Artico, la nuova frontiera dell’Energia

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Nel dicembre scorso, la nave russa Akademik Shokalskiy è rimasta incagliata nei ghiacci dell’Antartide. Trasportava turisti e ricercatori scientifici che sono stati salvati da una rompighiaccio australiana.

Non deve stupire la presenza di ricercatori in questa zona remota e poco ospitale. Sono infatti numerosi i Paesi impegnati ad approfondire le modalità di sfruttamento delle risorse energetiche che si trovano sia sotto l’Antartide che sotto l’oOceano Artico, nonché gli effetti che tali attività potrebbero avere sull’ambiente. In questo post si prende in esame la situazione geopolitica dell’Artico.

Otto Stati (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Svezia) hanno istituito il Consiglio Artico per collaborare a livello scientifico, diplomatico e militare per la difesa di un territorio dove il rapido scioglimento dei ghiacci consentirà di accedere ad una immensa quantità di risorse ancora intatte. Si parla di circa 90 miliardi di barili di petrolio e 44 miliardi di gas naturale liquido, distribuiti in 25 aree geologicamente esplorabili, di cui circa l’84% in mare aperto.

Nei prossimi 120 anni l’Artico diventerà l’area più contesa da tutti gli Stati per la sua ricchezza di energia e, mentre l’obiettivo dichiarato è quello della cooperazione per la salvaguardia dell’Artico, grandi potenze, come gli USA, hanno già dichiarato di voler prevenire e dissuadere i conflitti nella regione e si preparano a rispondere ad ogni eventualità. La Danimarca, per parte sua, ha fondato recentemente il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. D’altro canto, Cina, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea hanno fatto di tutto per essere ammessi nel Consiglio, tanto che, dal maggio 2013 sono stati compresi tra i membri osservatori permanenti.

Tra gli Stati che si affacciano sull’Artico, solo il Regno Unito non è uno stato membro.

Il Consiglio Artico è ormai un’istituzione di rilievo politico, ma non ha poteri decisionali significativi. Sotto la sua egida, peraltro, sono stati sottoscritti numerosi trattati giuridicamente rilevanti.

Anche le compagnie petrolifere sono in gara, dall’Alaska al Chukotka, per non perdere l’occasione: Statoil, Exxon mobil, Eni, Total, Shell e le russe Gazprom e Rosneft sono in cerca di alleati, perché esplorare e sfruttare tutte le ricchezze dell’Artico non è facile.

Per la Russia, l’Artide rappresenta il secondo filone operativo della propria politica di sviluppo energetico (il primo è il bacino mediterraneo,verso il quale ha progettato di far confluire i gasdotti dal Caucaso). Per la messa in funzione di una piattaforma nell’Artico, l’incarico è stato affidato a Gazprom, la quale ha cominciato ad estrarre petrolio dal giacimento di Prirazlamnoge. Le riserve di petrolio del giacimento raggiungono i 72 milioni di tonnellate, mentre il livello di produzione previsto dopo il 2020 è di circa 6 milioni di tonnellate.

Tutti gli Stati che si affacciano sul mare artico avrebbero interesse ad estendere la loro sovranità oltre la linea costiera. Per disciplinare la materia, la convenzione di Montego Bay ha stabilito che il tratto di mare che si estende fino a 200 miglia sulla piattaforma continentale costituisce la cosiddetta zona economica esclusiva (ZEE) dei Paesi che si affacciano su un determinato braccio di mare. In essa il paese costiero detiene la potestà esclusiva sulle risorse marine e minerarie, nonché i relativi diritti di sfruttamento.

Nel 2001 la Russia aveva tentato un primo approccio all’ONU reclamando una estensione del proprio territorio artico, ma la richiesta era stata respinta. In quest’ultimo periodo, ha sollecitato nuovamente le Nazioni Unite affinché riconoscano i nuovi confini della piattaforma artica, fatto che accrescerebbe il suo territorio di oltre di 1,2 milioni di kmq. La presenza militare russa nell’Artico, da un lato, è una condizione che permette a Putin di reclamare per la Federazione Russa il controllo della zona economica esclusiva, dall’altro è una risposta alla minaccia rappresentata dai sottomarini americani, armati di missili balistici nucleari in grado di colpire il territorio artico russo in pochi minuti. Per questo motivo Putin dà la priorità al rafforzamento delle forze di difesa che vigilano sull’Oceano Artico. E’ stata rinforzata la difesa aerea e sono state ammodernate basi avanzate sulle isole del mare artico (isole nuova Siberia).

