Iraq | La pulizia etnico-religiosa di Isis

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L’azione di Isis nella provincia di Mosul sta determinando l’esodo di migliaia di cittadini iracheni di religione cristiana. Si tratta di una vera e propria strategia di pulizia etnico-religiosa in quello che – nei piani di Isis – è un processo di formazione di uno nuovo Stato Islamico fra Iraq e Siria. Joseph Thomas, arcivescovo di Kirkuk e Sulaymaniyah, ha riferito al quotidiano online kitabat.com che si tratta di “un disastro”, che la situazione è tragica:

decine di migliaia di residenti terrorizzati sono fuggiti, e nel momento in cui stiamo parlando, la situazione non può nemmeno essere descritta” , ha detto Thomas, “Le città di Qaraqosh e Bartella e Karamles sono state abbandonate definitivamente dalla popolazione dei cristiani, anche a piedi, o con dei veicoli, per raggiungere il checkpoint in Erbil ed entrarvi […] Abbiamo avuto quattro morti, una donna e due bambini e una guardia di sicurezza sono stati uccisi in un bombardamento mortaio (kitabat.com).

Intanto, in serata, le agenzie hanno ribattuto l’indiscrezione secondo la quale Obama starebbe pensando ad un intervento militare. In alcuni casi si parla di un ‘airdrop’ umanitario, non bombe ma viveri e vestiario:

Su twitter circolano immagini di esecuzioni di massa, che non rilancio, stante anche alla loro non verificabilità. Ma l’area nord del paese, sino al confine con il Kurdistan, è nelle mani di Isis. Il gruppo ha detto via Twitter che i suoi combattenti hanno presero la città e la diga di Mosul sul fiume Tigri, base strategica e militare in costante attacco fin dallo scorso fine settimana. I funzionari kurdi dicono che le loro forze sono ancora in controllo della diga. Ma testimoni hanno riferito a Reuters per telefono che i combattenti dello Stato Islamico hanno sollevato la bandiera nera dell’organizzazione sopra la diga, fatto che può consentire loro di allagare le grandi città o tagliare loro acqua ed elettricità. Dalla sconfitta delle truppe curde avvenuta la scorsa settimana, migliaia di bambini della comunità Yazidi sono stati costretti a fuggire dalla città di Sinjar sulle montagne circostanti. Il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha detto che molti dei ragazzi rifugiatisi sulla montagna soffrono l’assenza di acqua. Ci sarebbero almeno 40 morti.

Secondo Voice of Iraq (tweet seguente) il Capo dell’esercito iracheno avrebbe affermato che i Peshmerga non sono sconfitto e nelle prossime 48 ore si vedranno movimenti significativi per eliminare Daash (Isis).

Mentre accade questo, il resto del paese, specie Kirkuk e Baghdad, è scosso dalle esplosioni di autobomba. E’ sempre Voice of Iraq a darne notizia su twitter: a Baghdad, l’esplosione, nell’area est della città, vicino a negozi, ha causato otto morti.

Ebola virus, cosa dicono le statistiche

La diffusione del virus Ebola secondo i dati OMS. Grafici:

1) Mappa geografica – OMS, data 4 Agosto 2014

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2) Confronto con epidemie del passato (serie storica OMS – in blu, il numero dei casi; in rosso, il numero dei morti):

virusebola3) Evoluzione dei casi dall’inizio dell’epidemia (fonte wikipedia):

Diseased_Ebola_2014Al di là delle speculazioni e degli allarmismi, il punto fermo è uno solo: la pendenza della curva, per ora, non lascia presupporre un rallentamento nella diffusione del virus. Non significa però che ciò non possa avvenire fra due o tre mesi; nessuno, inoltre, può prevedere quanto sarà lunga la coda.

 

Discorso di Renzi al Parlamento Europeo: le reazioni della stampa estera

Bisogna scavare per trovare le reazioni della stampa estera al discorso di Matteo Renzi al Parlamento Europeo. Nessuna home page è al pari di Repubblica.it, per dire. Niente titoli a 99 pixel.

Le Monde reca in home page un trafiletto il cui titolo rimanda ad una frase detta dal presidente del Consiglio italiano: “la nostra generazione deve ritrovare lo spirito di Telemaco”, e pertanto la nuova Odissea del Telemaco Matteo Renzi inizia fra gli applausi e l’entusiasmo dei deputati: è la renzimania, scrive Alain Salles, scalfita dal presidente del PPE, Manfred Weber, che non intende soccombere ad essa. Weber scalfisce l’entusiasmo del giovane primo ministro: “bei discorsi in quest’aula ne abbiam sentiti tanti, ma noi attendiamo i fatti”, e poi “dobbiamo continuare ad applicare la legge (Maastricht,  ndr.), il debito non è il nostro futuro”, ha detto, citando il 130% del rapporto debito/Pil dell’Italia.

El Pais, in un articolo nascosto fra le pieghe della sezione Internazionale, si dilunga maggiormente sullo scorno fra Renzi e Weber, citando anche la risposta del primo, che si è dichiarato sorpreso dall’attacco di Weber e si è chiesto se stesse parlando per l’Europa o per la Germania. Ma, al di là della mera cronaca della giornata, El Pais non si è spinto in alcuna valutazione. Il giorno prima era stato pubblicato un pezzo di Pablo Oldag intitolato “Renzi leva il suo spirito riformista e modernizzatore al centro dell’Europa”, nel quale veniva di fatto ripreso lo schema narrativo che si è affermato sui media mainstream italiani, ovvero che Renzi ha avuto il pregio di farsi capire dagli italiani (il 40%!). “Gli italiani hanno detto che tra la presa in giro dell’Europa come fatto da Berlusconi e il boicottaggio di Grillo, vi è una terza opzione: prendere l’iniziativa”, ha scritto Oldag, ripetendo l’errore di dimenticare che le ultime elezioni europee hanno fatto registrare un astensionismo record, il vero primo partito italiano. Di questi cittadini, che hanno rifiutato di esercitare il proprio diritto, sembra si sia persa ogni traccia.

 

 

#EP2014 Diretta Elezioni Europee

13.07 Il crollo di voti per Grillo

12.56 Oramai è confermato: eletti fra i civatiani, Daniele Viotti, Renata Briano, Elly Schlein, Elena Gentile. Quindi, per rispondere al quesito di Cerasa di ieri, sì siamo andati bene.

11,03 Preferenze: i civatiani eletti potrebbero essere tre/quattro. Forse due nel NW, quindi Elly Schlein e Elena Gentile.

4,47 Oramai il dato è confermato: successo storico del Pd, che ha riconquistato 3 milioni di voti rispetto al Febbraio 2013. La soglia Italicum è stata superata. La Destra? Quale destra?

23,16 …e visti i precedenti, mi frmo qui. A dopo.

23,11 Tecné invece dà un risultato meno cristallizzato di quello di Masia su La7 PD 27/34 M5S 24/31, con probabilità 58-65%

23,05 Alfano al 4%, in bilico insieme a Lista Tsipras

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23,00 EXIT POLL Italia @TgLa7  PD 33% (+/- 2,5%) M5s 26,5 FI 18

22,50 sì quindi Junker reclama la vittoria – ma i seggi di PPE e PSE potrebbero non bastargli

22,41 L’Ungheria si è smarrita

22,40 Chiaramente è una stima, ma PSE avrebbe 193 seggi

22,23 il paradosso è che il voto antieuropeista avrà l’effetto di rafforzare il partito trasversale del rigore finanziario. Verso Junker?

22,18 Francia: “This result is a shock, an earthquake,” ha detto Manuel Valls, primo ministro socialista. Marine Le Pen chiede nuove elezioni

22,10 Serie storica dell’affluenza, 43,1 dato in linea con 2009

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22,07 scrive Civati: “Come a ogni elezione, tutto il voto minuto per minuto. Tra poco su Ciwati.it: http://www.ciwati.it/2014/05/25/tutto-il-voto-minuto-per-minuto-fino-a-una-certa/

22,05 in Germania affluenza al 47,9% – drammatico il dato in Polonia: 22%

22,00 Jaume Duch-Guillot: è un passaggio storico per l’Unione Europea. L’affluenza al 43,1%

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21,51 sul sito http://electionsnight2014.eu/ la diretta dell’annuncio del portavoce dell’europarlamento Jaume Duch-Guillot sulle prime stime dell’affluenza

21,40 Un riassunto del risultato dei partiti di estrema destra in Europa (Regno Unito, dato del partito di Farage?)

21,30 fra un po’ seguiterò a scrivere ma su twitter @yespolitical – perché si farà tardi..

21,23 Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea

21,10 Seggi chiusi dappertutto, tranne..

21,07 è già arrivato l’appello a Grillo

Tratto da Huffpost.it – fonte ANSA

“Unitevi a noi! Tutti coloro che sono per la libertà, l’indipendenza e contro l’Unione europea devono unirsi a noi”, ha affermato Le Pen, a margine del suo intervento a Nanterre, nel quartier generale del Front National. “L’Unione europea deve restituire quello che ha rubato, con la debolezza, la viltà e il tradimento delle elite europee, deve restituire al popolo la sua sovranità e dobbiamo costruire un’altra Europa: l’Europa delle nazioni libere e sovrane, l’Europa delle cooperazioni liberamente scelte. Ciò che è stato espresso oggi è un rifiuto massiccio dell’Ue”.

21,05 Ultimi dati dalla Francia ridimensionano leggermente il FN (22%)

21,00 Intanto su Twitter #EP2014 sfiora le 200 mila menzioni

21,00 Bulgaria, partito conservatore del premier Borisov al 30%

20,48 Con la crisi del Partito Socialista francese, a rischio la nomina di Martin Schulz come presidente della Commissione Europea. Il gruppo PSE in Europarlamento sarà guidato da SPD e Partito Democratico. Fatto che rende ancor più importante aver espresso le giuste preferenze.

