Il governo taglia del 20% il finanziamento a partiti e sindacati. In Spagna

Il giorno nero della Spagna: il governo di Mariano Rajoy ha annunciato misure draconiane per un totale di 65 miliardi di euro. Saranno approvate venerdì, dal Consiglio dei Mnistri, e saranno applicate immediatamente. Questo è il risultato del bailout del EFSF, per salvare le banche spagnole.

Ecco le misure prese:

  1. aumento dell’IVA agevolata dall’8% al 10%;
  2. aumento dell’IVA normale dal 18% al 21%;
  3. aumento delle accise;
  4. riduzione delle detrazioni per l’abitazione principale;
  5. eliminazione della tredicesima per i dipendenti pubblici e riduzione dei giorni di ferie;
  6. riduzione della indennità di disoccupazione a partire dal settimo mese;
  7. riforma delle pensioni;
  8. riduzione del 30% delle consulenze esterne ;
  9. riduzione di 600 milioni della spesa dei ministeri;
  10. ma soprattutto: taglio del 20% al finanziamento pubblico a partiti e sindacati.

    Che dire: Rajoy non è ancora stato linciato dai partiti spagnoli, ma dinanzi alla eliminazione della tredicesima il 20% di taglio ai soldi destinati ai partiti era doveroso.

Trattato MES all’esame dell’Alta Corte tedesca

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer (Photo credit: Wikipedia)

Sono ben due i ricorsi contro i recenti Trattati Europei, il Fiscal Compact e il Trattato MES. Ad opera di Linke e di un ex CDU, tale Peter Gauweiler. Così l’Alta Corte della Repubblica Federale Tedesca si appresta a far vivere all’Europa il suo giorno più lungo. Se dai Custodi della Legge Fondamentale tedesca arrivasse una bocciatura ai trattati europei, allora sarebbe il caos. Anche Angela Merkel potrebbe veder pregiudicata la propria leadership nel paese: è lei ad aver firmato per la Germania i due trattati. Se non li difendesse in sede di giudizio di legittimità, allora mancherebbe al suo ruolo di Cancelliere. E’ una partita molto rischiosa, nessuno può permettersi di perderla.

Sebbene il MES o ESM abbia una struttura quasi di diritto privato – è al pari della BCE, un istituto bancario o per meglio dire finanziario – e sia di fatto molto antidemocratico avendolo fornito di forme di deliberazione diverse dal board della BCE (voto ponderato come il Consiglio vs. una testa un voto), la sua approvazione è divenuto un passo irrinunciabile. Mi spiego: se domani l’Alta Corte dovesse dichiarare ESM o il Fiscal Compact contrari alla legge tedesca e in definitiva una violazione della sovranità statuale in materia finanziaria, allora questi trattati cesseranno immediatamente di esistere. Nessuno potrà mai ratificare un trattato che non sia adottato dalla Germania. Sia chiaro: sarebbe la fine dell’Europa. Linke e il deputato della CDU hanno messo il proprio paese in una brutta posizione e hanno scaricato sui giudici costituzionali una responsabilità prima di tutto politica, che non compete a dei giudici. Questo perché è un fatto politico l’aver riconosciuto a livello europeo che la “sempre maggior integrazione” di cui si parla nel Trattato Istitutivo della Unione Europea è giunta ad interessare la parte di sovranità statuale relativa ai bilanci pubblici. Questo è un fatto inoppugnabile. Jean Monnet, uno dei padri dell’Europa, intuì nella integrazione funzionale la via per poter creare un modo per far interagire gli Stati Europei senza per forza farsi la guerra.  L’Unione Europea è nata come un atto di pace. Il paradigma funzionalista l’ha fatta evolvere in un carrozzone che produce burocrazia. Per la vulgata comunista, l’Europa è sempre stata una riserva plutocratica che usa la potestà regolamentare per plasmare il mercato a proprio piacimento. Fu Enrico Berlinguer, durante il Comitato Centrale del PCI del 9 febbraio 1973 ad affermare che “nella prospettiva del superamento dei blocchi, e del ricostituirsi in forma di una presenza unitaria dell’intera Europa, noi ci battiamo intanto per un’Europa Occidentale che sia democratica, indipendente e pacifica: non sia né antisovietica né antiamericana”. Soltanto dopo il 1973 si può parlare di europeismo di sinistra.

