Merkel for President

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Angela Merkel è la persona giusta per guidare la Germania e l’Europa, politicamente pochi possono competere con lei (The Economist).

A tre settimane dal voto, Angela Merkel non è ancora in grado di formare il nuovo esecutivo. Nelle ultime ore ha cercato di sondare l’orientamento del Grunen (i Verdi) mentre è previsto un incontro fra la rieletta Cancelliera e il presidente della SPD, Sigmar Gabriel. Gabriel ha dichiarato che la Grosse Koalition CDU-SPD si farà solo se il nuovo governo metterà al primo posto la stabilizzazione dell’Europa senza appesantire sempre i contribuenti, la riorganizzazione del mercato del lavoro con buoni salari e la garanzia di una pensione decente dopo decenni di lavoro; il rilancio degli investimenti per infrastrutture e istruzione. Non vogliamo andare al governo solo per ottenere qualche ministero, ha detto.

La Cancelliera, durante la campagna elettorale, ha parlato poco dell’Unione europea. In verità ha mostrato due facce: una, interna, verso i tedeschi, accomodante e più attenta alle politiche sociali; una esterna, verso i Paesi dell’Eurozona, molto liberista, in cui ha preferito puntare a politiche di austerità e rigore senza dare spazio ad un piano di sviluppo europeo per rilanciare la sviluppo e l’occupazione. Merkel ha parlato poco di Europa, mentre i partner europei erano attentissimi al dibattito in Germania ed in ansia per i risultati elettorali tedeschi, pensando ad un risvolto anche nei loro confronti. Molti cittadini europei avrebbero voluto votare in Germania, come hanno evidenziato alcune iniziative come “Egality Now” and “I vote in Germany” volte a far sentire la voce dei cittadini europei sulle elezioni tedesche.

Ma Merkel ha dato molta importanza soprattutto al fattore “fiducia”: il suo messaggio è stato che la Germania è un paese rigoglioso dove la disoccupazione è diminuita e la crisi dell’euro è stata controllata.

Molti parlano della Merkel come di una donna politica tenace, superiore a Obama, a Cameron e allo stesso Hollande. Potrebbe ora sollecitare riforme che portino l’economia europea alla competitività ma, nonostante ciò, esiste un rovescio della medaglia: la Germania, sebbene la sua economia sia forte, ha diverse fragilità interne, fra cui la limitata crescita della popolazione, l’eccessivo affidamento sulle esportazioni, la bassa crescita della produttività, i troppi lavori sottopagati.

L’occupazione , dopo una serie di regolamenti iniziati nel 2002 e favoriti da alcune piccole riforme (Agenda 2010), ha raggiunto un buon livello con un apparente aumento dei posti di lavoro. In realtà i veri contratti di lavoro non arrivano al 50%.

I “mini jobbers”, cioè coloro che devono accontentarsi dei contratti da 450 euro al mese, sono in forte aumento. Prevale il lavoro a tempo determinato con salari minimi, tanto che viene favorito il lavoro in nero. Anche internamente alla Germania i servizi devono essere più competitivi, la formazione ha bisogno di più risposte, le infrastrutture e la ricerca hanno bisogno di più investimenti. Anche i prezzi dell’energia devono essere tagliati e il settore pubblico diventare più produttivo.

Per quel che riguarda il capitolo Europa, la Merkel deve comunque impegnarsi a rendere più forte l’intera Unione europea, a partire dall’unione fiscale.

La cancelliera è la sola leader in Europa ad essere rimasta al potere dopo la crisi economico –finanziaria iniziata nel 2008 e che ha portato alla stagnazione di tante economie europee: Spagna, Francia, Portogallo, Italia e Grecia. Ma il rigore nei confronti di questi paesi Paesi non ha portato ad un risanamento del bilancio e tanto meno allo sviluppo economico.

Per citare il caso della Grecia, proprio in questi giorni i giornali riportano i verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo Monetario internazionale (FMI) ha dato via libera al primo piano di aiuti per il Paese.

Quei verbali, pubblicati dal Wall Street journal, contenuti in documenti classificati come riservatissimi e segreti, parlano chiaro: più di 40 paesi, tutti non europei e pari al 40% del board, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici del FMI. Il motivo? Era “ad altissimo rischio”, come ha messo a verbale il rappresentante brasiliano, perché “concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia” (Investire oggi).

