Il 2011 della Politica in dodici titoli

Foto tratta da yearinhashtag.com

Per rivedere il 2011 attraverso la lente distorta di questo blog:

Gennaio: The Financial Times: Berlusconi è una vergogna per l’Italia

Febbraio:  Intifada in Libia, Gheddafi si prepara allo scontro

Marzo: Fukushima verso l’inesorabile fusione del nocciolo nucleare

Aprile: Vittorio Arrigoni è stato ucciso

Maggio: Osama, o l’uomo che morì due volte

Giugno: Referendum, la terza sberla

Luglio: Strage di Oslo e deriva xenofoba nordeuropea

Agosto: Diciamolo, questa manovra è un fiasco

Settembre: Ddl Intercettazioni, fermare il Comma Ammazza Blog

Ottobre: Occhio allo Spread

Novembre: Dimissioni Berlusconi, il comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica

Dicembre: Manovra Monti, testo completo e interattivo

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Ma la realtà vinse sul videomessaggio

Finisce com’è cominciata, con un videomessaggio, l’età della videocrazia. Berlusconi ha sentito l’urgenza di parlare a tutti noi, inviando molto probabilmente un vhs, un nastro, al massimo un cd, alle principali testate giornalistiche televisive. Anche se si è dimesso. Con uno sgarbo istituzionale senza precedenti, ha impiegato lo scenario di Palazzo Chigi che in realtà non sarà più il suo scenario.

Ma, badate bene, è arrivato in ritardo. Ieri sera, la festa davanti al Quirinale l’ha scosso. Gli ha fatto percepire, forse per la prima volta, la distanza siderale che si è creata fra sé e la gente. Soprattutto, un evento imprevisto, che si è auto-organizzato con mezzi che non sono la televisione, ha spodestato la rappresentazione del reale operata dai media berlusconiani e ha rotto – direi squarciato, proprio con un taglio, come le tele di Lucio Fontana, come la barca di Truman che si incaglia contro la scenografia dello show – l’ideale perfezione della narrazione videocratica.

Il “nobile gesto” di Berlusconi, le dimissioni, è oggetto di fischi e insulti. Come non abbiamo potuto prevederlo? Non c’erano sondaggi sul tavolo a testimoniare questo scarto, questo cambiamento dell’opinione pubblica. E allora occorre rimediare? Organizzando una adunata di sostenitori sotto casa e inviando un videomessaggio. Già, il limite è proprio questo, il dover allestire, inscenare rappresentazioni da far passare per il tubo catodico e l’inconsistenza di qualsiasi altra strategia comunicativa che non passi per la tv generalista.

Ecco allora la possibile intuizione:il berlusconismo finisce quando finisce il monopolio dell’immagine da parte di Berlusconi medesimo. Egli non è più padrone della sua icona, quindi non è più padrone della sua storia. Come scrive Sartori:”Nella nostra società regna infatti sovrano il primato dell’immagine: il visibile prevale sull’intelligibile; la capacità di astrarre, di capire e dunque di distinguere tra vero e falso è oramai atrofizzata. Questa agghiacciante realtà ha un unico ed apparentemente insospettabile artefice: la televisione”  (Homo Videns, Barei,Laterza, 2000). Ora il primato dell’immagine è in crisi e il suo principale controllore è detronizzato. La tv è messa in crisi da Twitter, da Facebook, social network dove il controllo potrebbe essere ancora più stringente e totale, ma che per ora spezzano il predominio imagologico del sistema Mediaset sulla società.

I nuovi media hanno creato la possibilità di comunicare orizzontalmente e di creare contenuto, di partecipare e condividere con estrema facilità. C’è una politica che non si fa nelle istituzioni, né nei partiti. Questa nuova Politica è fatta nei forum e sui blog; è la discussione continua e multilivello che fluisce in rete. Questa è politica. E’ formazione di opinione pubblica che non è più controllabile con la televisione.

Non c’è più un pubblico che applaude, no. Niente più applausi. Ma twet e post e ticchettio di tastiera. Che è poi il preludio a far ticchettare le scarpe nelle piazze.

Dal Canone Rai al Canone Santoro e la webtv che non c’è

L’entusiasmo per Annozero finalmente scevro da censure e presunte tali, un Annozero diventato webtv senza padroni, che parla una lingua libera e sceglie la forma ‘social’ per condividere temi e destino con quello che sino ad ora è un pubblico passivo che guarda e paga, si può dire che finisce qui.

