Vincenzo Scotti, l’informativa che annunciava le Stragi di Mafia

Vincenzo Scotti, ex ministro dell’Interno nel 1992, defenestrato da Andreotti nel giro di una notte – si ritrovò senza saperlo, in seguito a un rimpasto di governo “lampo”, ministro degli Esteri – intervistato oggi dal Corriere della Sera, ritorna sulla questione dell’informativa che annunciava le Stragi di Mafia, quel memoriale messo in mano ad un noto depistatore, Elio Ciolini, di cui spesso si è parlato nel corso di questi anni ma che l’indagine giornalistica ha, per così dire, dimenticato.

Su Yes, political! se ne è parlato in questi post:

La destabilizzazione, il progetto politico all’origine della trattativa.

Join the dots. Unisci i puntini. La leggenda del capitano Ultimo, la fiction come antistoria.

Nel 1992-93 l’Italia ha rischiato la secessione dello Stato Bordello

Nel 1992, prima delle stragi e prima delle elezioni, venne pure dato l’annuncio: si preparava una stagione col botto, una stagione in cui le istituzioni sarebbero state messe duramente alla prova in un tentativo di rivoltarle. L’allora ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, diffuse l’allarme alle prefetture e alle questure. Le voci di una imminente destabilizzazione furono messe in giro da tale Elio Ciolini, depistatore professionista. Ciolini compare nell’inchiesta di Antonino Ingroia, “Sistemi Criminali”, poi archiviata, nella quale si fa riferimento a un piano eversivo “finalizzato alla divisione dello Stato condotto dai vertici di Cosa Nostra con la complicità di un Sistema Criminale, composto da massoneria deviata – P2 – da elementi dell’eversione nera e da spezzoni deviati dei servizi segreti”.

La figura di Vincenzo Scotti è centrale in questa vicenda. Scotti è una vittima. E’ un uomo di Stato che cercava di far bene il proprio mestiere. Doveva essere messo da parte, “per il bene supremo dello Stato”. Un concetto di bene che ancor oggi il Quirinale non vuole specificare, che racchiude in sé un segreto che nessuno può riferire, che qualcuno si è portato nella tomba (Scalfaro), che ha ereditato più o meno inconsapevolmente (Ciampi), che infesta ancora gli incubi più reconditi (Mancino e altri).

L’inaccettabile minaccia di Cicchitto sul DL Anticorruzione

Così inizia il discorso alla Camera di Fabrizio Cicchitto, ieri, durante la discussione preliminare al voto (poi favorevole) sul DL Anticorruzione:

Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio innanzitutto sgombrare il campo da un dato. Noi, nel corso di tutti questi anni, siamo stati in prima fila nella lotta contro la corruzione e contro la mafia […] Nella lotta alla mafia il Governo Berlusconi dal 1994 ha condotto una battaglia, sia per quello che riguarda l’articolo 41-bis, la sua estensione, senza nessun compromesso, ragion per cui noi consigliamo al dottor Ingroia, che la mattina fa il magistrato, il pomeriggio il politico e adesso si sta avviando a fare anche il romanziere, di frequentare la scuola di scrittura creativa di Alessandro Baricco, a Torino, così potrà anche arricchire il suo bagaglio culturale.

Cicchitto tenta quindi di fare una ricostruzione storica e insieme antropologica della corruzione in Italia, dalla vicenda di Tangentopoli alla situazione attuale, fatta di capobastone, di corruzione diffusa e parcellizzata, “trasversale”, dice lui. Lui e il suo gruppo politico avrebbero voluto parlare di tutto ciò, avrebbero voluto parlare di quella parte politica e imprenditoriale che è stata salvata da Tangentopoli. Dell’uso politico della giustizia. Del traffico di influenza. Avrebbero voluto parlarne, per ore ed ore, fino alla fine della Legislatura. Ma:

