Intercettazioni, il finiano Granata: preservare il diritto di cronaca

C’è chi si chiede dove siano i finiani. Lo fa, per esempio, Alessandro Giglioli, dalle colonne del suo blog, con questo breve post:
io vorrei tanto chiedere al bravo Filippo Rossi, all’ottima Flavia Perina, al pacato Alessandro Campi, ma anche agli onorevoli Italo Bocchino e Fabio Granata, a tutti i fondatori di Generazione Italia tipo Carmelo Briguglio e Benedetto Della Vedova, Andrea Ronchi o Roberto Menia, e così via: ma una parola contro questa legge bavaglio sulla stampa, no? Ma davvero la fate passare così, con i vostri voti decisivi alle Camere? E con quale faccia vi ripresenterete il giorno dopo a parlarci di liberalismo e destra moderna e a fare la fronda al Cav.? Scusate, ma questa mi pare un po’ una prova del nove, per vedere se pensate davvero le cose che dite o giocate solo a fare gli adolescenti ribelli, di quelli che però all’ora di cena tornano sempre a casa (Legge bavaglio: ma Fini dov’è? – micromega-online – micromega).
E coincidenza, ecco la risposta di Fabio Granata, deputato fedelissimo di Gianfranco Fini, alfiere di quella politica liberale che il presidente della Camera si pregia di condurre, direttamente dalle pagine di FareFuturo Web Magazine. Secondo Granata, i finiani sarebbero in attesa “di vedere il testo nella sua formulazione definitiva” poiché al Senato sarebbero state apportate modifiche sulle quali è necessario “riflettere ancora”. Granata e i finiani hanno fatto proprie le questioni sollevate dal procuratore generale antimafia Grasso:

  1. in primis, la questione del ‘doppio binario’ investigativo (ovvero quel complesso di norme che afferiscono principalmente ad istituti di estremo rilievo processuale poiché attengono alla fase delle indagini preliminari, al regime della custodia cautelare in carcere, ai mezzi di acquisizione della prova – in particolare, le intercettazioni telefoniche ed ambientali – ai termini di custodia cautelare ed al loro ripristino dopo la sentenza di condanna di primo grado, al regime ed alla valutazione della prova, strumenti che per i reati di tipo mafioso hanno portata eccezionale e producono risvolti negativi sulla sfera delle garanzie dell’imputato);
  2. la rapidità con cui deve essere disposta l’intercettazione;
  3. il tema della riservatezza legata alla conduzione delle indagini con lo strumento dell’intercettazione, che fonda la propria efficacia sulla inconsapevolezza dell’indagato;
  4. i precedenti punti non possono essere limitati al solo quadro dei reati di tipo mafioso, bensì devono essere riconsiderati anche per quei reati minori che per esperienza si sa esser collegati alla mafia.

Per Granata, un partito di ‘destra’ deve avere a cuore la questione della legalità. E in certi casi “il contrasto alle mafie deve venire prima della tutela della privacy di qualche deputato o di qualche cittadino”. La sicurezza dello Stato deve essere preminente rispetto al diritto alla privacy.
Poi c’è il ‘bubbone’ del diritto di cronaca: “noi”, ricorda Granata, “grazie alla presidente di Commissione Giulia Bongiorno, avevamo reintrodotto alla Camera la possibilità di pubblicare quanto meno il riassunto delle intercettazioni, in modo che il diritto di cronaca fosse garantito senza tuttavia permettere la creazione di vere e proprie gogne mediatiche”. Modifica che ora è già archiviata dalla mano restauratrice del relatore di maggioranza. Comunque, secondo il finiano, “bisogna evitare (e su questo c’è una grande attenzione da parte del presidente della Repubblica) che il ddl metta a rischio il diritto di cronaca” (Ffwebmagazine – Granata: «Ddl intercettazioni, la lotta alla mafia prima di tutto»).

Quali le conclusioni? Le strategie dei finiani, se ce ne sono, non verranno applicate prima dell’approdo in aula del provvedimento. In Commissione Giustizia continueranno a mostrarsi ‘fedeli’ al governo. Per il dopo, si possono avanzare due ipotesi: strategia congiunta con il PD al fine di far saltare la parte di norme liberticide, compresa quella sulla stampa; mantenere una fedeltà di facciata alle indicazioni del governo, ma promuovere ordini del giorno volti a far tornare il provvedimento in Commissione Giustizia dove riaffrontare i temi sopra indicati, ritenuti pregiudizievoli per le inchieste di mafia. Fini non è così sprovveduto dal caricarsi della responsabilità del fallimento del governo su un provvedimento ‘molto caro’ al presidente del Consiglio. Il giorno dopo si aprirebbe la contraerea dei giornali di Berlusconi, per ora momentaneamente messa in sordina dal (finto) premier dopo le scaramucce dello scorso mese. Allora certamente Fini potrebbe optare per una strategia più accorta, aiutando indirettamente l’opposizione, magari fornendo notizie sul numero dei senatori effettivamente presenti e offrendo al PD l’opportunità di imboscate su singoli emendamenti. Tutto si giocherà in aula.

Segui l’iter di approvazione del provvedimento:

Atto Senato n. 1611 – XVI Legislatura

Ricatto o killeraggio, Marrazzo può non essere l’unico. Il Corona style applicato ai viados.

