OCSE chiede di riformare la legge sulla Prescrizione

A leggere il report OECD sulla situazione economica dell’Italia, specie le pagine che contengono le conclusioni dell’organismo internazionale, ci si stropiccia gli occhi in quanto ci si aspetterebbe ben altro che un invito – inequivocabile – a spingere sulle riforme anticicliche e pro-crescita. E invece, le due pagine di raccomandazioni sembrano un vero e proprio programma di governo: un programma al cui cospetto i discorsi del governo Letta paiono essere più una lista disordinata di (buoni) propositi che mai vedranno la luce.

Dico questo anche un po’ provocatoriamente, ma saprete meglio di me che una delle principali obiezioni sollevate durante la stagione economicamente depressiva del governo Monti rispetto a politiche anticicliche era che i vincoli europei sul bilancio pubblico non potevano essere violati. In realtà non era affatto vietato che il governo prendesse provvedimenti volti ad una generale deregulation, specie nel settore delle professioni. Ma voi saprete che la nostra rivoluzione liberale si è dimostrata una bolla di sapone e la parte politica che storicamente se ne è fatta carico, è stata presto infiltrata da lobbisti e dai piccoli feudatari delle rendite di posizione. Quindi, la nostra interpretazione del dettato europeo è stato: maggiore tassazione erga omnes, conseguente compressione salariale, riduzione dei consumi, riduzione degli ordinativi, riduzione delle produzioni industriali e così via in una spirale negativa che ci ha fatto perdere quasi il 3% di Pil lo scorso anno e – stando alle previsioni OECD aggiornate – il 1.5% nel corso del 2013.

L’OECD ha suddiviso le raccomandazioni in tre parti: la prima dedicata alla politica fiscale e finanziaria; la seconda circa il mondo della produzione della regolamentazione del mercato del lavoro e altre politiche strutturali; la terza e ultima relativa alla riforma della Pubblica amministrazione e della giustizia civile. E’ da leggere la parte relativa al mercato del lavoro, in cui l’organizzazione internazionale suggerisce al governo di rovesciare l’impostazione attuale, che vede garantiti i lavoratori che un lavoro ce l’hanno, mediante le varie forme della cassa integrazione, estendendo una sorta di assicurazione sociale a tutti, compresi disoccupati e quelli che un lavoro non lo cercano più. In materia di controllo della spesa pubblica, l’OECD chiede di proseguire la strada intrapresa con la spending review, stabilendo per la selezione delle politiche di spesa un criterio basato sulla priorità dell’intervento.

E’ molto interessante il capoverso sulla Giustizia. Sarei curioso di sapere cosa ne pensa la dolce metà della maggioranza PD-Pdl poiché in esso si cita la necessità di prevenire e risolvere i conflitti di interesse. Inoltre, per l’OECD il ricorso ai decreti lege andrebbe limitato e il governo dovrebbe legiferare per mezzo di codici o di testi unici. Ma soprattutto colpisce l’ultimo punto, il numero tre, laddove viene prescritto di rivedere la legge sulla ‘Prescrizione’ dei processi, che andrebbe rivista onde evitare ‘manovre dilatorie’, permettendo lo svolgimento sia del processo che dell’appello nei limiti delle prescrizione medesima. Qualcosa di indigesto per i peones di Berlusconi e pertanto non verrà mai raccontato sui giornali.

Quello che segue è il testo delle pagine 13 e 14 del documento pubblicato a questo link: http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/economics/oecd-economic-surveys-italy-2013_eco_surveys-ita-2013-en

In corsivo i miei commenti e le parti che, a mio avviso, sono degne di essere confrontate con le dichiarazioni alle Camere (decisamente soft) del presidente del Consiglio Enrico Letta.

La politica fiscale e finanziaria.

