Merkel for President

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Angela Merkel è la persona giusta per guidare la Germania e l’Europa, politicamente pochi possono competere con lei (The Economist).

A tre settimane dal voto, Angela Merkel non è ancora in grado di formare il nuovo esecutivo. Nelle ultime ore ha cercato di sondare l’orientamento del Grunen (i Verdi) mentre è previsto un incontro fra la rieletta Cancelliera e il presidente della SPD, Sigmar Gabriel. Gabriel ha dichiarato che la Grosse Koalition CDU-SPD si farà solo se il nuovo governo metterà al primo posto la stabilizzazione dell’Europa senza appesantire sempre i contribuenti, la riorganizzazione del mercato del lavoro con buoni salari e la garanzia di una pensione decente dopo decenni di lavoro; il rilancio degli investimenti per infrastrutture e istruzione. Non vogliamo andare al governo solo per ottenere qualche ministero, ha detto.

La Cancelliera, durante la campagna elettorale, ha parlato poco dell’Unione europea. In verità ha mostrato due facce: una, interna, verso i tedeschi, accomodante e più attenta alle politiche sociali; una esterna, verso i Paesi dell’Eurozona, molto liberista, in cui ha preferito puntare a politiche di austerità e rigore senza dare spazio ad un piano di sviluppo europeo per rilanciare la sviluppo e l’occupazione. Merkel ha parlato poco di Europa, mentre i partner europei erano attentissimi al dibattito in Germania ed in ansia per i risultati elettorali tedeschi, pensando ad un risvolto anche nei loro confronti. Molti cittadini europei avrebbero voluto votare in Germania, come hanno evidenziato alcune iniziative come “Egality Now” and “I vote in Germany” volte a far sentire la voce dei cittadini europei sulle elezioni tedesche.

Ma Merkel ha dato molta importanza soprattutto al fattore “fiducia”: il suo messaggio è stato che la Germania è un paese rigoglioso dove la disoccupazione è diminuita e la crisi dell’euro è stata controllata.

Molti parlano della Merkel come di una donna politica tenace, superiore a Obama, a Cameron e allo stesso Hollande. Potrebbe ora sollecitare riforme che portino l’economia europea alla competitività ma, nonostante ciò, esiste un rovescio della medaglia: la Germania, sebbene la sua economia sia forte, ha diverse fragilità interne, fra cui la limitata crescita della popolazione, l’eccessivo affidamento sulle esportazioni, la bassa crescita della produttività, i troppi lavori sottopagati.

L’occupazione , dopo una serie di regolamenti iniziati nel 2002 e favoriti da alcune piccole riforme (Agenda 2010), ha raggiunto un buon livello con un apparente aumento dei posti di lavoro. In realtà i veri contratti di lavoro non arrivano al 50%.

I “mini jobbers”, cioè coloro che devono accontentarsi dei contratti da 450 euro al mese, sono in forte aumento. Prevale il lavoro a tempo determinato con salari minimi, tanto che viene favorito il lavoro in nero. Anche internamente alla Germania i servizi devono essere più competitivi, la formazione ha bisogno di più risposte, le infrastrutture e la ricerca hanno bisogno di più investimenti. Anche i prezzi dell’energia devono essere tagliati e il settore pubblico diventare più produttivo.

Per quel che riguarda il capitolo Europa, la Merkel deve comunque impegnarsi a rendere più forte l’intera Unione europea, a partire dall’unione fiscale.

La cancelliera è la sola leader in Europa ad essere rimasta al potere dopo la crisi economico –finanziaria iniziata nel 2008 e che ha portato alla stagnazione di tante economie europee: Spagna, Francia, Portogallo, Italia e Grecia. Ma il rigore nei confronti di questi paesi Paesi non ha portato ad un risanamento del bilancio e tanto meno allo sviluppo economico.

Per citare il caso della Grecia, proprio in questi giorni i giornali riportano i verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo Monetario internazionale (FMI) ha dato via libera al primo piano di aiuti per il Paese.

