L’agguato di via Arenula e gli scontri del #14N: chi comanda la Polizia di Stato?

Il coordinamento quantomeno discutibile dell’ordine pubblico durante la manifestazione del #14N aggiunge un altro tassello alla lunga sequenza di errori, anzi, alla malagestio della Polizia di Stato dalla Diaz ad oggi. I lacrimogeni sparati dalle finestre e dal tetto del Ministero della Giustizia, proprio sopra l’ufficio del Ministro Severino, sono un dettaglio inquietante in un quadro di sospetti ancora più denso. La prassi di trasformare le grandi manifestazioni pubbliche in pestaggi sembra essersi consolidata intorno allo schema ben noto della provocazione-repressione, con l’esito di mettere in scena il disordine e fomentare la paura. Quali le ragioni ultime di questa strategia? La piazza sembra debba essere sempre tenuta sotto scacco da poche decine di violenti che a loro volta devono fronteggiarsi con gli agenti di polizia, in una sorta di rappresentazione scenica del conflitto fra popolo e Stato, fra disordine e ordine. Non c’è grande manifestazione degli ultimi anni che non abbia seguito questo schema. E’ forse più di un sospetto che questo copione sia recitato a memoria, a discapito di chi vuol realmente e pacificamente esprimere le proprie idee e il proprio disaccordo con la politica della crisi. Un sospetto che va inquadrato nel più ampio scenario della cosiddetta guerra di successione interna alla Polizia di Stato.

Antonio Manganelli è capo della Polizia dal 2007. Dopo lo spostamento di De Gennaro alla carica di sottosegretario con delega ai servizi, il suo nome era fra i papabili per il vertice del Dis, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Ma Mario Monti gli ha preferito un ambasciatore, Giampiero Massolo. Non è stata, quella di Massolo, una scelta di rottura con De Gennaro poiché Massolo medesimo è persona legata a De Gennaro, bensì una sorta di ‘mossa del cavallo’ da parte del governo, impegnato in un tentativo di spending review anche sul fronte del Servizio Segreto. Dopo gli episodi del 14 Novembre e di via Arenula, Manganelli ha dichiarato di volere la testa dei “poliziotti violenti”. Manganelli forse sa di essere isolato all’interno del corpo di polizia. Sta cercando di rifarsi una verginità dinanzi all’opinione pubblica, adottando posizioni fin troppo populiste per un capo di polizia. Per farvi notare quanto Manganelli sia isolato, basta citare le parole del questore di Roma, Fulvio della Rocca: “Se a un certo punto veniamo aggrediti militarmente, con un attacco ‘a testuggine’, è chiaro che dobbiamo reagire, perché siamo qui anche per questo: per tutelare la legge, questo è il nostro compito. Questo stesso sistema di azione è stato messo in atto in altre città, quindi probabilmente c’è una regia in tutto questo” (Repubblica.it). Anche il Ministro Cancellieri si è espressa in maniera dissonante rispetto a Manganelli: “Tutta Italia ieri bolliva, è facile dire le cose dopo, ma dobbiamo pensare che gli agenti hanno operato in condizioni difficili e complesse” (www.fattidicronaca.it).

L’isolamento di Manganelli è cominciato diversi anni fa, quando – malato – si era recato negli USA per le cure, viaggio che gli è costato qualche critica interna. La sua situazione ha avuto per così dire un aggravio con il cambio di governo con la polemica sul suo reddito: il capo di polizia più pagato al mondo, veniva scritto a inizio anno, quando il Ministro Patroni Griffi avviava l’operazione trasparenza sui redditi dei funzionari statali.

Da che parte gli provenivano questi colpi? Per la Polizia di Stato, l’avvento del governo Monti ha rappresentato una cesura netta. Il’ partito’ dei Prefetti, con la nomina di Cancellieri all’Interno, ha ripreso vigore a discapito del cosiddetto partito dei superpoliziotti, gli eredi della Squadra Mobile di Palermo degli anni Ottanta, per intenderci quella che operò al fianco di Giovanni Falcone, una squadra la cui storia è stata oggetto di una recente revisione in senso dubitativo sulla loro reale fedeltà al magistrato. Quei superpoliziotti che rispondevano al nome di La Barbera, De Gennaro, Manganelli, Longo, hanno ‘governato’ la Polizia da metà anni Novanta sino ad ora, rivestendo diversi incarichi e restando pressoché indenni alle responsabilità del G8 di Genova del 2001. Già perché la sentenza sulla scuola Diaz ha decapitato le seconde linee, i vari Gratteri, Calderozzi, Luperi, Canterini. Tutti provenienti dalla lotta al potere mafioso, abituati forse ai modi spicci che al rispetto dello Stato di diritto. Ma ha lasciato praticamente intatto il vertice.

Anche la vicenda del corvo del Viminale potrebbe essere interpretata come parte dell’operazione ‘terra bruciata ‘ intorno a Manganelli.

Le rivelazioni del Corvo sugli appalti truccati al Viminale acquistano uno spessore inedito, in cui l’importante non è il “come”, ma il “quando” […] La prima testa eccellente a rischio è quella di Nicola Izzo – definito dal Corvo “il puparo della combriccola” -, il vice capo della polizia, l’erede naturale di Manganelli […] l regolamento di conti è tra poliziotti e prefetti, con i secondi nettamente avvantaggiati dal fatto di avere al governo diversi “colleghi”. La successione di Manganelli potrebbe essere anche un’occasione per risistemare alcuni “amici in difficoltà” (senzasoste.it).

Il governo Monti, ridisegnando i confini delle province, ha generato malcontento nella classe prefettizia poiché meno province vuol anche dire meno prefetture. Quale miglior occasione per il partito dei prefetti di far pervenire la propria voce e avanzare pretese sul vertice della Polizia? Da alcuni mesi si stanno profilando le candidature, tutte di origine prefettizia: Giuseppe Procaccini (ex prefetto di Latina), Franco Gabrielli (capo della protezione civile) e Alessandro Pansa (ex prefetto di Napoli). Procaccini e Pansa sono entrambi campani e non sono entrambi candidature limpide, sfiorati in modi diversi da soggetti prossimi al potere camorristico (I TRE PAPABILI ALLA GUIDA DELLA POLIZIA – PREFETTI PERFETTI?). Procaccini, fra l’altro, era sponsorizzato da Nicola Cosentino quando questi era sottosegretario all’Economia. Infatti, nella qualità di referente territoriale della maggioranza (Pdl), passava al vaglio gli incarichi dei prefetti provenienti dalla Campania. Su Procaccini l’onorevole Cosentino espresse il suo massimo apprezzamento. E Procaccini venne fatto capo di Gabinetto dell’Interno.

Lo schizzo di fango che ha silurato Nicola Izzo, quell’anonimo che è stato etichettato come opera del corvo del Viminale, ha forse evidenziato un problema grosso che investe il Viminale ma non solo. Gli appalti e la corruzione. Già perché il signor Izzo fu già oggetto di sospetti. Per gli appalti di Finmeccanica, in primis, per i quali è indagato dalla procura di Napoli. Sospetti anche per un suo intervento, inusuale quantomeno, presso la procura di Imperia. Izzo, insieme all’altro vicecapo della polizia, Francesco Cirillo, avrebbero offerto “supporto investigativo” alla procura di Imperia sulle indagini circa la costruzione del porto di Imperia. Nell’inchiesta era coinvolto l’ex Ministro Claudio Scajola e Francesco Bellavista Caltagirone, il costruttore romano che fu fatto rientrare entro i termini dell’appalto in maniera a dir poco oscura.

Questo retroscena viene raccontato in un dossier che parte dal 20 dicembre 2010. Un mese e mezzo prima Caltagirone, Claudio Scajola ed altre quattro persone sono indagate per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa. Avrebbero cioè pilotato l’ affidamento dei lavori a Caltagirone facendolo precedentemente entrare nella compagine societaria della Porto Imperia spa senza nessuna procedura di gara pubblica (Il costruttore e i superpoliziotti quegli strani incroci di Imperia – La Repubblica).

Caltagirone, iscritto al registro degli indagati, si adopera presso Manganelli affinché il medesimo gli fornisca informazioni sulle carte dell’inchiesta, rimasta per buona parte coperta da segreto istruttorio. Dagli uffici del capo della polizia naturalmente partirono le smentite. Izzo non era mai stato ad Imperia né tantomeno Caltagirone si era rivolto in alcun modo a Manganelli. In ogni caso, Izzo è stato messo fuorigioco e ora resta un solo candidato dell’area dei superpoliziotti. Si tratta di Nicola Cavaliere, poliziotto, 65 anni, e “rappresenterebbe una scelta di transizione, in attesa di capire i nuovi equilibri politici del Paese” (senzasoste.it). Soltanto una volta completata la transizione e riassegnata la leadership morale dei prefetti sui poliziotti con una nomina, la prassi della repressione violenta di piazza potrà dirsi superata. Ma forse in questa frase è contenuto solo un auspicio personale che probabilemtne non alberga dalle parti del Viminale.

Perché il Giornale e Libero negano la Trattativa Stato-Mafia

Come spesso accade, anche sul tema della trattativa Stato-Mafia, Il Giornale e Libero hanno titoli simili e propongono interpretazioni altrettanto simili, se non gemelle. La Procura di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari per quattro persone e su Libero ci vanno giù duro, facendovi intendere – falsamente? – la sproporzione fra la misura cautelare e il reato, che si è compiuto vent’anni or sono. Così Davide Giacalone non vi dice che tre di queste quattro persone arrestate sono già detenute: Salvatore Madonia, secondo la Procura il mandante della strage; Vittorio Tutino, autore del furto della 126 che fu tramutata in autobomba; il presunto basista Salvatore Vitali e Calogero Pulci, ex pentito. Per Il Giornale, Salvatore Madonia è un “presunto boss”. Il curriculum vitae di questo presunto boss lo potete ascoltare su Radio Radicale:

  1. in qualità di imputato: Processo per l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi
  2. in qualità di testimone: Processo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici (Riina ed altri)
  3. in qualità di imputato: Maxiprocesso a “Cosa nostra”

Secondo Salvo Palazzolo (Repubblica.it) Salvatore o Salvino Madonia è un “capomafia pluriergastolano“, “accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista”. Di presunto non c’è più nulla su un ergastolano, per giunta plurimo. Se vi pare poco.