le diciamo francamente, onorevole Ministro (si riferisce al Ministro Severino), che noi avremmo voluto liberamente dibattere e discutere su questi due punti senza che lei fosse venuta qui in Parlamento a metterci le manette ed impedirci di fare un confronto libero, quale sarebbe dovuto essere e quale un Governo tecnico, privo di una sua maggioranza nel Paese, avrebbe dovuto consentirci. Allora, onorevole Ministro, le dico due cose: in primo luogo che noi faremo di tutto in Senato per cambiare in questi punti questo disegno di legge; in secondo luogo, che occorre sempre un bilanciamento di poteri, ce lo insegnano i padri costituenti; ed essi avevano creato un bilanciamento di poteri nell’articolo 68: nel momento in cui si dava alla magistratura un potere ed un’autonomia inusitata si doveva dare anche al potere politico una garanzia istituzionale […] al Senato noi sosterremo la responsabilità civile dei giudici e le diamo un elemento di riflessione: non ci venga a proporre emendamenti con l’esercizio da parte del Governo della fiducia, non venga ad esercitare questo perché noi, in questo caso, non voteremo la fiducia su questo punto, perché non vorremmo essere ulteriormente strangolati. Come si suol dire e come dice il proverbio, uomo o donna avvisati, sono mezzo salvati…

Ecco, niente fiducia se il governo mette il becco sull’Anticorruzione come ha fatto nell’iter di approvazione alla Camera. “Non vorremmo essere ulteriormente strangolati”!, dice Cicchitto. Ci avete “messo le manette”. Ergo, il DL Anticorruzione verrà parcheggiato al Senato, laddove è stato partorito dalle fervidi menti del precedente governo. Il governo Monti è avvisato, se impedirà ai senatori del PdL di stravolgere il disegno di legge verrà sacrificato e addio risanamento dei conti pubblici. La corruzione non può essere regolata da mani estranee. La corruzione è roba per gente del mestiere, non so se mi spiego.

Incandidabilità condannati, quanto è tenue il DL Anticorruzione

Tanto rumore per nulla. L’incandidabilità di cui all’art. 10 del Disegno di legge anti-corruzione è una chimera. Innanzitutto perché contiene una delega al Governo per emanare un decreto legge che regoli e armonizzi la materia, un decreto da fare entro un anno. In secondo luogo perché riguarda soltanto quei soggetti per i quali è già stata emessa una sentenza definitiva. Che dire, ci saranno anche stati casi di deputati o senatori candidati quando già condannati, ma il male del nostro sistema riguarda quelle “care” persone che, pur avendo procedimenti penali a carico, si candidano alle elezioni e si fanno eleggere (scusate, nominare – grazie al Porcellum) per usufruire delle immunità istituzionali. L’articolo 10 del DL Anticorruzione non affronta questo problema neanche in lontananza.

Quindi, perché ci affanniamo a dichiarare che l’incandidabilità dei condannati sarà operativa fin dal 2013 (vero, ministro Patroni-Griffi)? Non si tratta forse di un problema marginale rispetto invece a tutti quei deputati e senatori sottoposti a indagine e per i quali sono stati emessi mandati di cattura che invece sono difesi dal Parlamento? Non sarebbe il caso anche di riesaminare e meglio specificare tutta la dottrina in materia di fumus persecutionis?

Ecco il contenuto della norma sulla Incandidabilità:

Art. 10.

(Delega al Governo per l’adozione di un testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di governo conseguente a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi).1. Il Governo è delegato ad adottare, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo recante un testo unico della normativa in materia di incandidabilità alla carica di membro del Parlamento europeo, di deputato e di senatore della Repubblica, di incandidabilità alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali e di divieto di ricoprire le cariche di presidente e di componente del consiglio di amministrazione dei consorzi, di presidente e di componente dei consigli e delle giunte delle unioni di comuni, di consigliere di amministrazione e di presidente delle aziende speciali e delle istituzioni di cui all’articolo 114 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, di presidente e di componente degli organi esecutivi delle comunità montane.

