Banca Carige: un mix pesante di derivati, politica e gerontocrazia

La vicenda di Banca Carige sta diventando una vicenda giudiziaria – l’ennesima – che scoperchierà un intreccio fatto di politica, affari, riciclaggio, lottizzazione; soprattutto, una indomita, irremovibile, gerontocrazia militante.

Il declino della banca di Genova, banca locale per antonomasia, comincia – beffardo il destino – il 25 Febbraio 2013, giorno di voto e di fallimenti elettorali (per il Partito Democratico). Quel giorno il titolo in Borsa perse il 7.8%, come tutti i titoli bancari italiani, sottoposti alla speculazione finanziaria innescata dall’imprevisto risultato elettorale. Carige, a mercati chiusi, comunica la decisione del consiglio di amministrazione: “un piano di rafforzamento del patrimonio da 800 milioni di euro, una cifra pesantissima e che verrà realizzata in parte con la cessione di taluni asset non strategici e non funzionali all’attività core del gruppo” (Carige, dismissioni e capitali freschi pronto il piano da 800 milioni di euro – Repubblica.it » Ricerca). Da dove veniva quella frettolosa ricapitalizzazione?

Le mosse del presidente (ora deposto) Giovanni Berneschi finiscono sotto l’occhio vigile (e sveglio e pronto e attento e) della Consob, la quale già ad inizio Febbraio 2013 chiede a Carige di contabilizzare taluni “profili di fiscalità differita”, una moral suasion che viene recepita dal CdA in via prudenziale. Al mercato era invece stato prospettato un risultato ben diverso: “nel bilancio consolidato si determina un beneficio economico non ricorrente di 259,3 milioni anziché di 715 milioni, con uno scarto di quasi cinquecento milioni di euro”. Le assicurazioni sono in effetti una delle pietre dello scandalo. Un bubbone enorme che prende il nome di Filadelfo Arcidiacono. Questo signore non è un signore ma un nome inventato. Ha addirittura un codice fiscale: RCDFLA66E10F952K. E’ stato a lungo utilizzato nei registri della compagnia per coprire i veri beneficiari di super-parcelle. Giovanni Berneschi avrebbe dovuto risanare queste anomalie. Alla stessa maniera, avrebbe dovuto risolvere quell’altro pasticcio, quello della filiale di Nizza, in Francia. E’ il 2005 quando la Banque de France “si occupa di un’operazione da 583 mila euro versati su un conto di Carige Nizza a fronte della vendita di immobili in Italia per 186 mila euro”: naturalmente la vendita era fittizia e il movimento copriva fondi neri il cui ‘beneficiario’ non è ancora balzato agli onori della cronaca giudiziaria.

La vicenda rimane sottotraccia fino all’estate. A fine Luglio il CdA cade a pezzi. E’ il risultato della guerra fra il presidente e la Fondazione, guidata dal sempiterno Flavio Repetto, ottantunenne irriducibile industriale del settore dolciario (è presidente della Novi-Elah Dufor): “cinque consiglieri di amministrazione di banca Carige rassegnano le dimissioni (che saranno effettive dall’assemblea chiamata a nominare il nuovo cda). Se ne vanno quattro consiglieri della Fondazione (Piergiorgio Alberti, Luigi Gastaldi, Gianni Marongiu e Sandro Repetto) e uno indicato dai soci francesi, invocando una “nuova governance” per la banca” (Repubblica.it). Qui viene il bello: a leggere i nomi dei consiglieri forse si sospetta solo una parentela con il presidente della Fondazione (non è così), ma in realtà Sandro è quel Sandro Repetto ex presidente della provincia di Genova, ex parlamentare fra le fila dei democratici (è un ex Margherita, ma ormai poco conta). Nel vecchio CdA siedeva pure il fratello di Claudio Scajola; sì, proprio lui, sciaboletta. Un bel quadretto. Una commistione disarmante.

Berneschi è un matusalemme all’interno di Carige; è stato assunto nel 1957. Da quarantanni è ai vertici della Banca. E’ diventato, dopo il caso Mussari, vicepresidente dell’Abi. Il Partito Democratico genovese rappresentato all’interno di Carige è letteralmente diviso in due: da un lato, Sandro Repetto, rappresentante per la Fondazione; dall’altro Claudio Burlando, presidente della Regione (per ovvi motivi non ha ruoli all’interno della banca) e acerrimo sostenitore di Berneschi. Quando il CdA è andato in pezzi, Burlando ha alzato la voce, dall’alto del proprio ruolo ‘super partes’ (?) di Governatore della Liguria. “È la settima banca d’Italia”, ha detto Burlando, “le persone vanno scelte con attenzione. Meriterebbe una guida in grado di dare il senso di banca nazionale. La scelta di nominare un nuovo consiglio che si farà in così pochi giorni riguarderà solo le persone o è anche un progetto? (carlottascozzari.wordpress.com). Carlotta Scozzari ha giustamente fatto rilevare che il vertice di una banca deve essere scelto dagli azionisti della stessa, fra i quali vi è giocoforza la Fondazione. Che cosa vuol dire, le persone vanno scelte con attenzione? Che tipo di messaggio è questo e a chi è indirizzato? “Non si capisce”, continua Burlando in una intervista a Telenord, “con quali procedure saranno selezionati i nuovi dirigenti della banca, che di solito si scelgono affidandosi a uno studio, attraverso cacciatori di teste?”. Un mistero, direi. Intanto la Fondazione ha prosciugato il proprio capitale, partecipando alla ricapitalizzazione con ben 700 milioni di euro. In una lettera al Secolo XIX, Luciano Port, ex sindaco di Recco (anni ’80, DC) e piccolo azionista della banca, ha rivelato che con la nuova esposizione verso il capitale Carige, la Fondazione è letteralmente rimasta “senza liquidità” (carlottascozzari.wordpress.com).

Mentre Banca d’Italia, a fine Agosto, ha bocciato il piano da 800 milioni, negli ultimi dieci giorni, banca Carige ha dovuto ripetutamente smentire le indiscrezioni di stampa circa lo scoperto generato da alcune operazioni sui derivati. Si tratterebbe di contratti derivati “a leva” (a debito, ovvero con rischi di perdite superiori all’investimento) sui titoli di Stato italiani sottoscritti dall’istituto. Posizioni pari a circa 7 miliardi di euro. La smentita di Carige, però, contiene paradossalmente l’ammissione che la banca è esposta per quella medesima cifra proprio su titoli di Stato italiani sui quali sono state edificate ‘coperture strutturate’: scrivono candidamente su La Stampa Finanza (evidentemente un articolo a pagamento), che “le metodologie attualmente impiegate da Carige per la valutazione degli strumenti derivati sono di vasto utilizzo sul mercato, soggette a periodici aggiornamenti e determinano differenze che non hanno comunque impatto sulla redditività aziendale”. Poco rassicurante davvero.

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