  1. Proseguire gli sforzi per arrestare e invertire la tendenza al rialzo del rapporto debito-PIL. Ciò potrebbe essere realizzato sia con un bilancio in pareggio o con un piccolo surplus fiscale, sostenuto da una forte implementazione di riforme strutturali che agiscano sulla crescita.
  2. Mettere a fuoco il consolidamento di bilancio sul controllo della spesa [spending review], con un processo di revisione della politica della selezione delle priorità, una delle quali è un regime di assicurazione contro la disoccupazione ancor più completo, già legiferato [salario minimo?].
  3. Se le condizioni macroeconomiche si deteriorano, ancora una volta, consentire agli stabilizzatori automatici di funzionare [doppio aumento IVA]
  4. Creare il cosiddetto Consiglio fiscale appena legiferato, dandogli piena indipendenza, personale altamente qualificato, garanzia di accesso ai dati, un bilancio adeguato e la libertà di investigare come ritiene necessario.
  5. Incoraggiare le banche ad aumentare ulteriormente le disposizioni contro le perdite, e continuano a sollecitarle nel soddisfare le loro esigenze di capitale con ricapitalizzazioni o vendita di attività non-core. Incoraggiare la concorrenza nel settore finanziario.

La produzione e la regolamentazione del mercato del lavoro; altre politiche strutturali.
Proeguire le riforme del 2012:

  1. Completare l’attuazione delle riforme chiave, assicurando che la regolazione del settore Trasporti venga istituita rapidamente e che l’Autorità garante della concorrenza utilizzi i suoi nuovi poteri attivamente.

Estendere le riforme:

  1. Rimuovere normative restanti che limitano la capacità nei servizi di vendita al dettaglio e professionali; riconsiderare alcuni passi indietro, in particolare quelli che hanno limitato l’espansione della concorrenza tra avvocati.
  2. Promuovere un mercato del lavoro più inclusivo, migliorare l’occupabilità, con un maggiore sostegno per la ricerca di lavoro e della formazione, collegato con una più ampia rete di sicurezza sociale, anziché salvaguardare posti di lavoro esistenti.
  3. Promuovere l’ampliamento dell’attuale accordo tra le parti sociali in modo da allineare meglio i salari rispetto alla produttività, per contribuire a ripristinare la competitività.
  4. Ampliare la base imponibile [lotta all’evasione] riducendo l’imposizione fiscale completa, consentendo riduzioni di aliquote fiscali marginali sul lavoro, in particolare sulla seconda fonte di reddito.

Pubblica amministrazione e della giustizia civile
Segui attraverso le riforme 2012:

  1. Incoraggiare l’uso delle disposizioni di trasparenza della riforma della pubblica amministrazione e la legge anti-corruzione, agendo con decisione sulle inefficienze, sui conflitti di interesse o la corruzione.
  2. Completare la riorganizzazione territoriale dei tribunali, ottimizzando i processi giudiziari, migliorando l’uso delle tecnologie dell’informazione e allargando gli incentivi per un maggiore utilizzo di meccanismi di risoluzione alternativa delle controversie. Continuare razionalizzazione del governo sub-nazionale [abolizione delle province].

Estendere le riforme.

  1. Limitare l’uso di decreti legge, lavorare per codici (“Testo Unico”) della legislazione, garantire la valutazione dell’impatto effettivo di leggi e regolamenti, e aumentare l’uso di clausole transitorie.
  2. Costruire intorno alle disposizioni di legge anti-corruzione sviluppando a tutti gli effetti una Legge sulla libera Informazione [nel testo ‘freedom of information act‘].
  3. Rivedere la legge sulle limitazioni (“prescrizione”) nei procedimenti per crimini di corruzione per ridurre gli incentivi a manovre dilatorie, come includere lo svolgimento del processo in primo grado e d’appello nei termini della prescrizione.
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Produttività, i punti cruciali dell’accordo Governo-Parti sociali

Così il Governo Monti istituzionalizza il sistema ‘Fabbrica Italia’. Quello che segue è un estratto del comunicato stampa del governo; da leggere con attenzione il terzo punto (regolamentazione contrattuale per settori specifici), il quarto punto (equivalenza delle mansioni), il quinto (fabbrica degli esodati), il sesto (defiscalizzazione del salario di produttività), l’ottavo (il problema della rappresentanza sindacale e delle relazioni industriali).