Se Linke oggi è contro il MES e il Fiscal Compact (“tolgono denaro al welfare tedesco”) allora significa che Linke vuol cancellare quell’originario atto di pace che fu il Trattato di Roma del 1957. Abbiamo all’epoca riconosciuto i nostri destini comuni di cittadini europei. Non dovrebbe più esistere un welfare tedesco, ma il welfare tedesco dovrebbe esser parte di un più generale welfare europeo. Invece gli egoismi nazionali ci stanno di nuovo mettendo uno contro l’altro e l’austerità pretesa da Merkel sta spogliando i paesi meno virtuosi del sud europeo del proprio welfare nazionale.

Cittadini Europei, l’antidoto alla distruzione dell’Euro

L’ora dei cittadini europei!

di Ernesto Gallo e Giovanni Biava

L’esistenza stessa dell’Euro è minacciata da attacchi speculativi, soprattutto da parte di Wall Street, mentre gli USA hanno scelto di dare priorità alla regione Asia-Pacifico. Perché i politici europei, invece di discutere soluzioni tecniche dal fiato corto, non ritornano ad un’idea democratica e ‘politica’ di Europa federale?  Il tempo passa, e le tensioni sociali aumentano; soprattutto la rabbia dei giovani. Chi e’ pronto a combattere per l’unita’ europea? Che cosa e’ rimasto dell’Unione europea sull’agenda politica di Washington? Forse l’Atlantico e’ diventato una periferia del Pacifico?

Se uno spettro si aggira ancora per l’Europa, quello spettro è l’Europa stessa – quella politica, per essere precisi. Almeno dal 2011 il progetto politico europeo è colpito dalla speculazione finanziaria internazionale, dalle sue sedi a Wall Street e nella City di Londra. La politica internazionale intanto è del tutto assente.  Gli USA hanno rifocalizzato la loro attenzione strategica sull’area del Pacifico e contribuito all’indebolimento dell’Unione europea, potenzialmente un competitore di tutto riguardo. L’Europa, d’altra parte, resta in silenzio. I cittadini europei continuano ad essere bombardati da notizie su tassi di interessi, debito pubblico, spread, mentre disoccupazione, incertezze, disperazione e povertà aumentano. Un intero tessuto sociale pare in via di disgregazione.

Perché nessuno ridà voce all’idea di un’ Europa politica federale, un tempo promossa da Altiero Spinelli e alcuni statisti illuminati ed ora apparentemente dimenticata? Come può una politica ‘tecnocratica’ aiutare a tenere in vita ideali, valori ed il welfare in un mondo di competizione ‘globale’?

In realtà il progetto europeo è importante, attuale e potenzialmente benefico come non mai. L’unità europea degli anni del dopoguerra non era affatto un’idea di pochi ‘esperti’ motivati dalla volontà di contrastare la minaccia sovietica: era anche una speranza di pace e democrazia.

Si considerino gli aspetti internazionali, economici, e sociali della crisi attuale, e le ragioni per cui un’Europa politica è ancora una volta importante, in un modo nuovo e differente.

Tra pochi anni, forse già nel 2016, per la prima volta nella storia moderna, la più grande economia del mondo non sarà in occidente. Così secondo il World Economic Outlook Database del Fondo Monetario Internazionale (Aprile 2011), e stiamo naturalmente parlando della Cina Popolare. E’ il principale creditore del Tesoro USA e dispone del secondo budget militare nel mondo. E’ chiaro che Washington ne sia preoccupata e rivolga le proprie attenzione alla Cina e a tutta l’area del Pacifico.

Tale centralità è ben illustrata dalla scelta di nominare al Tesoro USA Timothy Geithner, un economista indipendente con esperienza di vita e di studi in Cina e Giappone, e da dichiarazioni chiave di esponenti di punta dell’amministrazione USA. Su ‘Foreign Policy’ di Novembre 2011, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha scritto di una ‘svolta strategica verso la regione Asia-Pacifico’, mentre, durante il viaggio di Obama in Indonesia lo scorso anno, il Consigliere per la Sicurezza nazionale, Tom Donilon, ha parlato di ‘implementazione di un sostanziale e importante riorientamento della strategia globale USA’.

Non si tratta solo di parole e diplomazia. Gli USA hanno accresciuto il proprio sforzo economico e strategico in Australia, Burma, Corea del Sud. Il Pil pro capite di Australia e Singapore ha da anni superato quello dell’antica madre patria britannica. L’intero Pil della Corea del Sud potrebbe superare quello italiano intorno al 2015. I numeri non lasciano dubbi.