Nel pomeriggio ha fatto il suo debutto il sito Servizio Pubblico, sorta di piattaforma di raccolta fondi per finanziare il progetto di ‘Comizi d’Amore’, la nuova trasmissione di Santoro. Compare, in apertura sito, un messaggio di Santoro ai netizen, una preghiera riassumibile in una parola: finanziatemi. E Michele chi? chiede 10 euro a testa come contributo volontario. Lui afferma che la sua trasmissione è servizio pubblico e non doveva essere cancellata. Fa rivivere attraverso le parole quel sentimento di indignazione che si insinuava in ognuno di noi nei giorni delle trame di Saxa Rubra e Via Teulada fra Mauro Masi e i ‘cani’ del padrone, volti a zittire la scomoda trasmissione televisiva. Santoro osa spingersi sino a paragonarsi a Bouazizi, “quel tunisino da cui è nata la rivolta nel maghreb”, una esagerazione come sottolinea Fabio Chiusi, un peccato di vanagloria che l’eroe antiberlusconiano poteva anche risparmiarCi.

Ma ciò che veramente dà da pensare è la forma della nuova creazione. Che pretende di comunicare sul web ma che ignora le sue regole, che sono la partecipazione e la condivisione. Nel sito serviziopubblico.it, Santoro vi appare in un videomessaggio, esattamente come accade sul vituperato forzasilvio.it. Santoro ha soltanto adesso cercato di comunicare con il web, a parte per qualche striminzito messaggio su Facebook. E la prima cosa che si ha chiesto non è di partecipare alla creazione dei contenuti, bensì di pagare una specie di canone per i “cacciati dalla tv pubblica”.

Il nuovo Comizi d’Amore avrà una sua redazione di (certamente ottimi) giornalisti professionisti – seppur precari – che lavorerà esattamente come ha lavorato per anni in Rai; una redazione a cui hanno installato il telefono da “appena due ore” (!). E allora vien da credere seriamente che il web per Santoro sia un elettrodomestico surrogato della tv, un canale di comunicazione unidirezionale, l’esatto opposto della filosofia 2.0, dove il singolo è occhio e al tempo stesso voce (ovvero spettatore passivo e attore) di una dinamica discorsiva che è molteplice e si disloca su innumerevoli e infiniti piani.

Santoro invece è rimasto fermo alla vecchia tv di denuncia nella quale il ruolo di attore spetta al giornalista, colui che confeziona il pacchetto informativo – che è insieme racconto del fatto e giudizio – e lo sottopone allo spettatore, senza però riceverne alcun ritorno se non in termini di ascolto, di ‘auditel’. La tv che cerca di finanziare è la solita ‘tivvù’ , scritta così, come la pronuncerebbe un qualsiasi Pippo Baudo.

La webtv è altro: è creatività senza budget e senza finanziatori, è apertura al contributo a alla condivisione. Santoro aveva in mano l’occasione per fornire la sua professionalità alla webtv e invece preferisce convogliare il già visto – seppur nella forma corretta di Raiperunanotte – piuttosto che osare. Osare è il verbo del futuro, direbbe lo Steve Jobs che si nasconde in tutti noi. Ma in questo paese il futuro si è smarrito, o si annoia profondamente.

[Naturalmente possa sbagliarmi. Voi cosa ne pensate?]

Rivoluzione in Italia? Sì, ma nei reality

Quando cadde Ceausescu, la televisione di Stato rumena visse momenti indimenticabili: la propaganda di regime, che metteva in onda film del neorealismo sovietico mentre fuori infuriava la rivolta, veniva improvvisamente sostituita dalla realtà. I rivoltosi apparvero in video, seduti dietro un tavolaccio di legno, dietro una tenda grigio scuro, indossando abiti qualunque. Annunciavano la libertà.

Ben Alì, prima di andarsene dal paese e forse di avere l’ictus e quindi la morte, è andato davanti alle telecamere per annunciare la sua dipartita; la medesima scelta l’ha dovuta fare Mubarak, dopo giorni di estenuanti battaglie in piazza Tahir. Ieri il videomessaggio di Gheddafi, di tono del tutto opposto a quello remissivo dei suoi vicini. Lui, il Raìs, ha attaccato, ha invocato la morte per quei giovani drogati che protestano in piazza, ha ordinato di schiacciarli come ratti. Prima di allora, per la televisione libica, il conflitto non esisteva neanche: si dava menzione di alcuni manifestanti pro-regime, raccolti nella piazza verde a favore di telecamera.

In tutti questi casi, la televisione ha negato il conflitto sostituendolo con la finzione.