In realtà, basta guardare i numeri della recessione, ancora in corso in taluni paesi del sud Europa, per capire che la vittoria della Merkel non è affatto un buon segnale sia per l’ Eurozona, che tanto spera in nuove riforme che rilancino la competitività, sia per il sistema Italia che dovrà, secondo la Merkel, promuovere misure strutturali per la crescita, ridurre le tasse e la disoccupazione.

La Merkel dà priorità alle politiche di austerità in primis nei confronti dei paesi UE, giustificando l’ insofferenza alle riforme imposte a questi paesi: queste politiche, invece di portare ad una reale diminuzione del debito pubblico, stanno portando ad una vera stagnazione economica.

La Germania dimentica di essere stata il “debitore” più inadempiente del XX secolo. La Germania di Weimar aveva grossi debiti con gli USA e, dopo la fine della 2° guerra mondiale , non ha pagato quasi nulla per restituire ai Paesi Europei (1940-1944) le risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato. La Grecia intende presentare un conto da 220 miliardi di euro (Il Sole 24 Ore).

Neppure bisogna tacere il fatto che il salvataggio di importanti banche interne ha fatto aumentare considerevolmente il debito pubblico tedesco, che risulta essere oggi il terzo debito lordo più alto al mondo.

Anche l’asimmetria nel campo occupazionale tra i vari Paesi dell’Unione, specie quelli del sud Europa, Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro, è una delle cause dell’attuale impasse politico europeo: i poteri finanziari tedeschi, falchi dell’austerità, hanno esteso la depressione dell’occupazione e dei redditi soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, creando enormi squilibri tra Paesi della zona euro.

Un “falco” tedesco è certamente il ministro all’economia,  Wolfgang Schäuble. La politica economica europea che ha sposato impone solo rigore e, sul lato degli investimenti, il nulla. Così la struttura economica europea ne ha risentito. Ora si spera che, col semestre di presidenza italiano nel 2014, si ponga l’accento più sugli investimenti che non sul rigore. La vittoria della Merkel potrebbe significare la vittoria della linea di rigore duro ma ciò sarà più difficile con la presidenza italiana.

Gli italiani, anche i moderati come Letta, sanno cogliere gli aspetti profondi della politica europea e non possono non comprendere che la costruzione europea è in uno stallo proprio per il fatto che alcuni paesi sono sull’orlo del disastro. Bisogna rilanciare l’Europa. Il nuovo governo tedesco, basato sul compromesso tra CDU-SPD saprà porvi rimedio?

I Turchi, gruppo etnico molto consistente i Germania, terranno sotto pressione la Merkel, avendo votato in maggioranza SPD, e potranno influire sull’atteggiamento tedesco nei confronti della Turchia, quale sempiterno candidato membro dell’Unione Europea. La riforma del sistema finanziario e quella della politica monetaria e fiscale sono indispensabili per dare il via ad un piano di investimenti pubblici e privati. La “dottrina” dell’austerità espansiva ha accentuato la crisi, provocando un tracollo dei redditi , anziché favorire la fiducia dei mercati e l’espansione della crescita, anziché portare ad un – per ora solo accennato – nascente dinamismo dei paesi della UE, ha accentuato la crisi e reso più opaca la situazione attuale. La riduzione dei redditi ha innescato ulteriori difficoltà nel rimborso dei debiti, sia pubblici che privati e di ciò è consapevole lo stesso Fondo monetario internazionale. Ma quali strumenti potranno essere utilizzati?

