Stress Test e Mps, un bel giorno per Davide Serra

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Avrete letto che l’esito degli stress test bancari, eseguiti dalla BCE sugli istituti dell’area Euro, è negativo per nove banche italiane. Mps ha manifestato una carenza di 2,1 miliardi; Carige di 814 milioni. Insomma, ci si aspetta un lunedì nero per il mercato italiano, che verrà probabilmente trascinato agli inferi dai titoli bancari. Mps deve quindi ricapitalizzare e, in generale, quando è tale la prospettiva, il mercato tende a reagire deprezzando il titolo.

Nel frattempo, il finanziere di successo Davide Serra, ospite fisso di ogni Leopolda (da quando la Leopolda è il luogo dello show Renzianissimo), ha esternato alcune sue opinioni – rispettabili, ma inutili come tutte le opinioni – sul diritto di sciopero. Per Serra, lo sciopero è un costo (lo è in primis per i lavoratori, non è vero?) e andrebbe abolito. Jacopo Iacoboni, su La Stampa, già titola “Serra, rockstar spericolata”, descrivendo le scene di giubilo durante il suo speech leopoldino. Ma Iacoboni non sa che domani, per il finanziere, non sarà solo il giorno delle prime pagine e della più ampia visibilità.

Serra detiene una posizione ribassista pari allo 0,94% del capitale di Mps: tale informazione è nota poiché la Consob obbliga le società a rendere pubbliche tali esposizioni quando superano lo 0,5%. Domani, per Serra, sarà un giorno di forti guadagni. Fra l’altro, il titolo Mps dal 17 Giugno, giorno del suo più alto valore pari a 2,5 euro per azione (quando il rating della banca era passato da underperform a neutral, secondo Bnp Paribas), ha conosciuto un periodo di pesanti ribassi, arrivando a toccare il picco negativo lo scorso 16 Ottobre, a 0,81 euro/azione. Serra ringrazia. Così va il mondo della Finanza.

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Arrampicata stile libero e caso Cancellieri

A questo fanno pensare le dichiarazioni di Cuperlo e Renzi circa il caso dell’aiutino alla famiglia Ligresti. Il ‘tengo amici’ del Ministro dell’Interno pone in grande imbarazzo due dei tre (quattro..) candidati alle primarie per la segreteria del Pd.

Cuperlo, riporta oggi Repubblica.it, pur essendo favorevole alle dimissioni della Ministro, tiene a precisare il suo pensiero: “Non è in discussione la correttezza del ministro Cancellieri; quel che ho posto è un problema di opportunità politica: se esistono tutte le ragioni di serenità per adempiere appieno a una funzione particolarmente delicata come è quella del Guardasigilli”.

La posizione di Renzi è sempre la stessa da alcuni giorni: “io mi sarei dimesso”.

Forse non si sono accorti che sulla Ministro pende una mozione di sfiducia individuale proposta dal M5S. E che quindi il dilemma non è più dimissioni/non dimissioni bensì quello ben più gravoso per il Pd, il dilemma della fiducia. Non è forse il caso di riflettere bene prima di difendere a spada tratta Cancellieri? Di riunire i gruppi parlamentari e di ascoltare bene le ragioni di coloro che chiedono le dimissioni, di votare valutando accuratamente le conseguenze di tale deliberazione? Non è forse il caso di allargare lo sguardo e di accorgersi dell’opinione pubblica generale prima di limitare l’analisi a ciò che è più consono alla persistenza del governo delle Larghe Intese? Poiché non c’è scritto da alcuna parte che lo stato d’emergenza perpetuo in cui viviamo giustifichi gli abusi d’ufficio di un Ministro.

