Gli status su Facebook, o del trollismo dell’informazione

Quel che è accaduto a Gianluigi Piras dovrebbe farvi riflettere a lungo. Perché sì, siamo tutti coinvolti in un meccanismo, un meccanismo che ci travolge. Al di là delle parole inadatte di Piras, quel che colpisce è che non impariamo nulla dagli errori. Siamo come criceti che corrono per far girare a vuoto una grande ruota. Questa grande ruota che risponde al nome di Social Networking.

Piras si è espresso in termini paradossali ma violenti circa le dichiarazioni anti-gay della Isinbayeva, bella – ancorché fedele alla linea putiniana – astista russa. A distanza di ore da quell’infortunio, si è avviato più o meno spontaneamente il motore dell’indignazione e dell’odio su Facebook (e dintorni). In centinaia hanno scritto le più becere condanne contro Piras, in alcuni casi evocando livelli di violenza ancor maggiori delle parole iniziali dell’ormai ex consigliere PD di Jerzu. Poco importa se Piras fosse stato sinora uno dei più attenti e attivi esponenti del PD in materia di diritti civili e di antidiscriminazione.

Non è un caso se è successa questa nuova lapidazione via web. Molto è dipeso dalle dinamiche di diffusione del messaggio maldestro di Piras. Che per essere racchiuso fra virgolette in un titolo, è stato brutalmente ma efficacemente riassunto in un “Ti violentino in piazza”. La violenza così esplicitata ha innescato la diffusione virale. Da qui in poi, è stato un crescendo. Il messaggio virale ha conquistato le home page dei principali giornali web e da lì è rimbalzato sui giornali locali, è stato riportato come titolo dei telegiornali nazionali. Massima rilevanza al ‘Salvini’ del Partito Democratico. Non c’è stata alcuna cura della verifica della notizia, nessuna interpretazione, almeno sino a quando Piras ha emesso la propria nota di scuse e di dimissioni irrevocabili.

Quel che vi ho appena descritto è noto come trollismo. I troll, nei social media, sono noti come quelle persone che interagiscono “con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi” (wikipedia). Insomma, il troll ha l’obiettivo di cercare visibilità, assumendo posizioni discutibili, che indignano, che spingono l’utente del social media ad alzare la voce, a gridare allo scandalo. Piras è stato troll suo malgrado, senza volerlo. I giornalisti ne hanno approfittato, e sono diventati troll a loro volta. Il trollismo è ormai una consuetudine per i giornali italiani.

Guardate bene che suscitare nel lettore sentimenti radicali quali odio, indignazione, repulsione, è il meccanismo principale mediante il quale si crea consenso sul web. C’è chi vi ha costruito una carriera politica, con questo strumento, ed ha preso ben otto milioni di voti alle ultime elezioni politiche (ovvero Beppe Grillo; taluni considerano persino il berlusconismo come archetipo del trollismo). Il Fatto Quotidiano ha cavalcato l’onda dell’indignazione ancora recentemente con la campagna per la salvaguardia della Costituzione dall’attacco del governissimo mediante la riforma dell’articolo 138. Grazie agli assist del Movimento 5 Stelle e di Beppe Grillo dal blog (che ha ripreso ben due volte l’allarme di alcuni costituzionalisti che in realtà è andato scemando; per una summa leggete qui), hanno innescato il motore dell’indignazione e, una volta preso le misure della protesta che stava montando a furia di like e condivisioni, hanno fornito lo strumento della Petizione online, incanalando il flusso dell’odio in un database. Geniale applicazione del web marketing politico. Hanno raggiunto la bellezza di 355 mila firme. Che – va detto – a nulla serviranno perché mai il disegno di legge costituzionale che istituisce la Commissione bicamerale dei venti che a sua volta dovrebbe – entro diciotto mesi dalla sua istituzione – produrre talune ignote riforme costituzionali da approvare in doppia lettura nell’intervallo dei tre mesi e suscettibili, in ogni caso, di referendum approvativo, potrà aver luce. In compenso, però, il vostro nome è catalogato nei database del Fatto e del suo entourage per finalità che a voi sfuggono e che non potete controllare.

Nel caso Piras, quindi, ci sono tutti i crismi del trollismo dell’informazione. Piras ha commesso l’errore di prestarsi a questo meccanismo. I giornali, e i loro silenti direttori, hanno dato prova di perfetto tempismo: tramite la gaffe di Piras hanno generato click e condivisioni che altrimenti non sarebbero venute, in periodo ferragostano; hanno, soprattutto, aggiunto un ulteriore argomento ai fini di quella campagna politica che preme per sottoporre il web, specie i blog, alle leggi sulla stampa. Ogni articolo che racconta di ingiurie e violenze espresse tramite status di Facebook, alimenta questo altro calderone, pronto a partorire un comma ammazza-blog o ammazza social network nottetempo.

L’antidoto a questo virus? Sì, esiste. Si tratta di parlare di cose concrete. Di fatti. Discutere seriamente delle proposte di legge, per esempio, allontana i troll come la kriptonite con Superman. Se attaccate Grillo dicendo che fa parte di una setta, diverrete oggetto dell’indignazione dei sostenitori di Grillo e sommersi di commenti e critiche (dal “non sei capace a scrivere”, al “sei Kasta”, ecc.); se invece prendete le idee di Grillo (ad esempio la cancellazione del divieto di mandato imperativo, articolo 67 della Costituzione) e le argomentate, e le smontate scientemente, pezzo per pezzo, ebbene nessuno avrà da dirvi nulla. Forse non avrete grande popolarità; forse i like e le condivisioni si ridurranno ad una manciata. Ma avreste dato a quei cinque gli elementi per capire. Quel che si definisce un buon giornalismo…

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2 Comments

  1. Concordo al 100%. La sensazione che il social networking scateni una sorta di riflesso condizionato latente che reagisce solo in senso aggressivo/negativo, è una di quelle cose che dovrebbe essere approfondita a livello sociologico.
    Forse siamo più bravi a coltivare sentimenti di rabbia che ad attivare in noi curiosità e confronto?
    Che poi, la rabbia (e la volgarità che ne è spesso sintomo), che alimenta valanghe di condivisioni farlocche, non sarà sintomo anche di quella superficialità di sentimenti di cui siamo (sono? spero di no) ormai inconsapevoli?

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