Il prof fa a pezzi Silvio

La conferenza stampa di fine anno di Mario Monti ha lasciato un segno profondissimo su Berlusconi. L’uomo è apparso da Giletti, a L’Arena, ed era molto meno sorridente della scorsa settimana, al suo debutto nella maratona televisiva in casa da Barbara D’Urso. Mentre veniva trasmesso un passo del discorso di Monti sull’incomprensibile strategia di B., ecco come appariva lui:

larena_1

Un paio di domandine di Massimo Giletti – non la Giovanna d’Arco del giornalismo, sia chiaro – e B. è caduto a pezzi. Giletti ha temuto di avergli procurato un danno irreparabile. Vorrebbe interlocuire ma B. minaccia addirittura di andarsene. E’ sul punto di esplodere quando Giletti riesce a calmare le acque – e ad evitarsi il licenziamento. Ma ormai lui è apparso in questo pessimo stato, un volto che in campagna elettorale non andrà lontano:

larena_2

Sembra quasi dimenticare le date. Confondere le sue esperienze di governo:

Risponde alla domanda sulla Lega Nord, ma non a quella su Dell’Utri.

Poi la promessa. Quella solita:

Che dire: se non è politicamente finito, gli manca poco.

Annunci

Ammazza-blog, ritorno al futuro parte V

Soltanto lo scorso 15 Ottobre scrivevo su questo stesso blog che gli allarmi dei vari Giglioli e Scorza sul DL Sallusti erano ingiustificati poiché quel disegno di legge, per quanto maldestro e affrettato, non conteneva alcuna norma della serie delle norme definite come Ammazza-blog. Ma sono trascorsi dieci giorni e i Senatori MUGNAICALIENDO,ALBERTI CASELLATIALLEGRINIBALBONIDELOGUGIOVANARDIVALENTINO (i link sui nomi servono a mandar loro un saluto…) sono riusciti a far approvare, approfittando di un rovesciamento dell’accordo di mercoledì fra i Capigruppo al Senato, un emendamento simile, precipitandoci tutti di nuovo nelle più tetre delle prospettive:

1.207

Al comma 1, lettera a), capoverso «Art. 8», al comma 5, sostituire le parole: «Per le testate giornalistiche diffuse per via telematica» con le seguenti: «Per i prodotti editoriali diffusi per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinti da una testata,».

Il subemendamento 1.207 interviene sull’emendamento a firma dei relatori Chiti-Gasparri modificandone la parte relativa alle testate giornalistiche online:

1.2000 Testo completo

[…]

5. Per le testate giornalistiche diffuse per via telematica Per i prodotti editoriali diffusi per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinti da una testata, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma 1 sono pubblicate non oltre due giorni dalla richiesta con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia a cui si riferiscono.

A questa modifica deve essere aggiunta quella apportata dall’emendamento 1.401, anch’esso approvato dall’aula, presentato da BRUNORUTELLI (Rutelli!), PALMAALLEGRINIMUGNAICALIENDO:

1.401 (testo 2)

Al comma 1, lettera a), capoverso «Art. 8», dopo il comma 7, inserire il seguente:

«7-bis. In caso di rettifica a notizia pubblicata in un archivio digitale di un prodotto editoriale, accessibile dal pubblico tramite reti di comunicazioni elettronica, l’interessato, fermi restando i diritti e le facoltà attribuite dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, può chiedere l’integrazione o l’aggiornamento della notizia che lo riguarda. Il gestore dell’archivio è tenuto a predisporre un sistema idoneo a segnalare con evidenza e facilità a chi accede alla notizia originaria l’esistenza della integrazione o dell’aggiornamento».

Entrambi gli emendamenti impiegano la definizione vaga di ‘prodotto editoriale’. E pertanto viene da chiedersi: un blog è un prodotto editoriale? La legge – art. 1 c. 1 Legge n. 62/2001 – definisce cosa è un prodotto editoriale.

1. Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Ma il dramma si approfondisce poiché il legislatore, accanto alla definizione un po’ pasticciata di prodotto editoriale, introduce anche il concetto di archivio digitale. Ora, che cosa sarebbe identificabile come archivio digitale per me è un mistero. Tutta Internet è – sotto un certo punto di vista – considerabile come un grande immenso archivio digitale. Quindi? Chi ne sarebbe il gestore? Un blogger è un gestore di archivi digitali? E un blog è un “prodotto editoriale”?