L’intesa raggiunta tra la Parti firmatarie

• attribuisce alla contrattazione collettiva nazionale, la cui funzione è quella di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori rientranti nel settore di applicazione del contratto, l’obiettivo mirato di tutelare il potere di acquisto dei salari assicurando che la dinamica degli effetti economici, superata ogni forma di automatica indicizzazione, nei limiti fissati dai principi vigenti sia sempre coerente con le tendenze generali dell’economica, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e degli andamenti specifici del settore;

• valorizza la contrattazione di secondo livello affidandole una quota degli aumenti economici eventualmente disposti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali con l’obiettivo di sostenere, negli specifici contesti produttivi, efficaci e mirate misure di incremento della produttività;

• consente di adeguare la regolamentazione contrattuale dei rapporti di lavoro alle esigenze degli specifici contesti produttivi di riferimento, anche con riguardo alle materie che possono incidere positivamente sulla crescita della produttività quali gli istituti contrattuali che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro;

• contiene, tra l’altro, l’esplicito impegno delle Parti firmatarie ad affrontare in sede di contrattazione, in via prioritaria, le tematiche relative all’equivalenza delle mansioni, all’organizzazione del lavoro, all’orario di lavoro ed alla sua distribuzione flessibile, all’impiego di nuove tecnologie;

• conferma la volontà, condivisa dal Governo, di individuare soluzioni che, in una logica di “solidarietà intergenerazionale”, agevolino la transizione dal lavoro alla pensione;

• crea il presupposto perché vengano introdotte, nell’ambito della legislazione vigente e nei limiti delle risorse disponibili, stabili e certe misure di defiscalizzazione del salario di produttività finalizzate ad incoraggiare selettivamente le intese che siano concretamente idonee, negli specifici contesti produttivi di riferimento, a sostenere l’incremento della produttività intervenendo in via prioritaria nelle materie già individuate tra le Parti firmatarie;

• permette pertanto alla contrattazione di secondo livello di incrementare i salari netti percepiti dai lavoratori facendo scattare le misure di defiscalizzazione per le quote di incrementi salariali che verranno concretamente legate, negli specifici contesti produttivi, all’incremento della produttività.

• individua nel termine del 31 dicembre 2012 la data entro la quale le Parti firmatarie dell’accordo interconfederale 28 giugno 2011 completeranno il quadro delle nuove regole in materia di rappresentanza, con ciò dando auspicabilmente vita ad un sistema di relazioni industriali più stabile ed efficace;

Per sostenere la defiscalizzazione del salario di produttività, il Governo ha proposto nella legge di Stabilità uno stanziamento complessivo di 1,6 miliardi di euro per il periodo 2013/2014 per la detassazione del salario di produttività – stanziamento che si è poi ulteriormente esteso nel tempo e rafforzato a 2,1 miliardi per effetto degli emendamenti approvati alla Camera.

La CGIL non ha firmato questo accordo. I punti discriminanti sono stati chiaramente il problema della rappresentanza e soprattutto la dequalificazione del lavoratore – che nel testo del comunicato del governo è nascosta dietro la formula della “equivalenza delle mansioni”. Il problema della equivalenza delle mansioni nasce con l’art.13 della legge n.300 del 1970, il quale stabilisce che il datore ha la facoltà di modificare le mansioni assegnate al lavoratore nel rispetto di alcuni limiti inderogabili: il lavoratore “non può essere adibito a mansioni inferiori, ma soltanto a mansioni superiori ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione” (Diritto & Diritti).

