#EP2014 Diretta Elezioni Europee

13.07 Il crollo di voti per Grillo

12.56 Oramai è confermato: eletti fra i civatiani, Daniele Viotti, Renata Briano, Elly Schlein, Elena Gentile. Quindi, per rispondere al quesito di Cerasa di ieri, sì siamo andati bene.

11,03 Preferenze: i civatiani eletti potrebbero essere tre/quattro. Forse due nel NW, quindi Elly Schlein e Elena Gentile.

4,47 Oramai il dato è confermato: successo storico del Pd, che ha riconquistato 3 milioni di voti rispetto al Febbraio 2013. La soglia Italicum è stata superata. La Destra? Quale destra?

23,16 …e visti i precedenti, mi frmo qui. A dopo.

23,11 Tecné invece dà un risultato meno cristallizzato di quello di Masia su La7 PD 27/34 M5S 24/31, con probabilità 58-65%

23,05 Alfano al 4%, in bilico insieme a Lista Tsipras

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23,00 EXIT POLL Italia @TgLa7  PD 33% (+/- 2,5%) M5s 26,5 FI 18

22,50 sì quindi Junker reclama la vittoria – ma i seggi di PPE e PSE potrebbero non bastargli

22,41 L’Ungheria si è smarrita

22,40 Chiaramente è una stima, ma PSE avrebbe 193 seggi

22,23 il paradosso è che il voto antieuropeista avrà l’effetto di rafforzare il partito trasversale del rigore finanziario. Verso Junker?

22,18 Francia: “This result is a shock, an earthquake,” ha detto Manuel Valls, primo ministro socialista. Marine Le Pen chiede nuove elezioni

22,10 Serie storica dell’affluenza, 43,1 dato in linea con 2009

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22,07 scrive Civati: “Come a ogni elezione, tutto il voto minuto per minuto. Tra poco su Ciwati.it: http://www.ciwati.it/2014/05/25/tutto-il-voto-minuto-per-minuto-fino-a-una-certa/

22,05 in Germania affluenza al 47,9% – drammatico il dato in Polonia: 22%

22,00 Jaume Duch-Guillot: è un passaggio storico per l’Unione Europea. L’affluenza al 43,1%

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21,51 sul sito http://electionsnight2014.eu/ la diretta dell’annuncio del portavoce dell’europarlamento Jaume Duch-Guillot sulle prime stime dell’affluenza

21,40 Un riassunto del risultato dei partiti di estrema destra in Europa (Regno Unito, dato del partito di Farage?)

21,30 fra un po’ seguiterò a scrivere ma su twitter @yespolitical – perché si farà tardi..

21,23 Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea

21,10 Seggi chiusi dappertutto, tranne..

21,07 è già arrivato l’appello a Grillo

Tratto da Huffpost.it – fonte ANSA

“Unitevi a noi! Tutti coloro che sono per la libertà, l’indipendenza e contro l’Unione europea devono unirsi a noi”, ha affermato Le Pen, a margine del suo intervento a Nanterre, nel quartier generale del Front National. “L’Unione europea deve restituire quello che ha rubato, con la debolezza, la viltà e il tradimento delle elite europee, deve restituire al popolo la sua sovranità e dobbiamo costruire un’altra Europa: l’Europa delle nazioni libere e sovrane, l’Europa delle cooperazioni liberamente scelte. Ciò che è stato espresso oggi è un rifiuto massiccio dell’Ue”.

21,05 Ultimi dati dalla Francia ridimensionano leggermente il FN (22%)

21,00 Intanto su Twitter #EP2014 sfiora le 200 mila menzioni

21,00 Bulgaria, partito conservatore del premier Borisov al 30%

20,48 Con la crisi del Partito Socialista francese, a rischio la nomina di Martin Schulz come presidente della Commissione Europea. Il gruppo PSE in Europarlamento sarà guidato da SPD e Partito Democratico. Fatto che rende ancor più importante aver espresso le giuste preferenze.

20,40  delusione forte nei commenti su Twitter #EP2014 dopo gli exit poll francesi:

20,37 – Alba Dorata è pur sempre la terza forza partitica in Grecia, in EP gonfierà le fila degli antieuro

20, 30 – Estrema destra euroscettica vince anche in Danimarca – fortuna che i danesi assegnano solo 13 seggi.

20,30 – Il grafico degli exit poll francesi – qui il PS fermo al 14,2

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20,19 Nel 2009 era al 4%

20,17 – Non stiamo tanto bene…

20,15 – Republica.it pubblica un exit-poll per errore ad urne ancora aperte #fail

20,10 – Marine Le Pen e il Front National al 25%, Partito Socialista al 14,7% – tgLa7

20,05 – Oggi pomeriggio Claudio Cerasa ha fissato alcuni criteri che, a suo dire, dovrebbero permettere di valutare i risultati: 1) Renzi vince se supera Veltroni 2008 (???);

– Sfide da seguire nel Pd: De Luca che prova a sgambettar Renzi appoggiando Caputo per togliere voti a Ferrandino (sindaco renziano di Ischia)

– Per sapere quanto pesa ancora Bersani osservare i voti che prenderanno Caronna (nord-est), Zanonato (nord-est), Panzeri (nord-ovest).