Secondo Gian Mario Chiocci e Mariateresa Conti, autori del pezzo su Il Giornale, la Procura di Caltanissetta ha alle spalle venti anni di insuccessi e di “innocenti in galera”. Si riferiscono alle false dichiarazioni del pentito Scarantino, che hanno permesso all’epoca ai magistrati di chiudere in fretta e furia l’inchiesta su via D’Amelio. Scarantino viene impiegato dai due giornalisti come argomento contro l’attuale procura di Caltanissetta e non contro i magistrati del 1992, con i responsabili dell’ingiustizia, coloro che imbastirono le accuse false imbeccati da chissà quale fonte “oscura”. Il pentito Scarantino mentiva? Colpa dei magistrati di oggi che pure lo hanno scoperto.

Continua Giacalone: “partiamo dalla fine […] io non faccio indagini e non istituisco processi, ma resto convinto che Borsellino muore, dopo che era stato ammazzato Falcone, perché era un ostacolo all’insabbiamento e dell’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti, immediatamente distrutta dopo la sua morte”. Giacalone ha una teoria e della realtà se ne frega. Ha questa teoria e piega i fatti al servizio del suo intendimento. Tutte balle, il 41 bis non c’entra. Ora, sarà strano ma anche in questo caso l’informazione che vi ha dato il buon Giacalone è incompleta. E, manco a dirlo, è la solita vulgata che circola nei media di destra. Perché allora far saltare il magistrato con una autobomba? Se il movente erano gli appalti, non bastava una pallottola, come peraltro la mafia sapeva fare e ha fatto in tantissime altre circostanze? Ed è altrettanto lampante il disegno stragistico che dal Maggio del ’92 prosegue con le cosiddette ‘stragi sul continente’. Per Giacalone tutto questo è irrilevante. Irrilevante che il ministro dell’Interno del ’92, Vincenzo Scotti, un mese prima di Capaci, disse pubblicamente che era in atto una strategia destabilizzante. Poi, in una notte, fu misteriosamente deposto da Andreotti. Ma Giacalone spiega l’attentato in stile Beirut in via D’Amelio con il fatto isolato dell’inchiesta mafia e appalti. Poi c’è quell’intervista, l’ultima, quella in cui Borsellino parla per la prima volta dei ‘cavalli’ di Mangano e di un flusso di denari che passava dalla Sicilia in direzione Nord. Naturalmente nessuna traccia. Nessuna menzione su questo fatto. Invece Chiocci e Conti, su Il Giornale, abbozzano una teoria comportamentista su Borsellino: se Borsellino sapeva della Trattativa, allora perché non la denunciò, “perché non la tradusse in atti formali, come era suo costume?” Se dubitava del capo del Ros, Subranni – disse alla moglie che era punciutu – perché continuò a lavorare insieme a lui fianco a fianco sino all’ultimo giorno? Subranni era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l’ufficiale – poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi – che è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni.

Secondo il testimone d’accusa, colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso (PA), indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da “cosa nostra” subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia (cfr. Wikipedia alla voce Mario Mori).

Mentre su Il Giornale viene dato qualche credito alla vicenda dell’ammorbidimento del 41 bis, il regime di carcere duro, giustapposta per insinuare dubbi sulla condotta dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e sul ministro della Giustizia Giovanni Conso, certamenti non immuni da ombre – Conso ha dichiarato di aver “autonomamente” disposto nel 1993 la sospensione del 41 bis a circa quattrocento detenuti mafiosi – su Libero viene contestato apertamente al teorema del 41 bis un certo grado di illogicità. Poiché la trattativa sul carcere duro giustifica la strage di Via D’Amelio e non l’attentato di Capaci. Allora perché ammazzare Falcone e moglie con tutta la scorta, facendo esplodere una autostrada? Il carcere duro, spiega Giacalone, fu imposto dopo la morte di Falcone, e non prima. Perché intavolare una trattativa anzitempo? Giacalone difetta di inquadramento storico: siamo nel 1992, ok? E’ morto Lima, ammazzato per strada. E’ quello il casus belli fra mafia e politica. E’ la ‘goccia che fa traboccare il vaso’. Al nord si affacciava una nuova forza politica, la Lega Nord, federalista e secessionista, il peso dei partiti tradizionali stava diminuendo, Mani Pulite sarebbe iniziata da lì a poco. Al Sud era tutto un proliferare di strane Leghe meridionaliste, con dietro le quinte personaggi ambigui come Licio Gelli. L’omicidio Lima è stato un atto di guerra. La guerra Stato-Mafia presupponeva una trattativa di pace. Un trattato di non belligeranza. La sensazione che dietro quelle stragi e tentate stragi non ci fosse solo la mafia rimane sempre molto alta, al di là delle dichiarazioni dei pentiti. Ciò che sorprende è il silenzio e i “non ricordo” dei protagonisti della politica del biennio  ’92-’93. Il Giornale e Libero non si spingono più in là delle loro tesi e, a parte sospettare di Scalfaro e Ciampi, nulla dicono del sospetto che la Seconda Repubblica – la variante videocratica della Prima Repubblica – sia il frutto malato di quella trattativa – l’opera ingegneristica di un gruppo di pavidi signori scesi a compromessi con la controparte mafiosa.

Per approfondire:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW173

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW154

Allarme sanitario: la Sindrome di Stoccolma ha contagiato il Mondo intero!

FONTE: Liberarchia

Secondo recenti studi dell’ OMS (Organizzazione Militanti Sovversivi) una strana epidemia si sta diffondendo a macchia d’ olio in tutto il pianeta, e credo ti convenga leggere attentamente questo testo, perchè molto probabilmente SEI GIA’ STATO CONTAGIATO PURE TU!

Per chi come me è del tutto ignorante in materia medica, la Sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (talvolta giungendo all’innamoramento) nei confronti del proprio sequestratore.
E per quanto possa sembrare incredibile questa patologia è stata riscontrata in intere masse di individui che collettivamente manifestano simili sintomi.
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Si chiamano Goldmanien, gli uomini di Goldman Sachs

Goldmanien è il termine utilizzato da Le Monde per definire gli uomini ‘ombra’ che costituiscono la rete di Goldman Sachs in Europa e nel mondo. Se ne è fatto un gran parlare in rete: Mario Draghi, Mario Monti, Lucas Papadémus, tutti uomini con un passato nella banca d’affari e con un piede o nella Trilaterale o nel Gruppo Bilderberg.

Certo, GS ha una rete di economisti sparsa per il globo, ma GS ricerca l’eccellenza e l’eccelenza in Italia è difficilmente riscontrabile nella classe politica che siede in parlamento. Si è dovuto pescare da fuori, e non a casa si è scelto un uomo – Mario Monti, e prima di lui Draghi (ricordate? prima di Draghi in Bankitalia c’era Fazio) – che già fu scelto da GS. E se hai la mano di GS sulla spalla, ce l’hai per sempre, sebbene i ‘goldmanien’ non siano mai gente che ‘cala la maschera’: pare che sia una sorta di tacito accordo fra gli stessi goldmanien e la banca. Mai dire che sei uno dei nostri.

Nella realtà, scrivono su Le Monde, la ‘rete’ ha perso la sua efficacia: troppi i passi falsi, troppo il coinvolgimento nell’avvio della più grande crisi finanziaria dopo il 1929. La politica non si fida degli uomini GS poiché sa che sono impopolari. Dietro il fallimnento greco, per esempio, c’è la mano di GS con l’incredibile truffa degli swap.

Sappiate però che la lista degli uomini GS non si ferma a Draghi, a Monti o a Papadémus. Pensate per esempio alla Grecia, fregata da GS e ora guidata dai ‘goldmanien’. Papadémus era presidente della Banca Nazionale Greca quando GS orchestrava la truffa dello swap; Papadémus ha oggi voluto un uomo come Petros Christodoulos capo dell’agenzia di gestione del debito greco. Christodoulos è un ‘goldmanien’: è stato un trader di GS.

Goldmanien è pure Otmar Issing, economista tedesco, membro del board della Deutsche Bundesbank dal 990 al 1998 e poi dell’Executive Board odella BCE fino al 2006. Oggi è un advisor di GS, un consigliere. Issing è un falco dell’euro, sostiene che l’Italia deve e può farcela da sola e che non servono aiuti. L’Italia deve fare le riforme e la BCE non può soccorrere i governo che hanno fallito. Tradotto: la BCE la smetta di comprare Btp. Divergenze di vedute, anche nella rete di GS.

Fra i goldmanien troviamo anche Jim O’Neill, l’inventore del termine BRICS, un visionario dell’economia (intuì l’ermegere di paesi come il Brasile già nel 2001): O’Neill è attualmente il presidente della Goldman Sachs Asset Management, tanto per dire.

E il presidente del comitato promotore dei giochi olimpici di Londra? Si chiama Paul Deighton. Goldmanien anche lui.

Voi che sostenete il teorema del New World Order, del Complotto Mondiale, ora avrete di che pensare.

No Tav, Manifestazione a Chiomonte: diretta twitter no stop

Vodpod videos no longer available.

Diretta Radio Black Out

Radio Black Out – diretta streaming per connessioni lente

Narracci un’invenzione di Ciancimino? Spatuzza ha solo parlato di somiglianze

Oggi, gli avvocati di Narracci hanno smentito parzialmente la notizia di ieri: il riconoscimento di Spatuzza sarebbe fallito. Avrebbe solo parlato di somiglianze fra il Narracci e l’individuo appartenente al Sisde che afferma di aver visto sul luogo dove fu preparata la 126 usata nell’attentato di Via D’Amelio.