In Fondazione Carige le Larghe Intese sono finite

Flavio Repetto, il dominus di Fondazione Carige, è caduto. Uno degli ultimi Capitani d’Industria del paese, 81 anni, indomito e immarcescibile, è stato deposto dal Cda della Fondazione. Diciassette voti contrari: voti dei referenti di Claudio Scajola e di altri berlusconiani che in tal modo rientrano nella durissima partita del controllo del board di Banca Carige. Claudio Burlando, Pd, presidente di Regione, aveva già negli scorsi giorni paventato il rischio: “è una guerra fra bande”, aveva dichiarato il 16 Ottobre, attirandosi le critiche del consigliere Pdl Melgrati (“se è così, dica quale è la “banda” che capeggia lui”). Burlando non è certamente un fan di Repetto, ma era riuscito, dopo la defenestrazione del presidente Berneschi, a piazzare Cesare Castelbarco Albani, ex consigliere della medesima banca e dimissionario da fine Settembre. Castelbarco Albani, un uomo, come da tradizione, avente cariche in circa dodici fra società e aziende:

Ebbene, Castelbarco Albani aveva dichiarato, all’atto della sua nomina, che se Repetto fosse stato sfiduciato, avrebbe lasciato testé la presidenza, causando una empasse che farebbe precipitare l’Istituto nel gorgo del commissariamento. A distanza di quasi 24 ore, Castelbarco Albani non ha lasciato dichiarazioni. Neppure Burlando ha osato prender parola. Il dado è tratto e le Larghe Intese, nel Cda della Fondazione, possono dirsi definitivamente archiviate.

Gli esponenti del Pd locale sono evidentemente in disarmo. Burlando ha visto soddisfatta però la sua richiesta della nomina del nuovo Ad di Banca Carige prima della sfiducia a Repetto. Lui è Petro Montani, ex Bpm. Montani è considerato un ‘risanatore’, ben visto dalla Vigilanza di Bankitalia, proposto dal presidente Cesare Castelbarco Albani (e, si immagina, con il favore del presidente di Regione). Ma il fronte si è subito spostato sulla Fondazione.

L’attacco dei prodi di Sciaboletta e della finanza in porpora (Bagnasco) spinge la fase della ridefinizione degli assetti in Carige verso destra. In pista per la successione di Repetto, vi è tal Pierluigi Vignai, attuale vicepresidente della Fondazione, ex candidato sindaco della città di Genova per il Pdl. E’ etichettato come ‘indipendente di centrodestra’, ma ha avuto la tessera del Pdl fino a tutto il 2011. E’ un ex democristiano, aspetto che non si cancella mai dalle biografie. Come candidato sindaco, era espressione sia dell’ala scajolana sia dell’ala cattolica facente riferimento al cardinale Bagnasco. Il suo nome è quindi il suggello finale alla ‘guerra fra bande’ evocata da Burlando. Vignai è altresì soprannominato “l’uomo che sussurra ai Cardinali”. Questo aneddoto forse rende la misura esatta di quanto la figura di Bagnasco sia esposta in questa vicenda. Un cardinale che interviene un po’ troppo spesso per commentare le vicende di un istituto bancario. Come tre giorni fa, prima di questo passaggio di nomine e sfiducie, Bagnasco si espresse in questi termini:

La Carige è una istituzione fondamentale, importante, genovese. Tutti vogliamo che mantenga questa connotazione, questa origine, questa fidelità […] ha detto il cardinale, sottolineando l’importanza della “missione di Carige”[…] Una istituzione – ha detto – che deve mantenere la sua connotazione senza rinchiudersi nella regionalità o nella città, però rimanendo ben ancorata non soltanto come sedi o occupazione, ma anche come missione (Carige, Bagnasco: «Auspichiamo resti genovese» | Liguria | economia | Il Secolo XIX).

Il giorno dopo a rispondergli è il Giovane Turco (dalemiano) Andrea Orlando: “Il localismo non ha portato buoni risultati. Io non sono un mercatista, ma il mercato si incarica sempre di dare risposte. Se questo modello fosse stato efficiente probabilmente non saremmo a fare le discussioni di questi giorni [..] è un sistema bancario fortemente anchilosato, legato a una dimensione quasi esclusivamente pubblica, a un sistema nel quale è venuto meno qualsiasi tipo di governo. Da un lato si è andati verso un gigantismo che spesso ha sradicato le strutture dal territorio mettendo in difficoltà le imprese. Dall’altro ci sono stati anche fenomeni di localismi e di chiusura che in nome della territorialità non hanno saputo cogliere i cambiamenti” (Carige, «Il localismo non ha portato buoni risultati» | Liguria | economia | Il Secolo XIX).

Non una parola, non una sul rapporto abusato dei partiti politici con le Fondazioni Bancarie.