Pensate a una piramide. Alla base, la bassa manovalanza, i ricattatori, i violatori di privacy, che nel caso Marrazzo erano pure carabinieri – nei primi giorni scrivevano i giornali di una “banda di carabinieri”, e chi ricorda la Uno bianca ha avuto qualche brivido – e al vertice risiede un grande coordinatore nascosto, in grado di manovrare i dossier scottanti come egli stesso vuole. Una applicazione del modello Corona, oggi alla sbarra, fatto di foto o video frutto di pedinamenti e intrusioni nella sfera privata della persona. Il caso Boffo è stato il primo di una serie di linciaggi a mezzo stampa. Anche in quel caso è stata paventata l’omosessualità del soggetto. Il giudice Mesiano è stato osservato di nascosto mistificandone il comportamento come i nazisti fecero nel ghetto di Varsavia con gli ebrei in un terribile documentario. E infine il caso Marrazzo, certamente facilitato dalla condotta discinta del governatore del Lazio, ma provocato dalla irruzione in un domicilio privato, quindi da un abuso ordito da presunti carabinieri in cerca di soldi facili.
Entrambi i casi hanno aspetti inquietanti e similari, in primis l’effetto di aver fatto fuori dallo scenario pubblico i personaggi colpiti, (Boffo e Marrazzo, nel caso Mesiano questo non è accaduto, ma si presume che l’intento fosse il medesimo). Oppure l’esser riusciti a farli passare per pazzi o sessualmente deviati. Uno scenario che ha a che fare da vicino con le purge staliniste. Il nemico politico veniva annientato sottoponendolo a giudizio in processi farsa. Quella attuale è la variante mediatica della purga: al processo si sostituisce la gogna, all’accusa di essere dei cospiratori la vergogna di veder esposte alla luce del pubblico le proprie miserrime vicissitudini private. Dell’uomo vengono mostrate le meschinità del corpo, e l’effetto di demolirne l’immagine pubblica è raggiunto.

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    • Tra le tante cose che non tornano del caso Marrazzo ci sono anche le date in cui il video è stato visionato dal direttore di “Chi”, Alfonso Signorini

       

    • ha confermato di aver visto le immagini del governatore del Lazio con una trans: “Effettivamente una decina di giorni fa dall’agenzia fotografica Masi mi è stato proposto”

       

    • A Il Fatto risulta che Signorini visiona il filmato il 5 ottobre, almeno dieci giorni prima di quanto dica

       

    • Signorini, come lui stesso ha confermato a Skytg24, avverte Marina Berlusconi e l’amministratore delegato della Mondadori, Maurizio Costa, ma smentisce di aver parlato con il premier

       

    • «Le foto mi sono state offerte dall’agenzia fotografica Masi alla modica cifra di 200 mila euro trattabili e non appena ho visto le immagini – ha spiegato ritenuto che non fosse assolutamente il caso di renderle pubbliche, né di acquistarle…. Credo proprio sia vero che Berlusconi abbia contattato Marrazzo, ma non sono stato io ad avvertire Berlusconi»

       

    • Questa la sua versione ieri, nella giornata in cui uno dei vice direttori di “Chi”, Rita Pinci, è stata licenziata (stessa sorte era capitata nello scorso luglio a Paola Bergna, photoeditor, non proprio in linea con la direzione di Signorini)

       

    • La comunicazione alla Pinci è arrivata a mezzogiorno, un quarto d’ora dopo è stata direttamente “accompagnata” fuori dalla Mondadori

       

    • Chi è l’unico giornale che ha ottenuto una copia del filmato di Marrazzo per visionarlo, non era stato possibile né per Oggi né per Libero

       

    • Il settimanale della Rizzoli è stato il primo giornale a cui la Photo Masi si è rivolta

       

    • Umberto Brindani: “Sono stato contattato nella prima metà di agosto da Carmen Masi

       

    • Ha chiamato subito me perché c’è un rapporto di fiducia, è un’agenzia molto seria con cui lavoro da anni

       

    • mi proponeva un video che ritraeva il governatore Marrazzo con un trans, mi ha detto anche che su un tavolo si vedevano strisce di cocaina e denaro

       

    • Rientrato dalle vacanze il direttore Andrea Monti, decidiamo di comune accordo di mandare il nostro cronista più esperto, Giangavino Sulas

       

    • incontra due dei quattro carabinieri arrestati, ma quel giorno non rivelano certo la loro identità

       

    • va il primo di settembre a Roma

       

    • gli mostrano il video

       

    • Sulas li avverte che deve parlare con Monti e con me prima di qualsiasi decisione

       

    • L’inviato di Oggi torna a Milano il 2 settembre e racconta quanto visto a Monti e Brindani che nel giro di una paio di giorni rifiutano di aprire qualsiasi trattativa

       

    • c’è di mezzo la vita di un uomo

       

    • non era pubblicabile per violazione della privacy e per probabile violazione di domicilio

       

    • non avevamo potuto parlare con il transessuale e non era chiaro che il video fosse autentico

       

    • Per noi la vicenda era archiviata

       

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    • Indagini a tutto campo. Anche e soprattutto per accertare se oltre a Piero Marrazzo, ormai ex presidente della Regione Lazio, sotto ricatto c’erano altri personaggi famosi

       

    • Politici, attori, calciatori, nomi sussurrati dagli stessi trans dell’ormai famoso appartamento di via Gradoli

       

    • Nomi che però non risulterebbero allo stato agli atti dell’inchiesta, nè nelle intercettazioni

       

    • il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli stanno passando al setaccio almeno tre rapine compiute la scorsa primavera da sedicenti carabinieri ai danni di transessuali

       

    • Verifiche ci sono anche per stabilire chi portava la cocaina nel corso degli incontri, chi la cedeva e chi la comprava

       

    • Altri accertamenti invece riguardano i soldi, tantissimi, usati per pagare i transessuali che, per un rapporto «con coca», chiedevano anche 5.000 euro

       

    • Ma anche i soldi che avrebbero percepito i quattro carabinieri arrestati sempre frutto di altri ricatti

       

    • non ci sono accertamenti in corso su Marrazzo

       

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