Quei verbali, pubblicati dal Wall Street journal, contenuti in documenti classificati come riservatissimi e segreti, parlano chiaro: più di 40 paesi, tutti non europei e pari al 40% del board, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici del FMI. Il motivo? Era “ad altissimo rischio”, come ha messo a verbale il rappresentante brasiliano, perché “concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia” (Investire oggi).

In realtà, basta guardare i numeri della recessione, ancora in corso in taluni paesi del sud Europa, per capire che la vittoria della Merkel non è affatto un buon segnale sia per l’ Eurozona, che tanto spera in nuove riforme che rilancino la competitività, sia per il sistema Italia che dovrà, secondo la Merkel, promuovere misure strutturali per la crescita, ridurre le tasse e la disoccupazione.

La Merkel dà priorità alle politiche di austerità in primis nei confronti dei paesi UE, giustificando l’ insofferenza alle riforme imposte a questi paesi: queste politiche, invece di portare ad una reale diminuzione del debito pubblico, stanno portando ad una vera stagnazione economica.

La Germania dimentica di essere stata il “debitore” più inadempiente del XX secolo. La Germania di Weimar aveva grossi debiti con gli USA e, dopo la fine della 2° guerra mondiale , non ha pagato quasi nulla per restituire ai Paesi Europei (1940-1944) le risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato. La Grecia intende presentare un conto da 220 miliardi di euro (Il Sole 24 Ore).

Neppure bisogna tacere il fatto che il salvataggio di importanti banche interne ha fatto aumentare considerevolmente il debito pubblico tedesco, che risulta essere oggi il terzo debito lordo più alto al mondo.

Anche l’asimmetria nel campo occupazionale tra i vari Paesi dell’Unione, specie quelli del sud Europa, Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro, è una delle cause dell’attuale impasse politico europeo: i poteri finanziari tedeschi, falchi dell’austerità, hanno esteso la depressione dell’occupazione e dei redditi soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, creando enormi squilibri tra Paesi della zona euro.

Un “falco” tedesco è certamente il ministro all’economia,  Wolfgang Schäuble. La politica economica europea che ha sposato impone solo rigore e, sul lato degli investimenti, il nulla. Così la struttura economica europea ne ha risentito. Ora si spera che, col semestre di presidenza italiano nel 2014, si ponga l’accento più sugli investimenti che non sul rigore. La vittoria della Merkel potrebbe significare la vittoria della linea di rigore duro ma ciò sarà più difficile con la presidenza italiana.

Gli italiani, anche i moderati come Letta, sanno cogliere gli aspetti profondi della politica europea e non possono non comprendere che la costruzione europea è in uno stallo proprio per il fatto che alcuni paesi sono sull’orlo del disastro. Bisogna rilanciare l’Europa. Il nuovo governo tedesco, basato sul compromesso tra CDU-SPD saprà porvi rimedio?

I Turchi, gruppo etnico molto consistente i Germania, terranno sotto pressione la Merkel, avendo votato in maggioranza SPD, e potranno influire sull’atteggiamento tedesco nei confronti della Turchia, quale sempiterno candidato membro dell’Unione Europea. La riforma del sistema finanziario e quella della politica monetaria e fiscale sono indispensabili per dare il via ad un piano di investimenti pubblici e privati. La “dottrina” dell’austerità espansiva ha accentuato la crisi, provocando un tracollo dei redditi , anziché favorire la fiducia dei mercati e l’espansione della crescita, anziché portare ad un – per ora solo accennato – nascente dinamismo dei paesi della UE, ha accentuato la crisi e reso più opaca la situazione attuale. La riduzione dei redditi ha innescato ulteriori difficoltà nel rimborso dei debiti, sia pubblici che privati e di ciò è consapevole lo stesso Fondo monetario internazionale. Ma quali strumenti potranno essere utilizzati?