Banca Carige: un mix pesante di derivati, politica e gerontocrazia

La vicenda di Banca Carige sta diventando una vicenda giudiziaria – l’ennesima – che scoperchierà un intreccio fatto di politica, affari, riciclaggio, lottizzazione; soprattutto, una indomita, irremovibile, gerontocrazia militante.

Il declino della banca di Genova, banca locale per antonomasia, comincia – beffardo il destino – il 25 Febbraio 2013, giorno di voto e di fallimenti elettorali (per il Partito Democratico). Quel giorno il titolo in Borsa perse il 7.8%, come tutti i titoli bancari italiani, sottoposti alla speculazione finanziaria innescata dall’imprevisto risultato elettorale. Carige, a mercati chiusi, comunica la decisione del consiglio di amministrazione: “un piano di rafforzamento del patrimonio da 800 milioni di euro, una cifra pesantissima e che verrà realizzata in parte con la cessione di taluni asset non strategici e non funzionali all’attività core del gruppo” (Carige, dismissioni e capitali freschi pronto il piano da 800 milioni di euro – Repubblica.it » Ricerca). Da dove veniva quella frettolosa ricapitalizzazione?

Le mosse del presidente (ora deposto) Giovanni Berneschi finiscono sotto l’occhio vigile (e sveglio e pronto e attento e) della Consob, la quale già ad inizio Febbraio 2013 chiede a Carige di contabilizzare taluni “profili di fiscalità differita”, una moral suasion che viene recepita dal CdA in via prudenziale. Al mercato era invece stato prospettato un risultato ben diverso: “nel bilancio consolidato si determina un beneficio economico non ricorrente di 259,3 milioni anziché di 715 milioni, con uno scarto di quasi cinquecento milioni di euro”. Le assicurazioni sono in effetti una delle pietre dello scandalo. Un bubbone enorme che prende il nome di Filadelfo Arcidiacono. Questo signore non è un signore ma un nome inventato. Ha addirittura un codice fiscale: RCDFLA66E10F952K. E’ stato a lungo utilizzato nei registri della compagnia per coprire i veri beneficiari di super-parcelle. Giovanni Berneschi avrebbe dovuto risanare queste anomalie. Alla stessa maniera, avrebbe dovuto risolvere quell’altro pasticcio, quello della filiale di Nizza, in Francia. E’ il 2005 quando la Banque de France “si occupa di un’operazione da 583 mila euro versati su un conto di Carige Nizza a fronte della vendita di immobili in Italia per 186 mila euro”: naturalmente la vendita era fittizia e il movimento copriva fondi neri il cui ‘beneficiario’ non è ancora balzato agli onori della cronaca giudiziaria.

La vicenda rimane sottotraccia fino all’estate. A fine Luglio il CdA cade a pezzi. E’ il risultato della guerra fra il presidente e la Fondazione, guidata dal sempiterno Flavio Repetto, ottantunenne irriducibile industriale del settore dolciario (è presidente della Novi-Elah Dufor): “cinque consiglieri di amministrazione di banca Carige rassegnano le dimissioni (che saranno effettive dall’assemblea chiamata a nominare il nuovo cda). Se ne vanno quattro consiglieri della Fondazione (Piergiorgio Alberti, Luigi Gastaldi, Gianni Marongiu e Sandro Repetto) e uno indicato dai soci francesi, invocando una “nuova governance” per la banca” (Repubblica.it). Qui viene il bello: a leggere i nomi dei consiglieri forse si sospetta solo una parentela con il presidente della Fondazione (non è così), ma in realtà Sandro è quel Sandro Repetto ex presidente della provincia di Genova, ex parlamentare fra le fila dei democratici (è un ex Margherita, ma ormai poco conta). Nel vecchio CdA siedeva pure il fratello di Claudio Scajola; sì, proprio lui, sciaboletta. Un bel quadretto. Una commistione disarmante.

