Iraq | La pulizia etnico-religiosa di Isis

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L’azione di Isis nella provincia di Mosul sta determinando l’esodo di migliaia di cittadini iracheni di religione cristiana. Si tratta di una vera e propria strategia di pulizia etnico-religiosa in quello che – nei piani di Isis – è un processo di formazione di uno nuovo Stato Islamico fra Iraq e Siria. Joseph Thomas, arcivescovo di Kirkuk e Sulaymaniyah, ha riferito al quotidiano online kitabat.com che si tratta di “un disastro”, che la situazione è tragica:

decine di migliaia di residenti terrorizzati sono fuggiti, e nel momento in cui stiamo parlando, la situazione non può nemmeno essere descritta” , ha detto Thomas, “Le città di Qaraqosh e Bartella e Karamles sono state abbandonate definitivamente dalla popolazione dei cristiani, anche a piedi, o con dei veicoli, per raggiungere il checkpoint in Erbil ed entrarvi […] Abbiamo avuto quattro morti, una donna e due bambini e una guardia di sicurezza sono stati uccisi in un bombardamento mortaio (kitabat.com).

Intanto, in serata, le agenzie hanno ribattuto l’indiscrezione secondo la quale Obama starebbe pensando ad un intervento militare. In alcuni casi si parla di un ‘airdrop’ umanitario, non bombe ma viveri e vestiario:

Su twitter circolano immagini di esecuzioni di massa, che non rilancio, stante anche alla loro non verificabilità. Ma l’area nord del paese, sino al confine con il Kurdistan, è nelle mani di Isis. Il gruppo ha detto via Twitter che i suoi combattenti hanno presero la città e la diga di Mosul sul fiume Tigri, base strategica e militare in costante attacco fin dallo scorso fine settimana. I funzionari kurdi dicono che le loro forze sono ancora in controllo della diga. Ma testimoni hanno riferito a Reuters per telefono che i combattenti dello Stato Islamico hanno sollevato la bandiera nera dell’organizzazione sopra la diga, fatto che può consentire loro di allagare le grandi città o tagliare loro acqua ed elettricità. Dalla sconfitta delle truppe curde avvenuta la scorsa settimana, migliaia di bambini della comunità Yazidi sono stati costretti a fuggire dalla città di Sinjar sulle montagne circostanti. Il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha detto che molti dei ragazzi rifugiatisi sulla montagna soffrono l’assenza di acqua. Ci sarebbero almeno 40 morti.

Secondo Voice of Iraq (tweet seguente) il Capo dell’esercito iracheno avrebbe affermato che i Peshmerga non sono sconfitto e nelle prossime 48 ore si vedranno movimenti significativi per eliminare Daash (Isis).

Mentre accade questo, il resto del paese, specie Kirkuk e Baghdad, è scosso dalle esplosioni di autobomba. E’ sempre Voice of Iraq a darne notizia su twitter: a Baghdad, l’esplosione, nell’area est della città, vicino a negozi, ha causato otto morti.

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Ebola virus, cosa dicono le statistiche

La diffusione del virus Ebola secondo i dati OMS. Grafici:

1) Mappa geografica – OMS, data 4 Agosto 2014

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2) Confronto con epidemie del passato (serie storica OMS – in blu, il numero dei casi; in rosso, il numero dei morti):

virusebola3) Evoluzione dei casi dall’inizio dell’epidemia (fonte wikipedia):

Diseased_Ebola_2014Al di là delle speculazioni e degli allarmismi, il punto fermo è uno solo: la pendenza della curva, per ora, non lascia presupporre un rallentamento nella diffusione del virus. Non significa però che ciò non possa avvenire fra due o tre mesi; nessuno, inoltre, può prevedere quanto sarà lunga la coda.

 

Discorso di Renzi al Parlamento Europeo: le reazioni della stampa estera

Bisogna scavare per trovare le reazioni della stampa estera al discorso di Matteo Renzi al Parlamento Europeo. Nessuna home page è al pari di Repubblica.it, per dire. Niente titoli a 99 pixel.

