Nuova Sinistra

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E’ un titolo provocatorio, lo so. Guardando alle cose reali, non c’è niente di nuovo a sinistra. Se ne sono accorti in molti che la sinistra in Italia è scomparsa. Se ne sono accorti specialmente gli esperti del marketing politico. C’è un mercato. C’è un bisogno frustrato. Il prodotto politico è tutto da costruire e qualcuno intenderebbe costruirlo a partire da una personalità, poiché partire dal contenuto (la proposta politica) è sempre un po’ pericoloso e mette a rischio l’investimento.

Invece la personalità funziona bene come proxy di contenuti che ancora non esistono: una personalità forte, che appaia “di sinistra” – nel linguaggio, nella microstoria personale – aiuta a creare immedesimazione e, nel lungo periodo, conformismo. La personalità accelera il processo di coagulazione di una rete politica: se carismatica, determina la cancellazione del contenuto nonché la sua totale sostituzione. La personalità diventa contenuto politico.

Questo, diciamo, è il lato patologico. Una Nuova Sinistra non potrebbe però nascere senza personalità politiche e al tempo stesso dovrebbe tendere alla dimensione collettiva organizzata e orientata al raggiungimento di obbiettivi. Per questo, quando sento parlare di operazione DiBa (che sarebbe poi un’operazione di marketing messa in opera da Casaleggio, tramite Di Battista, per intercettare la fetta di mercato elettorale che il Pd di Renzi starebbe per consegnare definitivamente al proprio destino), il senso di ‘imballo vuoto’ si fa massimo.

Sinistra non è una etichetta che si possa applicare su confezioni industriali. La nuova Sinistra, se mai nascerà, è il recupero di una identità politica condivisa. E’ un metodo. Non è retorica del fare, e certamente non tende alla poiesis, alla mera produzione di cose, obbligata in rigide pianificazioni ove la discussione è minaccia, è perdita di tempo. La nuova Sinistra dovrebbe nascere in un contesto di confronto onesto e trasparente. E’ ideologica, nel senso che detiene un logos della idealità. Certamente non pone la meta in un futuro idealtipico, bensì la integra in un progetto discorsivo e insieme immanente.

Cos’è invece Di Battista?

Francisco I come Francisco Jales (e Orlando Yorio)?

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Jorge Mario Bergoglio è papa Francesco I. Ha settantasette anni, troppi per non aver potuto avere un ruolo nella Chiesa argentina durante la dittatura di Jorge Rafael Videla, fra il 1976 e il 1981. Non è retroscenismo o complottismo. La storia è stata scritta da un giornalista, Horacio Verbitsky, in un libro dal titolo L’isola del silenzio – Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, Fandango Libri, collana Documenti.

Vi rimando all’ampia trattazione in rete. Qui riporto due fonti, una del 2006 e l’altra, più recente, del 2011. In una di esse si racconta molto sommariamente la storia di due preti gesuiti, che disobbedirono alla Chiesa e continuarono ad aiutare i poveri nelle barrios, sorta di ghetti di Buenos Aires, e che per questa ragione furono denunciati ai militari golpisti. Uno di essi si chiamava Francisco.

Gli oscuri legami tra i militari e la «chiesa nera» di Bergoglio

HORACIO VERBITSKY – Il Manifesto, 24 marzo 2006

La prima edizione di questo libro, alla quale ho lavorato per oltre quindici anni, è andata in stampa a Buenos Aires nel febbraio del 2005, quando a Roma era ricoverato in ospedale papa Giovanni Paolo II, che poi morì il 2 aprile. Secondo i quotidiani italiani, il cardinale argentino Jorge Bergoglio fu l’unico serio avversario del tedesco Joseph Ratzinger, che venne eletto il 19 aprile e assunse il nome di Benedetto XVI. In quegli stessi giorni, il vescovo castrense di Buenos Aires disse che il ministro argentino della salute meritava di essere gettato in mare con una pietra da mulino al collo per aver distribuito preservativi ed essersi espresso a favore della depenalizzazione dell’aborto.(…) Quando il vescovo Baseotto appese la biblica pietra da mulino al collo ministeriale, il presidente Néstor Kirchner invitò il Vaticano a designare un nuovo titolare della diocesi militare. Quando il Nunzio apostolico comunicò che non ve n’era motivo, il governo revocò l’assenso prestato alla nomina di Baseotto e lo privò del suo emolumento da segretario di Stato per aver rivendicato i metodi della dittatura. Il Vaticano disconosce sia «l’interpretazione che si è voluto dare alla citazione evangelica» sia l’autorità presidenziale di revocare la designazione del vescovo castrense.
Di motivi per dubitare che Baseotto abbia scelto ingenuamente una citazione biblica riguardante persone gettate in mare, ve ne sono in abbondanza. Il suo primo atto da Vicario fu la visita alla Corte suprema di Giustizia nella quale sostenne la necessità di chiudere i processi relativi alla guerra sporca dei militari contro la società argentina. Il suo segretario generale nell’Episcopato castrense (lo stesso incarico che nel 1976 rivestiva Emilio Grasselli) è il sacerdote Alberto Angel Zanchetta, che fu cappellano della Esma negli anni della dittatura e del quale è comprovata la conoscenza dettagliata di quanto vi accadeva. (…) Dopo aver acceso la polemica pubblica con le sue parole, Baseotto si riferì ai voli come a uno dei «fatti avvenuti, a quanto si dice, durante la famosa dittatura militare». Nessun membro dell’Episcopato ebbe da eccepire su quella frase provocatoria, perché tutta la Chiesa argentina continua a trincerarsi nell’isola del suo silenzio.