20,40  delusione forte nei commenti su Twitter #EP2014 dopo gli exit poll francesi:

20,37 – Alba Dorata è pur sempre la terza forza partitica in Grecia, in EP gonfierà le fila degli antieuro

20, 30 – Estrema destra euroscettica vince anche in Danimarca – fortuna che i danesi assegnano solo 13 seggi.

20,30 – Il grafico degli exit poll francesi – qui il PS fermo al 14,2

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20,19 Nel 2009 era al 4%

20,17 – Non stiamo tanto bene…

20,15 – Republica.it pubblica un exit-poll per errore ad urne ancora aperte #fail

20,10 – Marine Le Pen e il Front National al 25%, Partito Socialista al 14,7% – tgLa7

20,05 – Oggi pomeriggio Claudio Cerasa ha fissato alcuni criteri che, a suo dire, dovrebbero permettere di valutare i risultati: 1) Renzi vince se supera Veltroni 2008 (???);

– Sfide da seguire nel Pd: De Luca che prova a sgambettar Renzi appoggiando Caputo per togliere voti a Ferrandino (sindaco renziano di Ischia)

– Per sapere quanto pesa ancora Bersani osservare i voti che prenderanno Caronna (nord-est), Zanonato (nord-est), Panzeri (nord-ovest).

– Per capire quanto peserà Civati osservare i voti di Viotti (nord-ovest), Schlein (nord-est), Bonaccorsi (centro), Gentile (sud).

20,00 – Exit Poll in Austria – People’s Party 27%, Socialist Democratic Party 23.8, Green party 15, Freedom party 19

19,50 – Il dato del 42% mostra chiaramente una flessione rispetto al 2009

In controtendenza la Francia, con un aumento della’affluenza di quasi il 2% alle ore 17 35.07% (33.18% nel 2009)  dati Ipsos

19,45 – Affluenza ore 19, dati ancora parziali, ma pare attestarsi al 42%

18.48 – la suddivisione dei seggi tedeschi nel grafico di @electionista

18,40 – Noi invece dobbiamo aspettare sino alle 23, anche se il macrodato europeo conferma buona prestazione dei partiti di sinistra. Se solo fossero uniti…

18,35 – Sono appena usciti gli exit-poll della Grecia che vedono Syriza largamente in testa (27-30%). E quelli della Germania:

  • CDU/CSU (EPP): 36,1% (36 seggi)
  • SPD (S&D): 27,5% (27 seggi)
  • Grüne (Greens/EFA): 10,6% (10 seggi)
  • FDP (ALDE): 2,9% (3 seggi)
  • Die Linke (GUE/NGL): 7,6 (8 seggi)
  • Alternative für Deutschland (—): 6,5% (6 seggi)
  • others: 8,8% (6 seggi).

18,30 – Comincia il liveblogging su yespolitical.com

Ucraina sospesa fra Mosca e il caos

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Dopo le dimissioni del premier Mykola Azarov, sostituito ad interim dal  vice premier Serhiy Arbuzov, dopo l’abrogazione delle leggi “liberticide”, sembra, e si spera, che l’Ucraina abbia trovato un compromesso che metta fine alla crisi politica e agli scontri violenti  tra i dimostranti più estremisti e la polizia. Per ora solo gli attivisti del movimento nazionalista Spilna Sprava sono stati convinti a lasciare il ministero dell’Agricoltura. Dopo laboriose trattative, il Parlamento (Rada), con l’astensione delle forze di opposizione, ha approvato un’amnistia che permetterà il rilascio di manifestanti antigovernativi.

La Russia terrà certamente conto dei cambiamenti nel governo dell’Ucraina predisponendo, o meno, un calendario per il sostengo finanziario del Paese. Nel contempo, ha confermato l’esecuzione e il mantenimento degli impegni presi, ma l’andamento delle contrattazioni richiede una discussione ulteriore.

L’Ucraina, in occasione del  vertice sul Partenariato orientale, tenutosi a  Vilnius, in Lituania, avrebbe avuto la possibilità di sottoscrivere un accordo di associazione con l’Unione Europea  per la creazione di un’area di libero scambio con Bruxelles e per chiedere l’alleggerimento dei termini di un possibile prestito da parte del FMI. Chiedeva anche la  concessione di  un sostanzioso  pacchetto di aiuti economici per il suo Paese, ma il presidente della Commissione UE, Josè Manuel Barroso, ha rifiutato il dialogo trilaterale tra Ucraina, Russia e Unione Europea ed ha chiesto a Yanukovich di impegnarsi direttamente a firmare un accordo. Nei mesi scorsi Mosca aveva concesso un bailout all’Ucraina: l’offerta della Russia comprendeva gas a buon mercato, finanziamenti per una quindicina di miliardi di dollari, rimozione di tutti i problemi sanitari riguardanti le merci da esportare in Russia. Se l’Ucraina avesse rifiutato, la Russia avrebbe preteso il pagamento dei debiti pregressi per le forniture di gas, oltre ad un ritocco del prezzo a 450 dollari. Putin aveva inoltre minacciato di revocare il proprio appoggio a Yanucovich in occasione delle presidenziali ucraine del 2015.

L’Europa, invece, offriva 500 milioni di euro di risparmi doganali, 186 milioni per portare a compimento le riforme e 610 milioni a riforme avvenute, ma l’adesione al Mercato Comune comportava il rischio che le merci europee inondassero l’Ucraina, penalizzando la sua bilancia commerciale.

Yanucovich,  per non pregiudicare un complesso sistema di relazioni politiche ed economiche che legano il Paese alla Russia, in primis in materia di forniture del gas, ha preferito l’offerta russa, nonostante l’Ucraina aspiri all’indipendenza energetica, che secondo i suoi piani avrebbe in grado di raggiungere solo nel 2020 (negli ultimi anni si sono verificate ben sei crisi del gas tra Ucraina e Russia).

Lo scenario in Ucraina è quindi pieno di variabili.

Negli Oblats (ripartizioni amministrative regionali) della parte occidentale dell’Ucraina, erano in corso occupazioni nelle sedi dei governatori, dove i partiti dell’opposizione hanno il maggior numero di voti. Nuove norme, approvate a gennaio dal Parlamento ucraino, limitavano sia il diritto a protestare che la libertà di stampa, e trasformavano in reato qualunque tentativo di dissentire dal governo, dando alla polizia la possibilità di usare violenza e inasprendo le pene contro chi esprimesse la propria opposizione: leggi che portano alla via dell’autoritarismo e in primis agevolano la discrezionalità di un potere incancrenito.

Yanucovich  è sostenuto da gruppi di estrema destra privi di organizzazione: i cosiddetti Tituski, giovani che sarebbero stati pagati dallo Stato per infiltrarsi nelle manifestazioni e compiere gesti violenti.

La rivolta vive tra le aspettative di una trattativa in corso e la spinta ad un cambiamento radicale. Oggi a Kiev stanno operando molte piccole organizzazioni di milizie semi-clandestine radicali, ognuna delle quali persegue il proprio obiettivo. A scatenare gli scontri erano taluni gruppi estremisti di destra, i cosiddetti Pravij Sector, un gruppo di militanti nazionalisti che si definiscono gioventù rivoluzionaria: non hanno un leader e sono pronti  a passare dalle parole ai fatti senza alcuna discussione o votazione. E’ un gruppo sorto in seno alle manifestazioni di Euromaidan: ha una pagina su Facebook ma non ha alcuna sede fisica.

Il movimento ha cercato di addestrare una milizia organizzata, ma non c’è riuscito per mancanza di disciplina. Non hanno una struttura democratica e non prendono decisioni con il voto.  Questi estremisti sono affiancati dagli ultrà del calcio, anche loro delusi dalla debolezza dell’opposizione.

Coinvolte negli scontri sono anche altre organizzazioni come il “Il Tridente”, “Patriota dell’Ucraina”, “Il Martello Bianco”, l’Assemblea Social-Nazionale, la Una-Unso, e altri. La maggior parte di queste è in pessimi rapporti con le forze dell’ordine; i loro membri sono stati coinvolti in omicidi e nella preparazione di atti terroristici. La più importante organizzazione nazionalista radicale ucraina è “Patriota dell’Ucraina”, cioè la parte militante del partito “Libertà”. Al tempo di Yuščenko, questa godeva del sostegno pubblico, ricevendo ottimi finanziamenti, e i suoi militanti venivano formati ufficialmente in diverse regioni dell’Ucraina, ed erano ben equipaggiati.

Il gruppo “Patriota dell’Ucraina” ha una vasta rete. La cosa più sorprendente è che il suo centro si trova nella parte orientale dell’Ucraina, nella città di Charkov, che è di lingua russa. Desta stupore il fatto che una organizzazione ucraina ultranazionalista sia composta principalmente di nazionalisti ucraini di lingua russa.

Il movimento Euromaidan, esercito insurrezionale ucraino, un gruppo semi-underground, è nato nel novembre 2013 e si compone dei rappresentanti di un numero imprecisato di organizzazioni più piccole che una volta erano unite nella cosiddetta Assemblea Social-Nazionale e sono considerate affini ai nazionalsocialisti, di cui espongono e indossano i simboli.

A Kiev stanno operando molte piccole organizzazioni di milizie semi-clandestine radicali, ognuna delle quali persegue il proprio obiettivo. Nessuno di questi gruppi ha un peso significativo e il coordinamento dei militanti avviene attraverso i social network russi. Spesso, dietro a molte di queste organizzazioni, ci sono uomini d’affari che hanno bisogno di proventi illegali: metodo molto popolare di arricchirsi in Ucraina. Costoro “affittano”, di volta in volta, “mercenari”, per le lotte di potere. Verso il paese vengono indirizzate ingenti quantità di denaro generalmente di provenienza estera che vanno ad alimentare i gruppi estremistici che hanno dichiarato guerra all’establishment.

Oggi, il Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione sull’Ucraina ma il suo contenuto è deludente: L’Assemblea ha deciso di non considerare la possibilità di sospendere il diritto di voto della delegazione ucraina, tuttavia potrebbe applicarlo nella sessione di Aprile, se il movimento di protesta su Maidan verrà sciolto con la forza.