Qualcuno ha scritto a Yes, political! sulla vicenda. Un resoconto corposo che ho deciso di ripubblicare qui di seguito:

Narracci non è mai stato indicato da nessuno come un depistatore delle indasgini.

Al processo per la strage in cui fu ucciso Borsellino, Scarantino specificò che i depistatori erano il capo della Mobile Arnaldo la Barbera e i soggetti che collaboravano con lui, Bo Ricciardi e Santo La Barbera. Infatti disse: “Io sapevo soltanto di traffici di droga, Ma il dottor Arnaldo La Barbera rispose che non gliene fregava niente della droga, che gli interessavano solo gli omicidi, le stragi”. Pressioni, minacce, vermi nella minestra, botte. Cosi’ Scarantino dice di essersi convinto a collaborare. Coinvolge il magistrato Ilda Boccassini applicata a Caltanisetta proprio per quelle indagini (la quale però poi depositò una nota scritta con la quale si dissociava dall’impostazione dell’inchiesta che faceva leva su Scarantino) e accusa il pm Anna Maria Palma, accusa l’ ex capo della Mobile di Palermo e poi questore di Napoli, Arnaldo La Barbera, e con lui altri dirigenti della Mobile palermitana. “A Palermo per l’ udienza preliminare scrissi un biglietto che lasciai in un cuscino: “Se mi ammazzano e’ stato La Barbera”. Ma nessuno lo trovo’ . Cosi’ ho accettato. Arrivarono La Barbera, Boccassini e l’ avvocato Li Gotti (attualmente deputato dell-IDV). La Barbera mi disse che avrei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbero dato duecento milioni”.

Vincenzo Scarantino si era autoaccusato chiamando in causa gli altri esecutori materiali (Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta, tutti condannati in primo grado all’ ergastolo). “Mio fratello Rosario dice che ho detto tutte bugie? disse in un’udienza in rogatoria a Como. E vero. Tutto vero”. E non era la prima volta, che Scarantino ritrattava, l’aveva gia’ fatto quando era sotto protezione e in liberta’, prima della condanna a 18 anni di carcere per aver partecipato alla strage. E del resto la Procura di Palermo (Caselli era più volte giunto ai ferri corti con Tinebra magistrato massone, allora Procuratore capo della Repoubblica di Caltanisetta n.d.r.) alla collaborazione di Scarantino non ha mai creduto: nonostante si fosse accusato di 4 omicidi nel capoluogo, la Procura di Caselli non ha mai utilizzato le dichiarazioni di Scarantino e non ne ha mai chiesto la protezione.

Ma il voltafaccia di Como e’ certamente il piu’ clamoroso, in udienza, davanti alla Corte d’ assise. Raccontò in quella circostanza Scarantino: “I quaranta giorni nel carcere di Pianosa sono stati per me un incubo, indimenticabili. Scrivevo sui muri dei bagni che se dicevo bugie e’ perche’ mi volevano ammazzare. Dissi che avrei detto tutto quello che sapevo sul traffico di droga, perche’ quello sempre ho fatto, sigarette e droga. I pm Di Matteo e Palma a Como invece di chiedere il passaggio degli atti alla procura per indagare Arnaldo la barbera e i suoi collaboratori, chiesero di interrompere il monologo di Scaratino e che la Corte rinviasse l’ esame a un momento successivo. Ma il presidente della Corte li mando affanc…… Scarantino allora parlo di minacce, di pressioni. Disse di aver fatto quei nomi per dispetto: chi non gli dava le sigarette per il contrabbando, chi gli aveva fatto degli sgarbi. E i nomi eccellenti? La Barbera, Cancemi, Aglieri? Disse che lui, che di mafia non sapeva nulla, si era fatto una cultura ascoltanto Radio Radicale e leggendo i giornali.

Nella circostanza il controesame del pm Di Matteo fu tesissimo. Scarantino ricorse spesso ai “non ricordo”. Poi si rifiutò del tutto e concluse: “Mi sono tolto un peso. Riportatemi pure in carcere coi detenuti comuni. Ma ricordate che forse stanotte mi ammazzano”.

Mai Narracci è comparso in qualsiasi interrogatorio in cui si parla di depsitaggio o di collaborazione di esponenti delle Istituziooni con la mafia. Se Franco – come sembra era un esponente del Mossad – era normale che Narracci lo accompagnasse a casa di Ciancimino. Del resto questo Franco di cui parla il figlio di Don Vito che cosa avrebbe mai fatto?

Nè si parla di Narracci nell’interogatorio a difesa dei funzionari infedeli Bo, Ricciardi e Santo La Barbera. Narracci quindi è solo un invenzione di Ciancimino.

Invece l’ipotesi della accusa che scaturisce dalle nuove indagini presso il Sisde suona inquietante e imbarazzante insieme. Perché coinvolge, anche se è morto dal 2002, un esponente della Polizia deviata, Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, e poi di Napoli e di Roma, salito fino ai vertici dell’Antiterrorismo. Una carriera prodigiosa, piena di successi ed encomi per via della sua affiliazione al Sisde deviato di Vincenzo Parisi.

Il che dimostra che negli anni delle stragi il sistema era tutto camuffato. La D.C. tramite Vincenzo Parisi manteneva un sostanziale controllo sia del Sisde che della polizia. Meno, o in nessun modo, dei Carabinieri, della Finanza e del Sismi.

Una delle «medaglie» guadagnate in carriera da La Barbera fu proprio l’ indagine sulla strage di via D’ Amelio in cui fu ucciso Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, cinquantasei giorni dopo l’eccidio di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. A ottobre di quello stesso anno il gruppo investigativo guidato da La Barbera afferrò di dritta o di raffa, il filo che portò alla soluzione del caso e alla definizione dei processi. Ma era tutto falso, come si è scoperto ora grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Dalle quali è scaturita un’inchiesta sulla genesi della pista costruita a tavolino, completamente diversa da qeulla ipotizzata da La Barbera e dal gruppo Falcone e Borsellino.

I tre poliziotti all’epoca lavoravano con il «capo» per scoprire gli assassini del giudice Borsellino e dei loro colleghi: anche lì tutte carriere prodigiose: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara; Mario Bo, diventato capo della squadra mobile di Trieste; Salvatore La Barbera, che non è parente dell’ex questore morto e adesso presta servizio alla polizia postale di Milano.

Diciott’anni dopo sono tutti accusati del reato di calunnia aggravata perché «in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera (deceduto), nonché con altri allo stato da individuare, facendo anche parte del gruppo “Falcone-Borsellino”, organismo investigativo deputato alle attività d’ indagine relative alla strage di via D’Amelio, inducevano, mediante minacce e pressioni psicologiche, Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutive della predetta strage». Candura, Andriotta e Scarantino sono tre pseudo-pentiti, pescati nel sottobosco criminal-mafioso della periferia palermitana, che a partire dall’ ottobre ’92 si accusarono del furto della Fiat 126 utilizzata per confezionare l’auto-bomba che uccise Borsellino. Chiamando in causa presunti complici e mandanti, nelle indagini e durante i processi. Ma quella macchina fu rubata e imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza, l’ex uomo d’onore della famiglia mafiosa di Brancaccio che ha fornito al suo racconto riscontri incontrovertibili.

Messi davanti alla nuova realtà, prima Candura, poi Andriotta e infine Scarantino hanno ammesso di aver detto il falso. Aggiungendo però di non essersi inventati da soli le false accuse, ma di averle riferite su suggerimento e su pressione dei poliziotti infedeli che li interrogavano (i due La Barbera, Bo e Ricciardi) e avevano cura di fargli ripetere «la lezione» prima delle testimonianze davanti ai magistrati.

E’ mai possibile che qeusti non si siano mai accorti di nulla? Oppure sapevano ed erano conniventi?

I falsi pentiti di allora hanno indicato in La Barbera e nei tre funzionari che lavoravano con lui gli ispiratori del depistaggio (che c’entrano allora Piraino e Narracci?). Che loro (i pentiti) si limitarono a mettere in pratica facendo infliggere l’ergastolo a uomini «d’ onore» o comunque vicini a Cosa Nostra come Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Orofino, Natale Gambino, Gaetano Scotto, che invece non c’entravano nulla con la strage del 19 luglio ’92.

Il problema è che pur essendo la fonte del depistaggio Arnaldo La Barbera, bisognerebbe capirne il movente. Come sottolinea lo stesso presidente dell’ Antimafia nella sua relazione, Beppe Pisanu sono emerse «forzature nelle indagini anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai Servizi Segreti» (chiara allusione a Vincenzo Parisi, l’ex capo della Polizia).

Al di là delle tesi difensive il nodo da sciogliere oggi per i magistrati nisseni che sono tornati a indagare sulle stragi è se la falsa pista fu indicata da chissà chi, per coprire moventi e responsabilità «occulte» della strage. Il riferimento di Pisanu ai «legami» coi servizi segreti riguarda ancora l’ex questore La Barbera, che per un periodo precedente alle indagini antimafia, ricevette denaro dal Sisde deviato, dov’era indicato come fonte «Rutilius». E riguarda ovviamente chi dispose quel rapporto deviato (ancora Parisi?).

Nessun riferimento invece è stato mai fatto a Narracci o a Piraino i quali non vengono mai citati da nessuno. E dunque sono fuori da qualsiasi collaborazione con la strage.

[Michele Imperio]

Saint Lucia nel porto delle nebbie. L’ordine di B.: insabbiare

Saint Lucia, l’isola del mistero. Il porto delle nebbie. Ora nessuno più ne parla. Il Giornale e Libero hanno ricevuto l’alt di Berlusconi. Lavitola? Una felice interpretazione, la sua. Quasi da Oscar.

