. Ciò di fatto prefigura la spoliazione dei Parlamenti del loro potere di stesura, verifica e controllo del bilancio dello Stato, di fatto una sostanziale e profonda riduzione di democraticità nei paesi membri e nell’Unione. Ancora una volta verrebbe evitato di dare veri e propri poteri di governo alla Commissione, organo che è visto come fumo negli occhi sia da Parigi che da Berlino, soprattutto da quando è presieduto da Barroso, federalista convinto.
  3. il nocciolo duro di paesi dovrebbe comprendere Francia, Germania, Italia, Belgio, Danimarca, ovvero il nucleo storico dell’Unione, probabilmente la Slovenia e la Spagna. Fuori dal Euro forte resterebbero Grecia e Portogallo, lasciati al loro destino, finiranno per fare default e abbandonare la moneta unica. Non c’è bisogno di dire che l’Italia partirebbe già commissariata.  Va da sé che senza l’Italia non se ne fa nulla. L’Italia fuori da questo gruppo di paesi significherebbe Italia fuori dall’euro e in default. Con conseguenze inimmaginabili per i sistemi bancari fracesi e tedeschi. A Parigi possono tollerare le perdite sui titoli di Stato greci o portoghesi, ma non quelle sui titoli italiani. Nessuno potrebbe reggere. Il nostro mercato finanziario è troppo vasto per essere lasciato andare in rovina.

Sembrerebbe che al Nuovo Patto di Stabilità non ci siano alternative. Il piano Barroso per istituire gli stability bonds, visto in sé, non è che un palliativo. Gli eurobonds non servono senza una politica comune in materia fiscale e finanziaria, questa è l’opinione della Merkel.

Di fatto stiamo svendendo la nostra sovranità a istituizioni sopranazionali che già nel corso della loro lenta costruzione e evoluzione hanno palesato pesanti deficit di democrazia, tanto più che l’organo effettivamento eletto dell’Unione Europea, il Parlamento, è praticamente esautorato, marginalizzato alla sola pratica codecisionale del vecchio primo pilastro della Comunità, messo sotto il giogo del Consiglio, quel consesso litigioso di capi di governo e di stato che dall’allargamento a 27 Stati non decide più nulla ed è eterodiretto dal mostro a due teste Merkozy.

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