La risoluzione, basata su un rapporto di Mailis Reps (Estonia, ALDE) e Marietta de Pourbaix-Lundin (Svezia, EPP/CD) invita la polizia e i manifestanti ad astenersi da qualunque forma di violenza o azioni che sono chiaramente rivolte a provocare reazioni violente nell’altra parte, e sottolinea che un utilizzo eccessivo e sproporzionato della forza da parte della polizia, e altre presunte violazioni dei diritti umani “devono essere pienamente e imparzialmente indagate, affrontate e risolte, e gli esecutori portati davanti alla giustizia”. L’Assemblea accoglie favorevolmente l’iniziativa del Segretario generale del Consiglio d’Europa di stabilire un gruppo di esperti indipendenti per indagare gli eventi violenti avvenuti durante le proteste Euromaidan (Newsroom Consiglio d’Europa).

La delegazione russa ha votato contro. La risoluzione è unilaterale e superficiale, ha dichiarato il rappresentante russo Slutskij. Un chiaro esempio di politica dei doppi standard.

Alexis Tsipras, il rischio calcolato

Alexis Tsipras

L’Europa è in una impasse.

Essa non è solo un effetto collaterale della crisi, ma è il risultato di un processo perverso che ha avuto come obiettivo la socializzazione delle perdite e la privatizzazione di tutto ciò che può generare profitti. I bail-outs, i piani di salvataggio che impongono “austerità” ai popoli che li subiscono – non si parla solo di PIIGS ma di tutti i Paesi facenti parte della zona euro –  sono in realtà piani di salvataggio delle banche creditrici.

“I leader europei devono abbandonare l’attuale strategia di austerità”, ha scritto recentemente Frank Hollenbeck, docente Finanza ed Economia presso l’Università Internazionale di Ginevra. Questo non è certo un giudizio idealista, tanto è vero che anche il mondo più scettico della finanza internazionale è arrivato a tale conclusione. Così, il nuovo governo tedesco di Larghe Intese si è potuto formare sulla base del presupposto che, senza una progressiva riduzione del debito e un aumento degli investimenti soprattutto nella periferia meridionale d’ Europa, stremata sia dal punto di vista economico che da quello sociale, non si riuscirà a modificare questa tragica situazione di crisi.

L’interventismo della Troika ( FMI, BCE, Commissione europea) con l’ imposizione dei Memorandum di austerità e di riforme strutturali in direzione di privatizzazioni in settori strategici, ha portato alla distruzione dei servizi pubblici e dei diritti dei lavoratori. Ed è sulle macerie dello Stato Sociale che cambiano gli scenari politici. L’ ascesa  del partito Syriza in Grecia, guidata da Alexis Tsipras, è dovuta alla sua  determinazione a lottare per una nuova strategia economica e sociale a livello europeo, rifiutando le politiche neoliberiste ma senza uscire dalla UE, né dall’euro.

Può essere che nelle Elezioni Europee di quest’anno vi sia un forte astensionismo con una contemporanea affermazione degli euroscettici, i quali auspicano  il ritorno alla sovranità nazionale e la reintroduzione delle monete nazionali. L’Europa, però, ormai esiste ed è irreversibile. Nel maggio scorso Alexis Tsipras, in una intervista  alla CNN, aveva detto che, a causa del memorandum e dell’austerità che impone, “i Greci stanno andando direttamente all’inferno”. Tsipras ha anche detto che il suo partito vuole mettere fine all’austerità tenendo la Grecia nell’eurozona e allacciando nuove alleanze per superare la crisi. “Faremo tutto quel che possiamo per muoverci in questa direzione, per trovare la soluzione alla crisi, che non è un problema solo greco, ma europeo”.

Oggi  constatato che  il piano di salvataggio della Grecia è fallito […] Bisogna fermare immediatamente l’austerità e convocare una conferenza europea sul debito, per la Grecia e gli altri paesi della periferia, come quella di Londra del 1953 in cui si ammise che il conto post bellico tedesco era troppo alto. Servirebbe una clausola sui rimborsi legati alla crescita: se il pil è positivo, paghiamo; sennò, no. Infine ci vorrebbe un «new european deal», un grande pacchetto di investimenti per la crescita – soprattutto nel mezzogiorno d’Europa – che finanzi la ripresa (La Stampa.it).

Tsipras ha affermato che vorrebbe trovare partner a questo fine tra i paesi del sud e del centro Europa. Con tale obiettivo, lo scorso 14 gennaio si è svolto a Roma l’incontro tra una delegazione del partito greco Syriza e i dirigenti nazionali del Movimento Federalista Europeo (MFE). La delegazione greca ha condiviso in pieno gli obiettivi fissati dall’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei, promossa dal MFE) nel New Deal 4 Europe – Per un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione, già presentato alla Commissione Europea. Il progetto prevede la costituzione di comitati promotori nazionali in otto paesi diversi dell’Unione europea, e Syriza  si è impegnata a considerarlo una delle proprie priorità politiche nella prossima campagna per le elezioni europee.

La delegazione italiana ha informato che sono in corso contatti anche con altri movimenti e forze politiche europee per allargare e dare forza alla coalizione per un New Deal 4 Europe. Anche il Partito della Sinistra Europea (SE) ha lanciato la candidatura di Tsipras, leader della Syriza, al Congresso che da poco si è tenuto a Madrid, auspicando che ciò contribuisca alla ricostruzione della sinistra. Oggi la parola “sinistra” è equivoca per molti: se è diventata una forza politica in ascesa in Grecia, in Italia non lo è più.

Tsipras,  che è stato raffigurato come un radicale estremista, è invece un freddo stratega che intende portare avanti con l’Europa un rischio calcolato, in particolare nei confronti di Angela Merkel, il cui governo di Grande coalizione nato dal patto con la Spd, è adagiato su una posizione mediana.  I socialdemocratici avrebbero potuto inserire punti di programma più forti, come quelli del sindacato DGB per un Piano Marshall per l’Europa. Invece  hanno confermato la loro contrarietà a qualsiasi europeizzazione del debito.

Parlando di Tsipras, bisogna far riferimento alla sua intelligenza di  politico e alla sua posizione politica che vuole un’ Europa  radicalmente cambiata: un’ Europa che sia un’unione, un’ Europa non imperiale, ma solidale e democratica. Un’ Europa “che cancelli il Fiscal Compact e modifichi i trattati di Maastricht e Lisbona”. Che riapra il processo costituente e lo rimetta nelle mani dei popoli.

Non  più metodo, ma contenuti […] Un’ Europa che abbia una Banca Centrale interamente pubblica, i cui soci siano le Banche centrali pubbliche dei Paesi membri […] Un’ Europa che svolga un ruolo autonomo e  sovrano nel contesto internazionale e sia una interlocutrice non più  più subalterna con gli USA e promotrice di una posizione strategica nei confronti della Russia (libreidee.it).

L’ Europa attuale, scrive Barbara Spinelli, è invece un equilibrio di potenze  basato sugli egoismi nazionali e sul dominio dei più forti sui più deboli.

Le forze della sinistra italiana nelle elezioni europee del 2009 non hanno eletto alcun rappresentante nel Parlamento perché non hanno raggiunto la percentuale minima richiesta (la legge elettorale italiana ha una soglia di sbarramento del 4%).

Nel corso della giornata del 14 Gennaio, la delegazione di Syriza, guidata da Nikos Pappas, persona molto vicina a Tsipras, ha incontrato personalità appartenenti alla galassia delle forze politiche della sinistra italiana: certamente SEL e Fausto Bertinotti. L’obiettivo esplicito era tastare il terreno onde valutare la praticabilità di una lista italiana che appoggiasse la candidatura di Tsipras alla Commissione Europea.

Il partito di SEL, che da un lato sembra voler costruire una sinistra unita, plurale ed euro-federalista, forse si affiancherà nuovamente all’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici , dove sono rappresentati anche la SPD tedesca, il PD e il PS francese, i laburisti inglesi, piuttosto che confluire nella Sinistra Europea unita con la candidatura di Tsipras.

In Italia è stata proposta una Lista civica sovranazionale e transnazionale di adesione alla canditatuta di Alexis Tsipras. La lista autonoma è promossa da personalità della cultura (Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli,  Guido Viale ) dell’arte e della scienza e da esponenti di comitati, associazioni, movimenti e organismi della società civile che ne condividono gli obiettivi e i contenuti. Non verrà contrattata con alcun partito, per segnare una netta discontinuità con il passato e per marcare  diversamente la proposta: nella volontà dei proponenti, l’adesione a questa lista elettorale non dovrebbe essere confusa con l’apparentamento ad alcuno dei partiti esistenti o di nuova formazione.

Per un’unica Legge Elettorale Europea

Act. React. Impact

Act. React. Impact

La vulgata antieuropeista caratterizzerà il dibattito politico, si presume, almeno sino al voto per le Europee 2014. Si parlerà, senza neanche troppo conoscerli, di Trattati MES e di Unione Bancaria, di Fiscal Compact e di rapporti Deficit/Pil. Si dirà che l’Europa “che vogliamo” è l’Europa dei Popoli e non quella dei Tecnocrati della Bce. Che questa Istituzione comunitaria, il Parlamento Europeo, è distante e vuota, chiusa in sé stessa a parlare la lingua tecnica dei codici.

Giuseppe Civati ha raccolto oggi l’appello di Barbara Spinelli per una riforma della legge elettorale italiana per l’elezione dei nostri rappresentanti a Bruxelles (nella neolingua comunitaria si chiamano MEPs, Members of European Parliament). L’attuale normativa mantiene il carattere di una legge proporzionale pura ma è stata modificata nel 2009 con l’introduzione di una soglia di sbarramento del 4%. Lo sbarramento è uno strumento che i legislatori introducono nelle leggi elettorali al fine da semplificare il quadro partitico e favorire la governabilità dell’Istituzione. Ma tale accorgimento, sebbene sia consentito dai Trattati, non serve nell’ambito del Parlamento Europeo in quanto i gruppi parlamentari sono fissi. Certamente, è anche una soglia che esclude dall’accesso ai rimborsi elettorali, che sappiamo essere il nocciolo di tutto il problema del sistema partitico italiano. Detto ciò, Civati auspica “un unico sistema elettorale europeo, magari associato all’attivazione di quelle forme di consultazione che gli stessi Trattati prevedono”. Qualcosa che, dal punto di vista degli ‘euroconvinti’, sarebbe il viatico naturale per la formazione una opinione pubblica europea e dell’Unione Politica.