Recentemente la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo il quale ai fini della valutazione della sussistenza di un corretto esercizio dello ius variandi da parte del datore …..  il giudice deve stabilire se le mansioni effettivamente svolte finiscano per impedire la piena utilizzazione e l’ulteriore arricchimento della professionalità acquisita nella fase pregressa del rapporto, tenendo conto che non ogni modifica quantitativa delle mansioni, con riduzione delle stesse, si traduce automaticamente in una dequalificazione professionale, in quanto tale fattispecie implica una sottrazione di mansioni tale, da comportare un abbassamento del globale livello delle prestazioni del lavoratore con una sottoutilizzazione delle capacità dello stesso acquisite e un conseguente impoverimento della sua professionalità (Diritto & Diritti).

In realtà, la giurisprudenza in materia si è approfondita a tal punto da specificare che il lavoratore possa essere riposizionato in una mansione pregressa, per la quale non serve una vera e propria riqualificazione. Non si capisce come questo aspetto possa divenire oggetto di contrattazione quando la normativa in materia è stata per lunghi anni così discussa e riesaminata e dibattuta in giurisprudenza. Possono davvero le parti derogare rispetto all’articolo 13 della legge 300/1970? Può la contrattazione fra le parti firmatarie derogare a norme di legge e a sentenze della Corte di Cassazione? La dequalificazione è un’arma che il datore di lavoro può impiegare in senso intimidatorio verso il singolo lavoratore. Ma è anche una tutela troppo rigida che rischia di ingessare il tessuto organizzativo di una azienda e impedisce la cosiddetta flessibilità interna.

Ilva di Taranto: è falso che il GIP abbia imposto la chiusura

E’ semplicemente falso che il GIP Patrizia Todisco abbia imposto la chiusura degli impianti a caldo dell’Ilva di Taranto. Lo dice Affaritaliani.libero.it pubblicando le quattro pagine dell’ordinanza datata 10/08/2012.

In sostanza, il GIP Todisco ha confermato quanto stabilito dalla sentenza del Tribunale del Riesame del 25/07/2012, vale a dire che il sequestro preventivo è, e non può che essere, una misura funzionale alla tutela delle esigenze preventivo-cautelari indicate dalla legge (art. 321, c. 1, C.P.). Il GIP si limita a rinnovare il sollecito del Tribunale dei Riesame rivolto ai custodi ed amministratori di adottare tutte le misure tecniche necessarie a scongiurare il protrarsi delle situazioni di pericolo e ad eliminare le stesse.

Come si spiegano questi titoloni?

Ilva Taranto: gip, stop a produzione Impianti in funzione ma per ‎ AGI – Agenzia Giornalistica Italia

Ilva, arriva lo stop alla produzione Ordinanza a sorpresa del gip Corriere della Sera – 11 ago 2012

Ilva, gip: non prevista alcuna facoltà d’uso. L’azienda impugna il ‎ Adnkronos/IGN

Ilva, l’ordinanza del Gip: risanare gli impianti ma stop alla ‎ Il Sole 24 Ore

La Concertazione come “origine dei mali”: storia di un modello di relazioni industriali

1983 – 2013 La Concertazione come “origine dei mali”.

I Sindacati senza accordi e il Governo atonale del prof. Monti

di Matteo Laurenti, Giovine Europa now (http://www.linkiesta.it/blogs/giovine-europa-now), ricercatore, archivista, bibliotecario e collaboratore del Centro di documentazione sindacale e biblioteca della Camera del Lavoro di Biella.

"L’inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione."