– Per capire quanto peserà Civati osservare i voti di Viotti (nord-ovest), Schlein (nord-est), Bonaccorsi (centro), Gentile (sud).

20,00 – Exit Poll in Austria – People’s Party 27%, Socialist Democratic Party 23.8, Green party 15, Freedom party 19

19,50 – Il dato del 42% mostra chiaramente una flessione rispetto al 2009

In controtendenza la Francia, con un aumento della’affluenza di quasi il 2% alle ore 17 35.07% (33.18% nel 2009)  dati Ipsos

19,45 – Affluenza ore 19, dati ancora parziali, ma pare attestarsi al 42%

18.48 – la suddivisione dei seggi tedeschi nel grafico di @electionista

18,40 – Noi invece dobbiamo aspettare sino alle 23, anche se il macrodato europeo conferma buona prestazione dei partiti di sinistra. Se solo fossero uniti…

18,35 – Sono appena usciti gli exit-poll della Grecia che vedono Syriza largamente in testa (27-30%). E quelli della Germania:

  • CDU/CSU (EPP): 36,1% (36 seggi)
  • SPD (S&D): 27,5% (27 seggi)
  • Grüne (Greens/EFA): 10,6% (10 seggi)
  • FDP (ALDE): 2,9% (3 seggi)
  • Die Linke (GUE/NGL): 7,6 (8 seggi)
  • Alternative für Deutschland (—): 6,5% (6 seggi)
  • others: 8,8% (6 seggi).

18,30 – Comincia il liveblogging su yespolitical.com

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Alexis Tsipras, il rischio calcolato

Alexis Tsipras

L’Europa è in una impasse.

Essa non è solo un effetto collaterale della crisi, ma è il risultato di un processo perverso che ha avuto come obiettivo la socializzazione delle perdite e la privatizzazione di tutto ciò che può generare profitti. I bail-outs, i piani di salvataggio che impongono “austerità” ai popoli che li subiscono – non si parla solo di PIIGS ma di tutti i Paesi facenti parte della zona euro –  sono in realtà piani di salvataggio delle banche creditrici.

“I leader europei devono abbandonare l’attuale strategia di austerità”, ha scritto recentemente Frank Hollenbeck, docente Finanza ed Economia presso l’Università Internazionale di Ginevra. Questo non è certo un giudizio idealista, tanto è vero che anche il mondo più scettico della finanza internazionale è arrivato a tale conclusione. Così, il nuovo governo tedesco di Larghe Intese si è potuto formare sulla base del presupposto che, senza una progressiva riduzione del debito e un aumento degli investimenti soprattutto nella periferia meridionale d’ Europa, stremata sia dal punto di vista economico che da quello sociale, non si riuscirà a modificare questa tragica situazione di crisi.

L’interventismo della Troika ( FMI, BCE, Commissione europea) con l’ imposizione dei Memorandum di austerità e di riforme strutturali in direzione di privatizzazioni in settori strategici, ha portato alla distruzione dei servizi pubblici e dei diritti dei lavoratori. Ed è sulle macerie dello Stato Sociale che cambiano gli scenari politici. L’ ascesa  del partito Syriza in Grecia, guidata da Alexis Tsipras, è dovuta alla sua  determinazione a lottare per una nuova strategia economica e sociale a livello europeo, rifiutando le politiche neoliberiste ma senza uscire dalla UE, né dall’euro.

Può essere che nelle Elezioni Europee di quest’anno vi sia un forte astensionismo con una contemporanea affermazione degli euroscettici, i quali auspicano  il ritorno alla sovranità nazionale e la reintroduzione delle monete nazionali. L’Europa, però, ormai esiste ed è irreversibile. Nel maggio scorso Alexis Tsipras, in una intervista  alla CNN, aveva detto che, a causa del memorandum e dell’austerità che impone, “i Greci stanno andando direttamente all’inferno”. Tsipras ha anche detto che il suo partito vuole mettere fine all’austerità tenendo la Grecia nell’eurozona e allacciando nuove alleanze per superare la crisi. “Faremo tutto quel che possiamo per muoverci in questa direzione, per trovare la soluzione alla crisi, che non è un problema solo greco, ma europeo”.

Oggi  constatato che  il piano di salvataggio della Grecia è fallito […] Bisogna fermare immediatamente l’austerità e convocare una conferenza europea sul debito, per la Grecia e gli altri paesi della periferia, come quella di Londra del 1953 in cui si ammise che il conto post bellico tedesco era troppo alto. Servirebbe una clausola sui rimborsi legati alla crescita: se il pil è positivo, paghiamo; sennò, no. Infine ci vorrebbe un «new european deal», un grande pacchetto di investimenti per la crescita – soprattutto nel mezzogiorno d’Europa – che finanzi la ripresa (La Stampa.it).