2. Il decreto legislativo di cui al comma 1 provvede al riordino e all’armonizzazione della vigente normativa ed è adottato secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) ferme restando le disposizioni del codice penale in materia di interdizione perpetua dai pubblici uffici, prevedere che non siano temporaneamente candidabili a deputati o a senatori coloro che abbiano riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale;

b) in aggiunta a quanto previsto nella lettera a), prevedere che non siano temporaneamente candidabili a deputati o a senatori coloro che abbiano riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti previsti nel libro II, titolo II, capo I, del codice penale ovvero per altri delitti per i quali la legge preveda una pena detentiva superiore nel massimo a tre anni;

c) prevedere la durata dell’incandidabilità di cui alle lettere a) e b);

d) prevedere che l’incandidabilità operi anche in caso di applicazione della pena su richiesta, ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale;

e) coordinare le disposizioni relative all’incandidabilità con le vigenti norme in materia di interdizione dai pubblici uffici e di riabilitazione, nonché con le restrizioni all’esercizio del diritto di elettorato attivo;

f) prevedere che le condizioni di incandidabilità alla carica di deputato e di senatore siano applicate altresì all’assunzione delle cariche di governo;

g) operare una completa ricognizione della normativa vigente in materia di incandidabilità alle elezioni provinciali, comunali e circoscrizionali e di divieto di ricoprire le cariche di presidente della provincia, sindaco, assessore e consigliere provinciale e comunale, presidente e componente del consiglio circoscrizionale, presidente e componente del consiglio di amministrazione dei consorzi, presidente e componente dei consigli e delle giunte delle unioni di comuni, consigliere di amministrazione e presidente delle aziende speciali e delle istituzioni di cui all’articolo 114 del testo unico di cui al citato decreto legislativo n. 267 del 2000, presidente e componente degli organi delle comunità montane, determinata da sentenze definitive di condanna;

h) valutare per le cariche di cui alla lettera g), in coerenza con le scelte operate in attuazione delle lettere a) e i), l’introduzione di ulteriori ipotesi di incandidabilità determinate da sentenze definitive di condanna per delitti di grave allarme sociale;

i) individuare, fatta salva la competenza legislativa regionale sul sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del presidente e degli altri componenti della giunta regionale nonché dei consiglieri regionali, le ipotesi di incandidabilità alle elezioni regionali e di divieto di ricoprire cariche negli organi politici di vertice delle regioni, conseguenti a sentenze definitive di condanna;

l) prevedere l’abrogazione espressa della normativa incompatibile con le disposizioni del decreto legislativo di cui al comma 1;

m) disciplinare le ipotesi di sospensione e decadenza di diritto dalle cariche di cui al comma 1 in caso di sentenza definitiva di condanna per delitti non colposi successiva alla candidatura o all’affidamento della carica.

3. Lo schema del decreto legislativo di cui al comma 1, corredato di relazione tecnica, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, è trasmesso alle Camere ai fini dell’espressione dei pareri da parte delle Commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari, che sono resi entro sessanta giorni dalla data di trasmissione dello schema di decreto. Decorso il termine di cui al periodo precedente senza che le Commissioni abbiano espresso i pareri di rispettiva competenza, il decreto legislativo può essere comunque adottato.

 

La Lega Nord che salvò De Gregorio

Nonostante tutto, nonostante Belsito, Rosy Mauro, la faida interna con i maroniani, nonostante i soldi del finanziamento pubblico impiegati come “cazzo” vogliono, i senatori leghisti rimangono fedeli alla linea del Pdl e, anche affermando il contrario, salvano il senatore De Gregorio dall’arresto. Leggere le dichiarazioni di voto del leghista Mura, tutt’altro che forcaiole:

Signor Presidente, gentili colleghi senatori, credo sia superfluo ricordare – è stato detto più volte – come oggi in quest’Aula il nostro compito non sia quello di valutare la fondatezza delle accuse rivolte al senatore De Gregorio. Il nostro esame deve concentrarsi su altro. Prima di tutto, con il nostro voto dovrà essere stabilito se esiste il fumus persecutionis, se esista quindi un intento persecutorio da parte della procura di Napoli che, come sostiene il senatore De Gregorio, avrebbe un quadro esclusivamente indiziario, molto debole e per fatti che riguardano sue presunte azioni risalenti al 2006 [una frase capolavoro, oscar del garantismo 2012]. Al riguardo credo sia importante per tutti sottolineare il dato temporale, che deve sicuramente far riflettere. È vero che si tratta di indagini complesse e che le procure hanno bisogno di tempo per il loro lavoro investigativo, quindi può sembrare sicuramente censurabile, ma bisogna tener presente che anche questo lasso temporale tra l’esaurimento dei fatti e la richiesta di arresti domiciliari in sei anni potrebbe anche essere giustificato da un lavoro che i magistrati hanno svolto in questi anni per gradi.