Berneschi è un matusalemme all’interno di Carige; è stato assunto nel 1957. Da quarantanni è ai vertici della Banca. E’ diventato, dopo il caso Mussari, vicepresidente dell’Abi. Il Partito Democratico genovese rappresentato all’interno di Carige è letteralmente diviso in due: da un lato, Sandro Repetto, rappresentante per la Fondazione; dall’altro Claudio Burlando, presidente della Regione (per ovvi motivi non ha ruoli all’interno della banca) e acerrimo sostenitore di Berneschi. Quando il CdA è andato in pezzi, Burlando ha alzato la voce, dall’alto del proprio ruolo ‘super partes’ (?) di Governatore della Liguria. “È la settima banca d’Italia”, ha detto Burlando, “le persone vanno scelte con attenzione. Meriterebbe una guida in grado di dare il senso di banca nazionale. La scelta di nominare un nuovo consiglio che si farà in così pochi giorni riguarderà solo le persone o è anche un progetto? (carlottascozzari.wordpress.com). Carlotta Scozzari ha giustamente fatto rilevare che il vertice di una banca deve essere scelto dagli azionisti della stessa, fra i quali vi è giocoforza la Fondazione. Che cosa vuol dire, le persone vanno scelte con attenzione? Che tipo di messaggio è questo e a chi è indirizzato? “Non si capisce”, continua Burlando in una intervista a Telenord, “con quali procedure saranno selezionati i nuovi dirigenti della banca, che di solito si scelgono affidandosi a uno studio, attraverso cacciatori di teste?”. Un mistero, direi. Intanto la Fondazione ha prosciugato il proprio capitale, partecipando alla ricapitalizzazione con ben 700 milioni di euro. In una lettera al Secolo XIX, Luciano Port, ex sindaco di Recco (anni ’80, DC) e piccolo azionista della banca, ha rivelato che con la nuova esposizione verso il capitale Carige, la Fondazione è letteralmente rimasta “senza liquidità” (carlottascozzari.wordpress.com).

Mentre Banca d’Italia, a fine Agosto, ha bocciato il piano da 800 milioni, negli ultimi dieci giorni, banca Carige ha dovuto ripetutamente smentire le indiscrezioni di stampa circa lo scoperto generato da alcune operazioni sui derivati. Si tratterebbe di contratti derivati “a leva” (a debito, ovvero con rischi di perdite superiori all’investimento) sui titoli di Stato italiani sottoscritti dall’istituto. Posizioni pari a circa 7 miliardi di euro. La smentita di Carige, però, contiene paradossalmente l’ammissione che la banca è esposta per quella medesima cifra proprio su titoli di Stato italiani sui quali sono state edificate ‘coperture strutturate’: scrivono candidamente su La Stampa Finanza (evidentemente un articolo a pagamento), che “le metodologie attualmente impiegate da Carige per la valutazione degli strumenti derivati sono di vasto utilizzo sul mercato, soggette a periodici aggiornamenti e determinano differenze che non hanno comunque impatto sulla redditività aziendale”. Poco rassicurante davvero.

Ablyazov e i segreti dell’ENI

KulibayevL’Espresso ha rovistato fra i cablogrammi della diplomazia USA rivelati da Wikileaks due anni or sono ed ha rivelato che Ablyazov era ben noto alle cancellerie occidentali, non già in quanto ‘pericoloso latitante’ bensì come dissidente democratico in possesso di scottanti rivelazioni circa la pesante corruzione della azienda petrolifera del governo kazako, la KazMunaiGaz:

Mukhtar Ablyazov, recentemente [2009] ha fatto uscire sui media internazionali “documenti che provano” che le aziende di stato cinesi hanno recentemente dato tangenti a Kulibayev per oltre 100 milioni di dollari per gli affari petroliferi (L’Espresso).

Timur Kulibayev, zar dell’energia del paese nonché genero del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, secondo i magistrati milanesi che hanno messo sotto processo la Agip KCO, è stato oggetto di una corruzione milionaria da parte dell’Eni (Agip KCO è la succursale di Scaroni in Kazakhstan), ma il medesimo trattamento gli è stato riservato anche dalla BP. Kulibayev ha ‘brama’ di denari, sostenne il il primo vicepresidente della compagnia petrolifera di stato, KazMunaiGaz, Maksat Idenov, mentre nel gennaio 2010 riceve l’ambasciatore americano al Radisson hotel di Astana. Anche i cinesi hanno corrotto Kulibayev. Il businness ruota intorno ad un enorme giacimento di petrolio:

Lo sviluppo del giacimento di Kashagan, che ha 38 miliardi di barili di petrolio, è fondamentale per il futuro del Kazakistan. Attualmente il giacimento è controllato da un consorzio composto da ENI, Total, Exxon, Shell, la kazaka KazMunaiGaz (con una quota di partecipazione del 16,8%), ConocoPhillips (con l’8,4%) e Inapex (7,5%) (fondazionecdf.it).

