Iran, il compromesso

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L’intesa di Ginevra da una parte frena, in via temporanea (6 mesi), il programma nucleare iraniano, sospettato di finalità militari, e dall’altra consente a Teheran di ottenere alcuni allentamenti alle sanzioni che avrebbero potuto avere gravissime ripercussioni sulla sua economia.
In modo specifico l’Iran si è impegnato a interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5% e a non aggiungere altre centrifughe; Teheran non aumenterà le sue riserve di uranio arricchito e non saranno costruiti impianti in grado di estrarre plutonio dalle scorie di combustibile. Sarà interrotta la costruzione del reattore ad acqua pesante di Arak, potenziale generatore di plutonio utilizzabile a scopi militari.
Teheran, inoltre, permetterà all’Aliea (l’Agenzia internazionale dell’ energia atomica) un “approccio strutturato” ai suoi siti di ricerca nucleare per i dovuti controlli. L’Iran avrà cosi a disposizione i 4,2 miliardi di dollari, provenienti dalla vendita del petrolio, bloccati a causa delle sanzioni, attualmente depositati in banche asiatiche. Ulteriori misure sono state adottate nei confronti del commercio dell’oro e dei metalli preziosi, nel settore delle auto e delle esportazioni iraniane di prodotti petrolchimici.

Il patto raggiunto a Ginevra rappresenta un grande risultato dopo trenta anni di stallo e quattro giorni di serrati negoziati. L’Onu, a luglio, aveva aggiunto ulteriori sanzioni all’Iran, proprio in relazione al commercio del petrolio, anche in risposta alle voci che si erano sparse alla fine dello scorso anno sulla possibile chiusura, da parte dell’Iran, dello stretto di Hormuz.

La società iraniana non è più governata da anziani teocrati, ma dai giovani.  Nel 1978, subito prima della rivoluzione islamica, l’Iran  aveva 38 milioni di abitanti, oggi ne ha il doppio, e i giovani, che sono la maggioranza della popolazione, non hanno mai condiviso l’ideologia dell’islam politico e ritengono che il presidente Hassan Ruhani sia in grado di intavolare un negoziato per far revocare le sanzioni internazionali contro l’Iran.

 Quanto alle esigenze di difesa, Teheran ha la sensazione di essere oppressa da potenze ostili: è circondata dalla regione nucleare pakistana e dai taleban afgani, dalle dinastie sunnite wahabite dell’Eurasia saudita e degli stati circostanti, dalle navi da guerra statunitensi sulla costa meridionale e dagli instabili paesi nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica a nord.

Poco più a ovest c’è Israele. Per questo molti iraniani anche giovani, considerano il programma nucleare, con tanto di possibilità di costruire la bomba atomica, come garanzia contro le invasioni. Negli ultimi 1500 anni i persiani sono stati invasi a più riprese dagli arabi, dai mongoli fino ai sovietici, ai britannici, all’Iraq di Saddam Hussein. Il programma nucleare era considerato come un simbolo.

Se non ci fosse l’embargo, l’Iran sarebbe il primo paese produttore mondiale di petrolio e il secondo produttore di gas naturale. Siamo di fronte a due questioni aventi la stessa matrice: una puramente energetica e l’altra geopolitica. Il petrolio è lo strumento attraverso il quale l’Iran esercita il proprio leverage politico e se nel lungo periodo venissero adottate soluzioni alternative, cioè l’approvvigionamento di queste risorse fosse fornito da altri paesi, le ripercussioni potrebbero essere gravi.

Gli USA si erano già guadagnati il dissenso da parte d’Israele quando hanno siglato un patto con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar ,Kuwait, Brunei, promettendo loro la nascita del “Grande Medio Oriente” non sottoposto al controllo della Lega Araba ma subordinato alla vigilanza degli stessi Paesi con i quali hanno concluso l’intesa, appartenenti tutti, più o meno, alla stessa famiglia, sia in modo diretto che indiretto.
La Francia, che in un primo momento, durante i vari vertici tenutisi a Ginevra, aveva preso una posizione di negatività nei confronti dell’accordo, si è ravveduta e durante il vertice di pochi giorni fa ha raggiunto un’intesa sul programma. La Francia è Il primo committente iraniano, a sua volta fornisce Silos per centrali nucleari e ottiene dall’Iran dei vantaggi economici consistenti in primis dalla riduzione sul prezzo di acquisto di petrolio e gas. Viene poi la Germania, che ha commesse con l’Iran per 75 miliardi di euro.

Un attacco nei confronti dell’Iran avrebbe aperto scenari imprevedibili per la stabilità e la sicurezza mondiale. Il paese, infatti, oltre ad avere l’appoggio di Mosca, è membro osservatore della SCO (Shanghai Cooperation Organisation) che unisce in un patto di reciproco sostegno economico e militare, Russia e Cina.

Secondo quanto rivelato da alcuni organi di stampa britannici,  infatti, i due governi di Israele e Arabia Saudita avrebbero stretto un’intesa per impedire che l’Iran si doti della capacità nucleare. Già il 27 giugno scorso il quotidiano “The Sunday Times” aveva parlato dell’esistenza di una base aerea saudita concessa all’Aeronautica militare israeliana. A rompere gli indugi tra israeliani e sauditi avrebbe contribuito soprattutto il fallimento della politica americana in Medio Oriente oramai avviata verso l’appeasement nei confronti dell’Iran. Dal canto suo il governo saudita avrebbe concesso il proprio spazio aereo ai caccia-bombardieri di Israele in caso di attacco sulle centrali nucleari iraniane. Secondo Israele infatti per l’Iran le trattative sul nucleare sarebbero solo un mezzo per guadagnare tempo ed arrivare alla costruzione della bomba nucleare. D’altronde, nessuno Stato potrebbe mai affrontare in modo soddisfacente i danni conseguenti allo scoppio di una bomba nucleare, ciononostante gli armamenti continuano ad essere una voce sostenuta dei loro bilanci.
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