Le Monde reca in home page un trafiletto il cui titolo rimanda ad una frase detta dal presidente del Consiglio italiano: “la nostra generazione deve ritrovare lo spirito di Telemaco”, e pertanto la nuova Odissea del Telemaco Matteo Renzi inizia fra gli applausi e l’entusiasmo dei deputati: è la renzimania, scrive Alain Salles, scalfita dal presidente del PPE, Manfred Weber, che non intende soccombere ad essa. Weber scalfisce l’entusiasmo del giovane primo ministro: “bei discorsi in quest’aula ne abbiam sentiti tanti, ma noi attendiamo i fatti”, e poi “dobbiamo continuare ad applicare la legge (Maastricht,  ndr.), il debito non è il nostro futuro”, ha detto, citando il 130% del rapporto debito/Pil dell’Italia.

El Pais, in un articolo nascosto fra le pieghe della sezione Internazionale, si dilunga maggiormente sullo scorno fra Renzi e Weber, citando anche la risposta del primo, che si è dichiarato sorpreso dall’attacco di Weber e si è chiesto se stesse parlando per l’Europa o per la Germania. Ma, al di là della mera cronaca della giornata, El Pais non si è spinto in alcuna valutazione. Il giorno prima era stato pubblicato un pezzo di Pablo Oldag intitolato “Renzi leva il suo spirito riformista e modernizzatore al centro dell’Europa”, nel quale veniva di fatto ripreso lo schema narrativo che si è affermato sui media mainstream italiani, ovvero che Renzi ha avuto il pregio di farsi capire dagli italiani (il 40%!). “Gli italiani hanno detto che tra la presa in giro dell’Europa come fatto da Berlusconi e il boicottaggio di Grillo, vi è una terza opzione: prendere l’iniziativa”, ha scritto Oldag, ripetendo l’errore di dimenticare che le ultime elezioni europee hanno fatto registrare un astensionismo record, il vero primo partito italiano. Di questi cittadini, che hanno rifiutato di esercitare il proprio diritto, sembra si sia persa ogni traccia.

 

 

Ucraina sospesa fra Mosca e il caos

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Dopo le dimissioni del premier Mykola Azarov, sostituito ad interim dal  vice premier Serhiy Arbuzov, dopo l’abrogazione delle leggi “liberticide”, sembra, e si spera, che l’Ucraina abbia trovato un compromesso che metta fine alla crisi politica e agli scontri violenti  tra i dimostranti più estremisti e la polizia. Per ora solo gli attivisti del movimento nazionalista Spilna Sprava sono stati convinti a lasciare il ministero dell’Agricoltura. Dopo laboriose trattative, il Parlamento (Rada), con l’astensione delle forze di opposizione, ha approvato un’amnistia che permetterà il rilascio di manifestanti antigovernativi.

La Russia terrà certamente conto dei cambiamenti nel governo dell’Ucraina predisponendo, o meno, un calendario per il sostengo finanziario del Paese. Nel contempo, ha confermato l’esecuzione e il mantenimento degli impegni presi, ma l’andamento delle contrattazioni richiede una discussione ulteriore.

L’Ucraina, in occasione del  vertice sul Partenariato orientale, tenutosi a  Vilnius, in Lituania, avrebbe avuto la possibilità di sottoscrivere un accordo di associazione con l’Unione Europea  per la creazione di un’area di libero scambio con Bruxelles e per chiedere l’alleggerimento dei termini di un possibile prestito da parte del FMI. Chiedeva anche la  concessione di  un sostanzioso  pacchetto di aiuti economici per il suo Paese, ma il presidente della Commissione UE, Josè Manuel Barroso, ha rifiutato il dialogo trilaterale tra Ucraina, Russia e Unione Europea ed ha chiesto a Yanukovich di impegnarsi direttamente a firmare un accordo. Nei mesi scorsi Mosca aveva concesso un bailout all’Ucraina: l’offerta della Russia comprendeva gas a buon mercato, finanziamenti per una quindicina di miliardi di dollari, rimozione di tutti i problemi sanitari riguardanti le merci da esportare in Russia. Se l’Ucraina avesse rifiutato, la Russia avrebbe preteso il pagamento dei debiti pregressi per le forniture di gas, oltre ad un ritocco del prezzo a 450 dollari. Putin aveva inoltre minacciato di revocare il proprio appoggio a Yanucovich in occasione delle presidenziali ucraine del 2015.