Sfruttare il Kashgan è altamente costoso. Si deve lottare contro il ghiaccio, e contro il vento, fortissimo, che stacca le lastre dalle torri di trivellazione. Ancor oggi il progetto Kashgan è in alto mare: il costo è raddoppiato e Eni ha mostrato di essere in ritardo, in difficoltà tecniche, scarsamente efficiente. Eni, nel 2009, stava per essere estromessa dal progetto. La tangente a Kulibayev non risolse del tutto la situazione: solo l’intervento diretto di Berlusconi permise a Eni di restare dentro al paese, in un nuovo consorzio, il North Caspian Operating Company (NCOC).

Lo scorso 3 Luglio si è svolta, presso il giacimento di Kashagan in Kazakhstan con la partecipazione del presidente kazako Nursultan Nazarbayev e il primo ministro britannico David Cameron, una cerimonia di messa in servizio degli impianti di produzione e per la costruzione di quelli necessari per la produzione iniziale. Nazarbayev non è solo amico di Berlusconi. Fra i suoi consiglieri figura un certo Tony Blair. Curiosamente il presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, oggi è volato a Londra proprio da David Cameron. Lo scandalo Ablyazov lo ha inseguito sino nella capitale del Regno Unito, ma i giornalisti italiani si soffermano sulla impacciata relazione del ministro dell’Interno, Alfano. Avranno i due capi di governo parlato dei progressi del consorzio NCOC? Il volume della produzione è previsto essere gradualmente in aumento durante il secondo semestre del 2013. Circa 180.000 barili al giorno saranno estratti in media durante la prima fase, 370.000 barili al giorno nella seconda fase, che coinciderà con il secondo semestre. Eni controlla il 16% del consorzio, tramite Agip Caspian Sea BV che a sua volta controlla Agip KCO.

Ablyazov è una mina vagante. Se, in seguito al fattaccio del rimpatrio della moglie e della figlia, dovesse iniziare a rivelare l’intreccio di interessi internazionali e della corruzione dilagante, saranno guai, al di qua e al di là della Manica. Mal che vada, pagherà il solo Angelino Alfano.

L’agguato di via Arenula e gli scontri del #14N: chi comanda la Polizia di Stato?

Il coordinamento quantomeno discutibile dell’ordine pubblico durante la manifestazione del #14N aggiunge un altro tassello alla lunga sequenza di errori, anzi, alla malagestio della Polizia di Stato dalla Diaz ad oggi. I lacrimogeni sparati dalle finestre e dal tetto del Ministero della Giustizia, proprio sopra l’ufficio del Ministro Severino, sono un dettaglio inquietante in un quadro di sospetti ancora più denso. La prassi di trasformare le grandi manifestazioni pubbliche in pestaggi sembra essersi consolidata intorno allo schema ben noto della provocazione-repressione, con l’esito di mettere in scena il disordine e fomentare la paura. Quali le ragioni ultime di questa strategia? La piazza sembra debba essere sempre tenuta sotto scacco da poche decine di violenti che a loro volta devono fronteggiarsi con gli agenti di polizia, in una sorta di rappresentazione scenica del conflitto fra popolo e Stato, fra disordine e ordine. Non c’è grande manifestazione degli ultimi anni che non abbia seguito questo schema. E’ forse più di un sospetto che questo copione sia recitato a memoria, a discapito di chi vuol realmente e pacificamente esprimere le proprie idee e il proprio disaccordo con la politica della crisi. Un sospetto che va inquadrato nel più ampio scenario della cosiddetta guerra di successione interna alla Polizia di Stato.