Merkel è contraria agli Eurobond, per i quali la Germania dovrebbe offrire le maggiori garanzie, avendo il miglior bilancio nell’Eurozona; viceversa, sostiene la necessità di “riforme strutturali” in tutti i Paesi della UE. Tali riforme dovrebbero ridurre costi e prezzi e aumentare la competitività e quindi le esportazioni, ma una caduta dei prezzi e dei salari con conseguente crollo dei redditi porta con sé il rischio concreto di nuove crisi bancarie e la “desertificazione” produttiva di intere regioni europee. Merkel dovrà cedere su qualche punto per far sì che la situazione dell’UE non giunga al collasso. La sua politica è in grado di lavorare molto bene sui compromessi e parte da una posizione di forza rispetto ai partner europei . Hollande, Letta – per non parlare di spagnoli e greci – non hanno il suo consenso. Ma hanno un disperato bisogno che la Merkel lanci a loro un ancora di salvezza. Lei darà questo aiuto ma soprattutto per i suoi fini strategici. Per molti anni gli stati dell’Eurozona hanno goduto di benefici del welfare state senza affrontare il tema della sostenibilità dei costi nel tempo. Spetta a tutti i Paesi lavorare con tenacia e rigore affinché l’Europa mantenga, anzi rafforzi il suo ruolo politico ed economico nell’attuale sempre più vasto e complesso panorama mondiale: l’Unione Europea ha ancora molta strada da fare e ha bisogno dell’impegno e della collaborazione di tutti gli Stati perché si rafforzi in termini di ‘democrazia delle decisioni’ e di rispetto delle diversità e della storia di ciascuno. Non deve prevalere un paese sugli altri, né deve essere ascoltata solo la voce della “finanza”. Diritti e doveri degli Stati e dei singoli cittadini sono l’obiettivo da difendere e su cui misurare i successi dell’Unione.

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Elezioni in Germania: il punto sui sondaggi a tre giorni dal voto

Mancano tre giorni alle elezioni politiche tedesche. Fino a qualche mese fa, si faceva dipendere da questo evento la persistenza delle politiche di austerità monetarie della empasse nella evoluzione di una dinamica politica europea. Ma i sondaggi, e una candidatura socialdemocratica poco efficace, hanno spento qualunque entusiasmo: Angela Merkel resterà al proprio posto, guiderà la Germania per altri quattro anni. Lo scorso fine settimana, le elezioni regionali nel Land della Baviera hanno confermato il trend di crescita per la CSU (i cristiano-sociali), alleati della CDU al governo. Viceversa, mentre la SPD non sfonda, il partito liberale è crollato e non ha rappresentanza alcuna nel parlamento regionale. Pertanto sono sorti dubbi molto forti circa il mantenimento dell’attuale coalizione di governo e taluni analisti si sono spinti sino a ipotizzare il ritorno di una Große Koalition.

Un recente sondaggio, eseguito dalla ARD-DeutschlandTREND nei giorni 10-12 Settembre, disegna un paese che al 71% è contento della situazione economica (+5% rispetto alla precedente rilevazione), una convinzione che è tornata ai livelli massimi dalla fase di ripresa che il paese ha vissuto nel 2011:

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Nonostante ciò, la misura della soddisfazione del governo è relativamente bassa: i soddisfatti e i molto soddisfatti sono diminuiti del 5% (complessivamente: soddisfatti 47%; non soddisfatti 53%). Fra gli elettori della CDU, la soddisfazione rispetto all’operato del governo sale all’86%, mentre è minima fra gli elettori della Linke, dei Verdi e della SPD (16%; 26%; 27%). Il grafico che segue mostra il miracolo di Angela Merkel: aver riportato la fiducia nel governo a livelli più che accettabili, in poco più di un anno.

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Sia l’elettorato della SPD che quello della CDU ha già deciso come voterà (entrambi solo il 16% di indecisi), mentre fra gli elettori dei Liberali (FDP), dei Verdi (Grüne) e della Linke gli indecisi sono circa un terzo del proprio elettorato storico.

Merkel mantiene diciassette punti di vantaggio sullo sfidante della SPD, Steinbruck (che vi ricordo fu scelto dal partito senza la benché minima partecipazione dell’elettorato – niente primarie, niente apertura a giovani candidati; la sua fu una selezione dettata dall’organigramma partitico, null’altro).

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La convinzione degli elettori della CDU verso Angela Merkel è quasi totale: il 96% preferisce lei a qualsiasi altro candidato; viceversa, gli elettori della SPD sono meno convinti del proprio candidato (solo l’80% intende votarlo). In ogni caso, l’ultimo mese di campagna elettorale ha visto un inversione di tendenza per quanto concerne l’intenzione di voto del candidato cancelliere: Merkel ha perso più di dieci punti (Ago: 60%; Set: 49%); Steinbruck ha guadagnato qualche punto, ma molti voti sono sfociati nell’indecisione (Steinbruck: +7%; Indecisi +3%).