Un breve riassunto: ricorderete l’Attorney General di Saint Lucia, tale Lorenzo Rudolph “Doddy” Francis, rintracciato in Svizzera dai cronisti de Il Fatto precipitarsi con il primo volo a Castries per gestire la “crisi” internazionale che potrebbe scaturire da quel documento “patacca” che portava lo stemma del governo di St. Lucia e attribuiva la proprietà dell’appartamento di Montecarlo, al centro dello scandalo italiano, a tale Giancarlo Tulliani. Francis non può negare l’autenticità: nella prima – brevissima – conferenza stampa dice che il documento è vero e che non sa proprio come possa essere stato reso pubblico. E’ imbarazzato e imbarazzante, assediato dai giornalisti italiani, lasciato incomprensibilmente da solo dal suo premier e dal ministro degli Esteri.

Che fare? La sera stessa – era giovedì – ad Annozero, Italo Bocchino rivela il nome del pataccaro: Walter Lavitola, sedicente direttore dell’Avanti!, ciò che resta del glorioso giornale socialista; è da quel momento che Lavitola si impossessa della scena, in un irrazionale scarto narrativo in cui una comparsa diventa protagonista. Bisogna rassicurare Francis sulla correttezza dell’approccio seguito sino ad allora. Lavitola finge di lavorare a un’inchiesta giornalistica su un presunto riciclaggio di denaro proveniente anche dall’Italia, inchiesta che lo ha fatto imbattere nel caso Tulliani come per “caso”. Dice di lavorarci da sei mesi. Francis, messo ancora alle strette dai giornalisti italiani, rivela che l’inchiesta su Timara e Primtemps è stata avviata tre o sei mesi fa. Un’inchiesta avviata non già su impulso di un’autorità giudiziaria, né nazionale né internazionale, bensì “governativa”. Un atto illegale, secondo l’esponente dell’opposizione. Un atto che mette a pregiudizio il segreto sulla proprietà di due società off-shore, un atto che minerebbe alla base tutta l’economia dell’isola.

Francis temporeggia, poi la conferenza stampa delle ore 22.30 italiane: presente anche Lavitola. Casualmente la troupe al seguito del giornalista di Annozero, Corrado Formigli, riprende un potente aereo privato atterrare quello stesso giorno sulla pista dell’aeroporto di Castries. E’ un Cessna Citation XL. Da esso, capirà poi il giornalista, scendono proprio Lavitola, Torres, il giornalista di el Nacional che pubblicò il documento contraffatto  di St. Lucia, e un interprete. Lavitola, in un primo momento sostiene di esser giunto sull’isola il giorno prima su un aereo di linea American Airlines. Oggi su Il Fatto, Formigli rivela che l’aereo non è di proprietà di tale Rogelio Oruna, imprenditore amico di Lavitola, ma del miliardario spagnolo Pablo Pinero, proprietario della catena alberghiera Bahia Principe, e di un certo Malmonado, leader del Partito Rivoluzionario Dominicano (PRD, di area socialista, come Lavitola). Le bugie di Lavitola fanno acqua da tutte le parti. Sabato scorso, in un dramma che subodora di operetta (“a Saint Lucia mi stanno incriminando”), l’Avanti! pubblica l’email che sarebbe agli atti dell’inchiesta di Francis, email che lo stesso Francis ha confermato durante l’ultima estemporanea conferenza stampa. L’ennesimo scoop che indica in Tulliani il proprietario dell’apprtamento monegasco.

La smoking gun di Lavitola dovrebbe creare delle polemiche fuori dal normale. E invece il silenzio. Tutti tacciono. Compresi Il Giornale e Libero. E’ il 2 Ottobre. Lo strascico polemico dura sino a ieri ma è sottotraccia, lasciato a figure comprimarie. In precedenza, durante le repliche al dibattito sulla questione di fiducia al Senato, Berlusconi ha parlato male de Il Giornale, spingendosi ad affermare che forse le sue inchieste giornalistiche non giovano affatto al PdL. Un segnale? O un bluff?

Di fatto la lunga serie di copertine anti-Fini con epicentro la casa di Montecarlo è terminata. Qualcuno ha forse ordinato la “ritirata”. Il caso Tulliani stava per avere ripercussioni a livello internazionale considerevoli. Guastare uno dei paradisi dell’off-shore per far fuori un avversario politico. Roba da matti. A conferma di questo, la telefonata anonima ad Annozero. La voce è di un certo David. Racconta Formigli:

Chi è David? Per ora, una voce e nulla più. Telefona due volte alla nostra redazione, la prima mentre siamo in diretta con la puntata di Annozero e ci occupiamo del caso Fini. La seconda dopo aver visto -dice lui – l’inchiesta che abbiamo realizzato a St Lucia mostrando il jet di Lavitola. Sostiene di essere molto vicino alla moglie del ministro degli Esteri di St. Lucia, Rufus Bousquet. Questa è la sua testimonianza: “Qualcuno ha fabbricato un documento falso sulla casa di Montecarlo. Falso perché non proviene dal governo di St Lucia. Noi abbiamo visto il documento i primi di giugno e ci siamo chiesti: cosa diavolo sta succedendo? Chi l’ha fatto? Il nostro primo ministro ha fatto un sacco di telefonate in giro, a Santo Domingo e altrove. È proprio allora che compare mister Lavitola. Lui dice a Bousquet che questo documento deve venire autenticato, garantito come vero dal governo di St Lucia, perché se non fosse stato autenticato, l’isola avrebbe potuto subire ingenti danni economici perché l’Italia ha molto denaro custodito a St Lucia” (C. Formigli per Il Fatto Quotidiano, 05/10/2010).

Poi, oggi, alle 17.51, una agenzia dell’AGINews rilancia le dichiarazioni dell’avvocato Ellero al settimanale Oggi:

“Il mio cliente [secondo Ellero] e’ inattaccabile perche’ tiene in pugno qualcuno di molto importante” ha raccontato Ellero nell’intervista […] Il direttore dell’Avanti ha dovuto correre perche’ qualcuno gli ha mandato a dire: ci hai cacciato nei guai, adesso vieni a tirarci fuori. Il mio cliente non lo conosce ma se dovesse raccontare quel che sa su Lavitola succederebbe un finimondo. Se poi rivelasse il nome dell’uomo politico al quale e’ legato?” (AGI News On – CASA MONTECARLO: ELLERO, MIO CLIENTE HA IN PUGNO UOMO IMPORTANTE).

Quindi Lavitola orchestra una messinscena: toglie le castagne dal fuoco a Francis con la storia della email, mentre in Italia scatta l’ordine di fermare il linciaggio. Cosi cala il sipario su Saint Lucia. Qualcuno dice che B. vuole trattare con i finiani sulla giustizia (leggasi immunità). Forse è una interpretazione sbagliata. L’attacco ulteriore alle toghe sopraggiunto dal palco di Milano, domenica scorsa, ha messo la pietra tombale su ogni tentativo di dialogo con FLI. Berlusconi invece muove chiaramente le truppe per le elezioni. Perché allora disinnescare la bomba di Saint Lucia? La possibile risposta: la faccenda è sfuggita di mano. A rischio l’identità di uomini ombra. Forse centra anche il rinnovo delle concessioni delle slot machine. La vicenda è approdata in aula, alla Camera, per mezzo di una interrogazione a risposta scritta fatta dai deputati di IDV al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti. Ecco cosa scrivono:

BARBATO, DI PIETRO, DONADI, CAMBURSANO, ZAZZERA, RAZZI, PALADINI, MESSINA, ROTA, ANIELLO FORMISANO, PIFFARI, GIULIETTI, BORGHESI, PALAGIANO, MURA, EVANGELISTI, PORCINO, FAVIA, PALOMBA, DI STANISLAO, CIMADORO, DI GIUSEPPE, LEOLUCA ORLANDO e MONAI. – Al Ministro dell’economia e delle finanze

  • [la] società Atlantis World Gioco Legale Ltd con sede in Inghilterra, attraverso una propria stabile organizzazione in Italia, risulta concessionaria per la gestione telematica degli apparecchi da intrattenimento (cosiddette slot machines) di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza
  • tale società è controllata attraverso una complessa struttura da società off- shore dei Caraibi
  • Solo il 5 per cento è di soci italiani identificabili (Sapamet, consorzio riferibile ai dirigenti dei gestori del sindacato delle slot-machines) mentre nessuno sa veramente chi è la persona fisica proprietaria del restante 95 per cento
  • la Hoshi Okara Corporation ltd controlla l’82 per cento mentre il restante 13 per cento è nelle mani della Uk Atlantis Holding Plc
  • Hoshi Okara è una società delle Antille che secondo alcune notizie di stampa sarebbe riferibile a Francesco Corallo
  • La società UK Atlantis Holding Pie che detiene il 13 per cento è invece controllata da società con sede nello Stato caraibico di Saint Lucia (la Corporated Management St. Lucia possiede il 99,9 per cento mentre la Corporate Management Inc. ne ha una minima quota dello 0,01 per cento)
  • Entrambe le società sono riconducibili al signor James Walfenzao, professionista che, secondo notizie recentemente riportate dalla stampa, agirebbe in nome e per conto di un trust appartenente a Francesco Corallo
  • l’unico nome di una persona fisica che sostiene di essere socio in proprio della Atlantis Gioco Legale Ltd concessionaria dell’Azienda autonoma dei monopoli di Stato AAMS nel controllo del gioco legale, è quello di Francesco Corallo, il figlio di Gaetano Corallo, il quale è stato condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso in primo e secondo grado, accusa che è stata trasformata – dopo una serie di monunciamenti della Cassazione – in associazione a delinquere semplice: la condanna a sette anni e mezzo era legata proprio alla scalata dei casinò italiani da parte di soggetti legati al clan mafioso di Nitto Santapaola, boss di Catania che sarebbe stato fotografato con Gaetano Corallo a Saint Marteen, Antille olandesi, dove allora Gaetano gestiva un casino e dove oggi il figlio Francesco gestisce altri tre diversi casino
  • il predetto Francesco Corallo sarebbe stato a sua volta indagato più volte dalla procura di Roma per traffico di droga e riciclaggio e – anche se le indagini sono state archiviate – negli atti sarebbe comunque definito più volte come soggetto legato al clan di Benedetto Santapaola, capo assoluto della mafia catanese
  • la convenzione per la concessione ad Atlantis World Rti (che vale da sola decine di milioni di euro e permette di incassarne altrettanti alla società, che stava quotandosi in borsa a Londra proprio grazie alla concessione medesima) è stata siglata senza richiedere alla prefettura gli accertamenti ai fini della cosiddetta informativa interdittiva antimafia che solitamente viene chiesta per appalti superiori ai 5,2 milioni di euro mentre in questo caso si parla di centinaia di milioni se non di miliardi di euro
  • la concessione è stata prorogata due volte (ultimamente fino al maggio 2011) sempre senza alcuna richiesta della cosiddetta informativa interdittiva antimafia
  • la procura della Corte dei conti ha citato in giudizio la Atlantis World, assieme ad altri nove concessionari, contestando violazioni degli obblighi del concessionario, che non aveva provveduto a collegare le macchinette per permetterne il controllo in tempo reale, come previsto dalla legge e che non aveva versato all’Erario ingenti somme relative al prelievo erariale dovuto sui proventi dei citati apparecchi di gioco. Ad Atlantis Word e ai suoi controllori inadempienti dell’AAMS, la Corte dei Conti contesta un ammontare pari a circa 32 miliardi di euro complessivi per inadempimenti degli obblighi relativi ai livelli di servizio previsti dalle convenzioni di concessione (Camera.it – Lavori – Resoconti Assemblea – Allegato).