Antonio Manganelli è capo della Polizia dal 2007. Dopo lo spostamento di De Gennaro alla carica di sottosegretario con delega ai servizi, il suo nome era fra i papabili per il vertice del Dis, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Ma Mario Monti gli ha preferito un ambasciatore, Giampiero Massolo. Non è stata, quella di Massolo, una scelta di rottura con De Gennaro poiché Massolo medesimo è persona legata a De Gennaro, bensì una sorta di ‘mossa del cavallo’ da parte del governo, impegnato in un tentativo di spending review anche sul fronte del Servizio Segreto. Dopo gli episodi del 14 Novembre e di via Arenula, Manganelli ha dichiarato di volere la testa dei “poliziotti violenti”. Manganelli forse sa di essere isolato all’interno del corpo di polizia. Sta cercando di rifarsi una verginità dinanzi all’opinione pubblica, adottando posizioni fin troppo populiste per un capo di polizia. Per farvi notare quanto Manganelli sia isolato, basta citare le parole del questore di Roma, Fulvio della Rocca: “Se a un certo punto veniamo aggrediti militarmente, con un attacco ‘a testuggine’, è chiaro che dobbiamo reagire, perché siamo qui anche per questo: per tutelare la legge, questo è il nostro compito. Questo stesso sistema di azione è stato messo in atto in altre città, quindi probabilmente c’è una regia in tutto questo” (Repubblica.it). Anche il Ministro Cancellieri si è espressa in maniera dissonante rispetto a Manganelli: “Tutta Italia ieri bolliva, è facile dire le cose dopo, ma dobbiamo pensare che gli agenti hanno operato in condizioni difficili e complesse” (www.fattidicronaca.it).

L’isolamento di Manganelli è cominciato diversi anni fa, quando – malato – si era recato negli USA per le cure, viaggio che gli è costato qualche critica interna. La sua situazione ha avuto per così dire un aggravio con il cambio di governo con la polemica sul suo reddito: il capo di polizia più pagato al mondo, veniva scritto a inizio anno, quando il Ministro Patroni Griffi avviava l’operazione trasparenza sui redditi dei funzionari statali.

Da che parte gli provenivano questi colpi? Per la Polizia di Stato, l’avvento del governo Monti ha rappresentato una cesura netta. Il’ partito’ dei Prefetti, con la nomina di Cancellieri all’Interno, ha ripreso vigore a discapito del cosiddetto partito dei superpoliziotti, gli eredi della Squadra Mobile di Palermo degli anni Ottanta, per intenderci quella che operò al fianco di Giovanni Falcone, una squadra la cui storia è stata oggetto di una recente revisione in senso dubitativo sulla loro reale fedeltà al magistrato. Quei superpoliziotti che rispondevano al nome di La Barbera, De Gennaro, Manganelli, Longo, hanno ‘governato’ la Polizia da metà anni Novanta sino ad ora, rivestendo diversi incarichi e restando pressoché indenni alle responsabilità del G8 di Genova del 2001. Già perché la sentenza sulla scuola Diaz ha decapitato le seconde linee, i vari Gratteri, Calderozzi, Luperi, Canterini. Tutti provenienti dalla lotta al potere mafioso, abituati forse ai modi spicci che al rispetto dello Stato di diritto. Ma ha lasciato praticamente intatto il vertice.

Anche la vicenda del corvo del Viminale potrebbe essere interpretata come parte dell’operazione ‘terra bruciata ‘ intorno a Manganelli.

Le rivelazioni del Corvo sugli appalti truccati al Viminale acquistano uno spessore inedito, in cui l’importante non è il “come”, ma il “quando” […] La prima testa eccellente a rischio è quella di Nicola Izzo – definito dal Corvo “il puparo della combriccola” -, il vice capo della polizia, l’erede naturale di Manganelli […] l regolamento di conti è tra poliziotti e prefetti, con i secondi nettamente avvantaggiati dal fatto di avere al governo diversi “colleghi”. La successione di Manganelli potrebbe essere anche un’occasione per risistemare alcuni “amici in difficoltà” (senzasoste.it).