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Leggi l’analisi completa (via @electionista): deutschlandtrend1874

In Germania l’antieuro si fa partito

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Oramai è opinione comune il fatto che la cura tedesca per la crisi del debito è tale da ammazzare il paziente. Le regole che l’Unione Europea si è data per ravvicinare le politiche finanziarie non erano frutto di decisioni prese ‘in prossimità’ del cittadino europeo, bensì nei lontanissimi palazzi a Bruxelles. Il Parlamento Europeo è percepito più come una fabbrica di burocrazia, che come il luogo della rappresentanza popolare. Senza discussione, l’euro è non solo una moneta senza Stato, ma è anche una moneta senza popolo.

A Sud, nei paesi soggetti alle stringenti regole della Trojka, esplode la crisi, la disoccupazione; il malcontento sociale, e addirittura la miseria, riesce a coinvolgere pure il ceto medio. I PIIGS muoiono sotto il peso del loro debito a causa dei tagli alla spesa operati dai governi ‘fedeli alla linea’ di Bruxelles, che è poi quella linea economica che subodora della ideologia tedesca della ‘svalutazione salariale’ (una svalutazione interna eseguita con la compressione dei salari a sua volta ottenuta con una maggiore tassazione – specie quella ‘erga omnes’ come l’IVA – o con dei tagli effettivi alla quota salari, come è avvenuto in Grecia). La cura da cavallo è tale da schiantare le economie dei paesi dell’eurozona. E’ una ricetta profondamente sbagliata. Di base contiene l’idea che l’inflazione sia un male assoluto da combattere con ogni mezzo. La fede nell’indicatore macroeconomico rende ciechi. Nei paesi del sud Europa non c’è inflazione, se non quella importata con i prodotti petroliferi. Senza inflazione, l’economia è costretta a contrarsi. La mano pubblica usa il raccolto della tassazione per coprire un debito garguntesco, non investe e non paga i fornitori. A catena si innesca la chiusura delle aziende e la disoccupazione.

Questa è la realtà in paesi come Spagna, Portogallo, Italia e Grecia. In Germania, invece, l’opinione pubblica è terrorizzata di dover rinunciare alla propria ricchezza per pagare il debito dei ‘maiali’. Così la politica cieca di Merkel e della Buba, che in realtà uccide l’Unione monetaria, in patria è intesa come pericolosamente europeista. Un paradosso. In vista delle elezioni di settembre 2013, la tensione contro l’euro è destinata ad aumentare. Tanto che è nato un partito antieuropeista chiamato ‘Alternativa per la Germania’:

A guidare il nuovo partito tedesco, che raccoglie l’eredità del partito euroscettico “Liberi elettori”, c’è l’economista Konrad Adam e l’ex numero uno della Cancelleria del Lander Assia, Alexander Gauland. Il fondatore di “Liberi Elettori” Hans Olof Henkel è infatti uno dei firmatari del nuovo partito, convinto sostenitore del separatismo, tanto che ha spesso auspicato la creazione di un’Europa del nord ed un’Europa del Sud (L’euroscetticismo approda in Germania. Nasce il partito separatista).

Uno dei fondatori del movimento è un giornalista, Konrad Adam. E’ stato redattore della FAZ. Oppure troviamo l’ex sottosegretario del Primo Ministro democristiano dell’Assia, Alexander Gauland. Adam è nato nel 1942, Gauland nel 1941. E’ un partito di signori attempati, di anziani teorici del nulla. Hans-Olaf Henkel, altro fondatore, ex presidente della Confindustria tedesca e forse figura di spicco del movimento/partito, è anche lui nato nel 1940. E’ stato colui che per primo è giunto a teorizzare, nel Novembre 2010, una suddivisione dell’eurozona a due velocità: un euro forte del nord (per i paesi quali Germania, Benelux, Austria, Finlandia e Irlanda, ritenuti in grado di rispettare la disciplina finanziaria), un euro debole per i paesi del sud, capeggiati dalla Francia (!). Henkel considera i trattati sullo scudo dell’euro come dei veri e propri colpi di Stato, aperte violazioni dei trattati istitutivi dell’eurozona.