Tsipras ha affermato che vorrebbe trovare partner a questo fine tra i paesi del sud e del centro Europa. Con tale obiettivo, lo scorso 14 gennaio si è svolto a Roma l’incontro tra una delegazione del partito greco Syriza e i dirigenti nazionali del Movimento Federalista Europeo (MFE). La delegazione greca ha condiviso in pieno gli obiettivi fissati dall’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei, promossa dal MFE) nel New Deal 4 Europe – Per un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione, già presentato alla Commissione Europea. Il progetto prevede la costituzione di comitati promotori nazionali in otto paesi diversi dell’Unione europea, e Syriza  si è impegnata a considerarlo una delle proprie priorità politiche nella prossima campagna per le elezioni europee.

La delegazione italiana ha informato che sono in corso contatti anche con altri movimenti e forze politiche europee per allargare e dare forza alla coalizione per un New Deal 4 Europe. Anche il Partito della Sinistra Europea (SE) ha lanciato la candidatura di Tsipras, leader della Syriza, al Congresso che da poco si è tenuto a Madrid, auspicando che ciò contribuisca alla ricostruzione della sinistra. Oggi la parola “sinistra” è equivoca per molti: se è diventata una forza politica in ascesa in Grecia, in Italia non lo è più.

Tsipras,  che è stato raffigurato come un radicale estremista, è invece un freddo stratega che intende portare avanti con l’Europa un rischio calcolato, in particolare nei confronti di Angela Merkel, il cui governo di Grande coalizione nato dal patto con la Spd, è adagiato su una posizione mediana.  I socialdemocratici avrebbero potuto inserire punti di programma più forti, come quelli del sindacato DGB per un Piano Marshall per l’Europa. Invece  hanno confermato la loro contrarietà a qualsiasi europeizzazione del debito.

Parlando di Tsipras, bisogna far riferimento alla sua intelligenza di  politico e alla sua posizione politica che vuole un’ Europa  radicalmente cambiata: un’ Europa che sia un’unione, un’ Europa non imperiale, ma solidale e democratica. Un’ Europa “che cancelli il Fiscal Compact e modifichi i trattati di Maastricht e Lisbona”. Che riapra il processo costituente e lo rimetta nelle mani dei popoli.

Non  più metodo, ma contenuti […] Un’ Europa che abbia una Banca Centrale interamente pubblica, i cui soci siano le Banche centrali pubbliche dei Paesi membri […] Un’ Europa che svolga un ruolo autonomo e  sovrano nel contesto internazionale e sia una interlocutrice non più  più subalterna con gli USA e promotrice di una posizione strategica nei confronti della Russia (libreidee.it).

L’ Europa attuale, scrive Barbara Spinelli, è invece un equilibrio di potenze  basato sugli egoismi nazionali e sul dominio dei più forti sui più deboli.

Le forze della sinistra italiana nelle elezioni europee del 2009 non hanno eletto alcun rappresentante nel Parlamento perché non hanno raggiunto la percentuale minima richiesta (la legge elettorale italiana ha una soglia di sbarramento del 4%).

Nel corso della giornata del 14 Gennaio, la delegazione di Syriza, guidata da Nikos Pappas, persona molto vicina a Tsipras, ha incontrato personalità appartenenti alla galassia delle forze politiche della sinistra italiana: certamente SEL e Fausto Bertinotti. L’obiettivo esplicito era tastare il terreno onde valutare la praticabilità di una lista italiana che appoggiasse la candidatura di Tsipras alla Commissione Europea.

Il partito di SEL, che da un lato sembra voler costruire una sinistra unita, plurale ed euro-federalista, forse si affiancherà nuovamente all’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici , dove sono rappresentati anche la SPD tedesca, il PD e il PS francese, i laburisti inglesi, piuttosto che confluire nella Sinistra Europea unita con la candidatura di Tsipras.

In Italia è stata proposta una Lista civica sovranazionale e transnazionale di adesione alla canditatuta di Alexis Tsipras. La lista autonoma è promossa da personalità della cultura (Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli,  Guido Viale ) dell’arte e della scienza e da esponenti di comitati, associazioni, movimenti e organismi della società civile che ne condividono gli obiettivi e i contenuti. Non verrà contrattata con alcun partito, per segnare una netta discontinuità con il passato e per marcare  diversamente la proposta: nella volontà dei proponenti, l’adesione a questa lista elettorale non dovrebbe essere confusa con l’apparentamento ad alcuno dei partiti esistenti o di nuova formazione.

Per un’unica Legge Elettorale Europea

Act. React. Impact

Act. React. Impact

La vulgata antieuropeista caratterizzerà il dibattito politico, si presume, almeno sino al voto per le Europee 2014. Si parlerà, senza neanche troppo conoscerli, di Trattati MES e di Unione Bancaria, di Fiscal Compact e di rapporti Deficit/Pil. Si dirà che l’Europa “che vogliamo” è l’Europa dei Popoli e non quella dei Tecnocrati della Bce. Che questa Istituzione comunitaria, il Parlamento Europeo, è distante e vuota, chiusa in sé stessa a parlare la lingua tecnica dei codici.