Le spese del governo ammontano al 45% circa del prodotto interno lordo. Secondo quest’analisi, il governo possiede il 45% dei mezzi di produzione che fanno il PIL. Gli USA sono oggi al 45% socialisti. (da Noi abbiamo il socialismo, New York Times, 31 dicembre 1989)

Milton Friedman (1912-2006)

L’Italia in quegli anni ha rischiato grosso… la battaglia ci ha assorbito completamente. Cosí, non abbiamo visto con la chiarezza necessaria il resto. (da Intervista sul mio partito; citato in Ginsborg 1989, p. 68)

Luciano Lama (1921 – 1996)

La geometria non è un reato”

Renato Zero (1950 – vivente)

Anno 1993, giorno 23 del mese di luglio, l’allora Presidente del “Governo tecnico di transizione” Carlo Azeglio Ciampi, primo presidente non parlamentare della storia della Repubblica firma, attraverso la pratica triangolare della concertazione, il protocollo che tenta di mettere fine alla crisi economica endogena dello stato italiano culminata solo pochi mesi prima con la dissoluzione politica della prima Repubblica. La crisi del biennio 1992-93 tratta della “resa dei conti” di oltre due decenni di politiche economiche figlie della temperie sociale e politica iniziata alla fine degli anni ’60 e perdurata per tutto il decennio ’70. Politiche economiche volte a sedare l’inquietudine della società del tempo con l’eroina dell’inflazione. Nel contesto internazionale il fallimento negli anni ’70 delle politiche di bilancio "dal lato della domanda", nel ridurre l’inflazione e nel produrre crescita, spianò la strada per un nuovo cambiamento nella politica economica che mise al centro delle responsabilità delle banche centrali la lotta all’inflazione. Secondo le tipiche teorie economiche, questo avrebbe dovuto essere accompagnato da trattamenti shock di austerità, così come generalmente raccomandato dal FMI.

Inflazione…il generale aumento dei prezzi, di beni e servizi in un dato periodo di tempo che genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

Tradotta in sostanza liquida in Italia è stata una spirale di dipendenza creata dall’indennità di contingenza (la Scala Mobile) fortemente voluta, nel 1975, dall’allora Segretario confederale della CGIL Luciano Lama, d’accordo con Bruno Storti (Segretario CISL), Raffaele Vanni (Segretario Uil)e dell’allora presidente di Confindustria Giovanni Agnelli. Essa fu successivamente abrogata tra il 1984 ed il 1992 dai governi di Bettino Craxi e Giuliano Amato con l’accordo degli stessi sindacati che l’avevano creata, scavalcando il referendum abrogativo del 1985 voluto dal PCI di Enrico Berlinguer. La cosiddetta “soluzione” dell’inflazione infatti misurava la stessa tenendo conto dell’aumento dei prezzi ma senza considerare un altro parametro economico: l’aumento del PIL.

Anno 1983, giorno 22 del mese di gennaio, l’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Vincenzo Scotti pose la firma, per conto del governo, ad una trattativa durata un anno e mezzo. Essa verteva su un accordo, in cui il governo era “mediatore”, che impegnava la fine dello scontro sociale tra sindacati ed industria. Con la firma dell’accordo i sindacati si impegnarono a sospendere la contrattazione integrativa mentre Confindustria sbloccò il rinnovo dei contratti le cui trattative erano state sospese. L’obbiettivo principale era, guarda caso, combattere l’inflazione. Per tutti gli anni Ottanta il sistema così impostato funzionò a dovere e nel 1993 si decise di ampliarlo e di inserire nuove regole. In particolare, nel tentativo di concertare, ovvero metter d’accordo, sindacati e industriali, venne stabilito un incremento minimo salariale pari al tasso di inflazione programmata e un rinnovo dei contratti ogni due anni. Di fatto si diede inizio alla “politica dei redditi”, una politica di accrescimento dei salari sulla base dell’aumento della produzione e degli utili di impresa. Attraverso la politica dei redditi le imprese si impegnano a non aumentare i prezzi, i lavoratori si impegnano, in cambio, a non chiedere aumenti dei salari slegati dall’aumento della produttività. Il Governo dal canto suo offre servizi alle imprese (maggiore efficacia ed efficienza nella pubblica amministrazione, potenziamento delle infrastrutture quali strade, porti, ferrovie, telecomunicazioni), ed ai lavoratori (miglioramento dei servizi sociali alle famiglie:asili nido, buoni scuola, ammortizzatori sociali quali cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, mobilità ecc.