E’ evidente anche nel linguaggio la profonda cesura fra nord e sud Europa. A nord le novità in politica provengono da attempati signori che gridano al colpo di Stato per quei deboli tentativi di istituire una politica comunitaria in materia di finanza pubblica; a sud le piazze e le istituzioni sono presi d’assalto (democraticamente e non) dai giovani senza lavoro, prime vittime della crisi. In entrambi i casi chi va in fiamme è la casa comune europea.

Mali, Giulio Terzi va alla guerra mentre al Qaeda attacca l’Algeria

Con l’assalto alla piattaforma petrolifera della BP in territorio algerino, al Qaeda nel Maghreb Islamico (o almeno una sua cellula guidata da Mokhtar alias Belmokhtar Khalid Abu Abbas), estende la guerra del Mali del Nord in un altro paese e coinvolge direttamente l’Europa e gli USA. L’attacco è stato rivendicato come una ritorsione da parte di AQMI contro la decisione di Algeri di permettere il sorvolo del proprio spazio aereo ai caccia francesi, impegnati a contrastare l’avanzata verso sud di Ansar el Dine, la cellula jihadista guidata dal tuareg Iyad Ag Ghali, signore della guerra del deserto. L’assalto ha causato due morti e dieci feriti, mentre sarebbero quarantuno i cittadini stranieri tenuti in ostaggio: si tratta di sette americani, due francesi, alcuni britannici e giapponesi. L’impianto della BP è ora circondato dall’esercito algerino. Di fatto, al Qaeda ha aperto il conflitto al resto dei paesi occidentali, finora riluttanti a seguire la Francia sulla via di Bamako. Così infatti si è espressa Angela Merkel, forse un preludio a un imminente coinvolgimento della Germania:

Mentre il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) – ad inizio del conflitto nel Marzo 2012, al fianco dei ribelli jihadisti, poi scacciato dalle città di Gao e Kidal poiché contrario alla imposizione della sharia – è scomparso dallo scenario del conflitto e non pare sufficientemente organizzato per poter contenere questa variegata congrega di terroristi (sono almeno tre le sigle dei qaedisti, oltre a AQMI e Ansar el Dine, è presente un gruppo più piccolo chiamato Mujao, il Movimento per l’Unicità e la jihad, responsabile del rapimento di Rossella Urru), le truppe di terra francesi hanno problemi a liberare la città di Konna dagli uomini di Iyad Ag Ghali. La foto seguente è stata scattata lunedì scorso ed è stata inviata dai militanti di Ansar el Dine al quotidiano online http://www.saharamedias.net che l’ha pubblicata oggi:

konna_ansar_dineAnsar el Dine ha così voluto smentire le autorità francesi che avevano riferito di aver permesso all’esercito maliano la presa di Konna per tramite dell’azione dei caccia bombardieri. Invece i combattenti del gruppo sono di stanza alle porte della città e ciò sarebbe testimoniato anche da un video (www.saharamedias.net). Abu Habib Sidi Mohamed, questo il nome dell’uomo che compare nel video, ha esortato i francesi a pubblicare foto o video della loro presenza a Konna. I francesi avrebbero solo distrutto una moschea e ucciso sette persone, ma solo con i bombardamenti. E’ questa la loro unica traccia lasciata a Konna: i carri armati distrutti da Ansar el Dine sono mezzi dell’esercito di Bamako e sono il segno della loro disfatta.