Dove è dunque l’Europa? Come ha detto Hillary Clinton nel suo articolo in ‘Foreign Policy’: ‘L’Europa è ancora un alleato importante e stiamo investendo nell’aggiornamento della struttura della nostra alleanza.’

Insomma, l’Europa vale un ‘aggiornamento’, niente di più.

Per gli Stati Uniti, un’Europa politica sarebbe un competitore forte, e l’Euro una minaccia all’egemonia mondiale del dollaro. La fisionomia dell’Unione europea di oggi riflette già la sua subordinazione a Washington e a Wall Street; con la crisi finanziaria del 2008 la sua fragile struttura è collassata.

Quanto agli USA, essi non hanno né gli strumenti né la volontà di aiutare l’Europa. Anzi.

Semmai gli Stati Uniti hanno scelto di lasciar affondare l’Euro e prevenire ogni possibilità di reale unione politica. La crisi inoltre offre alle istituzioni finanziarie statunitensi e britanniche la possibilità di intervenire e appropriarsi di assets finanziari ed industriali europei di livello a basso costo.  In questo senso, si possono comprendere gli attacchi all’Euro lanciati da speculatori finanziari, hedge funds, agenzie di rating, nella relativa inerzia dell’amministrazione USA. In altri termini, Wall Street sta conducendo una guerra di posizione contro l’Euro e la stessa idea di integrazione europea.

Nel frattempo, la Casa Bianca tace e mette a fuoco l’Asia, a parte le estemporanee fregole elettorali di Barack Obama.

In effetti, sin dall’inizio degli anni 70, particolarmente negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed altri paesi anglofoni, i capitalisti hanno principalmente investito in attività finanziarie. Banche di investimento, fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, agenzie di rating e altro ancora sono entrati gradualmente nel gioco economico e politico globale.

Non ci si meravigli allora che l’UE abbia assunto connotati ‘tecnici’, di ‘governance’,  malgrado le intenzioni dei suoi fondatori; non ci si sorprenda che attori economici quali banche di investimento o hedge funds (o le molto chiacchierate agenzie di rating) abbiano iniziato a speculare ed attaccare l’UE che vedono come debole e fondamentalmente incapace di difendere la propria valuta. Il punto chiave non è che gli Stati Uniti o altri attori siano interessati a fare profitti in Europa; dopo tutto, è il loro lavoro. Il punto chiave è che l’UE non ha proprie istituzioni, o un’agenzia europea di rating, o altri strumenti come i molto discussi Eurobonds. Tali istituzioni però non sarebbero sufficienti. L’UE non può semplicemente essere una ‘macchina’ economica efficiente; necessita di una forma politica democratica, senza la quale la sua legittimità sarà sempre debole. Tale debolezza è già evidente ora, se diamo un’occhiata ai crescenti problemi sociali ed alle tensioni, che rappresentano una terza fase della crisi dopo il crollo finanziario e la crisi economica.

I giovani stanno pagando il prezzo più alto. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 52% sia in Spagna che in Grecia, e non e’ ancora finita, visto che entrambi i paesi sono in recessione. Intanto il numero dei giovani NEET (‘not in education, employment, or training’) sta crescendo anche nel Regno Unito, dove la disoccupazione dei giovani si aggira ‘soltanto’ intorno al 20%.

Mario Monti ha spesso lodato le virtù dell’”economia sociale di mercato”, e criticato i modelli di sviluppo sia degli USA che della Cina. Purtroppo, il modello che piace a Monti sembra destinato ai libri di storia, soprattutto se, come ha dichiarato il ministro Fornero, il lavoro ‘non è un diritto’. Un’Europa divisa, debole e tecnocratica rischia infatti di cadere preda o del modello USA o di quello cinese, entrambi rispettabili, ma tipici di esperienze storiche e culturali diverse dalla nostra.

Lo spirito originale dell’Unione europea – le idee di pace, democrazia, inclusione sociale – sembra essersi diluito in una tecnocrazia sempre meno efficace. Perché nessun leader politico – neanche i ‘nuovi’ come Hollande – si fa bandiera di una vera unione politica e democratica? Forse l’Europa è diventata troppo anziana ed auto-compiaciuta? Forse nessuno vuole davvero cambiamenti radicali?

Senza di essi, senza unità politica federale, parlare di pace e welfare sarà sempre più difficile. Inoltre, il peso del declino e della inerzia della classe dirigente europea verrà probabilmente sopportato dai giovani.