L’Europa, invece, offriva 500 milioni di euro di risparmi doganali, 186 milioni per portare a compimento le riforme e 610 milioni a riforme avvenute, ma l’adesione al Mercato Comune comportava il rischio che le merci europee inondassero l’Ucraina, penalizzando la sua bilancia commerciale.

Yanucovich,  per non pregiudicare un complesso sistema di relazioni politiche ed economiche che legano il Paese alla Russia, in primis in materia di forniture del gas, ha preferito l’offerta russa, nonostante l’Ucraina aspiri all’indipendenza energetica, che secondo i suoi piani avrebbe in grado di raggiungere solo nel 2020 (negli ultimi anni si sono verificate ben sei crisi del gas tra Ucraina e Russia).

Lo scenario in Ucraina è quindi pieno di variabili.

Negli Oblats (ripartizioni amministrative regionali) della parte occidentale dell’Ucraina, erano in corso occupazioni nelle sedi dei governatori, dove i partiti dell’opposizione hanno il maggior numero di voti. Nuove norme, approvate a gennaio dal Parlamento ucraino, limitavano sia il diritto a protestare che la libertà di stampa, e trasformavano in reato qualunque tentativo di dissentire dal governo, dando alla polizia la possibilità di usare violenza e inasprendo le pene contro chi esprimesse la propria opposizione: leggi che portano alla via dell’autoritarismo e in primis agevolano la discrezionalità di un potere incancrenito.

Yanucovich  è sostenuto da gruppi di estrema destra privi di organizzazione: i cosiddetti Tituski, giovani che sarebbero stati pagati dallo Stato per infiltrarsi nelle manifestazioni e compiere gesti violenti.

La rivolta vive tra le aspettative di una trattativa in corso e la spinta ad un cambiamento radicale. Oggi a Kiev stanno operando molte piccole organizzazioni di milizie semi-clandestine radicali, ognuna delle quali persegue il proprio obiettivo. A scatenare gli scontri erano taluni gruppi estremisti di destra, i cosiddetti Pravij Sector, un gruppo di militanti nazionalisti che si definiscono gioventù rivoluzionaria: non hanno un leader e sono pronti  a passare dalle parole ai fatti senza alcuna discussione o votazione. E’ un gruppo sorto in seno alle manifestazioni di Euromaidan: ha una pagina su Facebook ma non ha alcuna sede fisica.

Il movimento ha cercato di addestrare una milizia organizzata, ma non c’è riuscito per mancanza di disciplina. Non hanno una struttura democratica e non prendono decisioni con il voto.  Questi estremisti sono affiancati dagli ultrà del calcio, anche loro delusi dalla debolezza dell’opposizione.

Coinvolte negli scontri sono anche altre organizzazioni come il “Il Tridente”, “Patriota dell’Ucraina”, “Il Martello Bianco”, l’Assemblea Social-Nazionale, la Una-Unso, e altri. La maggior parte di queste è in pessimi rapporti con le forze dell’ordine; i loro membri sono stati coinvolti in omicidi e nella preparazione di atti terroristici. La più importante organizzazione nazionalista radicale ucraina è “Patriota dell’Ucraina”, cioè la parte militante del partito “Libertà”. Al tempo di Yuščenko, questa godeva del sostegno pubblico, ricevendo ottimi finanziamenti, e i suoi militanti venivano formati ufficialmente in diverse regioni dell’Ucraina, ed erano ben equipaggiati.

