Il boomerang delle pensioni d’oro

La legge italiana tanto spesso diventa insidiosa come sabbie mobili. Parliamo del Decreto sulle commissioni bancarie. Il provvedimento conteneva una norma che salvaguardava le pensioni dei manager pubblici: le cosiddette pensioni d’oro. Il decreto conteneva una norma che prevedeva la salvaguardia dei diritti acquisiti in termini di trattamento pensionistico soggetto al metodo retributivo di quei manager pubblici sottoposti al taglio dello stipendio, calmierato dal tetto di 300mila euro introdotto dal decreto «Salva Italia».

Qualche settimana fa, quando la Lega Nord era nel pieno dello scandalo Belsito & Rosy Mauro e quindi in cerca di un diversivo, il Senato approvò un suo emendamento che abrogava la norma suddetta. Sui giornali si enfatizzò il fatto che il Governo andò sotto sugli emendamenti di Lega e di Idv. In seguito si era meglio compreso la valenza anti-Casta dell’emendamento abrogativo ed esso fu oggetto di ulteriori speculazioni. Alcuni senatori osarono votare contro e “il popolo del web” (che notoriamente non esiste) si è dilettato in un linciaggio a mezzo social network (per una summa sul caso, potete leggere la bacheca del senatore Ignazio Marino, Pd, contrario all’emendamento). Per esemplificare, c’è chi ha pubblicato l’elenco intero dei nomi:

“I nomi: Anna Finocchiaro (capogruppo Pd al Senato). Mauro Agostini (tesoriere del partito). E poi gran parte del gotha del Pd: Teresa Armato, Antonello Cabras, Vincenzo De Luca, Enzo Bianco, Vittoria Franco, Marco Follini, Pietro Ichino, Ignazio Marino, Franco Marini, Mauro Maria Marino, Franco Monaco, Achille Passoni, Carlo Pegorer, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini, Luigi Zanda. Tutti membri del direttivo nazionale del partito.

L’alibi dei democratici? “Ce l’aveva chiesto il Governo”, ha detto sommessa la Finocchiaro. Verrebbe da chiedersi cosa farebbe il Pd se l’equo Monti gli chiedesse di gettarsi da un ponte …”.

Marino ha risposto in bacheca affermando di esser stato invitato espressamente a “rispettare la disciplina di partito”. Marino avrebbe già avuto l’ardire di votare contro il governo, qualche settimana fa.

Solo ieri si vociferava che il governo stesse per approntare un emendamento volante che ripristinava il testo originale del decreto. Ma immediato è stato il dietrofront, scrivono le cronache parlamentari. Giarda, Polillo e De Vincenti sarebbero sbarcati in Commissione al Senato nel tentativo di convincere alcuni capigruppo. Ma dal Pd è giunta risposta negativa: non si torna indietro, la misura è “inopportuna” in questo clima politico. Le argomentazioni di Giarda, evidentemente poco convincenti, erano le seguenti:

  • i manager pubblici che hanno già maturato i requisiti per andare in pensione e che sono interessati dalla norma sono molto pochi;
  • ma un loro eventuale ricorso sarebbe facilmente vinto in virtù anche di sentenze della Corte Costituzionale e il relativo costo sarebbe maggiore del costo dei loro trattamenti pensionistici.

L’intento era quindi quello di “evitare di pagare risarcimenti e spese dopo ricorsi che i giudici risolverebbero in cinque minuti a sfavore dello Stato”, sono state le parole di Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato.

Se davvero l’abrogazione delle norme che salvaguardano poche decine di pensioni d’oro sono un boomerang, allora era meglio sforzarsi di comunicarlo meglio. Quanto costano davvero? E’ così reale il rischio di perdere i ricorsi? E’ possibile ottenere lo stesso effetto di contenimento delle pensioni d’oro con altre normative? Invece senatori (del Pd) e Governo si sottopongono al tiro al piccione e seguitano a stare zitti. Se la salvaguardia delle pensioni d’oro è conveniente allo Stato, è necessario dimostrarlo con l’evidenza dei numeri. La trasparenza dovrebbe essere il metodo migliore per farsi capire. Evidentemente essi hanno poca confidenza nel fatto medesimo di farsi comprendere dalle persone.

Allora, per spiegare in punta di diritto lo spirito della norma ci è voluto Pietro Ichino, senatore Pd, fra i contrari alla abrogazione e inserito nella lista della vergogna circolata su Facebook negli scorsi giorni. Ichino spiega che la norma “non incide sulla riduzione delle pensioni che maturano da qui in avanti, ma mira solo ad applicare, agli alti dirigenti come a tutti gli altri lavoratori un orientamento giurisprudenziale costante circa i diritti pensionistici già maturati e acquisiti” (pietroichino.it).

Ichino cita la Corte costituzionale (sent. n. 264/1994), secondo la quale il trattamento pensionistico per il quale una persona ha già maturato i requisiti, ma che non viene attivato poiché essa decide di continuare a lavorare, costituisce un diritto acquisito che non può essere inciso da nuove disposizioni e non può subire decurtazioni per effetto di eventuali successive riduzioni della retribuzione: regola, questa, che vale per le pensioni di tutti i lavoratori.

Questo aspetto mi pare chiaro e non credo siano necessari approfondimenti. La norma del Governo non salvaguardava le pensioni d’oro bensì i diritti dei lavoratori, nella fattispecie lavoratori interessati dalla norma del Salva Italia che sottopone le loro generose retribuzioni a un tetto massimo. Né più né meno. E’ un pasticcio alla stregua di quello degli esodati, soltanto che tocca lavoratori “privilegiati”. Tutto qui.

La mia considerazione è che bisognerebbe cercare di capire meglio piuttosto che sbraitare sempre contro la Casta. Sono anni che tolleriamo pensioni d’oro e altri privilegi. Dovremmo prendercela prima di tutto con noi stessi. In secondo luogo: siamo stati abbindolati da un emendamento della Lega Nord. Una smargiassata di chi ha campato sulla pelle nostra senza alcun merito. Penso che almeno le super retribuzioni dei manager pubblici, in pochi remotissimi casi, possano anche esser meritati. E che il tetto agli stipendi è una norma sacrosanta. Ma i lavoratori hanno tutti gli stessi diritti.

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