Qualcuno ha ipotizzato – anche da queste colonne – un futuro imminente di scontri anche in Italia. Una società immobile, in cui la disoccupazione giovanile è al 30%, in cui tutto cambia per restare uguale a sé stesso, una beffa tremenda di cui ci si rende conto solo ora. Si tratterebbe poi di qualche morto necessario per dare la spallata al governo. Perché gli italiani non si ribellano al Sultano? Perché non mettono da parte questa classe dirigente corrotta e incapace? Perché permettono a B. di occupare l’agenda politica con i suoi problemi giudiziari?

Innanzitutto occorre dire che l’Italia non è la Libia. Non è un regime dittatoriale. Semmai è una democrazia deviata. E’ – di fatto, per concentrazione di potere mediatico e per il basso livello di istruzione che ha permesso alla televisione di essere il principale canale informativo utilizzato dalle persone per farsi un’opinione – una ‘videocrazia’. E nelle videocrazie – al mondo se ne conosce soltanto una, la nostra – le rivoluzioni non si fanno perché esse sono perpetuamente in onda, ora per ora, minuto per minuto, su tutti i canali televisivi. Si comincia al mattino con Uno Mattina, con Mattino Cinque, con i telegiornali, Pomeriggio sul due, Pomeriggio Cinque, il tg di Fede, il TG1, il TG5, Otto e Mezzo, Ballarò, Annozero, Vespa, TG3 Linea Notte, L’ultima Parola e via discorrendo. Anche la domenica si recita la guerra fra fazioni: a L’Arena su Raiuno la più becera delle battaglie, quella fra chi urla di più.

L’Italia vive una situazione di guerra civile simulata, una sorta di reality, della politica contro la giustizia, e della politica contro sé stessa, da quasi venti anni. La televisione non si è limitata a nascondere la realtà, ma l’ha sussunta in sé. E’ reale ciò che passa in televisione, è finzione ciò che dovrebbe esser vero. Non importa che si creda o no a quello che si dice. Importante è saper recitare bene per riprodurre nella mente dell’ascoltatore il ripudio del conflitto. Ecco il sentimento indotto: non se ne può più dei finiani e dei berlusconiani, non se ne può più dei processi di Berlusconi; meglio il varietà, meglio distrarsi che informarsi, meglio le canzonette e i quiz serali per pupe e secchioni. Si finisce per abdicare al proprio intelletto e, alla necessità di veder rispettati i diritti di ognuno, si sostituisce quella di non disturbare il proprio ‘cheto vivere’.

La videocrazia si sconfigge con l’unico vero atto rivoluzionario: spegnere la tv. Solo così scopriremo di non aver mai combattuto. Solo così scopriremo di dover ricominciare tutto daccapo.

L’ultimo spettacolo di Raimondo Vianello

The Berlusconi Show è tutto ciò che va in tv. Non serve fare nulla, basta guardare in camera. Basta seguire la luce rossa. E’ facile. The Berlusconi Show racconta la vita, e anche la morte. Le telecamere sono dovunque. Accese notte e giorno. E così si realizza la partecipazione emotiva, il coinvolgimento pieno e totale, totalizzante, dell’individuo, che vive il dolore e la felicità, le fortune e gli eccessi, la miseria e la virtù del protagonista. Tutto si svolge lì, sotto l’occhio della camera, e chi non accetta di spettacolarizzare il mero divenire dell’esistenza, semplicemente si condanna all’oblio.

La sofferenza di Sandra Mondaini la conosciamo tutti. Perché l’abbiamo vissuta. Sandra può essre nostra nonna, nostra madre, nostra sorella. Rimasta sola, sulla carrozzina, debole, consumata dagli anni di una vita pur discreta di soddisfazioni. Là, nel posto dove tutti si sentono accomunati dalla sorte, dove il dolore annichilisce, anche là, insieme alla telecamera che rimanda al luogo senza luogo, c’è Berlusconi.

Cito questo dettaglio dei funerali di Vianello, una persona di famiglia per generazioni di italiani, perchè credo dobbiamo sempre ricordarci qual è la leva dell’egemonia culturale berlusconiana: l’essere parte dell’immaginario comune di tutti. Prendersela con lui significa, per molti, prendersela anche con sè stessi. Ciò gli dà un’immensa forza (Raimondo&Sandra&Silvio, Gad Lerner).