I gruppi jihadisti non sono più di millecinquecento combattenti, dotati di armamenti pesanti ma alloggiati su pick-up per mezzo dei quali attraversano velocemente il deserto. L’esercito maliano è fortemente disorganizzato, male equipaggiato e male addestrato, diviso in fazioni, soprattutto infedele (due sono i colpi di stato manu militari susseguitesi dal Marzo 2012). Come detto, MNLA è troppo debole in termini di organici e di armamenti per poter combattere. Sono stati proprio i tuareg laici a lanciare l’azione militare per la secessione del nord del Mali e la creazione di uno stato indipendente (Azawad). Si è suggerito da più parti come MNLA avesse ricevuto l’appoggio implicito da parte dell’ex presidente francese Sarkozy e, di conseguenza, dell’emiro del Qatar. Anche la Svizzera avrebbe fornito assistenza di natura finanziaria ai tuareg: “Il Dipartimento federale degli affari esteri della Svizzera ha partecipato all’organizzazione e al finanziamento di una riunione politica dei tuareg ribelli indipendentisti del MNLA, il 25, 26 e 27 luglio 2012 a Ouagadougou.” Proprio Sarkozy disse lo scorso anno, alcuni giorni dopo la dichiarazione di indipendenza dell’Azawad ad opera del MNLA, di voler “cooperare con i tuareg” (Aurora, bollettino internazionalista). Ma l’elezione di Francois Hollande sembra aver contribuito a cambiare le sorti del conflitto maliano: MNLA ha perso forza ed è entrato in contrasto con Ansar el Dine al cui cospetto ha mostrato tutta la propria inadeguatezza a governare una macroregione come il Sahel. La predominanza di Iyad Ag Ghali e dell’impronta jihadista è divenuta evidente quando furono raggiunti accordi con strani emissari del MNLA sulla spartizione della regione, poi smentiti dai tuareg laici qualche giorno dopo. La creazione di uno stato indipendente nel Sahel per Sarkozy era da intendersi in senso anti algerino e al fine di ottenere la supremazia nell’area nello sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere del Niger. MNLA avrebbe poi dovuto sbarazzarsi di AQMI e Ansar el Dine. La strategia francese era quella di circondare l’Algeria e di fatto costringerla a rientrare nella propria influenza commerciale, come prima dell’Indipendeza del 1962. Ora è Algeri a doversi difendere da al Qaeda.

Anche il nostro paese è curiosamente coinvolto nelle vicende maliane. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha affermato oggi che l’Italia è pronta a fornire supporto logistico al governo di Bamako, il che è traducibile con addestramento e forniture di armi. Lo ha fatto senza un mandato politico del Parlamento, sciolto dal presidente Napolitano a Dicembre e quindi in ordinaria amministrazione in attesa delle elezioni. Lo ha fatto nella veste di ministro di un governo dimissionario. Il silenzio che ne è seguito è sufficiente a dire che qualcuno ha interesse a mandare militari e mezzi italiani nel paese africano?

Anche la Germania alla guerra in Mali

Angela Merkel ha annunciato oggi che le truppe tedesche della Bundeswehr parteciperanno alla missione Onu nel Mali del nord. Vi ricordo che il paese centrafricano è spaccato a metà dalla rivolta Tuareg di marzo poi seguita da un golpe militare nella capitale Bamako e dalla progressiva sostituzione del debolissimo MNLA con i gruppi jihadisti di Ansar Edine, AQMI e Mujao. Recentemente, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha scelto l’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi quale mediatore dell’area per ottenere il più largo consenso possibile per una missione Onu che – contrariamente a quel che si dice – non sarà di pace ma di guerra e avrà l’obiettivo di spazzar via le organizzazioni jihadiste. Prodi ha incontrato la scorsa settimana il presidente della Nigeria e sarà in questi giorni a New York. In discussione non è se intervenire militarmente o meno, ma come e con chi. Quasi certa la partecipazione francese, che schiererà i propri cacciabombardieri e i droni. La Germania fornirà sostegno tecnico e formativo alle forze di Bamako, sostiene John Leithauser sulla Faz.

Intanto nell’area intorno a Timbuctu e Gao si stanno concentrando gruppi di volontari jihadisti provenienti dal resto del Sahel e dal Sudan. I portavoce di alcune organizzazioni islamiste non coinvolte nelle occupazioni, avvertono che nessuno sarà al sicuro dalle fiamme della guerra e che sperano ancora in una mediazione pacifica. Essi credono che la guerra franco-tedesca sarà mossa soltanto dagli interessi sulle ricchezze minerarie dell’area, non già da concrete preoccupazioni sulla pericolosità jihadista.

Invece, il gruppo MNLA, il movimento di liberazione nazionale dell’Azawad, ha stretto un accordo con il Gruppo Islamico Armato. Il GIA controlla alcune consistenti aree del nord del paese. MNLA era stato ricacciato ai confini con il Niger dalla violenza degli jihaidisti di Ansar Edine. L’accordo ricalca un trattato simile firmato – poi disatteso – dal medesimo MNLA e dalla più temibile Ansar Edine.  Non è chiaro come il MNLA si possa collocare nel quadro generale del conflitto, ma certamente l’intervento ECOWAS-Onu sarà rivolto a restaurare il potere di Bamako sull’area, quindi a cancellare il sogno tuareg della indipendenza del Sahel.