Secondo la Cassazione (sentenza n. 23230/12), il giornale telematico, inteso come categoria a sé stante, non risponderebbe alle due condizioni ritenute essenziali per l’esistenza del “prodotto stampa” e, precisamente: un’attività di riproduzione tipografica; – la destinazione alla pubblicazione del risultato di questa attività. La legge 62/2001, che definisce per il nostro ordinamento il significato di prodotto editoriale, fu approvata dall’allora maggioranza di centro-sinistra. Sottosegretario alle Comunicazioni del governo Amato, era tale Vannino Chiti che guarda caso figura – undici anni dopo! – come relatore del DL Salva-Sallusti. Questa era la sua opinione circa l’applicabilità della definizione di prodotto editoriale ai blog e ai siti internet in generale:

La definizione non implica l’obbligo di registrazione. E su questo non ci sono dubbi, non solo in via interpretativa, ma soprattutto in via formale. Perché la legge è, come si dice, ‘non estensibile’. Cito testualmente: ‘Per prodotto editoriale ai fini della presente legge‘, c’è scritto all’inizio. Solo ai fini della presente legge, ripeto, quindi questa indicazione sancisce in maniera esplicita e vincolante l’impossibilità di estendere la norma in via interpretativa. Pertanto le domande che nascono da questo assunto decadono perché non c’è alcun vincolo aggiuntivo di iscrizione di sorta da parte dei siti presenti su Internet” (Vannino Chiti, La Repubblica, 10/04/2001).

Quindi, da un lato, la norma del 2001 non è estensibile; dall’altro il DL Salva-Sallusti soffre di mancanza di specificazione poiché dovrebbe pertanto provvedere a definire il concetto di ‘prodotto editoriale’ ai fini della nuova legge.

Visto e considerato il pasticcio normativo che stanno per sfornare al Senato, occorre restare vigili. Questi signori senatori sono completamente inadatti a legiferare.

Salva-Sallusti e Ammazza-Blog, molto rumore per nulla

 

Il disegno di legge firmato da Vannino Chiti e Maurizio Gasparri e prodotto in gran fretta per “salvare il soldato Sallusti”, a detta di molti illustri commentatori ed esperti di internet, quali Alessandro Giglioli e Guido Scorza, conterrebbe l’ennesimo comma ammazza-blog. Di fatto i pareri dei due giornalisti vivono di luce riflessa, la medesima luce che teoricamente dovrebbe promanare dagli articoli di Marco Travaglio. Ma se leggeste attentamente i tre testi, vi accorgereste di uno slittamento interpretativo che trasforma un emendamento finanche pasticciato e scritto male, in un vero e proprio temibilissimo comma ammazza-blog.

Per praticità, vi riporto le frasi salienti dell’articolo di Travaglio:

Oggi, se un cronista pubblica una lieve inesattezza causando un piccolo danno, può essere condannato anche a una multa e una riparazione pecuniaria di poche decine di euro: in futuro il giudice non potrà affibbiargliene meno di 30 mila (il massimo non è fissato: teoricamente, anche miliardi). E, come se il primo bavaglio non bastasse, eccone un altro: i direttori responsabili di giornali e testate radio o tv risponderanno di omesso controllo anche per tutto quanto esce sulle edizioni online (M. Travaglio, Il Fatto Q).

La teoria di Travaglio, detta in soldoni, è questa: i giornalisti alle dipendenze di editori miliardari (ergo Berlusconi), continueranno a diffamare, impuniti, difesi dagli avvocati del loro padrone; i giornalisti di bottega, come per esempio Corrado Formigli, verranno schiacciati dal peso di risarcimenti milionari. Ora, va da sé che il quadro descritto da Travaglio è già ampiamente in opera e la legge “salva-Sallusti” non cambierà di molto le cose, soltanto eliminerà il carcere e riallineerà il nostro codice penale alle equivalenti normative europee. Travaglio vuole mantenere il carcere ed è contrario a trattare le testate giornalistiche online alla stregua di un giornale di carta. E attenti, perché lui cita espressamente i direttori responsabili di giornali delle edizioni online, non parla di blog, che come è noto non sono testate editoriali.