Giuseppe Civati ha raccolto oggi l’appello di Barbara Spinelli per una riforma della legge elettorale italiana per l’elezione dei nostri rappresentanti a Bruxelles (nella neolingua comunitaria si chiamano MEPs, Members of European Parliament). L’attuale normativa mantiene il carattere di una legge proporzionale pura ma è stata modificata nel 2009 con l’introduzione di una soglia di sbarramento del 4%. Lo sbarramento è uno strumento che i legislatori introducono nelle leggi elettorali al fine da semplificare il quadro partitico e favorire la governabilità dell’Istituzione. Ma tale accorgimento, sebbene sia consentito dai Trattati, non serve nell’ambito del Parlamento Europeo in quanto i gruppi parlamentari sono fissi. Certamente, è anche una soglia che esclude dall’accesso ai rimborsi elettorali, che sappiamo essere il nocciolo di tutto il problema del sistema partitico italiano. Detto ciò, Civati auspica “un unico sistema elettorale europeo, magari associato all’attivazione di quelle forme di consultazione che gli stessi Trattati prevedono”. Qualcosa che, dal punto di vista degli ‘euroconvinti’, sarebbe il viatico naturale per la formazione una opinione pubblica europea e dell’Unione Politica.

Sinora nel TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea), in materia di elezione dei rappresentati dell’Europarlamento, è stato inserito solo un catalogo di principi comuni:

  •  La rappresentanza proporzionale basato sul sistema di lista o voto singolo trasferibile o di preferenza come opzione per gli Stati membri;
  • Elezione diretta a universale suffragio con voto libero e segreto;
  • Gli Stati membri decidono circoscrizioni o aree elettorali, senza pregiudicare complessivamente il carattere proporzionale del sistema elettorale;
  • La soglia di sbarramento massima nazionale dei voti espressi è del 5 per cento;
  • E’ possibile inserire un massimale nazionale per le spese elettorali dei candidati;
  • I deputati godono dei privilegi e delle immunità loro applicabili in base al protocollo dell’8 aprile; 1965 sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee;
  • Dalle elezioni europee del 2004 l’ufficio di un deputato è incompatibile con quella di membro del un parlamento nazionale.

Nell’alveo di queste norme, gli Stati hanno prodotto ognuno per sé il proprio sistema elettorale europeo. Va da sé che questa impostazione impedisce un dibattito politico di tipo comunitario. Le campagne elettorali saranno il riflesso del discussione interna e non vi sarà alcuna commistione fra partiti politici nazionali e partiti politici europei (che pure esistono ed hanno una organizzazione – nel caso del PSE, una Presidenza, una Vice Presidenza e un Consiglio).

Una legge elettorale europea unica per tutti gli Stati non è così lontana nel campo dell’idealità. Esiste un progetto che si chiama “Democracy International – More Democracy in Europe” ad opera di associazioni civili europee, fra cui Citizens For Europe e.V.Mehr DemokratieattacBerlinThe Union of European Federalists, con l’obiettivo di fornire al ristretto dibattito europeo il proprio contributo di proposte politiche, non ultima la Legge Elettorale Europea. Il progetto è naturalmente aperto alla collaborazione, come è possibile vedere sul sito (ma è strano non vedere la lingua italiana fra la lista dei documenti tradotti).

Il progetto di legge elettorale unica (qui il pdf) si compone di dieci punti che qui di seguito cerco di riassumere:

  1. Distribuzione dei seggi: 50% sulla base di liste transanzionali; 50% nazionali;
  2. Liste aperte: l’elettore vota per la lista o per il candidato; l’elettore decide l’ordine di lista, il candidato che prende più voti, diventa il primo della lista degli eletti; permessi candidati individuali;
  3. Elettorato attivo: votano i maggiori di 16 anni di età; possibilità di votare dall’Estero; voto elettronico;
  4. Elettorato attivo: tutti i cittadini maggiori di 18 anni;
  5. Voto comunitario nello stesso giorno; negata la possibilità di combinare elezioni nazionali o regionali ed europee (tranne i referendum) – questo punto dovrebbe avere l’effetto, nelle intenzioni dei promotori, di concentrare l’attenzione al voto per l’Europarlamento;
  6. Registrazione delle liste con consegna di firme (proporzionali al fattore demografico); registrazione entro 30 giorni dal voto;
  7. Distribuzione dei seggi: niente soglia di sbarramento e applicazione del Metodo d’Hondt;
  8. Incompatibilità con altre cariche;
  9. Equo trattamento sui media, divieto di sondaggi nell’ultima settimana di campagna elettorale;  per quanto concerne il finanziamento dei partiti transnazionali, s:
    • Garantire un equo accesso finanziario a quei partiti trans-europei che non hanno ancora eletto alcun candidato; in questo senso, i proponenti intendono giungere ad una nuova definizione di Partito Politico Europeo Transnazionale: “in particolare, la qualificazione giuridica del partito europeo deve comprendere quei partiti o coalizione di partiti che hanno presentato candidati in almeno 3 paesi con lo stesso nome e con lo stesso programma”;
    • Una parte del budget europeo dovrebbe essere destinato alla gestione operativa dei partiti, di cui l’20% dedicato ai partiti transnazionali emergenti;
    • Il finanziamento privato dovrebbe essere limitato, a seconda del numero di voti ricevuti;
    • Gli Stati nazionali devono preoccuparsi di promuovere il voto per le europee, con specificazione delle modalità da seguire;
    • Rimborsare gli Stati per garantire un accesso di base a tutte le liste dei candidati per