Come è possibile che nessuno sia pronto a rinfrescare l’idea di unità europea ed a battersi in suo nome?

L’ora dei cittadini europei!

Monti ha minacciato le dimissioni per forzare il sì di Merkel

Secondo El Pais, Mario Monti avrebbe tenuto in scacco il Consiglio Europeo per un’ora – quell’ora di mistero in cui Angela Merkel ha rimandato la propria conferenza stampa – minacciando le dimissioni se non fossero state prese in considerazione le sue proposte. “E’ stato un momento di grande tensione”, ha rivelato un dirigente comunitario di massimo livello. La situazione si è sbloccata soltanto alle tre della mattina di Venerdì, durante l’incontro bilaterale Monti-Merkel. Gli accordi siglati in precedenza, al G-20 a Los Cabos (Messico), e durante i due incontri a Roma e Parigi, che avevano praticamente delineato le misure per fronteggiare la crisi del debito e la mancata crescita, una volta che i leader europei erano arrivati a Bruxelles, erano diventati “lettera morta”, riportano le fonti de El Pais. Questa circostanza avrebbe fatto infuriare il primo ministro italiano, sino alla minaccia di dimissioni.

Continua a leggere: http://internacional.elpais.com/internacional/2012/06/29/actualidad/1340996603_211857.html

La Nuova Unione Europea resterà un fantasma politico

Lady “Casper” Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea

Il Consiglio europeo di giovedì e venerdì si troverà a dover decidere delle complicazioni della crisi del debito. Forse sorgerà una Unione Europea fondata su quattro pilastri: Finanza, bilanci pubblici, politica economica e legittimazione democratica. Ne manca uno. La politica estera. Il documento che sarà sul tavolo della UE rifonderà l’unione economica e monetaria. Non quella politica, che per antonomasia è il tallone d’Achille di questa multilevel governance disordinata. Ernesto Gallo e Giovanni Biava sono gli autori dell’articolo che segue, in cui si prendono le mosse da un interrogativo – la politica estera europea esiste? – per finire a parlare dello squilibrio delle potenze che ha come teatro l’Africa, le sue terre rare, il petrolio e naturalmente la guerra.

Politica estera europea: esiste?

di Ernesto Gallo e Giovanni Biava*

Lo studioso francese Justin Vaïsse ha recentemente scritto che ‘il malato d’ Europa è l’Europa stessa’ (16 febbraio 2012). Tale conclusione è stata raggiunta al termine di una valutazione dettagliata della politica estera europea nel 2010 e 2011 compiuta dallo European Council on
Foreign Relations (ECFR). Purtroppo, pensiamo che Vaïsse abbia ragione. Con un budget preventivo di appena €96 miliardi per il periodo 2014-2020, un Alto Rappresentante pressoche’ sconosciuto, la signora Catherine Ashton, le cui decisioni dipendono dal voto unanime di 27 paesi, e un profilo generalmente basso su molti temi (per tacere della assenza dal vertice regionale ASEAN del 2011), non puo’ sorprendere che la valutazione ufficiale dello ECFR sia stata piuttosto critica (Scorecard della Politica Estera Europea, 2012).

La politica estera europea e’ stata quasi mai unitaria e convincente. Quelle dei singoli Stati poi sono state spesso contradittorie e fallimentari. Se aggiungiamo a cio’ la persistente crisi dell’Euro ed il declino economico relativo di fronte ai paesi BRICS, possiamo concludere con Garton Ash (Guardian, 10 novembre 2010) che l’economia e la politica europee saranno presto facile preda di potenze emergenti (quale la Cina) e della loro presunta aspirazione a ‘dividere e governare’ il continente. Crediamo pero’ che un’Europa debole e divisa non sia in grado di portare benefici ne’ a potenze emergenti, né a qualunque ordine internazionale; la storia insegna che un benessere durevole e’ fortemente legato a pace e cooperazione, come l’esperienza dell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale illustra. Cina o Russia trarrebbero beneficio da accordi e cooperazione con un’ UE più forte, con una singola politica estera ed ispirata ad un modello federale, che coniughi unita’ e diversita’.