Insomma, il clamore di stampa conseguente alla faccenda Montecarlo-St. Lucia rischia di mettere a pregiudizio la concessione governativa sulle slot machine. E non sono pochi soldi. Possibile che una concessione governativa sia stata assegnata a una società off-shore? E se adesso cominciassimo ad occuparci di questa vicenda più seriamente, che accadrebbe?

Aggiornamento del 06/10, ore 7.30: questa la prima pagina de Il Giornale di oggi. Sembra contraddire quanto affermato prima:

L’articolo di apertura, a firma di Chiocci e Malpica, i due giornalisti che hanno il “merito” (?) di aver aperto l’inchiesta giornalistica, rappresenta un ritorno alle origini dell’inchiesta: i mobili, i lavori di ristrutturazione, le interviste ai vicini. Roba ferragostana. Per giunta non opera loro ma di Bruno Vespa, che arriva così in cospicuo ritardo sulla vicenda contribuendo a far spegnere i riflettori su Saint Lucia. Di quel pasticciaccio nessuna menzione. Il logoramento continua, ma la rotta è stata abbondantemente corretta e porta lontano, molto lontano, dai Caraibi.

Kossiga, buon’anima

Cossiga Francesco, ex Ministro degli Interni, ex Presidente Picconatore della Repubblica (la Prima), è in ospedale, in fin di vita. O quasi. O forse no. In ogni caso, come ciascuno di noi, dinanzi all’Estremo Giudizio che è la Morte, si guadagna l’appellativo di buon’anima. Il tempo per un’analisi storiografica sul politico Kossiga verrà poi, con gli anni. Certamente, il Presidente si porta con sé un bel po’ di segreti, a cominciare da Gladio. Se potesse vivere ancora qualche giorno, almeno ci dicesse quel che accadde nei giorni del sequestro Moro, o perché e su mandato di chi nel 1977 inviò gli M113, i blindati, per reprimere le proteste studentesche. Repressione che causò la morte di una giovane militante di sinistra, Giogiana Masi. Fu allora che comiciarono a scrivere il suo nome con la K e la SS nazista.

Un signore tanto illuminato, Cossiga, da prevedere il crollo della Prima Repubblica già nell’89, quando il muro di Berlino veniva fatto a pezzi. Lui già sapeva che PCI e DC avrebbero subito ‘gravi conseguenze’ a causa della fine della contrapposizione dei due blocchi. Fu sua la definizione del giudice ragazzino affibiata a Rosario Livatino, poi mandato a morte dalla mafia.

Il picconatore ha/aveva il pallino dei servizi segreti: tendeva a motivare tutte le fasi della politica italiana con scelte dalla CIA. Se Andreotti non divenne Presidente del Consiglio nel 1989, era dovuto alle interferenze degli agenti segreti americani. D’altronde il nome di Cossiga si associa a Gladio, la sezione italiana di ‘Stay behind the net’, una organizzazione paramilitare segreta della NATO che aveva lo scopo di prevenire invasioni comuniste in Italia, ma anche e forse di impedire che il PCI divenisse partito di governo. Lui e solo lui, Kossiga, era l’unico referente politico di Gladio (ma Andreotti sapeva). La rivelazione dell’esistenza di questa organizzazione segreta gli valse anche una messa in stato di accusa, un impeachment, poi negato dalla Commissione Parlamentare.

Negli ultimi anni le sue dichiarazioni parevano alquanto disconnesse. In una lettera al capo della Polizia Antonio Manganelli, nel 2008, suggeriva come creare consenso contro i manifestanti:

”Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti” […] ”Un lancio di bottiglie contro le forze di polizia, insulti rivolti a poliziotti e carabinieri, l’occupazione di stazioni ferroviarie, qualche automobile bruciata non è cosa poi tanto grave” […] ”Il mio consiglio è che in attesa di tempi peggiori, che certamente verranno, Lei disponga che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino, in modo che qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino, siano danneggiati” […] in modo tale che ”cresca nella gente comune la paura dei manifestanti e con la paura l’odio verso di essi e i loro mandanti, o chi da qualche loft o da qualche redazione, ad esempio quella de L’Unità, li sorregge”.
”Aspetterei ancora un po’ adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di ‘Bella ciao’, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno” […] ”Il comunicato del Viminale dovrebbe dire che si è intervenuto contro manifestazioni violente del Blocco Studentesco, di Casa Pound e di altri manifestanti di estrema destra, compresi gruppi di naziskin che manifestavano al grido di ‘Hitler! Hitler!’. Questo il mio consiglio”.

Naturalmente verrà anche il suo giorno, e per quell’istante, che sarà il trapasso, le sue colpe (i suoi meriti) non varranno un accidente. Sarà ignominioso colui che giorirà della sua dipartita, poiché dinanzi alla morte anche la verità fa un passo indietro. Lui e i suoi sassi nelle scarpe e sulla coscienza passeranno in secondo piano. C’è da giurarci che le tv italiane impazziranno. Del resto, di quel passato in bianco e nero in cui morì una ragazza, nulla resterà. Per opposizione all’oblio, ricordare Giorgiana di quel terribile 1977:

La notizia che non c’è: il mistero della foto del ‘Signor Franco’

Ecco, la foto di quest’uomo non esiste, anzi, errata corrige: quest’uomo non esiste. Non fate caso alla sua presenza su queste pagine: esso non c’è. Questa la verità istituzionale.

il Signor Franco c'è e ti vede

Il mondo dell’informazione ha una sorta di sussulto, di fibrillazione: Repubblica.it mostra la foto del ‘Signor Franco’, la spia del Sisde che, tramite Don Vito Ciancimino, trattava con la mafia. Un corto circuito e la foto fa il giro del web. Rimbalza sui blog. Ma nel giro di un paio d’ore, sbam!, sparita. La notizia non c’è più. Non è quello il ritaglio di giornale su cui Ciancimino ha dichiarato di aver riconosciuto ‘faccia da mostro’. Repubblica cancella tutto, i magistrati imprecano contro la fuga di notizie, certamente notizie false messe in circolo solo per intorpidire le indagini. Come in una puntata di Lost, il passato è cancellato e sostituito da un presente alternativo nel quale non c’è nessun segno dell’accaduto. O quasi.

Perché sul web ne è rimasta traccia. Ne parla il Post Viola: “E’ stata resa nota da Repubblica la foto del cosiddetto ‘signor Franco’, l’uomo dei Servizi segreti che, secondo Massimo Ciancimino, avrebbe tenuto i rapporti tra Stato e mafia nella cosiddetta trattativa subito dopo le stragi del ’92 in cui vennero uccisi i giudici Falcone e eBorsellino e gli agenti della scorta”. Ne parla infoquotidinane: “Ha un volto, un nome e un numero di matricola il famigerato “signor Franco”, il personaggio, presunto appartenente all’intelligence, che nei racconti di Massimo Ciancimino ha fatto da trait d’union fra Cosa nostra e le istituzioni. E’ un agente di alto grado dei servizi ed è ancora in servizio. Lo scrive il quotidiano “La Repubblica” in articolo di Attilio Bolzoni”.

La smentita dei giudici di Caltanissetta giunge via ANSA: “Il misterioso signor Franco non è stato né identificato dagli inquirenti, né, tantomeno, iscritto nel registro degli indagati. Il testimone non ha ancora consegnato ai pm il giornale, che conserva in una casa all’estero. Nei giorni scorsi gli investigatori hanno acquisito una copia della rivista che hanno esibito a Ciancimino. Non si tratterebbe però della stessa indicata dal testimone. Secondo indiscrezioni, Ciancimino non sarebbe stato in grado di riconoscere il signor Franco nella foto mostratagli dagli inquirenti, che peraltro non era chiara. Tra molte incertezze il figlio dell’ex sindaco ha detto che si potrebbe trattare dello 007, ma di non esserne affatto sicuro” (LiveSicilia >> Cronaca > Fughe di notizie sul “signor Franco” la foto sparisce dal sito di Repubblica).

Il suo volto non è il vero volto. Ciancimino lo rivelerà quando saremo pronti. La sagoma del Signor Franco si smaterializza e come un fumo nero si aggira furibonda per gli intricati circuiti mediatici.