Lo smottamento interpretativo comincia quando il duo Chiti-Gasparri consegna al Senato l’emendamento n. 1.15 al DDL n. 3491. Il quale interviene sullo stesso progetto di legge così modificandolo:

Art. 1. (Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n.47)

1. Alla legge 8 febbraio 1948, n.47, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) l’articolo 12 è sostituito dal seguente:

«Art. 12. (Riparazione pecuniaria). — 1. Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni ai sensi dell’articolo 185 del codice penale, una somma a titolo di riparazione. La somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato e non può essere inferiore a 30.000 euro.»;

Emendamento 1.15: «a) all’articolo 1, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente: “Le disposizioni della presente legge si applicano, altresì, ai siti internet aventi natura editoriale»

Mi sembra che sia ben specificato l’intento del (deprecato) legislatore: estendere la norma di cui al comma a) – riparazione pecuniaria – anche ai siti internet aventi natura editoriale, ovvero alle testate giornalistiche online, non ai blog. In ogni caso, il legislatore pasticcia e sembra in questo caso non conoscere la recente sentenza della Cassazione in merito al caso Ruta e al giornale online “Accade in Sicilia”.

la Corte di cassazione, depositando la motivazione della sentenza n. 23230, con la quale nel maggio scorso, ponendo termine al «caso Ruta», ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’appello di Catania, che aveva confermato la condanna inflitta dal tribunale di Modica a Carlo Ruta, direttore del giornale telematico «Accade in Sicilia», per omessa registrazione della pubblicazione dello stesso, come previsto dagli articoli 5 e 16 della legge n. 47 del 1948. La Cassazione ha, al contrario, ribaltato la posizione dei giudici di merito, fornendo una lettura della legge sulla stampa, secondo la quale il giornale telematico, inteso come categoria a sé stante, non risponderebbe alle due condizioni ritenute essenziali per l’esistenza del “prodotto stampa” e, precisamente:

– un’attività di riproduzione tipografica;

– la destinazione alla pubblicazione del risultato di questa attività.

È vero che la legge n. 62 del 2011 ha introdotto la registrazione dei giornali online, ma lo ha fatto solo per ragioni amministrative e solo al fine di concedere la possibilità di usufruire delle sovvenzioni economiche previste per l’editoria. In conseguenza di tale scelta, le testate telematiche  possono essere sottoposte alla legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, “Disposizioni sulla stampa”, solo a condizione di aver fatto richiesta di finanziamento pubblico (A. Scalisi, Aci Castello online).

Non mi dilungo sul dilemma dei giornali online e della applicabilità della legge sulla Stampa. E’ un dibattito interessante ma credo sia necessario ben più di un post su un blog per dipanare la matassa giuridica in materia. Quel che mi preme mostrare è ora come Guido Scorza tratta questo maldestro emendamento sul suo blog su L’Espresso:

La disposizione prevede “semplicemente” che ogni gestore di sito informatico debba provvedere alla rettifica di quanto scritto entro 48 ore dal ricevimento di una qualsiasi richiesta a pena, in caso contrario, di una sanzione pecuniaria di oltre dieci mila euro […] Inutile ricordare che l’introduzione nell’ordinamento di una previsione tanto scellerata avrebbe come effetto immediato quello di far passare la voglia, a centinaia di migliaia di cittadini italiani, di condividere informazioni ed opinioni online e/o di veder sistematicamente trionfare l’opinione dei più forti, giusta o sbagliata che sia perché nessuno, nella blogosfera, sarebbe disposto anche solo a rischiare di dover pagare oltre dieci mila euro per un’attività amatoriale (G. Scorza, L’Espresso).

Ciò è semplicemente falso. Scorza dimentica forse di leggere l’emendamento, che pure viene citato nell’articolo. La norma parla di “siti internet aventi natura editoriale”; Scorza di “ogni gestore di siti internet”. Due cose profondamente diverse. Il suo post si conclude con un garibaldino “alzare la testa”, ma forse è il caso di non precipitarsi sempre in questa rincorsa all’indignazione. E prima di scrivere “il sempre attento Guido Scorza”, fare due verifiche, che è poi il senso del mestiere del giornalista.