C’è forse un forte senso di fedeltà nella scelta dei Vianello di apparire alla moltitudine televisiva. Fedeltà alla scena, che è poi fedeltà al datore di lavoro che quella scena produce. Mostrarsi alla luce del pubblico anche nel momento dell’addio è stato prestare il proprio dolore alla scena, poiché è la scena a chiederlo. Lui, il datore di lavoro, vi è entrato per un cameo, lui, anche regista di questa scena, ideatore, sceneggiatore, protagonista di The Berlusconi Show. Alza lo sguardo verso la camera al momento giusto, insieme ai figli adottivi, alla nonna-madre-sorella Sandra, insieme a tutti noi, abbracciati in un idealtipico tutt’uno che ci unisce e opprime.

No Sarkozy Day: germi di Popolo Viola in Francia, ma quante difficoltà, quante differenze.

Ieri si è svolto il primo “No Sarkozy Day”. Qualcosa di familiare? Certo, gli organizzatori si sono largamente ispirati al “modello italiano” del No Berlusconi Day, il famoso raduno del popolo dei senza partito, del popolo senza capo, profondamente antiberlusconiano non soltanto quindi in opposizione alle politiche ma contro il corpo, la persona, l’immagine dell’uomo che occupa abusivamente la scena politica italiana.
E che dire della versione francese? Essi sono viola ma non violano nessun muro dell’omertà. Essi scendono in piazza, e i giornali e le tv ne parlano, anche se sono in numero nettamente inferiore alle adesioni del gruppo su Facebook. In Italia, il Popolo Viola è stato trattato dal Tg1 né più né meno che come una scampagnata di tre(centomila) amici.
Sarkozy è decisamente un presidente della Repubblica che interpreta il proprio ruolo nell’alveo tracciato dalla Costituzione della Quinta Repubblica. Berlusconi è un presidente del Consiglio, un ‘primus inter pares’, un primo fra pari, un capo del governo con poteri molto ridotti, costituzionalmente parlando, ma che invece esercita la propria funzione in maniera autoritaria, travalicando il dettato costituzionale, con estensione del dominio sui mezzi dell’informazione televisiva.
Sarkozy è criticato in patria, per le politiche e per l’immagine. La critica è permessa ed è parte della funzione della formazione dell’opinione pubblica. In Italia, il pardone non permette critica, telefona ai commissari delle Autorità di Garanzia, suoi ex dipendenti, per indurli ad agire contro l’unica voce libera – e critica – del panorama dell’informazione televisiva italiana (Annozero), i quali obbediscono e riescono poi a tappare la bocca a tutti con il famoso regolamento sulla par condicio della Vigilanza.
Inoltre, la campagna elettorale per le Regionali in Francia si è consumata sui temi preminenti, sulla crisi oscena che ha messo in ginocchio interi settori produttivi del paese. In Italia, ancora una volta, la campagna e il voto sono stati trasformati nel consueto plebiscito sulla persona di Mr b. I problemi reali, la crisi, la disoccupazione, la precarietà del lavoro, la delocalizzazione delle fabbriche, la concorrenza minacciosa dei cinesi in ogni ambito del manufatturiero, ma anche la deriva videocratica, sono aspetti del reale che la logica berlusconiana ha cancellato dalla mente delle persone. I dati sull’affluenza delle elezioni in corso sono solo apparentemente simili a quelli francesi: gli astenuti in Francia sono maggioranza, in Italia no. Sono una minoranza esclusa, che si fa governare da una gerontocrazia che attua il voto di scambio per perpetuare sé stessa.

Sul Popolo Viola francese:

    • L’onda viola francese è riuscita a mobilitare le masse più sul web che nelle piazze. Ad una settimana dalle regionali dove ha dominato l’astensione, il primo ‘No Sarkozy day’ è stato ampiamente disertato nei cortei.
    • Erano 400 a Marsiglia, 300 a Grenoble, 250 a Nantes, 50 a Bordeaux e ad Ajaccio, alcune decine a Lilla. “È un buon inizio”, ha commentato all’ANSA Benjamin Ball, uno degli organizzatori del corteo nella capitale, ma nella voce del giovane blogger si percepisce una punta di delusione. Nei giorni scorsi si attendevano 100.000 persone in tutto il Paese, almeno 50.000 a Parigi.
    • Nell’euforia della vigilia qualche militante aveva lanciato il più ottimista dei pronostici, prevedendo un milione di persone nelle strade. “Certo avremmo preferito una maggiore partecipazione, ma non fa niente. Siamo molto fiduciosi – ha continuato Ball – l’onda viola ormai si è levata e nessuno potrà fermarla”.
    • Il ‘No Sarkozy Day’ è nato sul web per iniziativa di 55 blogger francesi seguendo il modello del ‘No Berlusconi Day’ italiano dello scorso dicembre. Il passaparola è andato su Facebook, Twitter, MaySpace, sui blog. Oggi il gruppo Facebook conta 387.977 membri, mentre in calce alla petizione anti-Sarkozy è comparsa una lista di 7.000 firme.
    • mentre a Parigi hanno sfilato slogan che denunciano il fallimento della politica economica del governo, le ingerenze sulla giustizia, le pratiche poliziesche dello stato, un sondaggio di oggi conferma l’opposizione crescente alla politica del capo dello Stato: se oggi i francesi dovessero votare per l’Eliseo, vincerebbe la socialista Martine Aubry.