Considerato il progressivo scioglimento dei ghiacci – anche se negli ultimi 3 anni c’è stato un leggero segnale di ripresa nella crescita del pack, dopo il minimo assoluto raggiunto nel settembre 2007 – l’Artico interessa anche per il “passaggio a nord-est” (Northern Sea Route): la nuova rotta, che mette in comunicazione Atlantico settentrionale e Pacifico attraverso il mare Glaciale Artico. La Cina, per esempio, potrebbe risparmiare migliaia di miglia marine utilizzando il passaggio a nord-est per il trasporto marittimo dal nord Europa, e Pechino vorrebbe iniziare al più presto un servizio commerciale su questa rotta. L’Artico non interessa alla Cina solo per le nuove rotte, ma ovviamente anche per il petrolio. A tal fine ha sottoscritto un importante accordo di cooperazione energetica con la Russia per consentire al China National Petroleum Corp di effettuare esplorazioni offshore nell’Artico, con la eventuale collaborazione di Exxon, Statoil ed Eni.

Vista così, lo scioglimento dei ghiacci del Mar Artico sarebbe da intendersi come una opportunità per questi governi al punto che i movimenti politici ambientalisti – i quali vedono questa ipotesi con grande preoccupazione e sostengono la necessità di mutare radicalmente il paradigma energetico, dal petrolio alle energie rinnovabili – sono trattati con l’arma della repressione. Contrari allo sfruttamento energetico, dalla pesca intensiva del Mar Artico, Greenpeace ha lanciato una petizione per la salvaguardia e la creazione di un ‘Santuario Globale’ (http://www.savethearctic.org/). Gli Arctic 30 si sono resi responsabili di un attacco alla piattaforma della Gazprom. Il loro atto dimostrativo è stato inteso dalle autorità russe come ‘teppismo’. Gli attivisti sono così stati denunciati, arrestati e quindi amnistiati (nell’ambito di una generale liberazione di ‘nemici’ politici di Putin in vista delle Olimpiadi di Sochii. Il teppismo era in realtà protesta pacifica. “Proprio come negli scorsi anni”, scrivono sul sito degli Arctic 30, “la determinazione e il coraggio necessari per avere un futuro migliore per i nostri figli richiedono un sacrificio personale, un sacrificio che gli Arctic 30 stanno ora facendo. Nell’interesse di tutti noi” (www.greenpeace.org).

Ma almeno per i prossimi 100 anni, il petrolio continuerà ad essere la materia prima più ricercata, e non solo come fonte energetica ma anche come strumento per agire relazioni di potere. Il suo controllo è nelle mani di pochi governi, i quali per giunta considerano pace, libertà e democrazia come piccolezze da sacrificare agli interessi economici dei poteri emergenti. In questo contesto, l’Artide, come lo stretto di Hormuz, il Mar cinese meridionale con l’arcipelago delle isole Paracelso e Spratly, le isole Falkland, la zona del mar Caspio, le aree mediorientali ed europee attraversate dai gasdotti, saranno le zone più a rischio di conflitto.

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4 Comments

  1. Tutto in teoria, naturalmente, visto che lo scioglimento dei ghiacci comporterà l’inevitabile riduzione delle terre emerse e la scomparsa per inabissamento di parecchie coste abitate.
    Pare brutto, immagino, ricordare ai paesi a caccia di petrolio dell’Artico significherà contestualmente la morte di migliaia di persone e migrazioni bibliche di gente che cercherà scampo verso l’interno e, visti i tempi, probabilmente senza automobile e senza soldi nemmeno per una lampada a petrolio…

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