Il mistero dell’Addaura fra servizi deviati e eversione

A inoltrarsi nei misteri del fallito attentato a Giovanni Falcone, all’Addaura, nel Giugno 1989, non bastano le mappe della memoria né gli archivi storici. Forse quel che verrà scoperto dopo vent’anni non sarà sufficiente a poter riscrivere la storia di questa pagina di lotta alla Mafia. Forse la rivelazione del nome dell’agente segreto, chiamato Franco, legato all’ex sindaco di Palermo, don Vito Ciancimino, promessa dal figlio Massimo grazie al ritrovamento in famiglia di un vecchio telefonino del padre, aiuterà a leggere anche questo episodio diversamente dalle sentenze passate in giudicato, esclusivamente orientate ad attribuire la paternità dell’attentato ai padrini di Cosa Nostra. Ma se si provano a unire tutti i ‘puntini’, come in un rebus enigmistico, anticipando i tempi della conclusione di indagini quantomeno tardive, il quadro appare inquietante.

  1. Le indagini iniziali: il mistero della data, gli identik e l’esplosivo.

    • il tentativo di attentato fu posto in essere il 20 Giugno 1989 e non il 21, giorno della effettiva divulgazione della notizia; ragion per cui, tutto l’armamentario argomentativo che collegava il fallimento dell’attentato alla casualità della scelta di Falcone di ‘non fare il bagno’ è priva di fondamento: l’attentato fallisce, lo sappiamo oggi, perché due poliziotti, in forza al Sismi, si accorgono dei movimenti intorno alla costa prospiciente la villa di Falcone;
    • vengono realizzati due identikit di due uomini visti armeggiare dai bagnanti intorno alla costa su un gommone giallo: oggi sappiamo che i due uomini erano in realtà i due poliziotti, Agostino e Piazza, che hanno sventato l’attacco; i due identikit non vengono mai pienamente divulgati, né incrociati con le altre testimonianze;
    • dell’esplosivo inizialmente si sa tutto, soprattutto da dove proviene (“I poliziotti della Mobile hanno ricostruito la storia dell’ esplosivo dall’ azienda produttrice di Domusnovas in provincia di Cagliari alla ditta che lo commercializza, la Sei di Ghedi, in provincia di Brescia”, NELL’ AGGUATO A FALCONE STESSO ESPLOSIVO DELLA STRAGE SUL TRENO NAPOLI – Repubblica.it » Ricerca); si tratterebbe del medesimo esplosivo impiegato per la cosiddetta ‘Strage di Natale’, l’attentato di matrice terroristico-mafiosa al treno Napoli-Milano, che saltò in aria nella gallerie degli appennini, dopo Firenze, causando 16 morti; la strage fu affibiata all’estermismo nero collegato a ambienti camorristici – fu coinvolto persino un parlamentare del MSI, tale Massimo Abbatangelo: “Carmine Esposito, “‘ o professore”, un bizzarro e chiacchierone informatore della polizia […] aveva preannunciato la strage. “Scoppierà un treno d’ argento”, anticipò. Nessuno gli credette ma, quando il treno saltò, il suo nome ritornò a galla e di Carmine Esposito anche il pio sprovveduto poliziotto di Napoli conosce amicizie e legami, sa dei suoi stretti rapporti con quei “neri” che, usciti dalla sezione missina “Berta”, confluirono negli anni Settanta nel drappello estremista di “Avanguardia nazionale” di Stefano Delle Chiaie, i collegamenti con i camorristi della Sanità, Misso e Galeota”, LA VERITA’ SU QUEL NATALE DI SANGUE – Repubblica.it » Ricerca;
    • sulla provenienza dell’esplosivo viene imbastito il primo tentativo di depistaggio evocando la tesi della pista dell’eversione nera: ‘neri’ gli attentatori del 904, ‘neri’ quelli dell’Addaura giacché Falcone stava indagando sull’omicidio del Presidente della Regione Sicialia, Piersanti Mattarella, ucciso forse per mano di Giusva Fioravanti, che venne appunto indagato;
    • l’esplosivo, verrà poi scritto, è il medesimo impiegato a Capaci e in Via D’Amelio; oggi sappiamo che è arrivato sulla scogliera non per via mare ma dalla ‘terraferma’; chi ha visto tutto, come Francesco Paolo Gaeta, è morto: “Gaeta faceva il bagno e riconobbe sugli scogli Angelo Galatolo che si dava alla fuga perché individuato dagli uomini della scorta di Falcone. Gaeta, tossicomane, era ritenuto un personaggio inaffidabile. Per questo motivo Vito Galatolo, padre di Angelo, appariva preoccupato: se a questo lo pigliano, diceva, ci consuma a tutti”, Vide l’attentato all’Addaura, ucciso – Repubblica.it); la rivelazione la fa Angelo Fontana, pentito, nipote del boss Angelo Galatolo, dell’Acquasanta, nel 2007. E’ ovvio e naturale che se Gaeta faceva il bagno, vede Galatolo sulla costa e non sul gommone. Nessuno ha chiesto a Gaeta se vi erano altri uomini intorno agli scogli quel giorno. A parlare oggi è sempre il Fontana, che rivela, “Nicola Di Trapani e Salvuccio Madonia trasportarono l’esplosivo in un borsone da sub, che venne posizionato sugli scogli, sul lato destro della villa guardando il mare, in una sorta di piattaforma, dove stavano anche altri bagnanti; gli stessi rimasero nei pressi per circa due ore” (Il tuffo con il telecomando – Ecco perché fallì l’attentato all’Addaura – Corriere.it). Angelo Galatolo era l’uomo con il telecomando, ma venne scoperto e si tuffò in mare insieme all’aggeggio che poi perse in acqua (qualcuno lo ha cercato?).
  2. Nino Agostino, morto perché sapeva.

    • I dei due poliziotti legati al Sismi in attività ‘antimafia’ non muoiono per motivi passionali; si mise in atto un vero e proprio depistaggio, forse volto a coprire il ruolo di ulteriori infiltrati all’interno delle cosche.  Per Piazza ci sono le dichiarazioni di Angelo Fontana, “Nulla so dell’omicidio Agostino —ha dichiarato il pentito Fontana ai magistrati —, mentre per quanto riguarda Piazza posso dire che lo stesso venne strangolato all’interno di un mobilificio di un mafioso di San Lorenzo” (Il tuffo con il telecomando – Ecco perché fallì l’attentato all’Addaura – Corriere.it); Vito Lo forte sostiene che Gaetano Scotto abbia avuto un ruolo nella morte di Agostino; e il pentito Oreste Pagano è praticamente l’unico che ha fornito alcune indicazioni: “Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada – riferì Pagano agli investigatori – c’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva, per questo morì” (http://www.antimafiaduemila.com/content/view/18494/78/). Perché il depistaggio? I due agenti ufficialmente non hanno mai collaborato con il Sismi.
    • Il depistaggio fu messo in opera da un altro poliziotto, Guido Paolilli, ‘amico’ della vittima: “La sua iscrizione nel registro degli indagati è scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo nella sua casa di Montesilvano a Pescara. In quell’occasione il televisore di Paolilli era sintonizzato su Rai 1 e stava trasmettendo la testimonianza del padre di Agostino che ricordava l’esistenza di un biglietto trovato  nel portafogli di Nino: “Se mi succede qualcosa – era scritto in quel pezzo di carta – andate a cercare nell’armadio di casa”. Il figlio di Paolilli allora chiese al padre: Cosa c’era in quell’armadio? e il padre rispose: Una freca di carte che ho distrutto”, (Antimafia Duemila – Omicidio Agostino: scoperti nuovi documenti). Da chiarire i viaggi fatti da Agostino sino a Trapani: “Un parente ha raccontato ai magistrati di alcuni viaggi dell’agente a Trapani. Dove, esattamente, non si sa. In quegli anni, ricordano i pm agli atti dell’inchiesta, a Trapani operava l’ultima cellula del servizio segreto Gladio“, (Svolta sull’omicidio Agostino Indagato un poliziotto: “Depistò” – cronaca – Repubblica.it);
    • Il ‘doppio’ ruolo dei Servizi: se Paolilli “era persona di fiducia di Bruno Contrada“, dal momento che “ha testimoniato a sua difesa nel processo a suo carico” (Antimafia Duemila – Omicidio Agostino: scoperti nuovi documenti) e si ingegna per depistare le indagini su Agostino, quest’ultimo, che sventò l’attentato a Falcone, lavorava per il medesimo dipartimento? Chi o cosa Paolilli ha coperto con il depistaggio?
    • Servizi segreti incuriositi dalle attivitià dei giudici: solo lo scorso 5 Marzo 2010, la Procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo d’indagine “sull’intrusione di un funzionario dei Servizi Segreti, in passato assegnato alla Dia, nei locali della Direzione Investigativa Antimafia della citta’” (Antimafia Duemila – Uffici Dia nissena violati, si indaga su 007); oggi, La Repubblica, parla esplicitamente di guerra di spie, sulla linea di tensione fra apertura ai magistrati e continuo depistaggio e minaccia: “E l’intelligence (la parte investigata, sospettata) spia o cerca di spiare ogni mossa degli inquirenti. C’è una formale denuncia di “intrusione informatica” negli archivi della Dia: qualcuno, un paio di mesi fa, ha provato a introdursi nei file che contengono le indagini sulle stragi di Palermo” (Dopo 20 anni torna la guerra di spie gli 007 infedeli frenano le indagini – Repubblica.it).
    • Infine, l’uomo che costituisce il collegamento fra la mafia e i servizi: Gaetano Scotto: l’uomo che fornì il telecomando per l’Addaura, l’uomo che telefona al Castello Utveggio poco prima di via D’Amelio, l’uomo che sa della vera fine di Agostino.

Letture consigliate:

Il Mistero dell’Addaura… ma fu solo cosa Nostra? di Luca Tescaroli, editore Rubettino

Anteprima

luca tescaroli

Bossi, alleanza Lega-PdL è finita. Alle porte di una crisi di governo?

