M5S e fuorionda: un’analisi della versione di Favia

Fare una sorta di analisi dello schema argomentativo (e difensivo) impiegato da Giovanni Favia per non soccombere sotto la fatwa di Grillo-Casaleggio è indispensabile per non cadere nella trappola della imprecazione, al grido di “complotto! complotto!”, un grido tanto facile alle pletore dei fan del comico (e indirettamente del ventriloquo).

Favia scrive: “Nel mio sfogo del fuori onda, parlando di assenza di democrazia, non attaccavo il Movimento, ma un problema che oggi abbiamo e che presto dovrà risolversi. Ovvero la mancanza di un network nazionale dove poter costruire collettivamente scelte e decisioni, comprese le inibizioni e le attribuzioni del logo. Questa falla concentra tutto in poche mani, seppur buone e fidate, generando una contraddizione che spesso sul territorio ci viene rinfacciata. Non è un problema di sfiducia, è un problema d’efficienza, d’organizzazione e di principio”. Favia in questa frase mette in evidenza il punto cruciale del M5S: l’assenza di regole. Il non-statuto non specifica alcuna modalità operativa. Nulla. E’ stato detto e ridetto. Un movimento ha necessità di organizzazione per poter funzionare e prendere decisioni motivate da una discussione che sia quanto più estesa possibile. Ma il duo comico-più-ventriloquo vede le regole come fumo negli occhi. Senza regole hanno potuto drenare attraverso il web un potere gigantesco in termini di consenso. Un consenso che ora devono capitalizzare affinché sia pienamente remunerativo per la propria impresa di marketing comunicativo. L'”esperimento” del Movimento 5 Stelle è un caso da laboratorio e presto farà scuola. E’ la dimostrazione che il web può essere messo al servizio di ideologie e di anti ideologie, al fine di coinvolgere e sussumere l’individuo all’interno di categorie predefinite, quindi da renderne il comportamento assolutamente parametrizzato e pertanto prevedibile e prevenibile.

Favia bis: ” Il Movimento è un grande sogno, non è Favia, non è Casaleggio. L’ultima occasione per questo paese, per riscattarsi. Mesi fa incontrai un giornalista, mi intervistò in merito alla democrazia interna nel livello nazionale. Tavolazzi era stato un grande compagno di battaglie, come me, sin dagli inizi. Lo vidi piangere, dopo l’inibizione al logo. Ero arrabbiatissimo. In pubblico non ho mai voluto manifestare il mio disagio per non danneggiare la nostra battaglia. Da ormai 5 anni sto dando la mia vita per il movimento 5 stelle, contribuendo alla sua nascita. Ora ci sono dei problemi, li chiariremo tutti insieme”. Ecco, il caso Tavolazzi è stato ben più che la rimozione di un ostacolo. E’ stato, per così dire, un tradimento di quella regola tacita che però nel movimento è evidentemente condivisa. Una regola meritocratica, secondo la quale un signore come Tavolazzi, con spirito ed idee adeguate, non può esser mandato via perché non ha obbedito alla volontà del capo (nascosto). In una logica di orizzontalità, di “uno vale uno”, il licenziamento di Tavolazzi è uno sfregio. E’ di fatto la negazione stessa di questa tanto evocata orizzontalità. Rappresenta il fallimento del progetto. Poiché dinanzi al dilemma del numero, anche il Movimento 5 Stelle non ha potuto sottrarsi alla ferrea legge dell’oligarchia (cfr. Roberto Michels). Una organizzazione reagisce alla difformità della moltitudine individuando gerarchie fondate sul potere, nelle quali il potere medesimo è delegato dall’alto verso il basso secondo linee relazionali dipendenti dal grado di fedeltà al vertice. Potere in cambio di disponibilità e di asservimento è il mezzo migliore per tenere insieme una organizzazione così poco burocratizzata. Ed ecco che riemerge la figura carismatica, la guida simbolica, che non ha bisogno di regole poiché ogni regola è desunta dalla sua propria personale interpretazione di ciò che è bene per gli altri. La sua, solo la sua, ha validità poiché Egli ha capacità straordinarie di conoscere lo spirito del tempo. Qualcosa che la Storia ci ha insegnato più di una volta.

Intanto, il blog di Grillo, a parte uno scarno comunicato del vetriloquo Casaleggio, rimane in silenzio come una qualsiasi Pravda.

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