La relativa debolezza della politica estera europea è evidente in tutti i teatri d’azione. L’Europa è stata abbandonata dagli USA, che ora stanno dando priorita’ alla regione del Pacifico. In termini di sicurezza, i paesi UE restano junior partners della NATO, mentre non e’ emersa alcuna capacita’ militare europea alternativa ed autonoma. Quanto alle istituzioni finanziarie, l’UE non si e’ nemmeno pronunciata nella disputa sulla nomina del nuovo presidente della Banca Mondiale, in cui il vincitore, il candidato degli Stati Uniti, Kim, è stato criticato per molti motivi, compresa la sua relativa ignoranza in materia di sviluppo a paragone con il Ministro delle Finanze nigeriano, la Signora Okonjo-Iweala, e l’economista colombiano, Ocampo. Ciò è particolarmente deludente se consideriamo che i leaders europei dovrebbero essere più attenti ai cambiamenti di forza nelle relazioni economiche internazionali, così bene illustrati dalle origini degli ultimi due candidati.

Quanto ai rapporti UE-Russia, malgrado le complementarità tra le due regioni, persistono forti tensioni. Mosca è il principale fornitore di gas dell’Europa e gode di un forte potere di ricatto. Inoltre, la Russia è spesso riuscita a dividere l’UE; il consorzio North Stream, che sta attualmente
costruendo una gasdotto Germania-Russia (che taglia fuori i paesi baltici e dell’Europa centrale), è presieduto dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, un fatto che ha destato proteste in molti tra i paesi marginalizzati. La combinazione tecnologia tedesca – risorse russe è fonte di preoccupazione, sia in Europa che negli USA, come è stato espresso chiaramente dal Direttore di Stratfor, George Friedman (17 marzo 2012).

Le debolezze della politica estera UE sono ancora più visibili in una zona di importanza economica cruciale per la Cina e gli altri BRICS: L’Africa del nord e quella sub-sahariana. Qui la campagna libica della NATO sta mostrando i suoi effetti peggiori. L’intervento contro Tripoli fu soprattutto supportato da Francia e Gran Bretagna, con il sostegno USA e dei paesi del Golfo. Significativamente, la Germania si astenne sulla relativa risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, mentre l’Italia, uno dei più importanti partners commerciali della Libia, mise a disposizione le basi militari dopo aver espresso qualche perplessita’. Sono queste divisioni profonde che svuotano di significato una
qualsiasi politica estera europea. Cio’ si aggiunge alla divisione fra paesi occidentali da una parte e Cina e Russia dall’altra; anche queste ultime astenute sull’intervento in Libia. La fine del regime di Gheddafi ha poi portato con se’ ulteriori problemi. I guai libici si sono riversati sui paesi limitrofi, con i ribelli Touareg e un numero imprecisato di militanti islamici che guadagnano terreno nel Mali ed
in Niger. Il golpe militare a Bamako, tradizionale alleato USA ed ex colonia francese, rappresenta un tentativo disperato di mantenere la regione sotto controllo occidentale.

In termini politici, il re e’ nudo. La Francia, il vecchio ‘padrone’ coloniale, non e’ in grado di dare stabilità ad una regione, il Sahel, in cui attori quali gli USA e la Cina hanno interessi vitali, mentre l’UE in quanto tale non ha alcun ruolo. È dunque difficile considerare l’intervento francese in Costa d’Avorio un ‘grande successo europeo’ (ECFR, 2012), se pensiamo che esso fu dettato da interessi puramente francesi ed in una zona caratterizzata da crescenti tensioni e divisioni. Fra coloro che dalle tensioni stanno traendo benefici, troviamo gruppi islamici militanti quali i nigeriani di Boko Haram, i cui tratti non sono ancora chiari. Cio’ che invece è evidente è che la politica estera europea
non ha funzionato neppure in questo contesto. Dopo l’8 marzo, quando un ostaggio britannico ed uno italiano di Boko Haram sono stati uccisi durante un’azione di salvataggio anglo-nigeriana, e’ scoppiata una dolorosa tenzone diplomatica fra l’Italia ed il Regno Unito. Non sappiamo se Londra avesse informato o meno l’Italia, né le ragioni del fallimento dell’azione. Politicamente parlando, tuttavia, il punto è un altro: dov’ era l’Unione europea? Come può accadere che due dei suoi paesi piu’ grandi litigano su un tema scottante, mentre Bruxelles resta in silenzio? Un’azione di salvataggio UE/Nigeria avrebbe forse avuto piu’ senso!