Ritengo però che un aspetto importante da evidenziare oggi sia quello delle fattispecie di reato. Quelli contestati al senatore De Gregorio esulano da quella che era fino a un recente passato una prassi che si è venuta a modificare col tempo. È stato ricordato anche dal collega Balboni come normalmente si sia sempre acconsentito all’arresto per reati di sangue o comunque per reati gravissimi come l’omicidio o le stragi. Questa è sempre stata la prassi parlamentare, sia alla Camera che al Senato, ma i recenti casi hanno modificato un po’ questa prassi per cui l’interpretazione che si dà a questo limite alle richieste di arresto è cambiata. Di conseguenza, la domanda è: si ritiene che i reati contestati al senatore De Gregorio potrebbero essere considerati reati di grave allarme sociale?

Sono stati recitati durante la sua relazione dal relatore, senatore Sanna: l’associazione per delinquere e il concorso in truffa e in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, il concorso in bancarotta fraudolenta, il concorso in emissione di fatture e altri documenti per operazioni inesistenti [ergo, non è omicidio, quindi non è reato grave; anche alcuni leghisti si sono macchiati di un reato simile, perciò è meglio esser cauti...].

Questi sono reati nei confronti dei quali è vero che l’evoluzione e la sensibilità dell’opinione pubblica sono montate in questi ultimi tempi per cui sono convinto debbano essere riviste anche con il nostro concorso quelle prassi parlamentare a cui ho accennato prima, andando ad estenderle a questo tipo di reati che generano un atteggiamento da parte dell’opinione pubblica che credo richieda da parte nostra un comportamento di estremo rigore.

Per concludere questo mio breve intervento, ritengo sia assolutamente importante creare quelle le condizioni per cui la procura di Napoli possa completare le sue indagini ascoltando il senatore De Gregorio e consentendogli di esercitare il suo diritto di difesa. Qui non accusiamo nessuno e tanto meno questo vuol essere un processo anticipato, bensì l’autorizzazione all’esecuzione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare, nella convinzione, peraltro, che il diritto di difesa del senatore De Gregorio sia sacrosanto e inalterato e che vi siano tutte le condizioni per lui di dimostrare – come tutti noi auspichiamo – che il prosieguo delle indagini vedano chiarita la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati.

Come Gruppo Lega Nord confermiamo pertanto il nostro voto favorevole alla proposta della Giunta di concedere l’autorizzazione all’esecuzione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare degli arresti domiciliari e ad eseguire le perquisizioni dei locali utilizzati dal senatore De Gregorio (Senato, resoconto stenografico in corso di seduta, seduta n. 738 del 06/06/2012).

Un discorso che è ambivalente. Dichiarano di votare sì all’arresto, ma esprimono una posizione di estremo garantismo nei confronti di De Gregorio, quando invece le carte dell’inchiesta sono piuttosto chiare ed eloquenti. Non accusiamo nessuno, concordiamo sul fatto che si tratta di reati di bassa pericolosità sociale, è un quadro assolutamente indiziario (lo dice De Gregorio, quindi è così). Sembra evidente che i voti che hanno salvato il senatore arrivino proprio dai banchi della Lega Nord, dai compagni di merende del finanziamento pubblico dei partiti.