Crollo verticale, ha detto stamane Bossi. “Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un’alleanza, quella di Pdl e Lega”. Più chiaro di così. Il Senatur teme le imboscate dei finiani sui regolamenti attuativi del federalismo. E alza la cresta. Un disastro per B. che ora pensa seriamente di rovesciare il tavolo e a mandare tutti a nuove elezioni.

Fini, secondo Bossi, avrebbe rinnegato il ‘patto iniziale’. E’ un gattopardo democristiano, tuona il leader della Lega. Sebbene dica di essere per la mediazione, con le sue parole annienta ogni possibilità di dialogo. La gente del Nord, dice, è stufa, vuole le riforme, non se ne può più di rinvii e tentennamenti. Le riforme vanno fatte subito. Chiaro che si riferisce al federalismo, per lui l’unica riforma fattibile. Fini finge di costruire, ma in realtà demolisce, affinché nulla cambi. “In questo modo ha aiutato la sinistra”, tuona. “E’ pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui”. Fini è contro il popolo del Nord. Sarebbe a favore di quello meridionale. E se sei contro il Nord, per Bossi, sei contro il federalismo. Sei un centralista e meridionalista, usurpatore di denari pubblici. Berlusconi? Avrebbe fatto meglio a “sbatterlo fuori subito”. Capite, il dialogo?

L’alternativa? Se il governo va in crisi, per Bossi esiste una sola via, che passa per il superamento del federalismo, “un concetto abbandonato” dal quale non si potrà che ricominciare una nuova e diversa stagione, in cui la Lega farà da sola: “oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare […] Saremo soli […] senza Berlusconi [e] dovremo comportarci di conseguenza”. Un ritorno alla strategia secessionista? Magari, in previsione dei 150 anni dall’Unità d’Italia, visto che hanno messo le mani sui festeggiamenti rimaneggiando tutta la Storia come la si è conosciuta sinora, al fine di esaltare l’origine padana della nazione, potrebbe anche venir bene una dichiarazione di secessione in diretta tv. A parte l’ironia, Bossi ha ragione: la rottura del PdL è rottura di un patto, ma non quello fra Bossi e Fini, che non c’è mai stato, bensì quello datato 1992-’93, il patto segreto con i secessionisti del sud, quelli che misero le bombe al Velabro a Roma, in via dei Georgofili a Firenze e in via Palestro a Milano. Loro, lo Stato nello Stato, la lega del Sud, che lavora nell’occulto, sanno bene che se Bossi fa tanto di tornare a parlare di secessione, si riapriranno i termini di negoziazione di quel vecchio patto, e allora forse sarà un vero grosso guaio per tutti.

Flashmob a L’Aquila. Occupata la zona rossa del centro cittadino.

Disobbedienza dei cittadini de L’Aquila. Quello che alla Rai non dicono: occupato il centro città – chiuso dal giorno del terremoto – per protestare contro la Portezione Civile e il governo per i ritardi nella ricostruzione.

L’AQUILA. Al grido di “Riprendiamoci la città” un grupppo di circa 300 aquilani ha forzato il blocco dell’esercito nella zona rossa. La polizia prima ha cercato di contenere i manifestanti, ma poi li ha assecondati limitandosi a un controllo del corteo che ha marciato verso piazza Palazzo, sotto la sede del Comune.

I cittadini sono saliti sulle montagne di macerie che ancora ingombrano la piazza e hanno ribadito che dopo 10 mesi non si è mosso nulla per ricostruire la città. Indossano magliette ed espongono cartelloni con la scritta: “6 aprile, 3.32, io non ridevo”. Ogni cittadino ha poi portato via dalla piazza una pietra, un pezzo di tegola, un pezzo di detrito. Un modo simbolico per dire: “La città dalle macerie la liberiamo noi”.

APPALTI E TERREMOTO “Riprendiamoci la città”. La rivolta degli aquilani nella zona rossa | il Centro.

Rosarno, la riserva di schiavi dell’ndrangheta.

Pensate che la vicenda di questi giorni della rivolta dei migranti sia un fatto nuovo? Pensate che non sia mai successa una cosa del genere e che certamente negli ultimi anni le amministrazioni locali non abbiano contrastato in alcun modo questa forma di “degrado”?
Bene, vi sbagliate: questa è Rosarno, 9 Gennaio 2010, come è immortalata nelle foto pubblicate su l’Unità:

E questa è Rosarno, 13 Dicembre 2008, foto di repertorio sul sito di Repubblica:

Notate differenze? Non ci sono differenze, poiché ieri come oggi i migranti sono ghettizzati e sottoposti a qualsivoglia tipo di sfruttamento, oggetto di intimidazioni e di violenze da parte della “popolazione locale”:

  • 300 immigrati ieri sera hanno alzato delle barricate in mezzo alla strada e protestato «contro l’ ennesima violenza subita», fino a notte fonda. Raccontano che nel tardo pomeriggio «due bianchi hanno sparato nel mucchio, da un’ auto in corsa». E che ora è tempo di dire bastaA Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, non ci vogliono stare più «che vogliono tornare in Africa»
  • una ex cartiera, che in questo periodo dà rifugio a circa 400 sudafricani
    Uomini e donne, quasi tutti clandestini, che arrivano in Calabria per la raccolta degli agrumi e delle olive. Braccianti, tutti lavoratori in nero
    la rivolta dei connazionali «stanchi della violenza continua». E raccontano: «Succede spesso che gente del posto arrivi qui armata, ci picchiano e ci rubano i pochi soldi che guadagniamo, non ce la facciamo più» hanno sollevato delle barricate a cui hanno dato fuoco, hanno iniziato a lanciare di tutto contro le forze dell’ ordine e per lasciare i blocchi hanno chiesto l’ intervento di Medici senza frontiere: «gli unici che periodicamente hanno cura di noi»

    Repubblica — 13 dicembre 2008

E se grattate bene la superficie della copertina dei giornali, scoprirete che Rosarno, Gioia Tauro, San Ferdinando, Rizziconi e Taurianova sono “commissariati”, e Rosarno non esce dalla spirale dell’infiltrazione ‘ndrina almeno dal 2008, anno in cui addirittura avviene l’arresto del sindaco Carlo Martelli. Il suo successore, eletto a Novembre, ha avuto vita ancor più breve: non ha neanche fatto in tempo a “mangiare il panettone”.

  • I Piromalli erano nelle stanze dei bottoni. Controllavano sindaci e amministrazioni. Dettavano le scelte
  • Amministratori e boss, insieme. I primi a stabilire chi doveva vincere le elezioni e i secondi a farsi in quattro per garantire gli affari dei clan. Una saldatura «incredibile, perfetta»
  • alle alleanze delle ‘ndrine sul territorio, corrispondevano quelle nei comuni, che si muovevano a seconda dei «desiderata» del mammasantissima della Piana gioiese
  • Quei sindaci erano stati eletti grazie al clan. Si scopre che le cosche avevano fatto modificare il piano regolatore di Gioia per tutelare gli investimenti dei propri uomini, aziende e attività commerciali fiorenti. Con la complicità degli amministratori, avevano fatto spostare lo svincolo della Salerno-Reggio Calabria

‘ Ndrangheta, retata di sindaci in Calabria – Repubblica.it » Ricerca – 2008

Tuuto ruota attorno al porto di Gioia Tauro: i migranti altro non sarebbero che una riserva di manodopera, tenuta alla catena con il terrore – sono infatti sottoposti alle intimidazioni di tutta la popolazione, “solo Medici senza Frontiere si occupa di loro” – alla quale si attinge a seconda delle esigenze: o vengono mandati a raccogliere gli agrumi, o impiegati al porto, o nella manodopera edilizia. Ma che cosa ha spinto l’ndrangheta a attizzare la reazione – legittima – dei migranti, come già nel 2008? Perché questo accumulo di schiavi quando gli agrumi vengono lasciati marcire nei campi?

  • Articolo 21 – Angela Napoli: “la provocazione di Rosarno è stata fatta di proposito per deviare l’attenzione sui fatti di Reggio Calabria”
    • le reazioni di Rosarno sono nate a seguito di un attentato, anche se non propriamente tale, ad opera di giovinastri a bordo di una macchina, dei quali non si sa se appartengono al gruppo dei rosarnesi arrestati tra i quali c’è un certo Andrea Fortugno, già noto alle forze dell’Ordine e già arrestato, nei confronti della cui liberazione abbiamo visto gli striscioni in bella mostra davanti alle telecamere, ma che è legato ad una delle più importanti cosche di Rosarno
    • La lettura che io ho dato a questa vicenda è che la provocazione di Rosarno è stata fatta di proposito per deviare l’attenzione sui fatti di Reggio Calabria
    • Gli immigrati sarebbero in Calabria per lavorare, ma i frutti di questo periodo, cioè gli agrumi, sono lasciati marcire negli agrumeti
    • Nessuno si è mai interessato degli immigrati e che cosa loro facciano in Calabria. In realtà le questioni sono due, da una parte ci sono quelli sfruttati con il lavoro nero che vivono in condizioni miserevoli per come abbiamo visto nei servizi di questi giorni e che devono dar conto, e denaro, a chi decide di farli salire sui pulmini per il lavoro, mentre dall’altra parte ci sono gli addetti al servizio di criminalità
    • i comuni di Rosarno, Gioia Tauro, San Ferdinando, Rizziconi e Taurianova che per la seconda volta consecutiva è risultato sciolto per infiltrazioni mafiose
    • A questi si aggiunge Seminara che ha un sindaco eletto solo alle scorse elezioni di novembre
    • risultano commissariati, per mafia, i più grossi comuni e c’è un coinvolgimento forte tra vita amministrativa nella Piana di Gioia Tauro ed il suo Porto
    • Rizziconi, che è un piccolo centro, è di fatto lo spartitraffico ed è il comune dove vive la famiglia Inzitari, proprietaria del centro commerciale il cui figlio del titolare, Francesco è stato ucciso nei mesi scorsi a 18 anni
    • La zona è di fatto la concentrazione delle principali cosche mafiose. È qui che vivono ed operano le cosche Piromalli, Molè, Pesce, Alvaro
    • La Calabria vive una situazione emergenziale che è sempre stata sottovalutata da tutti i partiti e dai Governi. Non vorrei che accadesse quanto già accaduto all’indomani dell’omicidio Fortugno ovvero che si vanno ad impinguare gli organici delle Forze dell’Ordine nel territorio di Reggio Calabria e di Rosarno lasciando scoperte tutte le altre zone
    • la ‘ndrangheta non ha appartenenza politica e sta al fianco del vincitore, chiunque esso sia. Noi abbiamo il Consiglio Regionale più inquisito d’Italia e non c’è stata alcuna attività giudiziaria tale da contrastare questi inquisiti, né una volontà politica ad allontanarli dalle aule regionali

    • la collusione della ‘ndrangheta nel Consiglio regionale calabrese è radicata e lo è anche all’esterno, ovvero negli enti locali, perché la criminalità tende a permanere dove si decide, dove si programma e dove c’è sentore di vittoria

Obama si schiera nella guerra dello Yemen.