[…]

Come scrive Verbitsky, tra le nefandezze di cui Bergoglio si rese complice, ci fu la denuncia ai militari golpisti di due gesuiti vicini alle idee della Teologia della liberazione, che avevano avuto la colpa di continuare ad aiutare e difendere i diritti della gente dei barrios più poveri di Buenos Aires, nonostante la chiesa argentina avesse ordinato loro di abbandonarli al proprio destino. Orlando Yorio e Francisco Jales furono rapiti da militari in borghese, portati alla famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria, dove vennero torturati per mesi e lasciati incatenati al suolo in mezzo alle loro feci. Se conosciamo questa storia è solo perché i due si sono salvati, probabilmente da qualcuno che nella Chiesa argentina, non aveva perso completamente l’identità umana (Dazebao.it)

Sallusti arrestato, è già evaso

Lo annuncia Nicola Porro su Twitter:

http://twitter.com/CesareOrtis/status/274851320920408065

Questa la homepage de Il Giornale, proprio adesso:

ilgiornale

I retroscena della liberazione di Rossella Urru

Saharamedia.net rivela in un articolo che la liberazione di Rossella e dei cooperanti spagnoli è avvenuta soltanto dopo la liberazione dei due presunti rapitori, arrestati a Dicembre 2011 presso la località di Nouadhibou, nel nord-ovest della Mauritania. Si tratta di Maminna Alaaguir Ahmed Baba, nato nel 1982, che attaccò direttamente il campo" nei pressi di Tinduf e aveva prelevato i tre cooperanti; il secondo uomo, Hamady Aghdafna Ahmed Baba, nato nel 1979, secondo le autorità mauritane, diede"un grande aiuto durante il rapimento". I due sarebbero entrati clandestinamente in Mauritania, provenienti dal fronte Polisario, nel sud dell’Algeria, probabilmente a fine Novembre 2011. I servizi di sicurezza della Mauritania ritennero il loro comportamento – durante il soggiorno in Nouadhibou – particolarmente sospetto. In sostanza i due avrebbero eseguito il rapimento, quindi avrebbero venduto gli ostaggi a AQMI o Mujao. Una volta concluso “l’affare”, si sarebbero spostati in Mauritania. La liberazione dei due è stato l’elemento che ha appianato le ultime difficoltà nelle trattative.

Le autorità spagnole avevano inviato già Martedì pomeriggio un aereo alla volta della capitale mauritana. Poi il luogo del ritiro degli ex ostaggi è stato spostato nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, dove i tre dovevano arrivare già ieri sera, ma una tempesta di sabbia ha imposto ai mediatori italiani e spagnoli il ritorno nella città di Gao.

Il mistero del rogo alla Polizia Scientifica e i reperti dell’attentato di Brindisi

Sarà un mistero oppure no, ma lo scorso lunedì alle quattro di notte il laboratorio della Polizia Scientifica a Roma, sulla Tuscolana, è andato a fuoco, pare per cause accidentali, distruggendo alcuni reperti facenti parte di casi di cronaca “nera importanti”, come scrive il Corriere. Quasi certamente è andato distrutto un reperto della bomba di Brindisi. Forse anche dell’attentato al manager dell’Ansaldo.