Si chiama Steinbrueck l’anti-Merkel della SPD

Il 2013 rischia di essere un anno di elezioni segnate dall’incertezza. Poiché ad affiancarsi al quadro italiano, alquanto imprevedibile e già destinato a una soluzione di emergenza quale potrebbe essere il governo Monti-bis, si sta delineando in Germania il profilo, indigesto all’elettorato, di una nuova Große Koalition, una formula che i tedeschi conoscono sin dalla Repubblica di Weimar e che ha storicamente determinato la divisione a sinistra fra i socialisti riformisti della SPD e l’ala movimentista rivoluzionaria.

 

Lo scorso 28 Settembre la SPD ha scelto il proprio candidato Kanzler per le politiche del 2013. Non si tratta né di un giovane né di un riformista vero e proprio. Il suo nome è Peer Steinbrueck. Ha 65 anni ed ha già avuto esperienza di governo proprio durante l’ultima delle Große Koalition, quella del quadriennio 2005-2009, come ministro delle Finanze. Steinbrueck è forse il più forte esponente della corrente del rigorismo finanziario che si trovi nel partito socialista tedesco. E’ un centrista, ambisce a governare mediante una alleanza con i Verdi e con il minuscolo partito liberale, mettendo la SPD in una posizione molto simile a quella dell’omologo partito italiano (intendo il PD, che appunto vorrebbe farsi trait d’union fra la sinistra vendoliana e i centristi di Casini).

 

La sua candidatura è stata selezionata con un metodo alquanto tradizionale e in controtendenza rispetto alla domanda di maggior partecipazione che le opinioni pubbliche europee stanno esprimendo in vari modi (dagli indignados di 25s al Piratenpartei), ovvero con un direttivo di partito. Un negoziato a porte chiuse, mentre la base chiedeva una consultazione allargata agli elettori con primarie aperte. Avrebbe allora vinto il segretario, Sigmar Gabriel, mentre le argomentazioni di Steinbrueck  sarebbero state troppo poco distinguibili dai falchi del governo Merkel e della Buba. Steinbrueck è un compromesso. I sondaggi danno la SPD al 29% mentre il binomio CDU-CSU si attesterebbe intorno a un modesto 35%. Un divario troppo grande da colmare soltanto con l’alleanza a sinistra. Steinbrueck si è caratterizzato in senso centrista, con il fine di spodestare Merkel e i crisitano-democratici dal monopolio della rappresentanza dell’elettorato moderato, ostile a forme di condivisione del debito europeo e alla perdita di sovranità in materia finanziaria e fiscale.

 

Steinbrueck è stato appunto ministro delle finanze durante la crisi dei Mutui Subprime. Ha gestito il crollo del PIL del 2008 e del 2009 raggiungendo il pareggio di bilancio (il rapporto deficit/PIL della Germania nel 2008 era positivo, +0.2% , e solo dello -0.1% nel 2009). Insomma, un osso duro, che non è del tutto favorevole agli eurobond – ritenuta materia da evitare con cura durante la campagna elettorale – ma sembra esser favorevole a sistemi di responsabilizzazione delle banche e alla divisione fra banche d’affari e banche di credito. La retorica punitiva contro i banksters, d’altronde, ha forte presa sull’elettorato di sinistra. Ritenuto a torto un “montiano”, Steinbrueck – quando era ministro – non ha lesinato aiuti di Stato per salvare una banca tedesca, la IKB, specializzata nel credito alle PMI. Essendo un uomo molto pratico, ha immediatamente capito che se avesse lasciato la IKB in preda ai Subprime, avrebbe causato un danno alle imprese, e quindi ai lavoratori. Salvando la IKB ha mostrato di aver compreso meglio di altri, ad esempio Schauble, la situazione finanziaria del dopo Lehman-Brothers. Egli ha effettivamente accompagnato politiche espansive al rigorismo di bilancio. Molto prima (e meglio) di Monti.

