E intanto la sanità è sempre più povera.

Sanità sempre più povera – di Valentina Lenti

Negli ultimi anni si è parlato spesso di sprechi e, di conseguenza, di indispensabili tagli alla sanità.

Come in ogni settore pubblico che si rispetti in questo Paese gli sprechi o la mal amministrazione sono sempre stati considerati una caratteristica inevitabile e perfino normale.  In queste giornate frenetiche per la politica italiana (quelli in cui si discute di leggi elettorali, amnistie, grazie, alleanze) pare opportuno ricordare quelli che sono per i cittadini i problemi imminenti per la loro quotidianità.

Il nostro sistema sanitario è considerato tra i migliori al mondo per la qualità delle cure offerte ai cittadini, senza discriminazione, nel rispetto della Costituzione e gratuite (almeno per le emergenze). I tagli alla sanità, le spending review, il blocco delle assunzioni del personale ospedaliero rischiano di mettere a repentaglio questo sempre più fragile sistema.

Dato che la gestione della sanità nel nostro Paese è gestita su base regionale è difficile divincolarsi tra la miriade di statistiche, leggi nazionali e regionali, provvedimenti dirigenziali delle singole aziende sanitarie. Ci sono regioni più o meno virtuose per quanto riguarda la qualità dei servizi e l’entità degli sprechi. Tuttavia, negli ultimi anni, anche le regioni ritenute più performanti hanno sofferto per le misure intraprese dai governi nazionali e regionali che si sono susseguiti.

Cerchiamo ora di fare un po’ di chiarezza su alcuni punti. Partiamo dalla nostra Costituzione. Il primo comma dell’art. 32 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” A partire dalla legge n. 833/1978 tale tutela è fornita non più dal sistema mutualistico ma dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che eroga a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza, l’insieme delle attività, dei servizi e delle prestazioni sanitarie necessarie alla tutela della salute. L’uniformità della diffusione universale dei servizi sanitari, introdotta da questa prima importante riforma, consiste nel garantire dei livelli minimi di prestazioni in ambito sanitario a tutti i cittadini.

Col D.P.C.M. 29 novembre 2001 sono stati introdotti i livelli essenziali di assistenza (Lea). Questi consistono in un insieme di attività, servizi e prestazioni che il SSN si impegna ad erogare a tutti i cittadini gratuitamente o con la compartecipazione alla spesa (il pagamento del ticket), indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza. I Lea sono ancora oggi un importante riferimento per misurare la qualità delle cure sul territorio nazionale ed evidenziare le differenze territoriali. Le Regioni hanno infatti la possibilità di utilizzare risorse proprie sia per garantire i servizi sia per fornire prestazioni aggiuntive rispetto ai Lea (ma mai a discapito dei Lea, considerati la base per tutti i cittadini!). I Lea possono pertanto costituire un metro per valutare lo stato di salute del nostro sistema sanitario. La CGIL – ad esempio – presenta periodicamente un rapporto di valutazione dell’applicazione dei Lea sul territorio nazionale (http://www.cgil.it).

Dall’ultimo rapporto di verifica pubblicato lo scorso 8 agosto 2013 sul sito della CGIL (http://www.cgil.it/Archivio/Welfare/Sanità/LEA_bollino_verde_rosso.pdf – Elaborazione CGIL su dati Ministero Salute e Corte dei Conti CGIL nazionale Area Welfare – Politiche della Salute – Stefano Cecconi) si rileva che il divario tra le Regioni è aumentato negli ultimi anni (dati che si fermano al 2011) e che i Piani di Rientro imposti alle Regioni per ridurre le spese si sono mostrati utili solo in parte. Il divario maggiore è tra Nord e Sud, anche se con  qualche eccezione (la Basilicata risulta l’unica Regione virtuosa del sud mentre il Piemonte presenta tra le Regioni del nord qualche bollino rosso per l’inadempienza di alcuni Lea). La situazione, secondo la CGIL, è destinata a peggiorare nel prossimo biennio per effetto dei tagli lineari al finanziamento che rischiano di compromettere il rispetto dei Lea da parte delle Regioni.

Un altro grave problema risulta essere quello dei tagli al personale ospedaliero (sanitario e non). I servizi forniti dalle cooperative, il lavoro precario, le svariate forme di tirocinio formativo e il volontariato, sostituiscono sempre più spesso (talvolta anche in modo illecito) quelle che in passato erano attività di competenza del personale strutturato all’interno degli Ospedali. A questo si aggiungono gli orari sempre più massacranti a cui il personale sanitario è costretto. Tanto per fare qualche esempio:

http://ilcentro.gelocal.it/chieti/cronaca/2013/08/11/news/lanciano-medicina-al-collasso-turni-massacranti-per-3-medici-1.7563646

http://www.ilmamilio.it/m/it/attualita/primo-piano/16065-sanit%C3%A0-castellana-medici-stanchi-e-stressati-per-i-turni-massacranti.html

http://www.repubblica.it/rubriche/piccolaitalia/2010/08/17/news/lettere_medici-6330567/

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2012/12-ottobre-2012/turni-massacranti-soli-corsia-inchiesta-sull-utilizzo-tirocinanti-2112223905443.shtml

http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/2013/07/22/923275-sciopero_medici_meno_posti_letto_turni_massacranti.shtml

La professione sanitaria, forse la più delicata per la responsabilità nel poter influenzare i processi della vita, della salute o della morte, non può essere continuamente attaccata e messa sotto pressione perché il rischio grave è quello di creare sempre più episodi di malasanità e di perdita della qualità delle prestazioni. Tra la miriade di urgenze della politica dovrebbe esserci sempre quella di bilanciare l’eliminazione dei veri sprechi con la protezione di ciò che potrebbe funzionare al meglio (se chi lavora in quel settore fosse messo nelle condizioni di farlo).

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