 

De Gregorio, Li Gotti e quell’intervista a Buscetta

De Gregorio è stato oggi salvato dai colleghi senatori dall’arresto per le accuse rivoltegli dai pm napoletani nell’ambito dell’affaire Lavitola-L’Avanti. Questo è accaduto nonostante il voto favorevole, all’unanimità, della Giunta per le Autorizzazioni. In Aula il senatore Saro ha chiesto lo scrutinio segreto, scelta difesa da Quagliarello (Pdl) e da tutto il suo gruppo. Nel segreto dell’urna, De Gregorio è stato riconosciuto vittima di fumus persecutionis, smentendo completamente la Giunta e l’evidenza delle carte.

De Gregorio ha preso – in maniera un po’ irrituale – la parola durante il dibattito e, per lunghi tratti, si è rivolto direttamente al senatore Li Gotti, suo ex collega di partito.

Che cosa avrei dovuto fare, senatore Li Gotti? Per ben due volte sono andato spontaneamente, senza sapere di che cosa fossi accusato, alla procura di Napoli; ho varcato personalmente la soglia della Guardia di finanza decine di volte e ho rinunciato alle prerogative parlamentari quando sono venuti a Roma i militari; li ho fatti entrare in casa mia, mettendo per iscritto la mia rinuncia; ho mandato il mio legale, l’avvocato Carlo Fabbozzo, in procura, la stessa mattina in cui venivano sequestrati quei container, con le chiavi di quei container, e mi viene detto che le garanzie costituzionali in quel caso non sono rinunciabili, e nell’istruttoria si parla di questi container come contenenti chissà cosa. Invece io voglio aprirli, perché dentro ci sono scrivanie, computer, giornali: tutto quello che è servito per fare un’attività che mi si contesta essere falsa, e non lo è, perché io non posso svendere la mia storia professionale. “L’Avanti” l’ho riportato in edicola; l’ho fatto, e nel 2006 l’ho abbandonato, come il GIP riconosce in quella ordinanza, dicendomi che la mia responsabilità non va oltre il 2006. In quegli anni, ho costituito una scuola di giornalismo che, per grazia di Dio, chi vi ha partecipato e l’ordine dei giornalisti mi riconoscono come una grande esperienza editoriale. Ebbene, rispetto a quella esperienza di giornalismo e di fatica fisica, dovrei riconoscere che si tratta di una storia criminale? (Senato, resoconto stenografico in corso di seduta, seduta n. 738 del 06/06/201).

Perché prendersela con il senatore Li Gotti? Perché questo duello fra i dure? Semplice, c’è un precedente. Bisogna risalire agli anni ’90. Li Gotti all’epoca era l’avvocato di Tommaso Buscetta, il super pentito di mafia. L’uomo dei segreti della Cupola che permise al giudice Falcone di ricostruire la mappa del potere mafioso.

De Gregorio nasce come giornalista e si evolve come editore televisivo di una tv strana, chiamata Italiani nel Mondo, poi diventa politico e crea un assurdo partitino che si chiama come la televisione che ha fondato. E arriva in Parlamento senza che nessuno – dico: nessuno! – sappia spiegare come.

Ebbene, il signore, prima di mettersi in affari con il Lavitola, prima di far cadere il governo Prodi, a quanto pare pagato profumatamente per questo, faceva il giornalista e fu protagonista di un mezzo scandalo: l’intervista a Tommaso Buscetta, scovato in crociera nel 1995. De Gregorio salì sulla medesima nave. Conosceva gli spostamenti di Buscetta. Sapeva che era in crociera e forse si prestò per una manovra finalizzata a far perdere la protezione sia a Buscetta che alla famiglia. “Un favore alla mafia”, disse Tommasino. Pensate le coincidenze: il difensore di Buscetta era appunto Luigi Li Gotti, oggi collega senatore di De Gregorio. De Gregorio è stato direttore de L’Avanti, nominato da Craxi, poi in Forza Italia, poi indipendente nel suo Movimento Italiani nel Mondo; quindi diventa a sorpresa (o forse no) direttore editoriale nell’Italia dei Valori. Un mistero che ancor oggi Di Pietro fa fatica a spiegare.