Sinora nel TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea), in materia di elezione dei rappresentati dell’Europarlamento, è stato inserito solo un catalogo di principi comuni:

  •  La rappresentanza proporzionale basato sul sistema di lista o voto singolo trasferibile o di preferenza come opzione per gli Stati membri;
  • Elezione diretta a universale suffragio con voto libero e segreto;
  • Gli Stati membri decidono circoscrizioni o aree elettorali, senza pregiudicare complessivamente il carattere proporzionale del sistema elettorale;
  • La soglia di sbarramento massima nazionale dei voti espressi è del 5 per cento;
  • E’ possibile inserire un massimale nazionale per le spese elettorali dei candidati;
  • I deputati godono dei privilegi e delle immunità loro applicabili in base al protocollo dell’8 aprile; 1965 sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee;
  • Dalle elezioni europee del 2004 l’ufficio di un deputato è incompatibile con quella di membro del un parlamento nazionale.

Nell’alveo di queste norme, gli Stati hanno prodotto ognuno per sé il proprio sistema elettorale europeo. Va da sé che questa impostazione impedisce un dibattito politico di tipo comunitario. Le campagne elettorali saranno il riflesso del discussione interna e non vi sarà alcuna commistione fra partiti politici nazionali e partiti politici europei (che pure esistono ed hanno una organizzazione – nel caso del PSE, una Presidenza, una Vice Presidenza e un Consiglio).

Una legge elettorale europea unica per tutti gli Stati non è così lontana nel campo dell’idealità. Esiste un progetto che si chiama “Democracy International – More Democracy in Europe” ad opera di associazioni civili europee, fra cui Citizens For Europe e.V.Mehr DemokratieattacBerlinThe Union of European Federalists, con l’obiettivo di fornire al ristretto dibattito europeo il proprio contributo di proposte politiche, non ultima la Legge Elettorale Europea. Il progetto è naturalmente aperto alla collaborazione, come è possibile vedere sul sito (ma è strano non vedere la lingua italiana fra la lista dei documenti tradotti).

Il progetto di legge elettorale unica (qui il pdf) si compone di dieci punti che qui di seguito cerco di riassumere:

  1. Distribuzione dei seggi: 50% sulla base di liste transanzionali; 50% nazionali;
  2. Liste aperte: l’elettore vota per la lista o per il candidato; l’elettore decide l’ordine di lista, il candidato che prende più voti, diventa il primo della lista degli eletti; permessi candidati individuali;
  3. Elettorato attivo: votano i maggiori di 16 anni di età; possibilità di votare dall’Estero; voto elettronico;
  4. Elettorato attivo: tutti i cittadini maggiori di 18 anni;
  5. Voto comunitario nello stesso giorno; negata la possibilità di combinare elezioni nazionali o regionali ed europee (tranne i referendum) – questo punto dovrebbe avere l’effetto, nelle intenzioni dei promotori, di concentrare l’attenzione al voto per l’Europarlamento;
  6. Registrazione delle liste con consegna di firme (proporzionali al fattore demografico); registrazione entro 30 giorni dal voto;
  7. Distribuzione dei seggi: niente soglia di sbarramento e applicazione del Metodo d’Hondt;
  8. Incompatibilità con altre cariche;
  9. Equo trattamento sui media, divieto di sondaggi nell’ultima settimana di campagna elettorale;  per quanto concerne il finanziamento dei partiti transnazionali, s:
    • Garantire un equo accesso finanziario a quei partiti trans-europei che non hanno ancora eletto alcun candidato; in questo senso, i proponenti intendono giungere ad una nuova definizione di Partito Politico Europeo Transnazionale: “in particolare, la qualificazione giuridica del partito europeo deve comprendere quei partiti o coalizione di partiti che hanno presentato candidati in almeno 3 paesi con lo stesso nome e con lo stesso programma”;
    • Una parte del budget europeo dovrebbe essere destinato alla gestione operativa dei partiti, di cui l’20% dedicato ai partiti transnazionali emergenti;
    • Il finanziamento privato dovrebbe essere limitato, a seconda del numero di voti ricevuti;
    • Gli Stati nazionali devono preoccuparsi di promuovere il voto per le europee, con specificazione delle modalità da seguire;
    • Rimborsare gli Stati per garantire un accesso di base a tutte le liste dei candidati per

      Elezioni europee. Tale rimborso è basato sul tasso di partecipazione alle elezioni europee, questo per garantire che

      una partecipazione massima;

  10. Validazione del voto: nazionale, per le liste regionali; europeo per quelle transnazionali.

Naturalmente si tratta di una proposta, ed è migliorabile. Gli aspetti più interessanti sono, in primis, la formula della proposta di legge da parte di associazioni civiche; in seconda battuta, l’idea di dar vita ai partiti europei, sinora simulacri stabili, congelati in forme organizzative che prevedono una dinamica di confronto fra delegazioni nazionali che non sono mai pienamente integrate; in ogni caso, attribuire la conformità di Partito Europeo ai formazioni che siano presenti in soli tre paesi, pare essere aspetto troppo debole. Forse rivedibile la formula prevista per il finanziamento.

Come al solito, il dibattito è aperto.

Artico, la nuova frontiera dell’Energia

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[post aggiornato]

Nel dicembre scorso, la nave russa Akademik Shokalskiy è rimasta incagliata nei ghiacci dell’Antartide. Trasportava turisti e ricercatori scientifici che sono stati salvati da una rompighiaccio australiana.

Non deve stupire la presenza di ricercatori in questa zona remota e poco ospitale. Sono infatti numerosi i Paesi impegnati ad approfondire le modalità di sfruttamento delle risorse energetiche che si trovano sia sotto l’Antartide che sotto l’oOceano Artico, nonché gli effetti che tali attività potrebbero avere sull’ambiente. In questo post si prende in esame la situazione geopolitica dell’Artico.

Otto Stati (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Svezia) hanno istituito il Consiglio Artico per collaborare a livello scientifico, diplomatico e militare per la difesa di un territorio dove il rapido scioglimento dei ghiacci consentirà di accedere ad una immensa quantità di risorse ancora intatte. Si parla di circa 90 miliardi di barili di petrolio e 44 miliardi di gas naturale liquido, distribuiti in 25 aree geologicamente esplorabili, di cui circa l’84% in mare aperto.

Nei prossimi 120 anni l’Artico diventerà l’area più contesa da tutti gli Stati per la sua ricchezza di energia e, mentre l’obiettivo dichiarato è quello della cooperazione per la salvaguardia dell’Artico, grandi potenze, come gli USA, hanno già dichiarato di voler prevenire e dissuadere i conflitti nella regione e si preparano a rispondere ad ogni eventualità. La Danimarca, per parte sua, ha fondato recentemente il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. D’altro canto, Cina, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea hanno fatto di tutto per essere ammessi nel Consiglio, tanto che, dal maggio 2013 sono stati compresi tra i membri osservatori permanenti.

Tra gli Stati che si affacciano sull’Artico, solo il Regno Unito non è uno stato membro.

Il Consiglio Artico è ormai un’istituzione di rilievo politico, ma non ha poteri decisionali significativi. Sotto la sua egida, peraltro, sono stati sottoscritti numerosi trattati giuridicamente rilevanti.

Anche le compagnie petrolifere sono in gara, dall’Alaska al Chukotka, per non perdere l’occasione: Statoil, Exxon mobil, Eni, Total, Shell e le russe Gazprom e Rosneft sono in cerca di alleati, perché esplorare e sfruttare tutte le ricchezze dell’Artico non è facile.

Per la Russia, l’Artide rappresenta il secondo filone operativo della propria politica di sviluppo energetico (il primo è il bacino mediterraneo,verso il quale ha progettato di far confluire i gasdotti dal Caucaso). Per la messa in funzione di una piattaforma nell’Artico, l’incarico è stato affidato a Gazprom, la quale ha cominciato ad estrarre petrolio dal giacimento di Prirazlamnoge. Le riserve di petrolio del giacimento raggiungono i 72 milioni di tonnellate, mentre il livello di produzione previsto dopo il 2020 è di circa 6 milioni di tonnellate.

Tutti gli Stati che si affacciano sul mare artico avrebbero interesse ad estendere la loro sovranità oltre la linea costiera. Per disciplinare la materia, la convenzione di Montego Bay ha stabilito che il tratto di mare che si estende fino a 200 miglia sulla piattaforma continentale costituisce la cosiddetta zona economica esclusiva (ZEE) dei Paesi che si affacciano su un determinato braccio di mare. In essa il paese costiero detiene la potestà esclusiva sulle risorse marine e minerarie, nonché i relativi diritti di sfruttamento.

Nel 2001 la Russia aveva tentato un primo approccio all’ONU reclamando una estensione del proprio territorio artico, ma la richiesta era stata respinta. In quest’ultimo periodo, ha sollecitato nuovamente le Nazioni Unite affinché riconoscano i nuovi confini della piattaforma artica, fatto che accrescerebbe il suo territorio di oltre di 1,2 milioni di kmq. La presenza militare russa nell’Artico, da un lato, è una condizione che permette a Putin di reclamare per la Federazione Russa il controllo della zona economica esclusiva, dall’altro è una risposta alla minaccia rappresentata dai sottomarini americani, armati di missili balistici nucleari in grado di colpire il territorio artico russo in pochi minuti. Per questo motivo Putin dà la priorità al rafforzamento delle forze di difesa che vigilano sull’Oceano Artico. E’ stata rinforzata la difesa aerea e sono state ammodernate basi avanzate sulle isole del mare artico (isole nuova Siberia).