La politica dei redditi necessita di un basso tasso di conflittualità sociale e di forte autorevolezza e credibilità del Governo.

Almeno sulla carta dunque la concertazione è servita a farci uscire dalla crisi tutta italiana che ci ha investito venti anni fa (quasi) esatti…In altre parole il modello di concertazione, inteso come dialogo tra gli attori contrattuali con una forte mediazione dello stato, non ha fallito. Ciò che ha fallito è la volontà da parte degli organi dello Stato preposti a far rispettare questo modello, basti pensare ad esempio ai continui scioperi di categoria legati al mancato rinnovo dei contratti nazionali…a distanza di due decenni il sistema ha mostrato i suoi limiti, soprattutto dopo l’adesione dell’Italia alla moneta unica europea. La rincorsa all’euro è stata perseguita con precisi atti di volontà politica, apparsi addirittura temerari tanta era la distanza da recuperare in pochissimo tempo. Si tratta pertanto di un successo indubbio della politica economica, che ha prodotto, come pure abbiamo ricordato, incalcolabili benefici in termini di sradicamento dell’inflazione, bassi tassi d’interesse, bassi costi di transazione soprattutto da incertezza, disintossicazione delle imprese dalla droga delle svalutazioni competitive. Quel successo è oscurato però da due ombre: la distanza che occorreva colmare per rientrare nei parametri di Maastricht, un vero baratro, si era aperta a causa delle scelte, invece assai colpevoli, che la politica economica aveva compiuto nel ventennio precedente; inoltre, i metodi sbrigativi con cui la rincorsa è stata fatta (essenzialmente, accentuando la pressione fiscale e facendo ampio ricorso a misure con effetti temporanei) ha finito col rappresentare uno degli handicap che hanno frenato la rincorsa.

Anno 2013, futuro prossimo, prossime elezioni. A 30 anni dalla prima concertazione pensata e scritta e a 20 da quella che salvò l’Italia da se stessa, avrà ancora senso “richiedere” l’intervento delle parti sociali là dove ormai si attua una programmatica svalutazione del loro ruolo?

Il sindacato (e nella fattispecie la CGIL) ha giocato il suo ruolo o è in stato collaterale con il monetarista Monti attuando una strategia “fantasma” o ancora peggio un’assenza di strategia nell’accettazione di una subalternità alla razionalità economica del capitale produttivo e finanziario nella speranza che questo li faccia accettare come interlocutori riconoscibili?

E’ forse consapevole Susanna Camusso, al pari di Luciano Lama, Bruno Trentin e Sergio Cofferati nei loro rispettivi mandati, che le loro dichiarazioni “stridono” con quanto ha fatto il sindacato nella pratica contrattuale, nei contratti nazionali e in quelli aziendali?

I vincoli e i limiti posti dalle “regole del gioco” che la Cgil ha fatto sue hanno messo i lavoratori nell’angolo nel conflitto di classe?

Di fatto le politiche concertative degli ultimi 30 anni sono nei fatti degli arretramenti contrattuali che hanno fatto perdere potere d’acquisto producendo uno spostamento di una grossa fetta di reddito nazionale dai salari ai profitti e in modo particolare verso le rendite. La CGIL, rompendo con Cisl e UIL (nel 2009) segnava una discontinuità che è risultata di facciata.

Ma se i sindacati sono appunto senza “accordi”, il Governo, ancora una volta “tecnico” e di transizione vuole suonare una musica in un concerto dove esso stesso “definisce autonomamente le regole per la realizzazione del brano”.

Che ognuno torni alla sua parte allora, compresa Confindustria, rea dal punto di vista di Monti di aver dato corda ai sindacati nell’attuazione della cassa integrazione, adatto a solo certi tipi di impresa, come unico strumento del Welfare.

D’altronde Milton Friedman era convinto che la libertà avesse soprattutto due categorie di nemici: gli industriali e gli intellettuali. I primi vogliono la libertà per gli altri ma non per sé. Sono entusiasticamente favorevoli alla concorrenza e al libero mercato per gli altri, per sé preferiscono chiedere sussidi, sgravi fiscali e, soprattutto, protezioni doganali e tariffarie. Gli intellettuali, invece, sono intransigenti difensori delle proprie libertà – nessuno deve dir loro cosa scrivere, dipingere, musicare, eccetera, ma molto meno propensi a che gli altri siano liberi di decidere cosa, quanto e come produrre quello che gli pare. Agli altri cosa fare deve essere se non imposto almeno suggerito dal potere politico.

Tanto nel 2013 l’inflazione tornerà sotto il 2%…parola della BCE.

Lavoro, il taglia e cuci del WSJ cambia le parole di Elsa Fornero

Basta un copia-incolla, non ad opera di qualche blogger non-professionista, ma del Wall Street Journal, e le parole di Elsa Fornero cambiano magicamente il senso.

Cito il post del blogger Pietro Salvatori: “Nel testo originale del Wsj si legge: We’re trying to protect individuals not their jobs. People’s attitudes have to change. Work isn’t a right; it has to be earned, including through sacrifice”.  Tradotto: il lavoro non è un diritto.

Questo invece il testo del brogliaccio dell’intervista:

WSJ: Do you have any particular fears about what might happen with this reform?

Ms. Fornero: This reform is a wager on behavior changing in many ways. My big fear is we don’t overcome this challenge. Everyone, not just workers, have to understand and change. That includes youth, who need to know a job isn’t something you obtain by right but something you conquer, struggle for and for which you may even have to make sacrifices.

Le due frasi sono profondamente diverse: il lavoro non è un diritto. Il lavoro non è qualcosa che si ottiene per diritto.

Ma mi rendo conto. E’ questione di lana caprina.

Esodati, chi offre di più? La matematica di Fornero e Inps è un’opinione

Quel brutto pasticcio degli esodati continua d alimentare un balletto di cifre che ha del ridicolo. Gli esodati sono lavoratori che hanno accettato di interrompere il proprio rapporto di lavoro pensando di andare in pensione e che invece, a causa della riforma delle pensioni, non hanno né lavoro né pensione, neppure sono a tutti gli effetti disoccupati. Sono dei non-lavoratori, esodati dalle categorie verbali e dalla realtà.

Ebbene, il numero di questi esodati è stato un problema per il Direttore Generale dell’Inps, Mario Nori. Una specie di croce, di grana fastidiosa che gli ha ammorbato le giornate. Quanti sono gli esodati? E’ difficile dirlo, per Mario Nori. E’ stato difficilissimo dirlo anche per Fornero. Oggi sappiamo che sono 65.000 persone. Lo ha affermato ufficialmente il Ministero del Lavoro, dopo circa un mese di “verifiche”.

Subito si è scatenata una ridda di dichiarazioni correttive dei sindacati, da esponenti politici, come Boccia del Pd; gli esodati NON sono 65.000. Sono molti di più. Eh no, dicono al Ministero. Sono di meno. Sono “solo” 65 mila, come ha titolato il Tg La7. Solo. Ci aspettavamo molto di più. Circa 350 mila, come afferma la CGIL.

Questo gioco delle cifre è possibile esclusivamente per una ragione: il”confine” della eosdati non è chiaro. Suo malgrado, il Direttore dell’Inps stamane, nella ennesima dichiarazione in cui anticipava delle “stime” (ho detto: stime!) affermava che bisogna distinguere fra:

  1. lavoratori in mobilità;
  2. persone inserite nel fondo di solidarietà e credito;
  3. persone uscite dal lavoro sulla base di accordi volontari;

solo nell’ultimo caso si può parlare effettivamente di “esodati”. I lavoratori in mobilità, secondo le stime di Nori, sono circa 40.000; le persone inserite nei fondi di solidarietà circa 15.000; gli esodati veri e propri 70.000.  Fornero annuncia oggi nel tardo pomeriggio che la cifra “esatta” degli esodati è appunto 65.000, molto prossima alle stime di Nori, ma solo per la parte che ufficialmente può vantarsi dell’etichetta di esodato, altrimenti no. Altrimenti non quadra un bel niente.