Il gruppo “Patriota dell’Ucraina” ha una vasta rete. La cosa più sorprendente è che il suo centro si trova nella parte orientale dell’Ucraina, nella città di Charkov, che è di lingua russa. Desta stupore il fatto che una organizzazione ucraina ultranazionalista sia composta principalmente di nazionalisti ucraini di lingua russa.

Il movimento Euromaidan, esercito insurrezionale ucraino, un gruppo semi-underground, è nato nel novembre 2013 e si compone dei rappresentanti di un numero imprecisato di organizzazioni più piccole che una volta erano unite nella cosiddetta Assemblea Social-Nazionale e sono considerate affini ai nazionalsocialisti, di cui espongono e indossano i simboli.

A Kiev stanno operando molte piccole organizzazioni di milizie semi-clandestine radicali, ognuna delle quali persegue il proprio obiettivo. Nessuno di questi gruppi ha un peso significativo e il coordinamento dei militanti avviene attraverso i social network russi. Spesso, dietro a molte di queste organizzazioni, ci sono uomini d’affari che hanno bisogno di proventi illegali: metodo molto popolare di arricchirsi in Ucraina. Costoro “affittano”, di volta in volta, “mercenari”, per le lotte di potere. Verso il paese vengono indirizzate ingenti quantità di denaro generalmente di provenienza estera che vanno ad alimentare i gruppi estremistici che hanno dichiarato guerra all’establishment.

Oggi, il Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione sull’Ucraina ma il suo contenuto è deludente: L’Assemblea ha deciso di non considerare la possibilità di sospendere il diritto di voto della delegazione ucraina, tuttavia potrebbe applicarlo nella sessione di Aprile, se il movimento di protesta su Maidan verrà sciolto con la forza.

La risoluzione, basata su un rapporto di Mailis Reps (Estonia, ALDE) e Marietta de Pourbaix-Lundin (Svezia, EPP/CD) invita la polizia e i manifestanti ad astenersi da qualunque forma di violenza o azioni che sono chiaramente rivolte a provocare reazioni violente nell’altra parte, e sottolinea che un utilizzo eccessivo e sproporzionato della forza da parte della polizia, e altre presunte violazioni dei diritti umani “devono essere pienamente e imparzialmente indagate, affrontate e risolte, e gli esecutori portati davanti alla giustizia”. L’Assemblea accoglie favorevolmente l’iniziativa del Segretario generale del Consiglio d’Europa di stabilire un gruppo di esperti indipendenti per indagare gli eventi violenti avvenuti durante le proteste Euromaidan (Newsroom Consiglio d’Europa).

La delegazione russa ha votato contro. La risoluzione è unilaterale e superficiale, ha dichiarato il rappresentante russo Slutskij. Un chiaro esempio di politica dei doppi standard.

Alexis Tsipras, il rischio calcolato

Alexis Tsipras

L’Europa è in una impasse.

Essa non è solo un effetto collaterale della crisi, ma è il risultato di un processo perverso che ha avuto come obiettivo la socializzazione delle perdite e la privatizzazione di tutto ciò che può generare profitti. I bail-outs, i piani di salvataggio che impongono “austerità” ai popoli che li subiscono – non si parla solo di PIIGS ma di tutti i Paesi facenti parte della zona euro –  sono in realtà piani di salvataggio delle banche creditrici.

“I leader europei devono abbandonare l’attuale strategia di austerità”, ha scritto recentemente Frank Hollenbeck, docente Finanza ed Economia presso l’Università Internazionale di Ginevra. Questo non è certo un giudizio idealista, tanto è vero che anche il mondo più scettico della finanza internazionale è arrivato a tale conclusione. Così, il nuovo governo tedesco di Larghe Intese si è potuto formare sulla base del presupposto che, senza una progressiva riduzione del debito e un aumento degli investimenti soprattutto nella periferia meridionale d’ Europa, stremata sia dal punto di vista economico che da quello sociale, non si riuscirà a modificare questa tragica situazione di crisi.