      Elezioni europee. Tale rimborso è basato sul tasso di partecipazione alle elezioni europee, questo per garantire che

      una partecipazione massima;

  10. Validazione del voto: nazionale, per le liste regionali; europeo per quelle transnazionali.

Naturalmente si tratta di una proposta, ed è migliorabile. Gli aspetti più interessanti sono, in primis, la formula della proposta di legge da parte di associazioni civiche; in seconda battuta, l’idea di dar vita ai partiti europei, sinora simulacri stabili, congelati in forme organizzative che prevedono una dinamica di confronto fra delegazioni nazionali che non sono mai pienamente integrate; in ogni caso, attribuire la conformità di Partito Europeo ai formazioni che siano presenti in soli tre paesi, pare essere aspetto troppo debole. Forse rivedibile la formula prevista per il finanziamento.

Come al solito, il dibattito è aperto.

UK fuori dall’Europa: Obama in aiuto di Cameron

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Abbandonato dai suoi ministri, specie da Gove e da Hammond, rispettivamente al Dicastero dell’Istruzione e della Difesa, i quali hanno dichiarato giorni fa di esser pronti a votare a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, David Cameron trova un inaspettato sostegno da parte di Barack Obama. Il Presidente americano ha affermato, durante la conferenza stampa a margine della visita di Cameron a Washington, che il Regno Unito compirebbe un grave errore a indire il referendum per l’uscita dall’Unione ancor prima di rinegoziare la propria partecipazione.

Cameron ha definito un piano di negoziazioni con Bruxelles, un piano che dovrebbe essere messo in opera dopo le elezioni, e una consultazione referendaria entro il 2017, sempre se Cameron dovesse ancora governare. Ma è chiaro che la batosta subita dai Tories alle recenti amministrative e il contemporaneo successo degli antieuropeisti di Nigel Farage, hanno accelerato il suo declino in seno al partito conservatore. Si prevede che il premier non verrà ricandidato. Al suo posto potrebbero avere qualche possibilità il sindaco di Londra Boris Johnson e il medesimo Michael Gove. Entrambi potrebbero cavalcare l’onda anti Europa adottando il linguaggio neo nazionalista di Farage.

Cameron ha detto: “C’è una buona ragione per cui domani non ci sarà un referendum – sarebbe dare al pubblico britannico, credo, una scelta del tutto sbagliata tra lo status quo e l’abbandono dell’UE, che non credo sia accettabile. Voglio vedere cambiare l’Unione europea, voglio vedere quale rapporto può avere la Gran Bretagna con il cambiamento e il miglioramento nell’Unione europea”.

Cameron ha anche affermato che il futuro a lungo termine del Regno Unito è all’interno dell’Unione Europea. Obama ha espresso le sue preoccupazioni circa gli eventuali negoziati per un nuovo accordo commerciale fra UE ed USA da prepararsi al prossimo G8. Obama ha interesse che il Regno Unito rimanga all’interno dell’Unione al fine di influenzarne la politica commerciale. Gli USA hanno necessità di ottenere accordi commerciali vantaggiosi con l’UE. Senza l’influenza di Londra, Washington ha strada sbarrata.

Va da sé che la mossa di Gove ha innescato una corsa a chi la spara più grossa sulle ‘colpe’ di Bruxelles. Il popolare sindaco di Londra, Johnson, ha utilizzato il suo spazio sul Daily Telegraph per ricordare agli elettori dei Tories, ma anche e soprattutto a quelli dell’Ukip (il partito di Nigel Farage) che “tutti i nostri mali non nascono a Bruxelles”. Scrive a lettere capitali, Johnson: una abitudine demagogica, fanno notare sul Guardian:

MOST OF OUR PROBLEMS ARE NOT CAUSED BY “BWUSSELS” BUT BY CHRONIC BRITISH SHORT-TERMISM, INADEQUATE MANAGEMENT, SLOTH, LOW SKILLS, A CULTURE OF EASY GRATIFICATION AND UNDER-INVESTMENT IN HUMAN AND PHYSICAL CAPITAL AND INFRASTRUCTURE.

Insomma, un attacco frontale a Gove che il ministro ora dovrà controbattere e che potrebbe non esser così gradito agli inglesi medesimi. Suo malgrado, BoJo – questo il suo soprannome – rischia di vedersi affibbiata l’etichetta del leader del blocco pro-europeo nella guerra fratricida dei Tories.

Nigel Farage sbanca le elezioni amministrative in UK – chi sta ridendo, ora?

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UKIP, United Kingdom Indipendence Party, è il partito dell’europarlamentare Nigel Farage, noto per le sue posizioni antieuropeiste e per la contrarietà alla moneta unica. UKIP si è aggiudicato un totale di 150 seggi nelle elezioni amministrative in Gran Bretagna. Un risultato che ha permesso ai nazionalisti di scalzare dalla posizione di terzo partito i Lib Dems di  Nick Clegg, il quale ha perso ben undici punti percentuali, una debacle.

UKIP non ha eletto alcun sindaco, ma ha causato la sconfitta del partito di Cameron in ben tre città. Risulta il secondo partito in ampie parti del paese, specie al Sud e nel nord-est, dove ha drenato voti anche al Labour party.