Secondo Obama, lo Yemen, fonte dell’ultima ondata di terrorismo in occidente, è un “paese in preda a un’insurrezione che causa morte”. La relatà è che si tratta di una vera e propria guerra civile, fra ribelli sciiti che fanno capo all’Imam Abdel Malik al-Houthi e l’esercito governativo. E naturalmente anche in Yemen si ripropone la divisione del mondo arabo fra ribellismo sciita, sotto il parternariato dell’Iran, e governi filo-sauditi. Sono frequenti le ingerenze del governo saudita in Yemen: così è avvenuto lo scorso 14 Dicembre, quando un raid aereo ha provocato la morte di 70 civili nel nord del paese. Aerei sauditi, hanno detto i ribelli della fazione Houthi (fonte: http://www.rickrozoff.wordpress.com). La guerra in Yemen è guerra dell’Arabia Saudita. Altro che fronte jiadista, altro che cellule di Al Quaeda:

Il regime saudita si è inserito, ai primi di novembre, nel conflitto armato tra i suddetti Houthi e il governo dello Yemen, a sostegno di quest’ultimo, e da allora è accusato di aver condotto attacchi all’interno dello Yemen con carri armati e aerei da guerra. Anche prima di quest’ultimo bombardamento, moltissimi yemeniti erano già stati uccisi e altre migliaia erano stati costretti alla fuga dai combattimenti. L’Arabia Saudita è anche accusata di aver utilizzato bombe al fosforo. Inoltre, il gruppo ribelle noto come Giovani Credenti, con base nella comunità musulmana sciita dello Yemen che comprende il 30% dei 23 milioni di abitanti del paese, ha dichiarato il 14 dicembre che “jet da combattimento americani hanno attaccato la provincia di Sa’ada nello Yemen” e che “jet statunitensi hanno compiuto 28 attacchi contro la provincia nordoccidentale di Sa’ada” (fonte: Come Don Chishotte).

In sostanza, i Sauditi intervengono in prima persona contro i ribelli sciiti, ovvero contro l’Iran, per conto degli USA. E il crescendo dell’allarme terrorismo nelle città americane può essere interpretato come una strategia della tensione volta a legittimare un intervento diretto di militari americani. Una strategia messa in opera da chi? Chi preme sul pedale dell’acceleratore per intervenire in Yemen? Chi ha armato veramente il corpo di Umar Farouk, l’attentatore con l’esplosivo nelle mutande? Veramente l’esplosivo di cui era dotato poteva sventrare una carlinga? E come è possibile che le misure di sicurezza abbiano fallito in maniera così palese?
Domande che probabilmente si è posto anche Barack Obama. La sua sfuriata contro i vertici CIA dimostra una non collateralità del presidente rispetto all’agenzia dell’intelligence. Qualcuno ha spinto Obama sul precipizio di una nuova guerra.

    • Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha accusato esplicitamente, per la prima volta oggi, la cellula yemenita di Al Qaeda come principale responsabile dell’addestramento e del rifornimento di esplosivo al giovane nigeriano
    • il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che il suo paese è in guerra contro una «rete di odio e di violenza di grande vigore» ma ha sottolineato che il suo obiettivo è quello di «rendere sicura l’America»
    • Obama ha aggiunto: «Sappiamo che veniva dallo Yemen, un paese in preda ad una grande povertà e a un’insurrezione che causa morte»
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    • Tarpley rivela a Russia Today che il caso di Umar Farouk Abdulmutallab non è una questione isolata, ma si tratta piuttosto di uno psicolabile protetto o di un utile idiota usato in modo sistematico dalla comunità d’intelligence USA per una provocazione natalizia progettata per facilitare l’ingerenza degli USA nella guerra civile in Yemen, luogo dove a quanto si dice Umar Farouk è stato addestrato e dove gli è stato dato l’ordigno PETN.
    • Questi errori straordinari nella normale procedura mostrano che Umar Farouk faceva parte di un’operazione sponsorizzata dalla CIA, che è fruttata ora ben 4 giorni di isteria nei mass media. Obama ha enunciato la sua nuova versione dell’Asse del Male, composta da Afghanistan-Pakistan, Somalia e Yemen.
    • Nello Yemen è in corso una guerra civile fra il governo centrale sostenuto dai Sauditi e i ribelli Sciiti Houthi sostenuti dall’Iran
    • L’obiettivo qui è di far scontrare l’Iran con l’Arabia Saudita, per indebolire sia il governo Iraniano di Achmadinejad, che è filo-Russo, e sia quelle forze Saudite che si sono stancate del loro status di protettorato USA.
    • Gli USA stanno ora sponsorizzando apertamente la riorganizzazione di “al Qaeda” (la legione Musulmana della CIA) nello Yemen, e ciò include il mandare combattenti direttamente da Guantanamo. La nuova entità sintetica promossa dalla CIA è “al Qaeda nella Penisola Araba”, detta anche AQAP, un gruppo di pazzoidi USA, di utili idioti e fanatici che stanno rivendicando il fallito attentato di Umar Farouk
    • Gli USA sperano di dominare ancor di più lo sbocco del Mar Rosso e del Canale di Suez, e nel frattempo alleggerire la pressione dal distrutto dollaro USA facendo alzare il prezzo del petrolio in un’atmosfera di tensione nella penisola Araba.

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Caso ISPRA, Ignazio Marino riapre la trattativa. Prestiti regionali per i lavoratori Agile-Eutelia.

Ieri Ignazio Marino è tornato sul tetto insieme ai ricercatori ISPRA, la cui lotta continua nel silenzio generale dei media nazionali. Questo il suo resoconto:

Forse oggi è accaduto qualcosa di positivo per la situazione dei ricercatori licenziati dall’ISPRA (il nostro ente pubblico per la ricerca ambientale): oggi sono stato di nuovo sul tetto con i ricercatori e dopo alcuni miei contatti telefonici con il vice-capo di gabinetto del Ministro Prestigiacomo quest’ultima ha accettato di incontrare i ricercatori lunedì 4 gennaio alle 10. E’ un passo avanti dopo 39 giorni sul tetto….con altri 200 contratti che scadono in questa notte di fine d’anno e le offerte di lavoro a tempo indeterminato che questi nostri scienziati ricevono dall’estero (invece degli assegni di ricerca da 1200 euro al mese che il Governo Italiano gli ha anche tolto).
Mi sembra una bella notizia per poter iniziare il 2010.
Auguri a tutti!!!

IRM

Qualche giorno fa, anche Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, è salito sul tetto dell’Istituto. Lo scopo della sua visita, ha dichiarato Zingaretti, è quello di mantenere alta l’attenzione su questa iniziativa di lotta di un gruppo di ricercatori che rappresenta l’eccellenza in Italia:

La lotta prosegue anche per gli operai dell’Agile-Eutelia. I lavoratori Agile (ex Eutelia) lavorano da mesi senza percepire lo stipendio, pur di mantenere i contratti con i clienti, pur di mantenere le commesse ed un futuro lavorativo. Dopo l’abbandono della Rai, che ha siglato ora un contratto alternativo con Ibm per 2 milioni di euro, nonostante la nota ufficiale a firma di Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con la quale il governo aveva chiesto agli enti pubblici di non disdire i contratti con l’ex Eutelia, anche le Poste Italiane e la Camera dei Deputati hanno disdetto l’appalto alla ormai storica azienda informatica.

La Regione Piemonte, per iniziativa della presidente Mercedes Bresso, ha istituito un fondo speciale di garanzia per i lavoratori in disagio economico, previsto dalla legge passata in consiglio il 24 dicembre, per i lavoratori piemontesi della Agile-ex Eutelia e per tutti coloro che, come loro, non sono pagati da mesi e non beneficiano di ammortizzatori sociali (perché l’azienda non ha dichiarato lo stato di crisi o non esistono le condizioni). Il fondo si attiverà a partire presumibilmente dall’11 Gennaio e coprirà anche i lavoratori part-time. Trattasi quindi di un prestito di 2500 euro per ogni singolo lavoratore, che sarà possibile richiedere al proprio istituto bancario, prestito che dovrà essere restituito entro dodici mesi in più rate o in un’unica soluzione. Una soluzione tampone, certo, in attesa che i custodi fallimentari, nominati dal tribunale fallimentare che ha anche deciso il sequestro dei beni dell’azienda, comunichino ai lavoratori la loro sorte.

anche le Poste Italiane e la Camera dei Deputati ha disdetto l’appalto alla ormai storica azienda informatica in crisianche le Poste Italiane e la Camera dei Deputati, nonostante le raccomandazioni di Gianni Letta ha disdetto l’appalto alla ormai storica azienda informatica in crisi..