In ogni caso, nel lontano 1995, Li Gotti e De Gregorio stavano su sponde opposte. De Gregorio scriveva per Oggi e lavorava per TG2 Dossier. De Gregorio raggiunse sulla nave il Buscetta ma non si qualificò subito come un giornalista. Lo imbeccava con frasi del tipo: “Certo che dietro una grande fortuna c’è un grande crimine”. Voleva metter in bocca a Buscetta frasi che lui non aveva pronunciato. Ovvero che il giudice Caselli stava interrogando alcuni pentiti “sul conto di Berlusconi”. A causa di quel tiro, la vita di Buscetta e della famiglia fu messa in pericolo. Una nave della Marina militare lo prelevò e lo portò in una località segreta. All’epoca, Buscetta era “l’accusatore di Andreotti”.

Lo scopo di quella manovra era quindi suggerire ai lettori di Oggi che Caselli stava indagando Berlusconi. Uno schizzo di fango diretto a Caselli, un modo per far naufragare le indagini fin dalla partenza. Le indagini sullo stalliere di Arcore. Oppure no. De Gregorio non ha mai spiegato come fece a rintracciare Buscetta. Non ha mai rivelato la sua fonte. Anni dopo, voterà la sfiducia al governo Prodi II, determinando le condizioni per nuove elezioni nel 2008 e la vittoria di Berlusconi. Indiscrezioni giornalistiche narrano di un voto di sfiducia pagato molto caro da Berlusconi. Ma anche in questo caso la verità farà molta fatica ad emergere.

Mazzamuto Sottosegretario ma non troppo

Salvatore Mazzamuto è diventato sottosegretario alla Giustizia il 28 Novembre 2011. E’ laureato in Giurisprudenza ed è Professore Universitario. Ha insegnato Istituzioni di Diritto Privato all’Università di Palermo. Diviene preside della Facoltà di Giurisprudenza della stessa università. E’ stato Avvocato cassazionista. Dal 1998 al 2002 è stato membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È ordinario di Diritto civile all’Università degli Studi Roma Tre. Ė stato, inoltre, docente di “Ordinamento Giudiziario” – cattedra di Diritto Processuale Civile – presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università “Kore” di Enna. Nell’ultimo governo Berlusconi è stato consigliere giuridico del ministro della Giustizia Angelo Alfano. Il 28 novembre 2011 è stato proposto dal governo Monti come Sottosegretario alla Giustizia. Ha giurato il giorno successivo (Wikipedia, alla voce Mazzamuto).

Ieri, il governo ha espresso parere favorevole alla norma che cancella l’emendamento al DdL Corruzione di Italia dei Valori volto a ripristinare il meccanismo sanzionatorio di tipo penale per il reato di falso in bilancio. Il rappresentante del governo era proprio Mazzamuto, il quale sostituiva il collega Zoppini, dimessosi – che coincidenza! – proprio il giorno prima in quanto indagato in un’inchiesta della procura di Verbania. Mazzamuto dichiara poi al Corsera che lui di quell’emendamento non ci capiva nulla, che la scheda illustrativa del contro-emendamento non era chiara, erano “solo sette righe”.

Naturalmente quelli del PdL l’emendamento lo avevano capito benissimo e l’hanno votato. Ed è chiaro che Mazzamuto non ha capito un accidente e il suo ruolo come “consigliere giuridico” dell’ex ministro della Giustizia – guarda un po’! – Alfano non ha nulla a che vedere con quanto accaduto in aula. Ed è singolare che il sottosegretario Zoppini, uno dei più giovani sottosegretari del governo Monti e anche uno dei più ricchi, 46 anni,  si sia dimesso perché indagato per frode fiscale, nel 2010, e raggiunto da un avviso di garanzia della procura di Verbania  che neanche le bombe intelligenti di George W. Bush. “Secondo l’ipotesi dei magistrati piemontesi, attraverso la sua attività di consulenza, Zoppini avrebbe aiutato i titolari della Giacomini a realizzare una frode fiscale internazionale” (Il Sole 24 ore).

Sarà pur vero, ma intanto oggi, il redivivo Berlusconi ha così potuto tranquillamente andare a pranzo dal premier Monti.