Farage è comparso in tv con un sorriso raggiante poiché, a suo avviso, UKIP ha fatto un passo in avanti in termini di credibilità per poter sedere in Westminster:

It’s a fascinating day for British politics. Something has changed here. I know that everyone would like to say that it’s just a little short-term, stamp your feet protest – it isn’t. There’s something really fundamental that has happened here (Telegraph).

E’ un giorno grandioso per la politica inglese, afferma. Ma sul Guardian lo ammoniscono: attento Farage, la strada per il Parlamento è ancora lunga e può essere lastricata di problemi, specie se l’era post Cameron è ancora lungi dal venire. Farage, scrive Michael White, potrà giocare un ruolo di kingmaker se il prossimo premier dei Consevatori, Boris o Michael Glove, non dovesse ottenere una vittoria piena, come è accaduto allo stesso Cameron. Questa ipotesi non è remota, ma difficile. “Farage non è stupido”, prosegue White, “le probabilità rimangono scoraggianti” anche se il bipolarismo continua a permanere atrofizzato. Le sue prospettive dipendono da un fallimento multiplo: sia Ed Miliband che David Cameron dovrebbero mostrare di non essere in grado di affrontare le sfide del nostro tempo, anche se i tenaci Lib Dems locali vengono spazzati via e l’economia non riesce a recuperare, in UK o nell’Eurozona.

In ogni caso, la sua vittoria mostra ancora una volta di più che il malcontento dovuto alla crisi si sta manifestando elettoralmente con cospicui flussi di voti verso le estreme, specie l’estrema destra, antieuropeista e nazionalista. Non parlate di ‘effetto Grillo’ o di grillismo. Farage è stato spesso insultato, chiamato pagliaccio o clown. L’editorialista del Guardian lo definisce “pint-in-hand cheeky chappie”, uno simpatico ma impudente personaggio, sempre con una pinta di birra in mano.

La retorica del faragismo non è certamente imperniata sulla dicotomia casta-anticasta bensì sulla vecchia e collaudata coppia noi-gli altri, coniugata nel senso della opposizione fra inglesi e stranieri, fra Regno Unito e Unione Europea. Più semplicemente, fra persone comuni e banksters. Siamo tutti vittime dei banksters; l’Euro e l’Unione Europea sono prodotto dei baksters, ergo bisogna combattere le istituzioni europee e rafforzare la sovranità nazionale. Molto semplice, immediato. Parla soprattutto ai delusi della destra ma il linguaggio della rappresentazione del nemico plutocratico di Bruxelles attira consensi anche dall’estrema sinistra. Farà breccia nel parlamento inglese come il “collega” comico italiano? Secondo Sky News no.

Nonostante la forza mostrata, i calcoli di Sky News Venerdì sera hanno spiegato che, se il livello di sostegno nelle elezioni locali fosse tradotto in elezioni generali, UKIP non vincerebbe neanche un seggio nel 2015, a causa dei capricci del sistema postale di voto.
Invece il Labour sarebbe primo con 331 seggi, poi i Tories con 245 seggi, quindi i LibDems con 48 seggi e gli altri partiti stimati intorno ai 26 seggi. Sarà vero o i sondaggisti sbaglieranno clamorosamente come in Italia?

OCSE chiede di riformare la legge sulla Prescrizione

A leggere il report OECD sulla situazione economica dell’Italia, specie le pagine che contengono le conclusioni dell’organismo internazionale, ci si stropiccia gli occhi in quanto ci si aspetterebbe ben altro che un invito – inequivocabile – a spingere sulle riforme anticicliche e pro-crescita. E invece, le due pagine di raccomandazioni sembrano un vero e proprio programma di governo: un programma al cui cospetto i discorsi del governo Letta paiono essere più una lista disordinata di (buoni) propositi che mai vedranno la luce.

Dico questo anche un po’ provocatoriamente, ma saprete meglio di me che una delle principali obiezioni sollevate durante la stagione economicamente depressiva del governo Monti rispetto a politiche anticicliche era che i vincoli europei sul bilancio pubblico non potevano essere violati. In realtà non era affatto vietato che il governo prendesse provvedimenti volti ad una generale deregulation, specie nel settore delle professioni. Ma voi saprete che la nostra rivoluzione liberale si è dimostrata una bolla di sapone e la parte politica che storicamente se ne è fatta carico, è stata presto infiltrata da lobbisti e dai piccoli feudatari delle rendite di posizione. Quindi, la nostra interpretazione del dettato europeo è stato: maggiore tassazione erga omnes, conseguente compressione salariale, riduzione dei consumi, riduzione degli ordinativi, riduzione delle produzioni industriali e così via in una spirale negativa che ci ha fatto perdere quasi il 3% di Pil lo scorso anno e – stando alle previsioni OECD aggiornate – il 1.5% nel corso del 2013.