Il governo Monti, ridisegnando i confini delle province, ha generato malcontento nella classe prefettizia poiché meno province vuol anche dire meno prefetture. Quale miglior occasione per il partito dei prefetti di far pervenire la propria voce e avanzare pretese sul vertice della Polizia? Da alcuni mesi si stanno profilando le candidature, tutte di origine prefettizia: Giuseppe Procaccini (ex prefetto di Latina), Franco Gabrielli (capo della protezione civile) e Alessandro Pansa (ex prefetto di Napoli). Procaccini e Pansa sono entrambi campani e non sono entrambi candidature limpide, sfiorati in modi diversi da soggetti prossimi al potere camorristico (I TRE PAPABILI ALLA GUIDA DELLA POLIZIA – PREFETTI PERFETTI?). Procaccini, fra l’altro, era sponsorizzato da Nicola Cosentino quando questi era sottosegretario all’Economia. Infatti, nella qualità di referente territoriale della maggioranza (Pdl), passava al vaglio gli incarichi dei prefetti provenienti dalla Campania. Su Procaccini l’onorevole Cosentino espresse il suo massimo apprezzamento. E Procaccini venne fatto capo di Gabinetto dell’Interno.

Lo schizzo di fango che ha silurato Nicola Izzo, quell’anonimo che è stato etichettato come opera del corvo del Viminale, ha forse evidenziato un problema grosso che investe il Viminale ma non solo. Gli appalti e la corruzione. Già perché il signor Izzo fu già oggetto di sospetti. Per gli appalti di Finmeccanica, in primis, per i quali è indagato dalla procura di Napoli. Sospetti anche per un suo intervento, inusuale quantomeno, presso la procura di Imperia. Izzo, insieme all’altro vicecapo della polizia, Francesco Cirillo, avrebbero offerto “supporto investigativo” alla procura di Imperia sulle indagini circa la costruzione del porto di Imperia. Nell’inchiesta era coinvolto l’ex Ministro Claudio Scajola e Francesco Bellavista Caltagirone, il costruttore romano che fu fatto rientrare entro i termini dell’appalto in maniera a dir poco oscura.

Questo retroscena viene raccontato in un dossier che parte dal 20 dicembre 2010. Un mese e mezzo prima Caltagirone, Claudio Scajola ed altre quattro persone sono indagate per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa. Avrebbero cioè pilotato l’ affidamento dei lavori a Caltagirone facendolo precedentemente entrare nella compagine societaria della Porto Imperia spa senza nessuna procedura di gara pubblica (Il costruttore e i superpoliziotti quegli strani incroci di Imperia – La Repubblica).

Caltagirone, iscritto al registro degli indagati, si adopera presso Manganelli affinché il medesimo gli fornisca informazioni sulle carte dell’inchiesta, rimasta per buona parte coperta da segreto istruttorio. Dagli uffici del capo della polizia naturalmente partirono le smentite. Izzo non era mai stato ad Imperia né tantomeno Caltagirone si era rivolto in alcun modo a Manganelli. In ogni caso, Izzo è stato messo fuorigioco e ora resta un solo candidato dell’area dei superpoliziotti. Si tratta di Nicola Cavaliere, poliziotto, 65 anni, e “rappresenterebbe una scelta di transizione, in attesa di capire i nuovi equilibri politici del Paese” (senzasoste.it). Soltanto una volta completata la transizione e riassegnata la leadership morale dei prefetti sui poliziotti con una nomina, la prassi della repressione violenta di piazza potrà dirsi superata. Ma forse in questa frase è contenuto solo un auspicio personale che probabilemtne non alberga dalle parti del Viminale.

Fusione Hera-Acegas-Aps, il PD si spacca a Forlì. Chi fermerà il piano Passera?

Forlì resiste. Il consiglio comunale della città, a maggioranza di centro-sinistra, ha votato contro la fusione dell’azienda multiutility dell’Emilia-Romagna, Hera, con Acegas e Aps, aziende analoghe delle province di Padova e Rovigo. Thomas Casadei, consigliere regionale del PD e esponente politico della città di Forlì, ha così commentato, in aperto contrasto con l’orientamento del Partito in tutta la regione Emilia-Romagna, che la decisione assunta dal consiglio comunale di Forlì è di estrema importanza sul piano politico e anche simbolico.

Con questa decisione si chiede al patto di sindacato di sciogliere il nodo della governance pubblica di Hera. E’ infatti urgente risolvere le contraddizioni che si sono determinate tra la gestione dei servizi a mercato liberalizzato e la gestione dei servizi regolamentati. Altrettanto urgente è la definizione di una normativa per i servizi pubblici locali, che sia coerente con i quesiti referendari sui beni comuni del 2011, e che porti ad una gestione dei servizi priva di rilevanza economica. Per i servizi pubblici locali – questo il punto decisivo – l’interesse dei cittadini deve prevalere sulle logiche finanziarie (Thomas Casadei, pagina Fb).