The Berlusconi Show, la rete aggira la BBC. Ecco il documentario pubblicato su Youtube.

The Berlusconi Show, il documentario BBC ora anche su Youtube. Inizialmente oscurato agli altri paesi, sembrava dovesse rimanere off limits per l’Italia. Ma la “mano invisibile” della rete si è mobilitata: ecco i sette filmati, sottotitolati in italiano, del documentario di Mark Franchetti nel quale si ricostruiscono gli ultimi dodici mesi del “Berlusconi Empire”, dallo scandalo sessuale, al compleanno di Noemi Letizia, al divorzio con la moglie Veronica Lario, alle accuse di mafia del pentito Spatuzza, al No B Day, dal quale il documentario prende le mosse.
Ne emerge il ritratto di un’Italia che “va bene così”, che tanto non cambierà mai nulla, che Berlusconi ce lo meritiamo poiché è ciò che vogliamo, lo abbiamo votato, e se lui è un corruttore, un concussore e ha una libido patologica per la sua età, bé, che importa, si tratta dell’uomo e non del “politico”, si tratta dell’immagine e non della sostanza evidentemente tascurando – con una miopia che pare già vista in passato per altri ‘despoti’ – che Egli vive proprio dell’immagine e non della sostanza.
Il documentario pare proprio orientato a rispondere alla domanda, “ma perché gli italiani si tengono Berlusconi”, con la medesima risposta che gli inglesi si diedero a proposito di Mussolini:
Churchill ammise di essere affascinato dal capo del fascismo e aggiunse: «E’ evidente a chiunque che egli pensa soltanto al bene duraturo – del popolo italiano – se io fossi italiano, sarei stato con voi fin dal principio» (CorSera).
E’ la medesima tesi che Carlo Rossella applica al piccolo duce: agli italiani Berlusconi piace. Egli è in grado di intercettare il sentimento profondo della nazione, egli vive in armonia con lo spirito di un popolo e ne persegue il “bene duraturo”. Poco importa se per sottarsi al giudizio della magistratura sui reati commessi da privato cittadino, stravolga il sistema giudiziario, l’assetto democratico, la legalità di un paese. Poco importa se per poter essere rieletto e per poter governare anche nelle amministrazioni locali, abbia messo sotto tutela tutta l’informazione televisiva, tutta la comunicazione televisiva, riducendola a un mediocre pollaio del quale ognuno ambisce a far parte, onde poter avere il proprio quarto d’ora di celebrità e così consumarsi ed esser dimenticato. La deriva videocratica è oramai un dato di fatto: ma la fattualità, la scomoda verità delle cose, è mascherata, nascosta, messa in mora dallo schermo televisivo che la sostituisce con i rassicuranti fondali celesti, rispondenti alla sola logica della distrazione di massa e della ri-produzione del consenso. Ed è Franchetti che non riesce a dare la necessaria evidenza a ciò: ovvero che la rielezione di Berlusconi, il terzo (quarto contando i rimpasti) governo di Mr b, si è reso possibile solo con la proprietà privata del mezzo televisivo e l’appropriazione di quella parte pubblica del mezzo, la Rai, attraverso il controllo indiretto del CdA, della Commissione di Vigilanza e dell’Autorità di Garanzia. Berlusconi non governa perché è semplicemente voluto dagli italiani, viceversa è Berlusconi che ha il potere di far credere agli italiani di esser necessario per loro stessi. Berlusconi si è venduto attraverso il sogno della celebrità, della ricchezza. Attraverso un grande incantesimo di massa possibile solo laddove la conoscenza ha fatto passi indietro, parecchi passi indietro. Solo laddove è avvenuta una profonda inversione nei valori e del senso del giusto.