L’OECD ha suddiviso le raccomandazioni in tre parti: la prima dedicata alla politica fiscale e finanziaria; la seconda circa il mondo della produzione della regolamentazione del mercato del lavoro e altre politiche strutturali; la terza e ultima relativa alla riforma della Pubblica amministrazione e della giustizia civile. E’ da leggere la parte relativa al mercato del lavoro, in cui l’organizzazione internazionale suggerisce al governo di rovesciare l’impostazione attuale, che vede garantiti i lavoratori che un lavoro ce l’hanno, mediante le varie forme della cassa integrazione, estendendo una sorta di assicurazione sociale a tutti, compresi disoccupati e quelli che un lavoro non lo cercano più. In materia di controllo della spesa pubblica, l’OECD chiede di proseguire la strada intrapresa con la spending review, stabilendo per la selezione delle politiche di spesa un criterio basato sulla priorità dell’intervento.

E’ molto interessante il capoverso sulla Giustizia. Sarei curioso di sapere cosa ne pensa la dolce metà della maggioranza PD-Pdl poiché in esso si cita la necessità di prevenire e risolvere i conflitti di interesse. Inoltre, per l’OECD il ricorso ai decreti lege andrebbe limitato e il governo dovrebbe legiferare per mezzo di codici o di testi unici. Ma soprattutto colpisce l’ultimo punto, il numero tre, laddove viene prescritto di rivedere la legge sulla ‘Prescrizione’ dei processi, che andrebbe rivista onde evitare ‘manovre dilatorie’, permettendo lo svolgimento sia del processo che dell’appello nei limiti delle prescrizione medesima. Qualcosa di indigesto per i peones di Berlusconi e pertanto non verrà mai raccontato sui giornali.

Quello che segue è il testo delle pagine 13 e 14 del documento pubblicato a questo link: http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/economics/oecd-economic-surveys-italy-2013_eco_surveys-ita-2013-en

In corsivo i miei commenti e le parti che, a mio avviso, sono degne di essere confrontate con le dichiarazioni alle Camere (decisamente soft) del presidente del Consiglio Enrico Letta.

La politica fiscale e finanziaria.

  1. Proseguire gli sforzi per arrestare e invertire la tendenza al rialzo del rapporto debito-PIL. Ciò potrebbe essere realizzato sia con un bilancio in pareggio o con un piccolo surplus fiscale, sostenuto da una forte implementazione di riforme strutturali che agiscano sulla crescita.
  2. Mettere a fuoco il consolidamento di bilancio sul controllo della spesa [spending review], con un processo di revisione della politica della selezione delle priorità, una delle quali è un regime di assicurazione contro la disoccupazione ancor più completo, già legiferato [salario minimo?].
  3. Se le condizioni macroeconomiche si deteriorano, ancora una volta, consentire agli stabilizzatori automatici di funzionare [doppio aumento IVA]
  4. Creare il cosiddetto Consiglio fiscale appena legiferato, dandogli piena indipendenza, personale altamente qualificato, garanzia di accesso ai dati, un bilancio adeguato e la libertà di investigare come ritiene necessario.
  5. Incoraggiare le banche ad aumentare ulteriormente le disposizioni contro le perdite, e continuano a sollecitarle nel soddisfare le loro esigenze di capitale con ricapitalizzazioni o vendita di attività non-core. Incoraggiare la concorrenza nel settore finanziario.

La produzione e la regolamentazione del mercato del lavoro; altre politiche strutturali.
Proeguire le riforme del 2012:

  1. Completare l’attuazione delle riforme chiave, assicurando che la regolazione del settore Trasporti venga istituita rapidamente e che l’Autorità garante della concorrenza utilizzi i suoi nuovi poteri attivamente.

Estendere le riforme:

  1. Rimuovere normative restanti che limitano la capacità nei servizi di vendita al dettaglio e professionali; riconsiderare alcuni passi indietro, in particolare quelli che hanno limitato l’espansione della concorrenza tra avvocati.
  2. Promuovere un mercato del lavoro più inclusivo, migliorare l’occupabilità, con un maggiore sostegno per la ricerca di lavoro e della formazione, collegato con una più ampia rete di sicurezza sociale, anziché salvaguardare posti di lavoro esistenti.
  3. Promuovere l’ampliamento dell’attuale accordo tra le parti sociali in modo da allineare meglio i salari rispetto alla produttività, per contribuire a ripristinare la competitività.
  4. Ampliare la base imponibile [lotta all’evasione] riducendo l’imposizione fiscale completa, consentendo riduzioni di aliquote fiscali marginali sul lavoro, in particolare sulla seconda fonte di reddito.

Pubblica amministrazione e della giustizia civile
Segui attraverso le riforme 2012:

  1. Incoraggiare l’uso delle disposizioni di trasparenza della riforma della pubblica amministrazione e la legge anti-corruzione, agendo con decisione sulle inefficienze, sui conflitti di interesse o la corruzione.
  2. Completare la riorganizzazione territoriale dei tribunali, ottimizzando i processi giudiziari, migliorando l’uso delle tecnologie dell’informazione e allargando gli incentivi per un maggiore utilizzo di meccanismi di risoluzione alternativa delle controversie. Continuare razionalizzazione del governo sub-nazionale [abolizione delle province].

Estendere le riforme.