La notizia è rimasta praticamente nascosta fino a ieri, quando il Corriere ne ha pubblicato un resoconto che ha dell’incredibile. Innanzitutto, secondo Massimo Sideri, autore dell’articolo, non si sarebbe trattato di un semplice incendio ma di un incendio conseguente ad una esplosione. Causata dal caldo. Da Caronte. Sapete, in quei giorni vi era il picco dell’afa e “il ponentino non si era ancora alzato come negli ultimi giorni” (testuale).

Esplosione – causa il caldo: http://www.corriere.it/cronache/12_luglio_08/esplosione-centro-polizia-scientifica_0e8c5b4c-c911-11e1-8dc6-cad9d275979d.shtml

Oggi il bestiario giornalistico si è arricchito di altri campioni. Su Fanpage ci tranquillizzano: il reperto andato distrutto è già stato analizzato e protocollato e la sua distruzione non determinerà intralci alle indagini. Ora resta da chiarire di che tipo di reperto si tratti. Se è l’innesco della bomba o una parte di essa, come per esempio un frammento delle bombole, in sede processuale non potranno più essere oggetto di perizia.

Incendio, cause accidentali: http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/fuoco_nel_laboratorio_polizia_scientifica_distrutto_un_reperto_di_brindisi/notizie/207144.shtml

Il Messaggero sembra raccontare un altro episodio. Si tratterebbe non di una esplosione ma soltanto di un incendio. E la causa? Un corto circuito.

Incendio, causa corto circuito: http://www.fanpage.it/brucia-il-laboratorio-della-polizia-scientifica-distrutti-reperti-di-brindisi/

A nessuno è sorto il sospetto di cause dolose. Anzi, i giornalisti tendono acriticamente ad escluderle.