Ecco, possiamo concludere che i numeri della CGIL siano sbagliati? Macché, risparmiate il fiato. Nori, nell’audizione alla Camera in Commissione Lavoro, ha affermato che “esiste anche un’altra categoria, quella delle persone che sono in prosecuzione volontaria, si tratta di 1,4 milioni di lavoratori”. Sono esodati oppure no? Se per Fornero gli esodati sono solo 65.000, allora no, il milione e quattrocentomila “prosecutori volontari” sono esclusi da qualunque tutela. Per Nori, invece, solo alcuni di essi potrebbero essere sottoposti a tutela, il che dovrebbe far intendere che il numero di lavoratori esclusi dal lavoro e dalla pensione, siano essi esodati o meno, raggiunga la vetta di 350.000 persone.

Conclusione: o sei ufficialmente esodato, e allora ti tutelano, ma se sei in “prosecuzione volontaria”, ovvero sei un ex lavoratore che ha continuato a versarsi i contributi e che a un passo dalla pensione ha visto allontanarsi il traguardo, no, non sei un esodato. Sei qualcosa d’altro. Non sappiamo cosa, non esiste un termine per te, sei uno che non fa niente e basta.

Il comunicato capolavoro del Ministero del Lavoro:

‘Salvaguardati’, le stime prudenziali del Salva Italia consentono la copertura di tutta la platea senza nuovi oneri    
Nelle prossime settimane si procederà all’emanazione del previsto decreto ministeriale

Il Ministro Elsa Fornero ha ricevuto oggi i risultati dell’analisi compiuta dal tavolo tecnico istituito per le problematiche relative ai cosiddetti “salvaguardati”. Il lavoro dei tecnici è stato guidato dall’obiettivo di evitare che lavoratori in prossimità del pensionamento si trovino senza reddito e senza pensione, nonché ispirato dai criteri della trasparenza e dell’equità, al fine di evitare disparità di trattamento fra situazioni analoghe.

Il tavolo ha consentito di accertare che il numero di persone complessivamente interessate è di circa 65mila e pertanto l’importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni, attuata col decreto Salva Italia, è adeguato a corrispondere a tutte le esigenze senza dover ricorrere a risorse aggiuntive. Tale importo era il frutto di stime prudenziali che hanno reso possibile includere anche quanti, successivamente introdotti da emendamenti parlamentari al decreto Milleproroghe, non erano compresi nella platea originariamente prevista. Proprio per rispetto verso queste persone il Ministro Fornero ha voluto che il controllo dei dati fosse scrupoloso e preciso, una stima che ha quindi richiesto un’analisi di dettaglio molto puntuale e un tempo relativamente lungo che può aver alimentato preoccupazione. Si è data così risposta a una situazione di comprensibile ansia per migliaia di persone, fugando un  ingiustificato allarmismo.

Sulla base di tutto ciò, si procederà nelle prossime settimane all’emanazione del previsto decreto ministeriale. Il Ministro sta altresì valutando, per specifiche situazioni e con criteri analoghi, l’ipotesi di un intervento normativo per trovare soluzioni che consentano a lavoratori interessati da accordi collettivi stipulati in sede governativa entro il 2011, comunque beneficiari di ammortizzatori sociali finalizzati all’accompagnamento verso la pensione, di accedervi secondo le previgenti regole.  

Sitografia:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-12/stime-inps-esodati-uscita-101205.shtml?uuid=Ab7KtnMF

Governo Monti, questo il testo della Riforma Lavoro

Download: La riforma del mercato del lavoro del governo Monti