L’interventismo della Troika ( FMI, BCE, Commissione europea) con l’ imposizione dei Memorandum di austerità e di riforme strutturali in direzione di privatizzazioni in settori strategici, ha portato alla distruzione dei servizi pubblici e dei diritti dei lavoratori. Ed è sulle macerie dello Stato Sociale che cambiano gli scenari politici. L’ ascesa  del partito Syriza in Grecia, guidata da Alexis Tsipras, è dovuta alla sua  determinazione a lottare per una nuova strategia economica e sociale a livello europeo, rifiutando le politiche neoliberiste ma senza uscire dalla UE, né dall’euro.

Può essere che nelle Elezioni Europee di quest’anno vi sia un forte astensionismo con una contemporanea affermazione degli euroscettici, i quali auspicano  il ritorno alla sovranità nazionale e la reintroduzione delle monete nazionali. L’Europa, però, ormai esiste ed è irreversibile. Nel maggio scorso Alexis Tsipras, in una intervista  alla CNN, aveva detto che, a causa del memorandum e dell’austerità che impone, “i Greci stanno andando direttamente all’inferno”. Tsipras ha anche detto che il suo partito vuole mettere fine all’austerità tenendo la Grecia nell’eurozona e allacciando nuove alleanze per superare la crisi. “Faremo tutto quel che possiamo per muoverci in questa direzione, per trovare la soluzione alla crisi, che non è un problema solo greco, ma europeo”.

Oggi  constatato che  il piano di salvataggio della Grecia è fallito […] Bisogna fermare immediatamente l’austerità e convocare una conferenza europea sul debito, per la Grecia e gli altri paesi della periferia, come quella di Londra del 1953 in cui si ammise che il conto post bellico tedesco era troppo alto. Servirebbe una clausola sui rimborsi legati alla crescita: se il pil è positivo, paghiamo; sennò, no. Infine ci vorrebbe un «new european deal», un grande pacchetto di investimenti per la crescita – soprattutto nel mezzogiorno d’Europa – che finanzi la ripresa (La Stampa.it).

Tsipras ha affermato che vorrebbe trovare partner a questo fine tra i paesi del sud e del centro Europa. Con tale obiettivo, lo scorso 14 gennaio si è svolto a Roma l’incontro tra una delegazione del partito greco Syriza e i dirigenti nazionali del Movimento Federalista Europeo (MFE). La delegazione greca ha condiviso in pieno gli obiettivi fissati dall’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei, promossa dal MFE) nel New Deal 4 Europe – Per un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione, già presentato alla Commissione Europea. Il progetto prevede la costituzione di comitati promotori nazionali in otto paesi diversi dell’Unione europea, e Syriza  si è impegnata a considerarlo una delle proprie priorità politiche nella prossima campagna per le elezioni europee.

La delegazione italiana ha informato che sono in corso contatti anche con altri movimenti e forze politiche europee per allargare e dare forza alla coalizione per un New Deal 4 Europe. Anche il Partito della Sinistra Europea (SE) ha lanciato la candidatura di Tsipras, leader della Syriza, al Congresso che da poco si è tenuto a Madrid, auspicando che ciò contribuisca alla ricostruzione della sinistra. Oggi la parola “sinistra” è equivoca per molti: se è diventata una forza politica in ascesa in Grecia, in Italia non lo è più.

Tsipras,  che è stato raffigurato come un radicale estremista, è invece un freddo stratega che intende portare avanti con l’Europa un rischio calcolato, in particolare nei confronti di Angela Merkel, il cui governo di Grande coalizione nato dal patto con la Spd, è adagiato su una posizione mediana.  I socialdemocratici avrebbero potuto inserire punti di programma più forti, come quelli del sindacato DGB per un Piano Marshall per l’Europa. Invece  hanno confermato la loro contrarietà a qualsiasi europeizzazione del debito.

Parlando di Tsipras, bisogna far riferimento alla sua intelligenza di  politico e alla sua posizione politica che vuole un’ Europa  radicalmente cambiata: un’ Europa che sia un’unione, un’ Europa non imperiale, ma solidale e democratica. Un’ Europa “che cancelli il Fiscal Compact e modifichi i trattati di Maastricht e Lisbona”. Che riapra il processo costituente e lo rimetta nelle mani dei popoli.