Rosy Mauro e il Sindacato Padano che non era un sindacato

Proseguo a rovistare nell’Archivio de La Stampa nella convinzione che quanto stia accadendo oggi non sia casuale, non sia frutto di una malattia che ha colpito uno spregiudicato segretario di partito, bensì sia il prodotto di un’anomalia accettata come tale e lasciata crescere a dismisura sapendo che aveva le radici marce, completamente marce. Per anni molti di voi si sono fatti incantare dal bel teatrino del Bossi e dell’indipendentismo padano. Dietro il palco si faceva mercimonio delle vostre convinzioni al solo scopo di arricchimento personale. Null’altro.
La figura di Rosy Mauro è emblematica. Così come lo è quella del Sindacato Padano. La storia di Rosy Mauro nella Lega Nord è la storia del Sindacato Padano. La sua avventura comincia nel 1990. Rosy Mauro fonda insieme a Antonio Magri il Sindacato Autonomo Lombardo (SAL). Poi il SAL si trasforma in Confederazione, come tutta la Lega Nord, e diventa Sin.pa. E’ chiaro fin dall’inizio che il Sin.pa. è diretta emanazione della Lega Nord. E’ organo della Lega Nord. I suoi iscritti sono un mistero, ampiamente documentato su molti giornali (qui ne parla La Stampa).
Nel 1993 il SAL era chiaramente presieduto da Rosy Mauro. La Telecom si chiamava ancora Sip. La Sip di Milano escluse il SAL dalla possibilità di ricevere la trattenuta diretta in busta paga ai dipendenti che risultassero iscritti al sindacato leghista. Il pretore diede ragione alla Sip: il SAL «E’ un movimento politico, non può incassare le trattenute».
Secondo il pretore, il Sal, nel suo statuto, faceva "riferimento esplicito al «perseguimento degli interessi nazionali del popolo lombardo» e afferma di voler «realizzare l’autentica solidarietà e la giustizia sociale fra il popolo lombardo»" (La Stampa, Archivio Storico, 18/06/1993, p. 9).

Conclude così Cecconi, in risposta al ricorso del Sal contro la Sip. «Il vostro sindacato afferma – sembra perseguire legittime finalità politiche non qualificabili però come semplici attività a carattere sindacale. Per questo motivo non si può garantire al Sai nemmeno la tutela privilegiata prevista dalla Costituzione». Addirittura, conclude il decreto: «Le finalità evidenziate fanno mettere in dubbio anche il requisito della nazionalità del Sai». Insomma, non solo il Sai non è un sindacato, ma una forza politica camuffata. Ma il sindacato leghista, addirittura, si mette fuori dalla comunità italiana innalzando la bandiera dei lumbard (La Stampa, cit.).

Che razza di sindacato è il SAL, poi Sin.pa.? Non ha mai partecipato ad alcuna contrattazione né ha avuto grande visibilità, a parte una volta, a Cuneo nello stabilimento della Michelin di frazione Ronchi, quando nel 2000 conquistò il 40% dei voti alle elezioni della RSU. Non è mai intervenuto nel dibattito sui contratti collettivi. Nulla. E pretendeva la trattenuta diretta in busta paga.

Promotori con interessi troppo diversi, nessuna organizzazione di scioperi di stampo sindacale, nessun intervento nei contratti collettivi… Insomma, quello è il Carroccio sotto altre spoglie e nulla più. […] il Sai non fa attività sindacale ma politica allo stato puro (La Stampa, Archivio Storico, 18/06/1993, p. 9).

Per anni tutto ciò è stato tollerato. Un sindacato che non era un sindacato ha intascato le Vostre trattenute in busta paga. Era – ed è – un organo di partito costituito per distrarre i soldi del finanziamento pubblico, poi rimborso elettorale. Uno strumento come altri, fatto apposta per drenare denaro pubblico. E, quel che è più grave, sapevamo tutto. Tutto. Sin dall’inizio. Ma l’inerzia, la stupidità, la nostra stupidità, hanno permesso che questo raggiro durasse venti anni. Venti lunghissimi anni.