  1. Limitare l’uso di decreti legge, lavorare per codici (“Testo Unico”) della legislazione, garantire la valutazione dell’impatto effettivo di leggi e regolamenti, e aumentare l’uso di clausole transitorie.
  2. Costruire intorno alle disposizioni di legge anti-corruzione sviluppando a tutti gli effetti una Legge sulla libera Informazione [nel testo ‘freedom of information act‘].
  3. Rivedere la legge sulle limitazioni (“prescrizione”) nei procedimenti per crimini di corruzione per ridurre gli incentivi a manovre dilatorie, come includere lo svolgimento del processo in primo grado e d’appello nei termini della prescrizione.

Il ballo della Troika e la Slovenia

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Sembra che fra i due milioni di abitanti della Slovenia non siano molto chiare le conseguenze dell’incontro fra il neo Primo Ministro Alenka Bratusek e José Manuel Barroso, avvenuto ieri a Bruxelles. Bratušek è divenuta Premier il 20 marzo 2013, dopo il voto di sfiducia parlamentare al governo di Janez Janša. È la prima donna a svolgere l’incarico di Primo ministro in Slovenia. Le condizioni economiche del paese sono abbastanza gravi tanto da far prospettare il ricorso agli strumenti di difesa della Zona Euro. Ma le due principali testate giornalistiche online, Vecer e Primorske Novice, non aprono le home page con titoloni della famigerata serie ‘Fate presto’ e simili. La politica ha il suo spazio, fra le altre notizie, nelle slide riassuntive degli eventi di giornata, ma nessun allarme rosso. Eppure il paese è prossimo candidato al commissariamento della Troika, poche settimane dopo Cipro. L’edizione cartacea di Primorske Novice apre con un titolo molto rassicurante: “Europa ritiene che non sarà necessario l’aiuto della Slovenia”. Ma noi tutti conosciamo cosa è il “ballo della Troika”[1].

L’incontro con Barroso è stato seguito da una serie di commenti che purtroppo siamo molto abituati ad ascoltare: la Slovenia “non ha chiesto aiuti”, “non ha bisogno di aiuti” ma “siamo molto preoccupati della sua stabilità” e “il nuovo governo non solo dovrebbe attuare riforme, ma deve costruire un consenso nazionale per attuare queste riforme” (sono le parole esatte di Barroso, ndr.). Di cosa si tratta? Ma naturalmente di privatizzazioni, di compressione salariale ottenuta con una maggiore tassazione, di una riforma del sistema bancario, di riforma pensionistica, di riforma costituzionale con l’inserimento della norma sul pareggio di bilancio. Ricetta nota.

I sindacati, scrivono su Primorske Novice, non consentiranno queste riforme ma, aggiungono, i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici potrebbero non essere sufficienti a coprire l’intero anno. Vecer riporta – a metà home page – le parole di Olli Rehn secondo il quale la situazione slovena è “grave”. Rehn afferma, tuttavia, che “non si tratta di un passo verso un programma di aiuti ma è necessario intendere il messaggio di oggi come una chiamata necessaria per la Slovenia e gli altri Stati con gravi squilibri di suscitare azioni decisive per invertire la tendenza negativa”. Ma l’Institute of International Finance (IIF), sollecita la zona euro a garantire alla Slovenia un prestito di precauzione, in modo da evitare qualsiasi successivo ampliamento dell’assistenza finanziaria.

La storia slovena degli ultimi mesi ricorda molto i fatti italiani del 2011. Un primo ministro accusato di corruzione (Janša), una veloce crisi parlamentare e un nuovo governo che nasce con una agenda politica scritta a Bruxelles:

Dopo le elezioni del 2011 Janša fu eletto nuovamente Primo Ministro con l’appoggio di 5 partiti, nonostante il parere contrario del Presidente della RepubblicaDanilo Türk dovuto al processo per corruzione in corso contro di lui. Nel gennaio 2013 Janša fu accusato di corruzione da parte della Commissione per la Prevenzione della Corruzione. Gli alleati di governo della Lista Civica chiesero le sue dimissioni da Primo Ministro; dopo il rifiuto di Janša, tre partiti lasciarono la coalizione di governo e il 27 febbraio2013 il governo è stato sfiduciato dall’Assemblea Nazionale. In seguito alla formazione del governo Bratušek il 20 marzo 2013 Janša è tornato membro dell’opposizione (Wikipedia).

La situazione economica e finanziaria è però differente da quella italiana. Lo squilibrio delle finanze pubbliche è stato causato non dal debito pregresso ma dai salvataggi delle banche.  Attualmente il debito/pil è al 52%, ma le scelte di oggi lo spingeranno ben oltre il 100% già nel 2020:

[è previsto] un incremento della disoccupazione che dal valore medio del 5,8% del periodo 2003-2008 è prevista arrivi al 9,8% nel 2014. E il bilancio pubblico segue. Il deficit/Pil a seguito della correzione approvata, dovrebbe arrivare al fatidico 3% l’anno prossimo, a fronte però di un aumento del debito pubblico che arriverà lo stesso anno al 61% del Pil (formiche.net).

[1] Il ballo della Troika è lo stillicidio di dichiarazioni, spesso in contraddizione fra di loro, sull’esigenza o meno di aiutare finanziariamente un paese della Zona Euro.