Non  più metodo, ma contenuti […] Un’ Europa che abbia una Banca Centrale interamente pubblica, i cui soci siano le Banche centrali pubbliche dei Paesi membri […] Un’ Europa che svolga un ruolo autonomo e  sovrano nel contesto internazionale e sia una interlocutrice non più  più subalterna con gli USA e promotrice di una posizione strategica nei confronti della Russia (libreidee.it).

L’ Europa attuale, scrive Barbara Spinelli, è invece un equilibrio di potenze  basato sugli egoismi nazionali e sul dominio dei più forti sui più deboli.

Le forze della sinistra italiana nelle elezioni europee del 2009 non hanno eletto alcun rappresentante nel Parlamento perché non hanno raggiunto la percentuale minima richiesta (la legge elettorale italiana ha una soglia di sbarramento del 4%).

Nel corso della giornata del 14 Gennaio, la delegazione di Syriza, guidata da Nikos Pappas, persona molto vicina a Tsipras, ha incontrato personalità appartenenti alla galassia delle forze politiche della sinistra italiana: certamente SEL e Fausto Bertinotti. L’obiettivo esplicito era tastare il terreno onde valutare la praticabilità di una lista italiana che appoggiasse la candidatura di Tsipras alla Commissione Europea.

Il partito di SEL, che da un lato sembra voler costruire una sinistra unita, plurale ed euro-federalista, forse si affiancherà nuovamente all’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici , dove sono rappresentati anche la SPD tedesca, il PD e il PS francese, i laburisti inglesi, piuttosto che confluire nella Sinistra Europea unita con la candidatura di Tsipras.

In Italia è stata proposta una Lista civica sovranazionale e transnazionale di adesione alla canditatuta di Alexis Tsipras. La lista autonoma è promossa da personalità della cultura (Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli,  Guido Viale ) dell’arte e della scienza e da esponenti di comitati, associazioni, movimenti e organismi della società civile che ne condividono gli obiettivi e i contenuti. Non verrà contrattata con alcun partito, per segnare una netta discontinuità con il passato e per marcare  diversamente la proposta: nella volontà dei proponenti, l’adesione a questa lista elettorale non dovrebbe essere confusa con l’apparentamento ad alcuno dei partiti esistenti o di nuova formazione.

Artico, la nuova frontiera dell’Energia

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[post aggiornato]

Nel dicembre scorso, la nave russa Akademik Shokalskiy è rimasta incagliata nei ghiacci dell’Antartide. Trasportava turisti e ricercatori scientifici che sono stati salvati da una rompighiaccio australiana.

Non deve stupire la presenza di ricercatori in questa zona remota e poco ospitale. Sono infatti numerosi i Paesi impegnati ad approfondire le modalità di sfruttamento delle risorse energetiche che si trovano sia sotto l’Antartide che sotto l’oOceano Artico, nonché gli effetti che tali attività potrebbero avere sull’ambiente. In questo post si prende in esame la situazione geopolitica dell’Artico.

Otto Stati (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Svezia) hanno istituito il Consiglio Artico per collaborare a livello scientifico, diplomatico e militare per la difesa di un territorio dove il rapido scioglimento dei ghiacci consentirà di accedere ad una immensa quantità di risorse ancora intatte. Si parla di circa 90 miliardi di barili di petrolio e 44 miliardi di gas naturale liquido, distribuiti in 25 aree geologicamente esplorabili, di cui circa l’84% in mare aperto.

Nei prossimi 120 anni l’Artico diventerà l’area più contesa da tutti gli Stati per la sua ricchezza di energia e, mentre l’obiettivo dichiarato è quello della cooperazione per la salvaguardia dell’Artico, grandi potenze, come gli USA, hanno già dichiarato di voler prevenire e dissuadere i conflitti nella regione e si preparano a rispondere ad ogni eventualità. La Danimarca, per parte sua, ha fondato recentemente il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. D’altro canto, Cina, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea hanno fatto di tutto per essere ammessi nel Consiglio, tanto che, dal maggio 2013 sono stati compresi tra i membri osservatori permanenti.