Considerazioni simili valgono per la crisi diplomatica tra Italia e India, dovuta alla presunta uccisione di due pescatori indiani da parte di due fanti di marina italiani (il 15 febbraio), ed al rapimento di due italiani in Orissa da parte dei ribelli maoisti (il 18 marzo). In entrambi i casi la politica italiana si e’ dimostrata contraddittoria ed inefficace. Ma dov’ è l’Unione Europea? Invocato dal Ministro degli Esteri Terzi (il 9 marzo), il suo fantasma non si è ancora materializzato. I limiti della politica estera UE sono stati ancora più evidenti nei rapporti con la Cina, il più grande dei BRICS. In primo luogo, la principale sede istituzionale, il Summit UE-Cina, è tenuto su base annuale, una cadenza probabilmente non sufficiente, se consideriamo che l’UE è il più grande partner commerciale cinese, con un traffico giornaliero di oltre un miliardo di Euro, come ricordato da Barroso in occasione dell’ultimo Summit (il 14 febbraio 2012). Mentre il numero di Summit annuali potrebbe essere raddoppiato, l’esistenza di tre ‘leaders’ europei, il presidente della Commissione, quello del Consiglio, van Rompuy e quello dell’Eurogruppo, Juncker, sembra generare ulteriori confusioni, incertezze sui rispettivi ruoli e lentezze decisionali. In effetti, le iniziative dei singoli Stati, soprattutto la Germania, sono molto più efficaci, a detrimento di un approccio europeo unitario. La disputa sull’estrazione delle ‘terre rare’, su cui l’UE ha recentemente sfidato la Cina (13 marzo 2012), è un segno di debolezza piuttosto che di determinazione. Una sola impresa del settore, Rhodia (Francia), è acquartierata nell’UE, mentre rilevanti porzioni dell’industria europea (per esempio, la produzione
di automobili tedesca) dipendono dalle importazioni di quei minerali. Nonostante i suoi interessi e la sua forza nel commercio internazionale, l’UE non ha assunto una posizione comune neppure in quest’area, con marcate differenze fra paesi più ‘protezionisti’ (l’Italia o occasionalmente la Francia) e più paesi ‘aperti’ (come il Regno Unito). La mancanza di una posizione comune in politica estera è poi nociva non solo all’ Europa, ma anche alla Cina. Come può l’Euro essere valuta di riserva stabile e sicura in assenza di una politica economica europea e di un governo europeo? Ancora, chi è autorizzato a ‘rappresentarla’? Il Signor Juncker è uno dei pochi leaders mondiali senza un budget,
dal momento che una politica fiscale europea non esiste. La mancanza di una singola politica estera ha altri effetti negativi sia sui rapporti UE-Cina sia sulle questioni piu’ generali di global governance.

Come si e’ visto, le relazioni internazionali in zone strategiche quali il Medio Oriente o l’Africa sono ancora dominio delle vecchie potenze coloniali, il cui approccio miope e spesso predatorio si e’ rivelato di ostacolo sia allo sviluppo locale che alla stabilità internazionale. L’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha fortemente criticato l’approccio ‘lento e a volte paternalistico’ degli investitori europei (gennaio 2008) a confronto con l’attitudine piu’ pragmatica e co-operativa dei cinesi. Inoltre, l’assenza di una vera politica europea ha chiaramente ostacolato ogni lotta efficace contro le forze estremiste e terroriste, che sembrano muoversi lentamente dal Medio Oriente verso l’ Africa del nord e a sud del Sahara. Sia l’UE che la Cina sono interessate ad una riforma della cosiddetta ‘global governance’; in questo senso, la Gran Bretagna e la Francia potrebbero rinunciare al loro seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza in favore di un singolo seggio UE; tale scelta riconoscerebbe la necessità di aggiornare l’organizzazione politica mondiale, in cui i paesi BRICS e di altre regioni del mondo reclamano ormai un ruolo.

Il 2011 è stato l’anno del dialogo UE-Cina sulla gioventù, mentre il 2012 è quello del ‘dialogo interculturale’. Si tratta di iniziative encomiabili perché ogni cooperazione inizia con lo scambio culturale (inclusa la lingua), la formazione e la partecipazione dei giovani, ossia le generazioni future. Tuttavia, il loro successo potrebbe rimanere limitato, se l’UE non saprà dotarsi di una singola e ben definita politica estera, finalizzata a stabilizzare l’Europa e fornire un contributo più forte ad un ordine internazionale sostenibile.

*Ernesto Gallo e Giovanni Biava sono gli autori del blog Giovine Europa New.  Questo è il loro primo articolo su Yes, political! .