Merkel è contraria agli Eurobond, per i quali la Germania dovrebbe offrire le maggiori garanzie, avendo il miglior bilancio nell’Eurozona; viceversa, sostiene la necessità di “riforme strutturali” in tutti i Paesi della UE. Tali riforme dovrebbero ridurre costi e prezzi e aumentare la competitività e quindi le esportazioni, ma una caduta dei prezzi e dei salari con conseguente crollo dei redditi porta con sé il rischio concreto di nuove crisi bancarie e la “desertificazione” produttiva di intere regioni europee. Merkel dovrà cedere su qualche punto per far sì che la situazione dell’UE non giunga al collasso. La sua politica è in grado di lavorare molto bene sui compromessi e parte da una posizione di forza rispetto ai partner europei . Hollande, Letta – per non parlare di spagnoli e greci – non hanno il suo consenso. Ma hanno un disperato bisogno che la Merkel lanci a loro un ancora di salvezza. Lei darà questo aiuto ma soprattutto per i suoi fini strategici. Per molti anni gli stati dell’Eurozona hanno goduto di benefici del welfare state senza affrontare il tema della sostenibilità dei costi nel tempo. Spetta a tutti i Paesi lavorare con tenacia e rigore affinché l’Europa mantenga, anzi rafforzi il suo ruolo politico ed economico nell’attuale sempre più vasto e complesso panorama mondiale: l’Unione Europea ha ancora molta strada da fare e ha bisogno dell’impegno e della collaborazione di tutti gli Stati perché si rafforzi in termini di ‘democrazia delle decisioni’ e di rispetto delle diversità e della storia di ciascuno. Non deve prevalere un paese sugli altri, né deve essere ascoltata solo la voce della “finanza”. Diritti e doveri degli Stati e dei singoli cittadini sono l’obiettivo da difendere e su cui misurare i successi dell’Unione.

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3 Comments

  1. Articolo esaustivo, chiaro e ben scritto. In effetti i politici hanno più risvolti nel loro rappresentarsi. Le tante maschere pirandelliane trovano, in tal settore, non un atteggiamento di vita bensì uno strumento del mestiere.E’ un equilibrio che si basa su popolarità, caparbietà, onestà da mantenere, laddove essa esista, o far finta di possederne, per poi aggiungere parole, dialettica e promulgazione di speranze. Naturalmente esistono stati trainanti rispetto ad altri. Le cosiddette zavorre economiche sono costituite da paesi con un deficit improponibile. Sicuramente tali paesi rallentano il processo economico di un gruppo ma, visto che tutto ha un costo e considerando che poi questa Europa se la tengono stretta un po’ tutti, credo, ma vorrei sbagliare, che i paesi meno competitivi paghino il prezzo del rallentamento di un’economia con una moneta molto salata: il prezzo della sudditanza. Tutto ha un prezzo. Il rallentamento di un processo economico è inversamente proporzionale ad un elemento base dell’economia stessa: la velocità di un processo economico positivo. Un buon risultato si deve sempre ottenere in tempi ottimali. Sicuramente la Merkel è maestra nei processi economici. Sa benissimo che il suo paese, pur in crisi, è comunque meno in crisi di altri paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e Cipro. Luoghi che non hanno molto da offrire o, molto, non viene permesso loro di fare. Tutto ha un prezzo in questo scenario e chi non è trainante… esiste la sudditanza, anche in “democrazia”

  2. Un grosso problema della Germania è dato anche dal funzionamento dell’Hartz IV, che favorisce proprio le assunzioni in nero per non perdere i sussidi di disoccupazione.

    Io credo anche che un segnale forte per l’Europa arriverà dalle prossime elezioni del Parlamento Europeo con conseguente elezione “diretta” da parte dello stesso del presidente della Commissione.
    Dovesse essere la volta di Schulz od altri del PES, potrebbe essere un segnale importante di cambiamento nelle politiche di austerity.

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