Tra gli Stati che si affacciano sull’Artico, solo il Regno Unito non è uno stato membro.

Il Consiglio Artico è ormai un’istituzione di rilievo politico, ma non ha poteri decisionali significativi. Sotto la sua egida, peraltro, sono stati sottoscritti numerosi trattati giuridicamente rilevanti.

Anche le compagnie petrolifere sono in gara, dall’Alaska al Chukotka, per non perdere l’occasione: Statoil, Exxon mobil, Eni, Total, Shell e le russe Gazprom e Rosneft sono in cerca di alleati, perché esplorare e sfruttare tutte le ricchezze dell’Artico non è facile.

Per la Russia, l’Artide rappresenta il secondo filone operativo della propria politica di sviluppo energetico (il primo è il bacino mediterraneo,verso il quale ha progettato di far confluire i gasdotti dal Caucaso). Per la messa in funzione di una piattaforma nell’Artico, l’incarico è stato affidato a Gazprom, la quale ha cominciato ad estrarre petrolio dal giacimento di Prirazlamnoge. Le riserve di petrolio del giacimento raggiungono i 72 milioni di tonnellate, mentre il livello di produzione previsto dopo il 2020 è di circa 6 milioni di tonnellate.

Tutti gli Stati che si affacciano sul mare artico avrebbero interesse ad estendere la loro sovranità oltre la linea costiera. Per disciplinare la materia, la convenzione di Montego Bay ha stabilito che il tratto di mare che si estende fino a 200 miglia sulla piattaforma continentale costituisce la cosiddetta zona economica esclusiva (ZEE) dei Paesi che si affacciano su un determinato braccio di mare. In essa il paese costiero detiene la potestà esclusiva sulle risorse marine e minerarie, nonché i relativi diritti di sfruttamento.

Nel 2001 la Russia aveva tentato un primo approccio all’ONU reclamando una estensione del proprio territorio artico, ma la richiesta era stata respinta. In quest’ultimo periodo, ha sollecitato nuovamente le Nazioni Unite affinché riconoscano i nuovi confini della piattaforma artica, fatto che accrescerebbe il suo territorio di oltre di 1,2 milioni di kmq. La presenza militare russa nell’Artico, da un lato, è una condizione che permette a Putin di reclamare per la Federazione Russa il controllo della zona economica esclusiva, dall’altro è una risposta alla minaccia rappresentata dai sottomarini americani, armati di missili balistici nucleari in grado di colpire il territorio artico russo in pochi minuti. Per questo motivo Putin dà la priorità al rafforzamento delle forze di difesa che vigilano sull’Oceano Artico. E’ stata rinforzata la difesa aerea e sono state ammodernate basi avanzate sulle isole del mare artico (isole nuova Siberia).

Considerato il progressivo scioglimento dei ghiacci – anche se negli ultimi 3 anni c’è stato un leggero segnale di ripresa nella crescita del pack, dopo il minimo assoluto raggiunto nel settembre 2007 – l’Artico interessa anche per il “passaggio a nord-est” (Northern Sea Route): la nuova rotta, che mette in comunicazione Atlantico settentrionale e Pacifico attraverso il mare Glaciale Artico. La Cina, per esempio, potrebbe risparmiare migliaia di miglia marine utilizzando il passaggio a nord-est per il trasporto marittimo dal nord Europa, e Pechino vorrebbe iniziare al più presto un servizio commerciale su questa rotta. L’Artico non interessa alla Cina solo per le nuove rotte, ma ovviamente anche per il petrolio. A tal fine ha sottoscritto un importante accordo di cooperazione energetica con la Russia per consentire al China National Petroleum Corp di effettuare esplorazioni offshore nell’Artico, con la eventuale collaborazione di Exxon, Statoil ed Eni.