 

Dopo l’affondo sull’Euro / i tedeschi sbertucciano Berlusconi: torna a fare il Bunga-Bunga

La giornata di ieri ha segnato l’amaro e infelice ritorno di Berlusconi sui campi “pesanti” della politica. A parte alcune gaffes (ha chiamato Giuliano Ferrara con il nome di Giovanni e detto che il rapporto di cambio euro/lira è circa 1927), mentre presentava il libro dell’esimio economista (ah!) Renato Brunetta, si è inerpicato in una assurda analisi storico-economica dell’Unione Europea. Il nocciolo duro delle sue affermazioni è questo: la Germania è uno stato egemone, l’euro una fregatura e lo spread una montatura per farlo saltare. Insomma, il solito motivetto che viene ripetuto sulle sue televisioni e sui suoi giornali dallo scorso Novembre. Con una aggiunta che ha del clamoroso: la fine della crisi potrà avvenire solo con l’uscita della Germania dall’euro. Una bomba. Un atto di guerra verbale che praticamente lo condannano a non esser mai più presidente del Consiglio. Berlusconi ieri si è bruciato il futuro politico che gli è rimasto da vivere. Non c’è spazio in europa per un leader anti-tedesco. L’Europa si fonda sull’integrazione della Germania all’interno di relazioni internazionali pacifiche e di cooperazione. Mettere la Germania alla porta significa distruggere l’Unione.

Una ipotesi tanto ridicola e sciocca non poteva passare inosservata. In maniera quasi automatica, le sue parole sono rimbalzate sui giornali e sui siti tedeschi, scatenando la reazione non solo della Cancelliera Angela Merkel, ma anche dei lettori. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung sono giunti circa sessanta commenti – evidentemente sottoposti a moderazione – alcuni dei quali esilaranti. Val la pena leggerli per comprendere quanta autorevolezza ha quest’uomo nel mondo:

Carsten Zimmerman: Io lo voterei subito! Come possiamo aiutare questo uomo a tornare al potere? Preferibilmente durante la notte! Con un paio di groupies, così lui non continuerà a sentirsi contro di noi; Hans-jurgen Bletz: Germania – un Hegemonialstaat. Queste sono affermazioni che esprimono la mentalità corrente delle élite politiche europee. Voglio uscire da questa Europa. Lee Brillelaux: Finalmente un politico italiano competente. Speriamo che gli italiani lo scelgano. Sono ironico. Ma sul serio, se si guarda a Monti e Draghi, è difficile desiderare Berlusconi. I quali non sono così subdoli e intelligenti, sicuramente più facile da controllare. Speriamo comunque che ci siano di nuovo gli attacchi Silvio alle prossime elezioni […] (FAZ.net).

Accanto a questi commenti più ironici, ce ne sono altri estremamente seri e tecnici che contestano le soluzioni presentate da Berlusconi ieri, in special modo l’idea di fornire credito illimitato ai paesi in difficoltà, intesa come pericolosa. E in merito all’uscita della Germania dall’euro, i lettori della FAZ scrivono che sarebbe meglio creare l’Europa a due velocità, con l’Euro del sud in cui metter dentro tutti i paesi dell’area PIIGS. C’è anche chi ricorda di un sondaggio, pubblicato dalla FAZ soltanto domenica scorsa, secondo il quale i tedeschi, nonostante la crisi, continuano ad avere fiducia nella moneta unica. Altri fanno notare che il “distinto Monti” non ha bisogno di questi slogan ed ha fatto molti di più in un anno che Berlusconi in venti. “Chi conosce l’Italia da molti anni, è già annoiato”, dicono. Ma secondo Gerhard Dunnhaupt, Berlusconi è d’accordo con Soros, il quale di recente ha dichiarato che è meglio per l’Europa che la Germania esca dall’unione monetaria. Karim scherza: “parole interessante, così anche la Germania deve dire meno male che Silvio c’è!”. Britta dice che “non vogliamo consigli da chi ha un partito travolto da scandali e corruzione”, “non fidatevi, il suo consiglio è avvelenato”. Certo, Berlusconi avrebbe potuto vendere “Villa Certosa Bunga Bunga” e il ricavato darlo a Mario Monti per aggiustare il bilancio pubblico. “Per settimane i consiglieri regionali del suo partito sono stati accusati di aver sottratto milioni di euro”, “torna a fare ciò che sai fare meglio, il Bunga-Bunga!”.