Considerato il progressivo scioglimento dei ghiacci – anche se negli ultimi 3 anni c’è stato un leggero segnale di ripresa nella crescita del pack, dopo il minimo assoluto raggiunto nel settembre 2007 – l’Artico interessa anche per il “passaggio a nord-est” (Northern Sea Route): la nuova rotta, che mette in comunicazione Atlantico settentrionale e Pacifico attraverso il mare Glaciale Artico. La Cina, per esempio, potrebbe risparmiare migliaia di miglia marine utilizzando il passaggio a nord-est per il trasporto marittimo dal nord Europa, e Pechino vorrebbe iniziare al più presto un servizio commerciale su questa rotta. L’Artico non interessa alla Cina solo per le nuove rotte, ma ovviamente anche per il petrolio. A tal fine ha sottoscritto un importante accordo di cooperazione energetica con la Russia per consentire al China National Petroleum Corp di effettuare esplorazioni offshore nell’Artico, con la eventuale collaborazione di Exxon, Statoil ed Eni.

Vista così, lo scioglimento dei ghiacci del Mar Artico sarebbe da intendersi come una opportunità per questi governi al punto che i movimenti politici ambientalisti – i quali vedono questa ipotesi con grande preoccupazione e sostengono la necessità di mutare radicalmente il paradigma energetico, dal petrolio alle energie rinnovabili – sono trattati con l’arma della repressione. Contrari allo sfruttamento energetico, dalla pesca intensiva del Mar Artico, Greenpeace ha lanciato una petizione per la salvaguardia e la creazione di un ‘Santuario Globale’ (http://www.savethearctic.org/). Gli Arctic 30 si sono resi responsabili di un attacco alla piattaforma della Gazprom. Il loro atto dimostrativo è stato inteso dalle autorità russe come ‘teppismo’. Gli attivisti sono così stati denunciati, arrestati e quindi amnistiati (nell’ambito di una generale liberazione di ‘nemici’ politici di Putin in vista delle Olimpiadi di Sochii. Il teppismo era in realtà protesta pacifica. “Proprio come negli scorsi anni”, scrivono sul sito degli Arctic 30, “la determinazione e il coraggio necessari per avere un futuro migliore per i nostri figli richiedono un sacrificio personale, un sacrificio che gli Arctic 30 stanno ora facendo. Nell’interesse di tutti noi” (www.greenpeace.org).

Ma almeno per i prossimi 100 anni, il petrolio continuerà ad essere la materia prima più ricercata, e non solo come fonte energetica ma anche come strumento per agire relazioni di potere. Il suo controllo è nelle mani di pochi governi, i quali per giunta considerano pace, libertà e democrazia come piccolezze da sacrificare agli interessi economici dei poteri emergenti. In questo contesto, l’Artide, come lo stretto di Hormuz, il Mar cinese meridionale con l’arcipelago delle isole Paracelso e Spratly, le isole Falkland, la zona del mar Caspio, le aree mediorientali ed europee attraversate dai gasdotti, saranno le zone più a rischio di conflitto.

Iraq | Altre due autobombe a Tikrit. A Fallujah è emergenza umanitaria

Un convoglio Isil in direzione di Mosul - via @ajaltamini

Un convoglio Isil in direzione di Mosul – via @ajaltamini

Sei iracheni sono rimasti feriti nell’esplosione contemporanea di due autobombe oggi, Lunedi, a est e a nord della città di Tikrit. Fonti della sicurezza locale hanno affermato che “un’autobomba è esplosa nei pressi di un grande mercato (Tuz Khurmatu) a est di Tikrit, ferendo due civili” . Una seconda autobomba parcheggiata al lato della strada è esplosa nel centro del quartiere Sharqat (120 km a nord di Tikrit): quattro civili sono stati feriti (http://www.azzaman.com/).

L’attacco qaedista sta procedendo sempre con una strategia concentrica verso la capitale. Il giornale Kitabat.com rivela che le condizioni umanitarie della città si stanno rapidamente deteriorando: “la situazione vissuta dalla città è terribile a causa dell’interruzione dell’energia elettrica, acqua e altri servizi di base”. Si tratta di una città di cinquecentomila abitanti. Centinaia di famiglie si sono spostate ad est della città. Sono segnalate gravi carenze di cibo e di prodotti agricoli, di carburanti: i prezzi dei beni sono elevati e tutti i punti vendita hanno chiuso una settimana fa, “nonostante le suppliche di religiosi, capi tribali e cittadini per consentire l’ingresso di merci e cibo in città per sollevarla dall’assedio”. La città è completamente sotto il controllo di ISIL, mentre l’area locale è nelle mani delle forze militari irachene. La situazione di blocco rende impossibile qualunque scambio con l’esterno. L’interruzione dell’erogazione dell’acqua è determinata dalla fuga dei funzionari e dei tecnici del locale ente di gestione. Sempre secondo kitabat.com, nella città si aggirano uomini vestiti di nero ed equipaggiati con armi automatiche e razzi, granate, anti-carro. La commistione fra miliziani e civili renderà molto rischioso il tentativo del governo Maliki di riprendere il controllo di Falluja.

Iraq | Al-qaeda attacca Falluja e Ramadi mentre Baghdad è in fiamme

Fighters of al-Qaeda linked Islamic State of Iraq and the Levant parade at Syrian town of Tel Abyad

Dal 3 Gennaio sino a qualche ora fa, Falluja è stata sotto il controllo delle milizie di ISIL, una formazione qaedista il cui acronimo significa Stato Islamico dell’Iraq e del Levante e dove Levante significa parte della Siria. Mentre si scrive, alcuni tweet rilanciano la notizia secondo la quale le tribù locali della Regione di Anbar avrebbero ripreso il controllo – almeno – di Falluja mentre il paese è scosso da attentati. Un attacco è stato portato ad una base militare congiunta USA-Iraq nel distretto di Ghanikhel della provincia orientale di Nagarhar, mentre una bomba ha colpito la capitale, Baghdad, provocando 14 morti (ANSA).

Gli Stati Uniti hanno mantenuto una linea di non interferenza. Il Segretario di Stato, John Kerry, afferma che potrebbero fornire supporto ma non mediante truppe di terra.

https://twitter.com/housingforvets/status/419812741973815298

Secondo altri tweet, sarebbero invece le milizie di ISIL vicine al controllo totale di Falluja (Kevin Pina, giornalista cita il NYT, ma l’articolo riferisce di eventi accaduti ieri) e l’attacco simultaneo è ora condotto in almeno altre cinque città.

Le due città, Falluja e Ramadi, sono governate dalla maggioranza sciita, ma la regione di Anbar è prevalentemente sunnita. Già durante il 2006-2007 fu respinto un attacco qaedista mediante l’alleanza sunnita-sciita – sotto l’egida degli Usa. Ma il gruppo ISIL ha una finalità più ampia che sarebbe quella di costituire uno stato ordinato secondo i rigorosi principi della pratica islamica sunnita medievale attraverso il confine iracheno-siriano. Questo obiettivo ha unito i potenti gruppi qaedisti che lottano contro Assad (Al Jazeera).

LIVEBLOGGING

16.05 I morti a Baghdad per le bombe sono circa 15; i feriti quaranta.

16.17 La posizione dell’ayatollah ALi Khamenei viene divulgata tramite l’account @khamenei_ir: le tre etnie della regione, Sunniti, Sciiti e Curdi stiano attente, ben due le crisi in altrettanti paesi. La guerra civile è la rovina del futuro di un paese.

16.25 Mentre Kerry spiega di non voler impegnare truppe nella battaglia di Falluja, il senatore John McCain e Lindsey Graham stanno attaccando a testa bassa l’amministrazione Obama per la sua politica in Iraq. Un pressing che è destinato ad aumentare qualora il PM Maliki non riuscisse a fronteggiare l’offensiva qaedista.

La propaganda repubblicana spinge sull’emotività delle morti del 2004-2006, quando Falluja fu confine di sangue per le truppe americane. Se l’amministrazione Obama non prende iniziative, quei morti lo sono stati invano.

La reazione da parte democratica tende invece a sottolineare l’inutilità dell’intervento militare. Dodici anni di guerra sono trascorsi invano:

16.48 Così AP/The Guardian descrivono ISIL, la formazione qaedista che opera in Medio Oriente:

ISIL è anche una delle più forti unità ribelle in Siria, dove ha imposto una versione rigorosa della legge islamica nei territori che detiene e rapito e ucciso chiunque critichi le sue regole. Inoltre Sabato, ha rivendicato la responsabilità di un attentato suicida in un quartiere dominato dagli sciiti in Libano (http://www.theguardian.com/world/2014/jan/05/iraq-general-al-qaida-fallujah).

17.30 Falluja è caduta interamente sotto il controllo di Al-qaeda

17.53 L’Iraq lancia l’attacco aereo su Ramadi. Inoltre, secondo Al Arabiya, l’Iran sarebbe pronto a dare aiuto militare al governo iracheno.

18.19 France24: l’Iraq starebbe preparando l’attacco a Falluja

18.26 The Guardian riporta le informazioni sugli attentati di oggi a Baghdad da parte della polizia locale:

Le autorità dicono che gli attentati a Baghdad hanno ucciso almeno 15 persone e provocato decine di feriti. La polizia afferma che il più mortale degli attacchi di oggi ha avuto luogo nel quartiere Shaab a nord di Baghdad, quando due autobombe parcheggiate sono esplose simultaneamente vicino a un ristorante e una casa da tè. I funzionari dicono che l’esplosione ha ucciso 10 persone e ne ha ferite 26. Un altro attentato ha ucciso tre civili e provocato il ferimento di altri sei in una zona commerciale nel quartiere centrale di Bab al-Muadham. Tutti i funzionari hanno parlato a condizione di anonimato perché non erano autorizzati a rilasciare informazioni

In realtà, le tre città (Fallujah, Ramadi e Karma) in cui le milizie di Al-qaeda hanno attaccato, sono molto vicine alla capitale:

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19.56 Le reazioni della stampa americana sono molto deboli. La battaglia di Falluja era stata la più sanguinosa per i marines, nel 2003. Oggi i giornali americani dedicano ai fatti solo qualche box laterale, qualche video. Anche il prestigioso The New York Times parla dell’escalation qaedista in Iraq in un commento generale dell’area del Medio Oriente. Alcuni commentatori su Twitter lamentano l’assenza di iniziativa di Obama e parlano apertamente di ‘sangue’ buttato, riferendosi alle numerose perdite del 2003.

Iran, il compromesso

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L’intesa di Ginevra da una parte frena, in via temporanea (6 mesi), il programma nucleare iraniano, sospettato di finalità militari, e dall’altra consente a Teheran di ottenere alcuni allentamenti alle sanzioni che avrebbero potuto avere gravissime ripercussioni sulla sua economia.
In modo specifico l’Iran si è impegnato a interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5% e a non aggiungere altre centrifughe; Teheran non aumenterà le sue riserve di uranio arricchito e non saranno costruiti impianti in grado di estrarre plutonio dalle scorie di combustibile. Sarà interrotta la costruzione del reattore ad acqua pesante di Arak, potenziale generatore di plutonio utilizzabile a scopi militari.
Teheran, inoltre, permetterà all’Aliea (l’Agenzia internazionale dell’ energia atomica) un “approccio strutturato” ai suoi siti di ricerca nucleare per i dovuti controlli. L’Iran avrà cosi a disposizione i 4,2 miliardi di dollari, provenienti dalla vendita del petrolio, bloccati a causa delle sanzioni, attualmente depositati in banche asiatiche. Ulteriori misure sono state adottate nei confronti del commercio dell’oro e dei metalli preziosi, nel settore delle auto e delle esportazioni iraniane di prodotti petrolchimici.

Il patto raggiunto a Ginevra rappresenta un grande risultato dopo trenta anni di stallo e quattro giorni di serrati negoziati. L’Onu, a luglio, aveva aggiunto ulteriori sanzioni all’Iran, proprio in relazione al commercio del petrolio, anche in risposta alle voci che si erano sparse alla fine dello scorso anno sulla possibile chiusura, da parte dell’Iran, dello stretto di Hormuz.

La società iraniana non è più governata da anziani teocrati, ma dai giovani.  Nel 1978, subito prima della rivoluzione islamica, l’Iran  aveva 38 milioni di abitanti, oggi ne ha il doppio, e i giovani, che sono la maggioranza della popolazione, non hanno mai condiviso l’ideologia dell’islam politico e ritengono che il presidente Hassan Ruhani sia in grado di intavolare un negoziato per far revocare le sanzioni internazionali contro l’Iran.

 Quanto alle esigenze di difesa, Teheran ha la sensazione di essere oppressa da potenze ostili: è circondata dalla regione nucleare pakistana e dai taleban afgani, dalle dinastie sunnite wahabite dell’Eurasia saudita e degli stati circostanti, dalle navi da guerra statunitensi sulla costa meridionale e dagli instabili paesi nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica a nord.

Poco più a ovest c’è Israele. Per questo molti iraniani anche giovani, considerano il programma nucleare, con tanto di possibilità di costruire la bomba atomica, come garanzia contro le invasioni. Negli ultimi 1500 anni i persiani sono stati invasi a più riprese dagli arabi, dai mongoli fino ai sovietici, ai britannici, all’Iraq di Saddam Hussein. Il programma nucleare era considerato come un simbolo.

Se non ci fosse l’embargo, l’Iran sarebbe il primo paese produttore mondiale di petrolio e il secondo produttore di gas naturale. Siamo di fronte a due questioni aventi la stessa matrice: una puramente energetica e l’altra geopolitica. Il petrolio è lo strumento attraverso il quale l’Iran esercita il proprio leverage politico e se nel lungo periodo venissero adottate soluzioni alternative, cioè l’approvvigionamento di queste risorse fosse fornito da altri paesi, le ripercussioni potrebbero essere gravi.

Gli USA si erano già guadagnati il dissenso da parte d’Israele quando hanno siglato un patto con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar ,Kuwait, Brunei, promettendo loro la nascita del “Grande Medio Oriente” non sottoposto al controllo della Lega Araba ma subordinato alla vigilanza degli stessi Paesi con i quali hanno concluso l’intesa, appartenenti tutti, più o meno, alla stessa famiglia, sia in modo diretto che indiretto.
La Francia, che in un primo momento, durante i vari vertici tenutisi a Ginevra, aveva preso una posizione di negatività nei confronti dell’accordo, si è ravveduta e durante il vertice di pochi giorni fa ha raggiunto un’intesa sul programma. La Francia è Il primo committente iraniano, a sua volta fornisce Silos per centrali nucleari e ottiene dall’Iran dei vantaggi economici consistenti in primis dalla riduzione sul prezzo di acquisto di petrolio e gas. Viene poi la Germania, che ha commesse con l’Iran per 75 miliardi di euro.

Un attacco nei confronti dell’Iran avrebbe aperto scenari imprevedibili per la stabilità e la sicurezza mondiale. Il paese, infatti, oltre ad avere l’appoggio di Mosca, è membro osservatore della SCO (Shanghai Cooperation Organisation) che unisce in un patto di reciproco sostegno economico e militare, Russia e Cina.

Secondo quanto rivelato da alcuni organi di stampa britannici,  infatti, i due governi di Israele e Arabia Saudita avrebbero stretto un’intesa per impedire che l’Iran si doti della capacità nucleare. Già il 27 giugno scorso il quotidiano “The Sunday Times” aveva parlato dell’esistenza di una base aerea saudita concessa all’Aeronautica militare israeliana. A rompere gli indugi tra israeliani e sauditi avrebbe contribuito soprattutto il fallimento della politica americana in Medio Oriente oramai avviata verso l’appeasement nei confronti dell’Iran. Dal canto suo il governo saudita avrebbe concesso il proprio spazio aereo ai caccia-bombardieri di Israele in caso di attacco sulle centrali nucleari iraniane. Secondo Israele infatti per l’Iran le trattative sul nucleare sarebbero solo un mezzo per guadagnare tempo ed arrivare alla costruzione della bomba nucleare. D’altronde, nessuno Stato potrebbe mai affrontare in modo soddisfacente i danni conseguenti allo scoppio di una bomba nucleare, ciononostante gli armamenti continuano ad essere una voce sostenuta dei loro bilanci.

L’azione invasiva di Nsa contro il Brasile: il caso Petrobras

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Il Brasile è importante snodo di comunicazioni per tutta l’America latina ed è stato al centro di una vasta rete di intercettazioni illecite relative a  informazioni industriali e politiche riservate che comprendeva tutta la fascia del Sudamerica. Gli  Usa e i suoi alleati avrebbero usato anche le sedi diplomatiche delle capitali asiatiche come centro di raccolta dati, secondo un programma, denominato”Stateroom,” che coinvolgerebbe 80 tra ambasciate e consolati in tutto il mondo (Der Spiegel e Sydney Morning Herald). La Nsa ha spiato anche  la vita privata della presidente Dilma Rousseff e, in particolare, l’andamento economico dell’impresa petrolifera di stato, Petrobras, che recentemente ha annunciato un piano di investimenti di 237 miliardi di dollari per progetti in acque profonde.

La risposta brasiliana alla violazione della privacy ad opera degli Stati Uniti è avvenuta su più livelli. Dal punto di vista della sicurezza informatica, il governo brasiliano ha già promosso per il 2014 una conferenza mondiale che avrà come tema principale l’identificazione di nuove pratiche antispionaggio. Nel contempo la Presidente ha annullato l’incontro che doveva tenere negli Stati Uniti con Obama e i negoziati per l’acquisto di aerei multi-funzioni, pari a 4 miliardi di dollari.

E ancora, la presidenta ha fatto rilevare che sono state intercettate informazioni industriali riservatissime, sollecitando le Nazioni Unite a mettere a punto un protocollo che regoli la condotta degli stati membri per quanto riguarda internet e le tecnologie informatiche. Il Brasile chiede che,in tempi brevi, sia attivato un piano per la memorizzazione locale dei dati per internet attraverso i grandi social network e Google, per cercare di  mantenere le informazioni industriali tra gli utenti brasiliani senza l’intromissione della NSA, contrastando così  lo spionaggio USA .

Germania e Brasile, grazie all’appoggio di altri 19 paesi, hanno dato vita a una bozza di risoluzione dell’Assemblea Onu in modo che stabilisca maggiori diritti alla privacy su Internet.  Il Brasile è una potenza energetica politicamente sospetta agli occhi delle élite politiche di Washington e l’aumento del profilo energetico di Petrobras ha destabilizzato le compagnie petrolifere statunitensi. Già nel 2007, per esempio, le imprese statunitensi, come la Exxon-Mobil, si erano lamentate del Brasile per il “clima inadeguato agli investimenti esteri” e della ”dominanza Petrobras”.

Penetrando nelle reti informatiche di Petrobras, la NSA potrebbe aver acquisito preziose informazioni circa la tecnologia offshore che potrebbe drasticamente trasformare le fortune economiche del paese.

Attualmente lo Stato brasiliano sta concludendo anche un accordo con la Russia che prevede la creazione di imprese miste specializzate nella fabbricazione di grandi turbine per l’estrazione del petrolio e del gas. La multinazionale russa Gazprom si assocerebbe con la brasiliana Petrobras per lo sfruttamento del giacimento gasifero di Santo Basin. Attualmente l’holding Gazprom è già operativa in Venezuela, associata alla statale PDVSA nell’imponente riserva della Fascia petrolifera dell’Orinoco, nella fase preliminare del GasodottoTrans-Americano Venezuela-Brasile.

È evidente che la misura adottata dal governo brasiliano è legata allo sviluppo e al potenziamento del settore petrolifero brasiliano in relazione all’alleanza dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, China, Sud Africa) e ad un apertura agli scambi con il mercato energetico occidentale. In termini maggioritari, si può teorizzare che i paesi del BRICS, anche in seguito all’alleanza, continueranno a detenere la maggioranza nella gestione del campo Libra (Petrobras e le due imprese cinesi insieme controllerebbero il 60% del giacimento Libra).

In Venezuela, già Hugo Chàvez aveva previsto la realizzazione di un gasdotto Venezuela-Brasile per soddisfare la domanda latino-americana attraverso un accordo tra la multinazionale russa Gazprom e la venezuelana PDVSA.

Inevitabilmente, la sorveglianza informatica della NSA si intreccia con la trama degli interessi commerciali degli Stati Uniti. La tecnologia di spionaggio massivo viene strumentalmente giustificata dalla minaccia terroristica. I politici sono convinti di potere fermare la mercificazione delle informazioni ma è pia illusione. La sorveglianza di NSA e PRISM sono illecitamente attivate e, fino a quando non avremo spiegazione esauriente dei motivi per cui un dato non dovrebbe essere messo sul mercato, non potremo illuderci di proteggerlo poiché, anche con severe regolamentazioni, le agenzie di intelligence si limiterebbero a comperare sul mercato quello che oggi ottengono segretamente ed in maniera illecita.

Questa  rete spionistica che sta coprendo la Terra fa riferimento ad una sorta progetto di controllo assoluto del mondo da parte di élite ben identificabili, alla creazione di una dittatura globale, de facto se non de jure. Difficilmente però il raffreddamento dei rapporti tra i due giganti del nord e del sud America avrà come epilogo la sospensione delle relazioni tra i due paesi.Tanto più che il Brasile fa la sua parte in termini di spionaggio. I diplomatici di Russia, Iran e Iraq sono stati sotto il controllo dell’Agenzia brasiliana di intelligence (Abin), i servizi segreti del Paese sudamericano, durante il 2003 e il 2004. L’operazione di spionaggio si chiamava “Scrivania” e includeva anche alcune sale affittate dall’ambasciata americana all’ultimo piano di un centro commerciale nel quartiere Mansôes Dom Bosco in Brasile.

Il sospetto di Abin, che ha portato all’attività di spionaggio, è che all’interno delle stanze gli americani avessero piazzato strumenti di comunicazione e computer. Dieci anni dopo quelle sale sono ancora chiuse con le inferriate, le uniche protette nel palazzo.

L’economia è più forte di qualsiasi attività di spionaggio ed è facile dimostrarlo con l’attività spionistica messa in atto proprio in Brasile dall’impresa mineraria Vale ai danni degli attivisti delle organizzazioni sociali. I contractors che lavoravano per l’impresa mineraria avevano messo a punto un vero e proprio archivio dei “sovversivi”: ciascuno aveva un proprio dossier personale, a partire dai leader del Movimento Sem Terra e del Movimento do Atingidos por Barragens.

L’impresa mineraria teneva sotto controllo anche i sindacalisti.
Tutto questo per dire che la protesta del Brasile in sede internazionale contro gli Stati Uniti è sacrosanta, e lo spionaggio Usa è un fatto gravissimo, ma la governance brasiliana  dovrebbe occuparsi anche dello spionaggio interno ai danni dei movimenti sociali: nel paese verde-oro, invece, l’infiltrazione e il monitoraggio delle organizzazioni popolari non sono considerati illegali e finora l’unica voce levatasi per denunciare la Vale è stata quella dei parlamentari  del Psol (PartidoSocialismo e Libertade), che hanno chiesto la costituzione di una commissione parlamentare sulle attività della Vale.

Occorrerebbe un approccio più equilibrato tra sicurezza e privacy. Anche per il Brasile.

Merkel for President

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Angela Merkel è la persona giusta per guidare la Germania e l’Europa, politicamente pochi possono competere con lei (The Economist).

A tre settimane dal voto, Angela Merkel non è ancora in grado di formare il nuovo esecutivo. Nelle ultime ore ha cercato di sondare l’orientamento del Grunen (i Verdi) mentre è previsto un incontro fra la rieletta Cancelliera e il presidente della SPD, Sigmar Gabriel. Gabriel ha dichiarato che la Grosse Koalition CDU-SPD si farà solo se il nuovo governo metterà al primo posto la stabilizzazione dell’Europa senza appesantire sempre i contribuenti, la riorganizzazione del mercato del lavoro con buoni salari e la garanzia di una pensione decente dopo decenni di lavoro; il rilancio degli investimenti per infrastrutture e istruzione. Non vogliamo andare al governo solo per ottenere qualche ministero, ha detto.

La Cancelliera, durante la campagna elettorale, ha parlato poco dell’Unione europea. In verità ha mostrato due facce: una, interna, verso i tedeschi, accomodante e più attenta alle politiche sociali; una esterna, verso i Paesi dell’Eurozona, molto liberista, in cui ha preferito puntare a politiche di austerità e rigore senza dare spazio ad un piano di sviluppo europeo per rilanciare la sviluppo e l’occupazione. Merkel ha parlato poco di Europa, mentre i partner europei erano attentissimi al dibattito in Germania ed in ansia per i risultati elettorali tedeschi, pensando ad un risvolto anche nei loro confronti. Molti cittadini europei avrebbero voluto votare in Germania, come hanno evidenziato alcune iniziative come “Egality Now” and “I vote in Germany” volte a far sentire la voce dei cittadini europei sulle elezioni tedesche.

Ma Merkel ha dato molta importanza soprattutto al fattore “fiducia”: il suo messaggio è stato che la Germania è un paese rigoglioso dove la disoccupazione è diminuita e la crisi dell’euro è stata controllata.

Molti parlano della Merkel come di una donna politica tenace, superiore a Obama, a Cameron e allo stesso Hollande. Potrebbe ora sollecitare riforme che portino l’economia europea alla competitività ma, nonostante ciò, esiste un rovescio della medaglia: la Germania, sebbene la sua economia sia forte, ha diverse fragilità interne, fra cui la limitata crescita della popolazione, l’eccessivo affidamento sulle esportazioni, la bassa crescita della produttività, i troppi lavori sottopagati.

L’occupazione , dopo una serie di regolamenti iniziati nel 2002 e favoriti da alcune piccole riforme (Agenda 2010), ha raggiunto un buon livello con un apparente aumento dei posti di lavoro. In realtà i veri contratti di lavoro non arrivano al 50%.

I “mini jobbers”, cioè coloro che devono accontentarsi dei contratti da 450 euro al mese, sono in forte aumento. Prevale il lavoro a tempo determinato con salari minimi, tanto che viene favorito il lavoro in nero. Anche internamente alla Germania i servizi devono essere più competitivi, la formazione ha bisogno di più risposte, le infrastrutture e la ricerca hanno bisogno di più investimenti. Anche i prezzi dell’energia devono essere tagliati e il settore pubblico diventare più produttivo.

Per quel che riguarda il capitolo Europa, la Merkel deve comunque impegnarsi a rendere più forte l’intera Unione europea, a partire dall’unione fiscale.

La cancelliera è la sola leader in Europa ad essere rimasta al potere dopo la crisi economico –finanziaria iniziata nel 2008 e che ha portato alla stagnazione di tante economie europee: Spagna, Francia, Portogallo, Italia e Grecia. Ma il rigore nei confronti di questi paesi Paesi non ha portato ad un risanamento del bilancio e tanto meno allo sviluppo economico.

Per citare il caso della Grecia, proprio in questi giorni i giornali riportano i verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo Monetario internazionale (FMI) ha dato via libera al primo piano di aiuti per il Paese.

Quei verbali, pubblicati dal Wall Street journal, contenuti in documenti classificati come riservatissimi e segreti, parlano chiaro: più di 40 paesi, tutti non europei e pari al 40% del board, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici del FMI. Il motivo? Era “ad altissimo rischio”, come ha messo a verbale il rappresentante brasiliano, perché “concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia” (Investire oggi).

In realtà, basta guardare i numeri della recessione, ancora in corso in taluni paesi del sud Europa, per capire che la vittoria della Merkel non è affatto un buon segnale sia per l’ Eurozona, che tanto spera in nuove riforme che rilancino la competitività, sia per il sistema Italia che dovrà, secondo la Merkel, promuovere misure strutturali per la crescita, ridurre le tasse e la disoccupazione.

La Merkel dà priorità alle politiche di austerità in primis nei confronti dei paesi UE, giustificando l’ insofferenza alle riforme imposte a questi paesi: queste politiche, invece di portare ad una reale diminuzione del debito pubblico, stanno portando ad una vera stagnazione economica.

La Germania dimentica di essere stata il “debitore” più inadempiente del XX secolo. La Germania di Weimar aveva grossi debiti con gli USA e, dopo la fine della 2° guerra mondiale , non ha pagato quasi nulla per restituire ai Paesi Europei (1940-1944) le risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato. La Grecia intende presentare un conto da 220 miliardi di euro (Il Sole 24 Ore).

Neppure bisogna tacere il fatto che il salvataggio di importanti banche interne ha fatto aumentare considerevolmente il debito pubblico tedesco, che risulta essere oggi il terzo debito lordo più alto al mondo.

Anche l’asimmetria nel campo occupazionale tra i vari Paesi dell’Unione, specie quelli del sud Europa, Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro, è una delle cause dell’attuale impasse politico europeo: i poteri finanziari tedeschi, falchi dell’austerità, hanno esteso la depressione dell’occupazione e dei redditi soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, creando enormi squilibri tra Paesi della zona euro.

Un “falco” tedesco è certamente il ministro all’economia,  Wolfgang Schäuble. La politica economica europea che ha sposato impone solo rigore e, sul lato degli investimenti, il nulla. Così la struttura economica europea ne ha risentito. Ora si spera che, col semestre di presidenza italiano nel 2014, si ponga l’accento più sugli investimenti che non sul rigore. La vittoria della Merkel potrebbe significare la vittoria della linea di rigore duro ma ciò sarà più difficile con la presidenza italiana.

Gli italiani, anche i moderati come Letta, sanno cogliere gli aspetti profondi della politica europea e non possono non comprendere che la costruzione europea è in uno stallo proprio per il fatto che alcuni paesi sono sull’orlo del disastro. Bisogna rilanciare l’Europa. Il nuovo governo tedesco, basato sul compromesso tra CDU-SPD saprà porvi rimedio?

I Turchi, gruppo etnico molto consistente i Germania, terranno sotto pressione la Merkel, avendo votato in maggioranza SPD, e potranno influire sull’atteggiamento tedesco nei confronti della Turchia, quale sempiterno candidato membro dell’Unione Europea. La riforma del sistema finanziario e quella della politica monetaria e fiscale sono indispensabili per dare il via ad un piano di investimenti pubblici e privati. La “dottrina” dell’austerità espansiva ha accentuato la crisi, provocando un tracollo dei redditi , anziché favorire la fiducia dei mercati e l’espansione della crescita, anziché portare ad un – per ora solo accennato – nascente dinamismo dei paesi della UE, ha accentuato la crisi e reso più opaca la situazione attuale. La riduzione dei redditi ha innescato ulteriori difficoltà nel rimborso dei debiti, sia pubblici che privati e di ciò è consapevole lo stesso Fondo monetario internazionale. Ma quali strumenti potranno essere utilizzati?

Merkel è contraria agli Eurobond, per i quali la Germania dovrebbe offrire le maggiori garanzie, avendo il miglior bilancio nell’Eurozona; viceversa, sostiene la necessità di “riforme strutturali” in tutti i Paesi della UE. Tali riforme dovrebbero ridurre costi e prezzi e aumentare la competitività e quindi le esportazioni, ma una caduta dei prezzi e dei salari con conseguente crollo dei redditi porta con sé il rischio concreto di nuove crisi bancarie e la “desertificazione” produttiva di intere regioni europee. Merkel dovrà cedere su qualche punto per far sì che la situazione dell’UE non giunga al collasso. La sua politica è in grado di lavorare molto bene sui compromessi e parte da una posizione di forza rispetto ai partner europei . Hollande, Letta – per non parlare di spagnoli e greci – non hanno il suo consenso. Ma hanno un disperato bisogno che la Merkel lanci a loro un ancora di salvezza. Lei darà questo aiuto ma soprattutto per i suoi fini strategici. Per molti anni gli stati dell’Eurozona hanno goduto di benefici del welfare state senza affrontare il tema della sostenibilità dei costi nel tempo. Spetta a tutti i Paesi lavorare con tenacia e rigore affinché l’Europa mantenga, anzi rafforzi il suo ruolo politico ed economico nell’attuale sempre più vasto e complesso panorama mondiale: l’Unione Europea ha ancora molta strada da fare e ha bisogno dell’impegno e della collaborazione di tutti gli Stati perché si rafforzi in termini di ‘democrazia delle decisioni’ e di rispetto delle diversità e della storia di ciascuno. Non deve prevalere un paese sugli altri, né deve essere ascoltata solo la voce della “finanza”. Diritti e doveri degli Stati e dei singoli cittadini sono l’obiettivo da difendere e su cui misurare i successi dell’Unione.

Shutdown della politica

La crisi del governo federale degli Stati Uniti nasconde un lunghissimo braccio di ferro che alcune parti del partito Repubblicano conducono sin dal 2010, anno di approvazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria. Il New York Times racconta, in un resoconto a firma di Sheryl Gay Stolberg e Mike McIntire, che immediatamente dopo la conferma del secondo mandato di Barack Obama, un gruppo di attivisti conservatori, capeggiati da Edwin Meese III, politico e avvocato statunitense, 81 anni, si sono riuniti in Washigton per definire la strategia. Obiettivo: fare a pezzi la riforma sanitaria tramite il cosiddetto ‘defunding’, togliere i fondi all’Obamacare. Il mezzo per ottenere questo obiettivo è la minaccia. Che il gruppo di ultra-conservatori ha instillato poco a poco fra le file dei repubblicani più cauti: tagliare il finanziamento per l’intero governo federale.

Questa è l’origine dello shutdown. E’ un’origine pienamente politica. Per molti americani, lo shutdown è venuto fuori dal nulla. Ma diverse interviste con esponenti conservatori mostrano che il confronto che ha determinato la crisi è stata la conseguenza di uno sforzo di lunga durata per annullare la legge, l’Affordable Care Act, sin dal momento della sua approvazione, condotto da una galassia di gruppi conservatori, le cui interconnessioni sono comunemente note. La determinazione con la quale questi gruppi hanno operato va al di là di ciò che definiamo ‘opposizione’. Sebbene l’83% del governo federale sia ancora in opera (‘Where’s sense of crisis in a 17 percent government shutdown?’ @ByronYork) e Wall Street sia più attratta dall’ingresso sul mercato azionario di Twitter, lo scenario è preoccupante più per il metodo impiegato per affossare una legge osteggiata, piuttosto che per le reali conseguenze della crisi finanziaria. Non è la prima volta che negli Stati Uniti avviene uno shutdown (nel nostro ordinamento si parlerebbe di esercizio provvisorio).

Alla testa del gruppo di sabotatori troviamo al solito il Tea Party Patriots, il gruppo denominato Americans for Prosperity and FreedomWorks, il Club of Growth (una organizzazione no-profit); altre associazioni sono più defilate ma lo stesso partecipi dell’iniziativa e sono Generation Opportunity, Young Americans for Liberty e quella di più recente fondazione, Heritage Action. I miliardari fratelli Koch, Charles e David, sono stati profondamente coinvolti con un cospicuo finanziamento. Un gruppo legato ai Koch, Freedom Partners Chamber of Commerce, ha erogato più di 200 milioni di dollari l’anno scorso alle organizzazioni no profit impegnate nella lotta. Sono incluso i 5 milioni di dollari erogati a Opportunity Generation, che ha creato una propaganda, il mese scorso, con una pubblicità internet che mostrava un minaccioso zio Sam raffigurato mentre spuntava tra le gambe di una donna durante un esame ginecologico.

Questo pulviscolo di organizzazioni è riuscito a fare pressione sul Gop moderato e in definitiva a bloccare la macchina statale federale. Può la dialettica politica trasformarsi in una tale battaglia, con massimo dispregio del funzionamento dell’amministrazione pubblica? L’iniziativa politica di Obama è paralizzata. Il conflitto fra i Repubblicani e un partito Democratico non più così convinto della necessità dell’Obamacare, è la più coerente rappresentazione della crisi dei sistemi democratici, del tutto avulsi dalla realtà economica e sociale, divenuti teatro di uno sterile e distruttivo confronto fra lobbies.

Elezioni in Germania: il punto sui sondaggi a tre giorni dal voto

Mancano tre giorni alle elezioni politiche tedesche. Fino a qualche mese fa, si faceva dipendere da questo evento la persistenza delle politiche di austerità monetarie della empasse nella evoluzione di una dinamica politica europea. Ma i sondaggi, e una candidatura socialdemocratica poco efficace, hanno spento qualunque entusiasmo: Angela Merkel resterà al proprio posto, guiderà la Germania per altri quattro anni. Lo scorso fine settimana, le elezioni regionali nel Land della Baviera hanno confermato il trend di crescita per la CSU (i cristiano-sociali), alleati della CDU al governo. Viceversa, mentre la SPD non sfonda, il partito liberale è crollato e non ha rappresentanza alcuna nel parlamento regionale. Pertanto sono sorti dubbi molto forti circa il mantenimento dell’attuale coalizione di governo e taluni analisti si sono spinti sino a ipotizzare il ritorno di una Große Koalition.

Un recente sondaggio, eseguito dalla ARD-DeutschlandTREND nei giorni 10-12 Settembre, disegna un paese che al 71% è contento della situazione economica (+5% rispetto alla precedente rilevazione), una convinzione che è tornata ai livelli massimi dalla fase di ripresa che il paese ha vissuto nel 2011:

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Nonostante ciò, la misura della soddisfazione del governo è relativamente bassa: i soddisfatti e i molto soddisfatti sono diminuiti del 5% (complessivamente: soddisfatti 47%; non soddisfatti 53%). Fra gli elettori della CDU, la soddisfazione rispetto all’operato del governo sale all’86%, mentre è minima fra gli elettori della Linke, dei Verdi e della SPD (16%; 26%; 27%). Il grafico che segue mostra il miracolo di Angela Merkel: aver riportato la fiducia nel governo a livelli più che accettabili, in poco più di un anno.

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Sia l’elettorato della SPD che quello della CDU ha già deciso come voterà (entrambi solo il 16% di indecisi), mentre fra gli elettori dei Liberali (FDP), dei Verdi (Grüne) e della Linke gli indecisi sono circa un terzo del proprio elettorato storico.

Merkel mantiene diciassette punti di vantaggio sullo sfidante della SPD, Steinbruck (che vi ricordo fu scelto dal partito senza la benché minima partecipazione dell’elettorato – niente primarie, niente apertura a giovani candidati; la sua fu una selezione dettata dall’organigramma partitico, null’altro).

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La convinzione degli elettori della CDU verso Angela Merkel è quasi totale: il 96% preferisce lei a qualsiasi altro candidato; viceversa, gli elettori della SPD sono meno convinti del proprio candidato (solo l’80% intende votarlo). In ogni caso, l’ultimo mese di campagna elettorale ha visto un inversione di tendenza per quanto concerne l’intenzione di voto del candidato cancelliere: Merkel ha perso più di dieci punti (Ago: 60%; Set: 49%); Steinbruck ha guadagnato qualche punto, ma molti voti sono sfociati nell’indecisione (Steinbruck: +7%; Indecisi +3%).

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Leggi l’analisi completa (via @electionista): deutschlandtrend1874