Vista così, lo scioglimento dei ghiacci del Mar Artico sarebbe da intendersi come una opportunità per questi governi al punto che i movimenti politici ambientalisti – i quali vedono questa ipotesi con grande preoccupazione e sostengono la necessità di mutare radicalmente il paradigma energetico, dal petrolio alle energie rinnovabili – sono trattati con l’arma della repressione. Contrari allo sfruttamento energetico, dalla pesca intensiva del Mar Artico, Greenpeace ha lanciato una petizione per la salvaguardia e la creazione di un ‘Santuario Globale’ (http://www.savethearctic.org/). Gli Arctic 30 si sono resi responsabili di un attacco alla piattaforma della Gazprom. Il loro atto dimostrativo è stato inteso dalle autorità russe come ‘teppismo’. Gli attivisti sono così stati denunciati, arrestati e quindi amnistiati (nell’ambito di una generale liberazione di ‘nemici’ politici di Putin in vista delle Olimpiadi di Sochii. Il teppismo era in realtà protesta pacifica. “Proprio come negli scorsi anni”, scrivono sul sito degli Arctic 30, “la determinazione e il coraggio necessari per avere un futuro migliore per i nostri figli richiedono un sacrificio personale, un sacrificio che gli Arctic 30 stanno ora facendo. Nell’interesse di tutti noi” (www.greenpeace.org).

Ma almeno per i prossimi 100 anni, il petrolio continuerà ad essere la materia prima più ricercata, e non solo come fonte energetica ma anche come strumento per agire relazioni di potere. Il suo controllo è nelle mani di pochi governi, i quali per giunta considerano pace, libertà e democrazia come piccolezze da sacrificare agli interessi economici dei poteri emergenti. In questo contesto, l’Artide, come lo stretto di Hormuz, il Mar cinese meridionale con l’arcipelago delle isole Paracelso e Spratly, le isole Falkland, la zona del mar Caspio, le aree mediorientali ed europee attraversate dai gasdotti, saranno le zone più a rischio di conflitto.

Iraq | Altre due autobombe a Tikrit. A Fallujah è emergenza umanitaria

Un convoglio Isil in direzione di Mosul - via @ajaltamini

Un convoglio Isil in direzione di Mosul – via @ajaltamini

Sei iracheni sono rimasti feriti nell’esplosione contemporanea di due autobombe oggi, Lunedi, a est e a nord della città di Tikrit. Fonti della sicurezza locale hanno affermato che “un’autobomba è esplosa nei pressi di un grande mercato (Tuz Khurmatu) a est di Tikrit, ferendo due civili” . Una seconda autobomba parcheggiata al lato della strada è esplosa nel centro del quartiere Sharqat (120 km a nord di Tikrit): quattro civili sono stati feriti (http://www.azzaman.com/).

L’attacco qaedista sta procedendo sempre con una strategia concentrica verso la capitale. Il giornale Kitabat.com rivela che le condizioni umanitarie della città si stanno rapidamente deteriorando: “la situazione vissuta dalla città è terribile a causa dell’interruzione dell’energia elettrica, acqua e altri servizi di base”. Si tratta di una città di cinquecentomila abitanti. Centinaia di famiglie si sono spostate ad est della città. Sono segnalate gravi carenze di cibo e di prodotti agricoli, di carburanti: i prezzi dei beni sono elevati e tutti i punti vendita hanno chiuso una settimana fa, “nonostante le suppliche di religiosi, capi tribali e cittadini per consentire l’ingresso di merci e cibo in città per sollevarla dall’assedio”. La città è completamente sotto il controllo di ISIL, mentre l’area locale è nelle mani delle forze militari irachene. La situazione di blocco rende impossibile qualunque scambio con l’esterno. L’interruzione dell’erogazione dell’acqua è determinata dalla fuga dei funzionari e dei tecnici del locale ente di gestione. Sempre secondo kitabat.com, nella città si aggirano uomini vestiti di nero ed equipaggiati con armi automatiche e razzi, granate, anti-carro. La commistione fra miliziani e civili renderà molto rischioso il tentativo del governo Maliki di riprendere il controllo di Falluja.