Il racconto del terremoto a Ferrara nel 1570

GLI EVENTI ALLA FINE DEL 1570.
Alle 7.00 p.m. del 17 Novembre 1570 si verificò il culmine di un periodo sismico preceduto da altre grosse scosse e che terminò solo alla fine del 1574, il cui principale epicentro fu la città di Ferrara. La scossa del Novembre 1570 fu la più intensa e raggiunse il nono grado della scala Mercalli. La storia di tale periodo ed in particolare della scossa principale fu ben documentata negli archivi estensi ed ebbe grande risonanza nelle altre corti europee ed italiane per il ruolo di primo piano politico e culturale dell’allora Ducato Estense. Nonostante ciò la Segreteria Ducale minimizzò l’ evento per il timore di una perdita di prestigio politico (vedi comportamento dei paesi dell’est), mentre certi rivali ne esagerarono l’entità. La popolazione inoltre interpretò il terremoto Come un fenomeno di origine sovrannaturale il che portò all’esodo di oltre 1000 persone dalla città per oltre un anno. In tale contesto si inserirono testimonianze di cittadini privati e personaggi di corte, come Pirro Ligorio, architetto e antiquario di corte, Ippolito de Robertis, procuratore, Buonaiuto dei Rossi, fisico e umanista ed altri ancora. Vennero compilati tre diari con dati precisi sulle scosse, due dei quali coprirono un periodo di quattro anni. Vi furono inoltre sull’argomento frequenti corrispondenze tra l’ ambasciatore Bernardo Canigiani per il Granduca di Toscana e Livio Passeri per il Duca di Urbino, nonché tra la corte di Ferrara ed i suoi ambasciatori a Venezia, Torino e Roma. Gli Autori di tale ricerca (FERRARI, GUIDOBONI, POSTPISCHL) hanno così potuto effettuare considerazioni critiche sull’entità dei danni dovuti alle varie scosse, soprattutto nella città di Ferrara, poichè nelle aree limitrofe i dati sono inferiori; l’ aspetto del territorio era molto diverso da ora: due terzi del ducato erano coperti da paludi, i villaggi erano ubicati sugli allora argini naturali del Po e la maggior parte delle abitazioni di agricoltori e pescatori era fatta di legno e fango. Tre anni dopo inviati pontifici sopraggiunsero a Ferrara e zone limitrofe per valutare i danni alle opere ecclesiastiche. Dai dati disponibili gli Autori hanno potuto effettuare le seguenti considerazioni. All’inizio del novembre 1570 furono uditi rumori intensi come di acque scroscianti e “rombanti” verso Ravenna, nell’antico corso del Po di Primaro. Alla mattina del 16 novembre piccole scosse furono avvertite tra le 3,15 p.m. e le 5,15 p.m. Il terremoto causò collassi dei camini, apri fessure nelle case e provocò grande panico nella popolazione. Il 17 novembre alle 1,45 a.m. un’ulteriore scossa causò il crollo di 5-600 piccole terrazze, causando ulteriori danni alle strutture e seguirono numerose altre piccole scosse. Alle 11,45 a.m. una successiva scossa causò altri danni. Altre piccole scosse avvennero fino alle 4,15 p.m., quando una forte scossa seguita un’ ora dopo da un’ altra causò il crollo di ulteriori manufatti. Alle 6,15 p.m. venne avvertito un ulteriore movimento,che tuttavia risultò essere meno intenso dei precedenti. Alle 7,00 p.m. il “Big One”,di più lunga durata ed effetti devastanti. Fu prima avvertito come un’ oscillazione in direzione est-ovest, poi nord-sud. Fu seguito da scosse circa ogni quarto d’ ora, per tutta la notte. Venne redatta una carta dei danni alle chiese ed ai palazzi: quelli più danneggiati e rasi al suolo erano ubicati alla fine delle strade o isolati. La parte medievale della città, la più abitata, era seriamente danneggiata. Furono rinforzati quindi colonnati ed edifici in genere con la costruzione di muri di contenimento, proseguita fino alla fine del secolo. Durante la scossa principale l’ acqua del castello tracimò e il Po vicino a Stellata subì una brusca variazione di livello: furono notati fenomeni di luminescenza dell’aria (“aria rubiconda”) e liquefazione dei terreni. Si aprirono fessurazioni nelle mura della città anche di un chilometro di lunghezza in direzione N-W. Si notò anche l’ affiorare improvviso di terreni neri maleodoranti. Le carte redatte dagli Autori sopracitati riguardanti l’ intensità MCS del fenomeno mostrano un preciso allineamento degli eventi con la Dorsale Ferrarese. Con la formula di Blake, l’ipocentro del terremoto risulta a 7 Km di profondità. Venne avvertito anche a Venezia, Mantova, Bologna, Modena e Pesaro. Applicazioni della formula di Galanopoulos danno una magnitudo di 5,6. Citiamo in fine che l’ evento catastrofico del 1570 non é comunque stato l’ unico nelle vicinanze di Ferrara: ad esso é infatti seguito il terremoto di Argenta nel 1624, ed è stato preceduto da un altro evento sismico sempre a Ferrara nel 1561: il primo, secondo le ricostruzioni (POSTPISCHL, 1983) fu del settimo grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg, mentre il secondo arrivò addirittura al nono. Risulta quindi fuori di dubbio che storicamente Ferrara è stata teatro di importanti eventi sismici, anche se risalgono a secoli fa; è quantomeno improbabile che le “forze” che hanno causato tali eventi si siano esaurite, ed infatti sono noti ai sismologi terremoti con lunghissimi “tempi di ritorno” , considerati molto pericolosi perché l’energia accumulata in un lungo periodo di tempo e mai rilasciata può liberarsi in uno o pochi eventi sismici di grande magnitudo, quindi altamente pericolosi. E emblematico che gli abitanti di San Francisco, abituati a convivere con i terremoti causati dalla Faglia di San Andreas, si preoccupino se non avvertono le solite deboli scossette settimanali, segno di una graduale liberazione dell’energia elastica in continuo accumulo. Non si possono comunque fare paragoni con Ferrara poiché è possibile che qui i tempi di accumulo di energia siano estremamente lenti, a differenza delle sopracitate zone molto attive. Bisogna quindi senza creare falsi e sciocchi allarmismi accettare l’idea che Ferrara è tutt’altro che una zona priva di rischio, come si può desumere sia dai suoi trascorsi storici sia dagli studi attualmente in corso.
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Attentato #Brindisi: la chiave dell’enigma è il preside?

Angelo Rampino è il preside della scuola Morvillo-Falcone di Brindisi. La scuola di Melissa. L’uomo è tutto un fiorire di dichiarazioni, alcune delle quali erano fasulle ed hanno costretto la procura a frettolose smentite. Il suo comportamento è “al di sopra delle righe” e non si spiega il perché. A meno che il teorema delle minacce alla scuola sia fondato. Allora tutto cambia: se così fosse in un colpo solo decadrebbero tutte le ricostruzioni giornalistiche e para-giornalistiche della prima ora. Forse infatti Rampino è un “uomo avvisato”. Era avvisato cioè del fatto che qualcuno stava minacciando una strage. E tutto quello che ha fatto è stato… farsi installare una porta blindata in ufficio (Go Bari).

Ma torniamo al giorno della strage. Rampino è in ritardo. Ha fatto gasolio. Poi si ferma a prendere un caffè. Si trova a circa tre chilometri dalla scuola. Sente distintamente un boato e lui a cosa pensa? Potrebbe essere successo di tutto, ma lui si preoccupa immediatamente della Morvillo-Falcone:

«Se fossi arrivato prima, probabilmente sarei morto io e non i miei ragazzi» (Corsera).

Il preside dice che sarebbe morto lui, se fosse arrivato prima. Ma gli inquirenti sostengono che l’attentatore aveva un telecomando e che ha premuto quel telecomando guardando a pochi metri quelle ragazze appena scese dall’autobus. In ogni caso il preside, già il 19 Maggio, inizia a diffondere a mezzo stampa le sue teorie sul movente della strage:

IPOTESI n. 1, Mafia: “«Sta per arrivare – ricorda – l’anniversario della morte di Falcone. La scuola è posizionata nel centro di Brindisi, a poca distanza dal tribunale e si trova in viale Aldo Moro, angolo via Galanti: è tutta una coincidenza? A me non sembra. Segnali che abbiano potuto mettere in allarme nei giorni scorsi non ce ne sono stati, la nostra è una scuola tranquilla»” (Corsera).

La scuola non c’entra nulla. La scuola non c’entra nulla. Sembra un mantra. Qualcosa da ribadire, comunque, anche quando non richiesto. La scuola, dice Rampino, non c’entra nulla. Potrebbe essere invece colpa di un arabo, sì, un arabo. Glielo riferiscono alcuni studenti, e lui prontamente ne parla alla stampa.

IPOTESI n. 2, Terrorismo internazionale: “C’è un misterioso uomo arabo che, nei giorni precedenti all’attentato, è stato visto diverse volte seduto su una panchina di fronte alla scuola «Morvillo-Falcone» con un computer sulle gambe. Lo ha riferito questa mattina ai giornalisti il preside dell’istituto professionale colpito dall’attentato di sabato scorso” (Corsera).

Badate bene a questa frase, perché è emblematica: c’era un arabo, non il giorno della strage ma nei giorni precedenti, che era misterioso poiché sedeva su una panchina e teneva sulle ginocchia un computer. Il preside aggiunge che del presunto attentatore – già circolavano i fotogrammi sfocati ripresi dalle telecamere del chiosco – vi erano altre immagini:

«La persona che si vede nell’atto di spingere il tasto di un telecomando nei pressi del chiosco di fronte alla scuola, è stato ripreso «anche prima dell’esplosione – ha detto il preside – e circolava nel quartiere». Le immagini sono state fatte vedere al preside dagli investigatori e si riferiscono – presumibilmente – a riprese fatte dalla telecamere dopo le cinque del mattino (Corsera).

Il giorno dopo la procura ha smentito. Perché i magistrati dovrebbero far vedere in anteprima proprio al preside le immagini dell’attentatore? Comunque la scuola non c’entra nulla, ”non mi risulta”, dice Rampino – “che ci siano state discussioni ne’ con me ne’ con personale Ata, docenti o altri collaboratori” (AdKronos).

Insomma, questa persona sta andando oltre le sue competenze. Un uomo che è  preside di una scuola femminile, ma che è anche pregiudicato: fu condannato nel 2003 ad un anno e mezzo di reclusione per violenza sessuale. Accade in Italia:

Il preside Rampino, che qualche tempo fa ha fatto installare una porta blindata nel suo ufficio, nel 2003 ha rimediato una condanna ad un anno e mezzo per violenza sessuale. Il dirigente scolastico del professionale femminile aveva patteggiato la pena dopo la denuncia presentata contro di lui da una vicina di casa. La donna che all’epoca aveva 30 anni, stando a quanto sarebbe emerso dalla documentazione (ormai agli archivi del Tribunale di Lecce) si sarebbe rivolta ai carabinieri dopo essere stata avvicinata dall’allora nei pressi della sua abitazione dal professore di lettere il quale – sempre stando alle accuse – avrebbe in qualche modo abusato di lei. Stando a quanto trapelato dallo stretto riserbo che avvolge la vicenda, Rampino avrebbe sempre rigettato le accuse. Sta di fatto che poi il suo legale aveva chiesto e ottenuto di patteggiare la condanna: un anno e sei mesi con pena sospesa. Grazie alla sospensione della pena e alla «non menzione», Rampino ha poi avuto la possibilità di fare il concorso per preside (La Gazzetta del Mezzogiorno).