Il DL Salva Sallusti

Gli emendamenti al DL Salva Sallusti

Caso Sallusti, un Betulla non vale un Dreyfus

Ha fatto lavorare un giornalista radiato, una spia, un agente del servizio segreto. Ha pubblicato un articolo in cui il famigerato Dreyfus, alias Renato Farina, scrive delle falsità, anzi, diffama gravemente un magistrato, tale Giuseppe Cocilovo. Quest’ultimo, quando la causa era ancora pendente presso la Procura della Repubblica, aveva banalmente chiesto una rettifica, quindi in seguito un risarcimento di ventimila euro. Sallusti ha rifiutato. Sallusti non ha mai nemmeno rivelato l’identità del giornalista occulto. Farina ha fatto outing stamane, alla Camera dei Deputati, svegliata in gran fretta per parlare del caso. La “confessione” ha naturalmente acceso il dibattito fra i giornalisti su Twitter:

Farina infame? E Sallusti? Il Direttore ha protetto il suo anonimato ad oltranza. E’ normale che un Direttore di giornale faccia lavorare un giornalista radiato? La domanda è retorica. Ci siamo indignati contro una macchina giuridica senza pietà, che schiaccia la libertà di opinione e mette in galera chi ha semplicemente espresso un’opinione. La realtà non è questa. E’ pur vero che le norme del Codice che regolano la libertà di stampa sono antiquate e che la galera applicata ai reati d’opinione è fortemente intimidatoria. Ma qui ci troviamo di fronte a un ex giornalista che, sotto uno pseudonimo, continua ad esercitare la professione che gli è stata negata in quanto uomo al soldo del servizio segreto (caso Pio Pompa).

Dice Farina di avere ubbidito. Si accordava con Pompa. Era “preparato” da Pompa. Era pagato da Pompa. Trentamila euro in due anni. Sempre in contanti, sempre dietro ricevuta. Qualche volta firmata “Betulla”, qualche volta “Renato Farina”. Denaro per le spese vive. Gli aerei, i soggiorni. Non che potesse aggravare il giornale, “Libero“, dei costi del suo lavoro doppio […] E’ Pompa che gli consegna quel dossier che dovrebbe inchiodare Romano Prodi agli accordi Europa-Stati Uniti che consentono i voli degli aerei “coperti” della Cia. E’ un falso. Farina lo pubblica (repubblica.it).

Farina diffamò Prodi su richiesta del servizio segreto (falso caso dell’appoggio di Prodi alle extraordinary renditions dell’era George W. Bush). Per questa ed altre falsità, Farina fu cacciato dall’ordine dei giornalisti. Vittorio Feltri – sì, lo stesso uomo che lo ha pubblicamente accusato di essere l’anonimo Dreyfus del caso Cocilovo – gli ha permesso di continuare a scrivere per il giornale Libero per ben due anni. Feltri si guadagnò così sei mesi di sospensione dall’ordine. Secondo Feltri, Farina doveva continuare a scrivere “in base alla Costituzione, che consente fino ad ora la libera espressione del pensiero” (Wikipedia). E’ libera espressione del pensiero quanto scritto da Farina sul caso Cocilovo? E Sallusti poteva permettere che un giornalista radiato e pagato per mentire continuasse a scrivere notizie false sulle colonne del giornale da lui diretto? Perché sia Feltri che Sallusti hanno tenuto Farina al proprio posto pur sapendolo corrotto?

L’art. 57 del codice penale, lo stesso codice penale applicato nel caso  Ruby (nota per Travaglio, n.d.r.), impone al direttore di controllare l’attività dei giornalisti per evitare che un reato si verifichi: nel giornale da lui diretto – si chiama per questo “responsabile” – chi scrive non può fare quello che gli pare, ma deve attenersi a determinate regole di correttezza, verità, continenza e il direttore ne è il garante. Se il direttore se ne infischia,   o chiude un occhio o abbozza un ghigno di fronte allo sciacallo che si appresta a macellare di fronte a centinaia di migliaia di lettori una persona perbene sia  un giudice onesto sia un signor nessuno, allora la responsabilità – per niente oggettiva – è, anche,  sua. Non come autore del reato ma per aver violato il suo obbligo di controllo, permettendo così lo scempio.  Doveva controllare, e non lo ha fatto, doveva evitare il danno e non lo ha fatto: una menzogna è stata diffusa e invece doveva restare chiusa nella balda mente del suo autore (youreporternews.it).

Un agente Betulla non può esser nemmeno lontanamente accostato al caso Dreyfus.