Il dissenso interno al Partito Democratico è emerso anche a Modena, dove invece i democrats hanno interrotto i rapporti con Sel e IDV ed hanno votato per la fusione suscitando i malumori di alcuni consiglieri, fra tutti Giulia Morini, giovane e civatiana, attivista dei movimenti per l’Acqua Pubblica. “Esprimerò voto difforme da quello del mio partito. Sulla fusione Hera-Acegas il confronto con la città non è stato sufficiente e l’operazione non garantisce la qualità della governance”, ha detto Giulia.

In sostanza, la fusione creerà una super azienda che tratta rifiuti, forniture di acqua, di gas, di energia. Il progetto di fusione fa parte di un più generale disegno di integrazione e concentrazione delle imprese multiutility in due grossi monopoli, uno operante a nordovest, l’altro a nordest. I cardini normativi di questo disegno si possono rintracciare nei Decreti Sviluppo a firma Corrado Passera. La spartizione dei mercati acqua-gas-luce-rifiuti del nord dovrebbe avvenire con la fusione di A2a più Iren  e di Hera più Acegas.

La prima fusione ha subito degli intoppi, anche a causa delle resistenze di Tabacci, nella sua veste di assessore al bilancio di Milano (A2a è partecipata dai comuni lombardi di Milano e di Brescia ). Ma, a quanto pare, Passera ha trovato un eccellente alleato nel Pd emiliano-romagnolo. L’idea di Passera è quella di far uscire i comuni dal controllo delle multiutility per dare un limite all’ingerenza del potere politico nella gestione delle nomine ma, al tempo stesso, di creare delle super aziende appetibili sul mercato finanziario e quindi scalabili dai gruppi bancari. L’idea di Passera è semplice: prevede l’ingresso di nuovi soci nella superutility, in primis, la Cassa Depositi Prestiti (al fine di pubblicizzarne il debito), ma in subordine fondi di investimento che potrebbero prendere il posto dei Comuni. E così realizzare di fatto la privatizzazione dei servizi (che il referendum del 2011 aveva scongiurato) della gestione dell’acqua, dell’energia e della gestione dei rifiuti.

Il progetto cui sta lavorando il ministero dello Sviluppo economico porta la firma degli esperti di McKinsey. Non deve stupire visto che lo stesso Passera ha iniziato la sua carriera negli uffici milanesi della società di consulenza. E che al ministero ha scelto come direttore generale del settore energia un manager proprio di derivazione McKinsey. L’incarico ha prodotto un “dossier” che suggerisce un percorso in più tappe per arrivare alla costituzione della Rwe italiana. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, il progetto parte inizialmente dalla fusione tra A2a e Iren. Le due società (controllate dai comuni di Milano e Brescia la prima, da Genova, Torino, Piacenza, Parma e Reggio la seconda) metterebbero assieme le loro attività industriali; aprendo poi il loro capitale alla Cassa Depositi e Prestiti in modo da abbattere parte dell’indebitamento. In un secondo momento, si arriverebbe alla superutility vera e propria, con l’aggregazione di Hera (Bologna, Ravenna, Modena e un’altra quarantina di comuni dell’Emila- Romagna) e Acegas-Aps (Padova e Trieste). A differenza di altri studi, il dossier McKinsey non prevede l’ingresso in scena di Acea, che resterebbe, al momento, isolata. Ma non è questa l’unica esclusione. Dall’aggregazione delle attività industriali delle utility non farebbero parte le reti (elettricità, gas e acqua): restano nel patrimonio dei Comuni azionisti, in cambio di una parte delle loro quote azionarie (Repubblica, 28/05/2012).

Naturalmente contrari alla fusione i 5 Stelle: “La fusione Hera S.p.A. con Acegas sembra proprio un trucco col quale ignorare e raggirare l’esito dei referendum sull’acqua, consentendo l’ingresso in massa dei privati nella super-multiutility. Il grimaldello sono un paio di modifiche agli articoli 7 e 26 dello Statuto”, ha scritto Giovanni Favia, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle.