Assemblea PD / E Bersani conquistò le primarie

L’unico giornale che titola con toni scettici circa l’esito dell’Assemblea Nazionale del PD di ieri è Pubblico: “Pasticcio Primarie”, riferendosi al balletto di dichiarazioni intorno alla questione del diritto di voto al secondo turno, che non è affatto chiaro come vada attribuito. Del resto, tutti quanti, ma proprio tutti, si sono bevuti lo sciroppino del segretario Bersani, il quale ha sapientemente aperto a tutte le obiezioni dell’assemblea ma è riuscito a farsi attribuire il mandato per definire le regole delle primarie in sede di coalizione. Quindi esiste la concreta possibilità che le regole del confronto cambino ancora.

Gli unici punti fermi sono due: la deroga all’articolo 18 dello Statuto, quindi l’ammissione alla candidatura a premier anche per altri esponenti del PD oltre al segretario, candidato naturale secondo lo spirito statutario del partito; la necessità di raccogliere entro il 15 ottobre le firme del 3 per cento degli iscritti al PD o del 10 per cento dei partecipanti all’Assemblea nazionale (pari a 17.000 firme, via @civati e Il Post). Queste due regole sono in evidente contraddizione fra di loro: da un lato si intende aprire anche ad altri candidati; dall’altro si pone un limite serio che impedirebbe a chi non è sufficientemente inserito nell’apparato del partito di raggiungere il quorum di firme. Ergo, il combinato di queste due norme è ritagliato con sapienza per far partecipare Bersani e Renzi e per tagliar fuori i vari Puppato, Gozi, Boeri. Insomma, lo sceneggiatore delle primarie ha capito che per nobilitare la sfida e rivitalizzare il partito, la coppia dicotomica Bersani-Renzi, Vecchio-Giovane, è un motore di propaganda formidabile. Tutto ciò che è esterno a questa dicotomia è irrimediabilmente schiacciato e cancellato. I sostenitori di Vendola se ne facciano una ragione: il segretario di Sel non ha possibilità di inserirsi nella sfida, e forse non è neanche nelle sue intenzioni. Per Vendola il successo minimo è quello di riportare Sel in Parlamento, e opportunamente impiegherà Bersani come un cavallo di Troia. E’ quasi certo che, perdendo al primo turno, Vendola farà endorsement al segretario PD, il quale in cambio gli assegnerà una cospicua parte di posti in lista. Sì, perché le liste saranno frutto di una grande contrattazione fra la coalizione, nelle segreterie dei due/tre partiti che vi parteciperanno, con un metodo fortemente esclusivo e decisamente poco trasparente, senza una vera partecipazione né degli iscritti, né degli elettori. Questo è il vero tema politico che il segretario, ieri, ha brillantemente saltato.

In ogni modo, è inequivocabile che l’Assemblea di ieri abbia segnato una piena vittoria di Bersani. Durante tutta la settimana si erano susseguiti titoli apocalittici sulla imminente dissoluzione del partito. Bersani invece ha cavalcato il dissenso. Ha ammaestrato l’Assemblea. Ha imposto la sua politica e le sue regole sulle primarie. Stabilendo quindi sin da ora i presupposti per la conquista della leadership di coalizione. Il quorum chiuso al secondo turno è la botta che Renzi non si aspettava. Con il quorum chiuso Renzi non può avvalersi del contributo degli elettori delusi del centrodestra. Fine della competizione. Bersani ha però compreso bene che la sfida portatagli dal sindaco di Firenze è un capitale inestimabile in termini di visibilità e consenso verso il partito. Bersani ha intuito cioè che, se il partito riesce a darsi una parvenza di democraticità interna, aspetto che altri non hanno (nemmeno il M5S), allora avrà un innegabile vantaggio elettorale. Il peso della competizione delle primarie è stato trasformato in un elemento di distinzione in un clima politico che si sta facendo sempre più teso e orientato alla polemica antipartitica e anticasta. Come ha detto il segretario, nella sua solita maniera ruspante, se il PD fa bene il suo compito, “non ci ammazza più nessuno”.

A questo punto, Renzi rischia grosso. Rischia politicamente di bruciarsi. Resterà l’uomo che ha perso le primarie di coalizione 2012. L’ambizione sta giocando un brutto scherzo a Renzi. Come potrebbe candidarsi al Congresso del PD del 2013 da perdente? Sarebbe come se John McCain si riproponesse nuovamente come candidato repubblicano alla presidenza USA. L’area Civati, invece, è in questo momento in attesa. Con un post sul suo blog, intitolato “Finalmente“, Pippo Civati si è concesso un fine settimana di riflessione, aprendo il dibattito sul che fare. I suoi 25 e-lettori stanno in queste ore commentando il post, offrendo al consigliere regionale lombardo le loro opinioni sulla opportunità o meno della sua candidatura a queste primarie. In linea di massima, l’opinione generale è quella di attendere. Di non esporsi ora. Di farlo eventualmente quando il Celeste governatore della Lombardia si dimetterà, oppure in prossimità del Congresso 2013. Dipende da qual è l’intenzione di Civati e del suo gruppo. Se si vuole cioè cambiare il partito – e la politica del partito – da dentro, allora l’appuntamento del Congresso è irrinunciabile.

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