Hanno ucciso l’uomo calvo – dalla prima pagina de Il Giornale

 

Tutto mi sarei aspettato, tranne che di scrivere questo articolo. Mi tremano le mani sui tasti della Olivetti. Così comincia l’articolo di prima pagina del condirettore de Il Giornale, Vittorio Feltri. La vicenda è relativa ad una causa per calunnia esercitata da un giudice, tale Giuseppe Cocilovo, per un articolo comparso su Libero quando di Libero Sallusti era direttore responsabile. L’autore del pezzo firmò con uno pseudonimo, ma per il giudice a pagare deve essere il direttore responsabile. Il quale venne condannato in primo grado alla pena pecuniaria di cinquemila euro la quale, in secondo grado, fu tradotta in pena detentiva per un anno e due mesi. Il 26 Settembre si terrà l’esame di regolarità formale da parte della Cassazione. Come saprete, la Cassazione non entra nel merito della sentenza di secondo grado ma semplicemente si esprime sulla regolarità del procedimento. Quindi Sallusti rischia la galera. Questo perché a Sallusti non si applicherebbe la sospensione della pena per gli incensurati, in quanto egli ha già ricevuto condanne per diffamazione o calunnia. Naturalmente Feltri si spertica in un lungo j’accuse contro la democrazia italiana e contro le leggi sulla stampa: “siamo l’unico paese occidentale in cui i reati a mezzo stampa sono valutati dalla giustizia penale anziché da quella civile”. I colpevoli di tutto ciò? Non è con i magistrati che Feltri intende polemizzare ma con quei “dementi” che dopo sessanta anni tengono in vita – “per accidia e menefreghismo” – un pezzo del Codice Fascista.

Una sola osservazione ho da fare: il carissimo direttore emerito de Il Giornale si accorge solo ora che la normativa italiana sulla stampa è fortemente illiberale. Quando alcuni dei suoi amici politici, per i quali ha scritto sinora lunghe e noiose agiografie acritiche (almeno prima che defenestrassero Silvio da Palazzo Chigi e prima che il vento dell’anticastismo soffiasse così forte anche in Via Negri), intendeva estendere quelle assurde regole anche al web e soprattutto ai blog, non mi pare che Feltri avesse gridato allo scandalo della democrazia italiana. Ricordassero, lui e il suo compare calvo, questi aspetti e queste regole repressive quando pigiano i tasti delle loro vetuste Olivetti. E facessero un mea culpa sul pessimo giornalismo di cui sono autori.

Fuorionda M5S: da Grillo+Casaleggio accuse a Telese, e il complotto è servito

Eh sì, l’autore di tanti post neocomplottardi è sempre lì. Firma con i riccioli grigi ma porta anche gli occhiali alla John Lennon. Una mente fervida, fantasiosa, ma anche oscura poiché riesce a trasformare in dietrologia anche le vicende più trasparenti di questo mondo. E’ stata fatta una intervista, poi il giornalista ha pescato il fuori onda, stop. Qualcuno aveva delle cose da dire e le ha dette. Cose sacrosante, fra l’altro. Mi chiedo perché non si risponde nel merito alle critiche (non volute) di Giovanni Favia.

Sul blog di Grillo compare l’articolo di un giornalista freelance, tale Maurizio Ottomano, che però è un affiliato al movimento pertanto la sua penna non è propriamente libera ma è una penna che tende a compiacere il capo. Nel lungo articolo, Ottomano rivela quella che è solo una sua impressione e che tale rimane, nonostante egli tenti in un certo qual modo di fornirci la prova provata di quel che dice: e cioè che Luca Telese e Formigli erano d’accordo, che Telese è un nemico del M5S perché si è venduto ai partiti e persino a Montezemolo. La verifica dei fatti, il nostro Ottomano, l’avrà certamente fatta ma non ce ne lascia alcuna evidenza:

Il sito è registrato a nome di Tommaso Tessarolo,definito come da suo blog, “il più giovane dirigente della storia del gruppo Fininvest” ed ex-consulente strategico per la TV Digitale Mediaset, nonchè direttore di Current TV Gruppo Sky [primo errore, Current tv non è del gurppo Sky ma è la tv di Al Gore]. Nella Pubblico Edizioni srl troviamo poi l’avvocato Feverati, che lavora per l’agente di Telese: i tre hanno insieme il 51% delle azioni della società. Il rimanente 49% è diviso tra Lorenzo Mieli, produttore televisivo (X-Factor) e cinematografico, figlio di Paolo Mieli nonchè fidanzato di Clementina Montezemolo, figlia di Luca Cordero. Con Lorenzo Mieli anche Marco Berlinguer (ex-Liberazione), figlio di Enrico e fratello della compagna di Telese, Laura Berlinguer. All’interno della società anche Mario Adinolfi*, giornalista saltato da Radio Vaticana al TG1, all’attivismo prima nella DC e poi nel PPI, per essere ora deputato in carica nel PD di Bersani con l’appoggio di Franceschini. In più, varie firme del giornalismo italiano tra cui lo stesso Corrado Formigli e Francesca Fornario ex “L’Unità”, che accusò duramente Daniele Luttazzi di plagio nel 2010 decretando praticamente la fine della carriera televisiva. Alla fine, di potenziale distanza dalla logica della partitocrazia, non se ne vede poi molta.

Telese, su Pubblico, si è fatto lunghe risate. Ed ha abbattuto il siluro di Grillo-Casaleggio-Ottomano con queste fantastiche parole:

il 5% di pubblico appartiene a una societá di produzione mediale di cui è amministratore Lorenzo Mieli. Ovvio che per Grillo sia l’emanazione del padre, Paolo, e – addirittura – l’anello di congiunzione con ben due temibili poteri forti contro di lui: l’Rcs e Montezemolo. Qui mi sono messo le mani nei capelli: perchè il giorno in cui lasciai il Fatto, Cinzia Monteverdi, amministratrice di quel giornale, urlava per i corridoi: “Ho parlato con Paolo Mieli… Mi ha detto che se suo figlio mettte un solo centesimo in quel giornale lo prende a calci in culo” (Pubblico.it).

Ottomano scrive che Telese sapeva dell’imminente scoop e ciò sarebbe dimostrato dal fatto che Pubblico scriveva del caso Favia già alle 22.23 quando il pezzo sarebbe andato in onda alle 22.27. Un dato inoppugnabile, si direbbe. Eppure mi viene da ridere lo stesso. Poiché è facilmente dimostrabile il contrario. Ma la parte migliore viene quanto Ottomano scrive di Favia e del corso audiovisivo che avrebbe frequentato anni addietro (nel senso: non poteva non sapere). Ecco spiegato l’arcano. Perché fin da oggi pomeriggio, almeno, qualcuno cercava sul web notizie del “curriculum Favia”. Dico questo perché queste parole risultano essere state impiegate sul web per fare ricerche sul consigliere regionale. Su Yes, political! si è parlato spesso di Favia ed ecco che una delle pagine che ho scritto è stata indicizzata da un motore di ricerca. La parola chiave risulta fra quelle che hanno portato traffico su questo sito. Strano, vero?

Fra le parole chiave che hanno portato traffico a questo sito, oggi, le parole “curriculum giovanni favia” e “notizie giovanni favia”, segnale forse che qualcuno sta cercando scheletri negli armadi.

Ed infatti, nel pezzo di Ottomano si specifica proprio la parola curriculum:

Favia non è lo sprovveduto che pensiamo in balia del giornalista cattivo e di una tecnologia sconosciuta. Non è un’anziana signora ottantenne, ignara di qualsiasi marchingegno elettronico, con il panico da telecamera e la voglia di salutare a casa. Il nostro Favia è abituatissimo alle interviste, dato che il suo presenzialismo in TV ormai è noto a tutti ma, soprattutto, conosce benissimo le dinamiche audiovisive! Infatti il suo curriculum recita tra l’altro:
– nel 2003 frequenta il corso professionale di tecnico di produzione audiovisive
– direttore della fotografia, titolare ditta individuale per la produzione di materiali audio-visivi e cinema indipendente.
Niente di meno! E’ questa sarebbe la persona che pensava di parlare ad un microfono spento?

Un’altra prova provata della colpevolezza di Favia è proprio la sua collateralità con Valentino Tavolazzi, l’espulso eccellente, il sovversivo che durante l’incontro di Rimini “discusse di opzioni come togliere il nome “beppegrillo” dal logo, aumentare le legislature possibili a più di due, accettare anche ex-appartenenti a partiti politici”. Fatti gravissimi, senz’altro. Naturalmente il movente di questa storia “così ben congegnata” è da ricercarsi nella fine di mandato, che per Favia è imminente, essendo egli alla seconda legislatura – ma questi da quando cominciano a contare? Favia è alla prima legislatura in Regione, in Comune a Bologna ne avrà fatta mezza – e pertanto sotto sotto deve esserci senz’altro la promessa di un “do ut des”, una dare avere – tu mi sputtani il Grilloleggio e io ti candido alle prossime elezioni. Il partito coinvolto, manco a dirlo, il Partito Democratico.

Formigli ha smentito qualsiasi coinvolgimento di Telese. Nessuno conosceva il contenuto del servizio di Pecoraro.

Ma naturalmente fra i grilloleggi il complotto è una malapianta che attecchisce subito. E’ proprio ciò che vogliono sentirsi dire. Il cibo che desiderano ingoiare:

Se credete come @GabirPepi alle fesserie Ottomane, non leggete più questo blog, grazie.

Trattativa / Berlusconi: io dalla parte di Napolitano.

Excusatio non petita, accusatio manifesta, si direbbe. Perché Berlusconi si è sentito in dovere di spiegare ai lettori de Il Foglio, in edicola domani, che lui è dalla parte del Quirinale, che sono stati messi in atto brutali tentativi di condizionare il presidente Napolitano dai quali è assolutamente estraneo.

In questi mesi tormentati il Quirinale è stato oggetto di attenzioni speciali e tentativi di condizionamento impropri ai quali sono completamente estraneo, dei quali sono un avversario deciso» «La frittata non è rovesciabile» – Berlusconi al Foglio di Ferrara secondo il Corsera.

E’ estraneo quindi ai tentativi di condizionamento effettuati da chi? A chi si riferisce? A Ingroia? Berlusconi vuol cavalcare il falso scoop di Panorama. Il quale, più che un tentativo di condizionamento, è sembrato un tentativo di vendere qualche copia in più in quanto delle intercettazioni, nelle paginette patinate del settimanale di casa Mondadori, non vi era nessuna traccia nonostante le anticipazioni del giorno prima dicessero l’esatto contrario, fatto che aveva indotto a pensare a un nuovo colpo del Caimano, come quella volta del caso Unipol e dell’esclamazione di Fassino – abbiamo una banca! – finita registrata su un nastro e consegnatagli nottetempo, come una testa mozzata in un cesto.

In realtà Berlusconi non ha alcun timore di metter becco in questa vicenda, anzi, il progetto era proprio questo. L’articolo bluff di Fasanella è un cavallo di Troia tramite il quale Berlusconi incanala il dibattito sulla “brutalità” delle intercettazioni avendo egli il fine unico di smantellare la legislazione in materia. Era tutto pianificato: il falso scoop e Silvio che si dissocia dalle colonne di un altro giornale apparendo come “amico” del Napolitano intercettato e contro i giudici bruti e violentatori. Un vecchio refrain.

Cosa non è funzionato di questa strategia? Diciamolo chiaramente: Berlusconi è un vecchio arnese. E’ lontano dalla scena politica da almeno settanta giorni e il suo partito è in uno stato comatoso. In secondo luogo, la minaccia della rivelazione del colloquio Mancino-Napolitano è come un grosso nuvolone nero, come una piaga, una maledizione, una miseria. Sapere quel che si son detti è di chiaro interesse storico-politico (fors’anche giudiziario). Ma ai fini della salvezza dello Stato e dei conti pubblici, è certamente deleterio. Mettere Napolitano sull’orlo delle dimissioni in un momento in cui già si deve decidere quando andare a nuove elezioni, se a fine legislatura o in anticipo di qualche mese, senza un leader politico degno di questo nome, senza una coalizione di governo presentabile anche all’estero, senza una legge elettorale che garantisca governabilità e rappresentanza e libertà di scelta, è un colpo mortale per questo paese.

In generale l’operazione ‘ricatto’ è stata un fiasco. Il paese non è pronto a sapere la verità sulla trattativa, sul rischio della secessione dello Stato Bordello, della guerra tutta interna al Sisde e quindi al Viminale, e in un certo qual senso sta rigettando questa politica che si guarda alle spalle, su quel passato torbido ancor tutto da decifrare. Vedere che Berlusconi si è riportato con un guizzo sulla scena solo e soltanto per questioni legate alla giustizia e all’uso delle intercettazioni da parte della stampa, mentre è rimasto ben nascosto quando si è trattato di parlare ai minatori del Sulcis o ai lavoratori dell’Alcoa, o ai terremotati dell’Emilia, è un ennesimo indizio della sua proverbiale inaffidabilità (unfit to lead) nel governo del paese.

Ci avviamo verso l’autunno con un tasso di disoccupazione giovanile di circa il 36% con un trend di crescita che in sette mesi potrebbe portarlo sopra i 40 punti percentuali. Una ipotesi drammatica. Non siamo più nel 1992.