L’Antirenzismo

Le battute carpite a Massimo D’Alema da Federico Geremicca, giornalista de La Stampa, e poi smentite dal portavoce del presidente del Copasir, rappresentano in qualche modo l’inaugurazione di una nuova disciplina nel mare magnum della politica italiana: l’antirenzismo. Una sorta di coazione a ripetere, per un esponente della vecchia guardia Ds come D’Alema, orfano del nemico per antonomasia, Silvio Berlusconi. Paradossalmente, le battute dell’ex presidente del Consiglio, arrivano lo stesso giorno in cui Renzi guadagna l’ambito palmares della scomunica di Marchionne. Un premio di cui andarne fieri mentre Vendola ricorda in un poster dei suoi che Renzi solo lo scorso Gennaio plaudiva alle opere del manager Fiat:

Appena apre bocca, il sindaco di Firenze diventa il centro della polemica. Tutti cercano di marcare la differenza da Renzi. L’antirenzismo funziona come l’antiberlusconismo: gli avversari di Renzi non cercano di specificare le proprie idee e i propri programmi politici, bensì definiscono sé stessi in senso negativo rispetto all’avversario. Basta che Renzi parli che loro tutti, in coro, spiegano che non sono come lui, che sono diversi. E come potrebbe essere altrimenti? Vendola non è come Renzi, ovvero è contro Marchionne, ma i rapporti del governatore pugliese con i titolari dell’Ilva di Taranto come si dovrebbero definire? D’Alema dice (e poi smentisce) che Renzi è arrivato in Molise con il jet, ma D’Alema non potrebbe parlare di jet, lui che ha usufruito di ben cinque voli aerei in forma di regalo da parte della Rotkopf Aviation, società low cost che pagò tangenti per ottenere appalti Enac.

Naturalmente non importa. Importa soltanto identificare in Renzi il male e definirsi rispetto a lui in senso negativo.

 

 

La rivolta in IDV: Di Pietro, non svoltare a destra. Disse De Magistris

Che farà Di Pietro? Tradirà le cause del movimentismo di sinistra per logiche elettorali opportunistiche?

Un paio di considerazioni. Punto primo: la scelta di svoltare a destra, o al centro, con il discorso alla Camera e l’attacco a Bersani, è la scelta di un uomo solo. La scelta di un capo partito presa per nome e per conto di tutti gli iscritti e gli elettori. Questo detto da uno che da mane a sera chiede le primarie del centrosinistra, non so se mi spiego. Ha speso anni per far passare il suo partito personale – un partito in forma monarchica – come baluardo della democrazia. Ora compie una svolta politica senza passare per assemblee nazionali o congressi.

E’ l’aspetto più eloquente: IDV già soffriva di discrasia fra la politica romana e la politica nelle amministrazioni locali, spesso in contrasto. Viene alla mente il caso dell’acqua pubblica: Di Pietro inizialmente aveva una posizione che era tutt’altro che purista in fatto di acqua come bene comune. IDV aveva un suo quesito alternativo a quello del movimento e per un periodo – seppur breve – ha fatto concorrenza ad esso nella raccolta firme. Spesso gli amministratori locali hanno facce impresentabili; talvolta stringono alleanze con facce altrettanto impresentabili.

Secondo: l’elettorato che ha fatto la fortuna di IDV ha una provenienza di sinistra ed ha scelto di votare quel partito per le istanze legalitarie (la questione morale) di cui si è fatto carico sin dalla sua fondazione. Annunciare la trasmigrazione al centro è già un mezzo tradimento di quei voti.

Naturale aspettarsi le prime defezioni e critiche:

De Magistris all’attacco: “Tonino stai sbagliando non andare al centro”

Sonia Alfano: Io voglio stare al mio posto, a sinistra

Così la parlamentare europea sul suo blog: “Io credo che certe “decisioni”, che coinvolgono un intero partito e che ne modificano sostanzialmente l’essenza e gli obiettivi, non possano essere prese in solitudine. Credevo che questo partito avesse una linea politica ben precisa, ma scopro che ci si deve spostare dove si trova spazio. Se lo spazio lo si trova a sinistra stiamo lì, mentre se si trova al centro comunichiamo ai nostri elettori che si cambiano idee e programmi e ci si lancia in un limbo per cercare un posto al sole? Non fa per me, e non può funzionare.” (blog Sonia Alfano).

Sulle intercettazioni Di Pietro si riallinea alla posizione storica dell’IDV, ovvero a favore e a tutela di uno strumento indispensabile per le indagini della magistratura. Non sono necessaria altri interventi legislativi: la normativa attuale è già comprensiva degli strumenti necessari a “verificare e valutare quando un’intercettazione può essere fatta, quando depositata, quando può essere utilizzata e quando pubblicata”. Fare una legge – scrive Di Pietro –  per cercare di fermare le indagini oppure l’informazione, il diritto a essere informati e a informarsi dei cittadini, è un modo per favorire la criminalità e per nascondere la verità agli italiani. Certo c’è differenza dai toni impiegati un anno fa, quando si profilava l’approvazione della legge bavaglio:

Di Pietro: “Intercettazioni vietate? E noi le leggiamo in Aula … 21 Aprile 2010
Antonio Di PietroIntercettazioni: continueremo a resistere 10 Luglio 2010
Intercettazioni
Di Pietro: “Berlusconi è la malattia” 21 Febbraio 2010

Oggi niente strilli: un tono pacato, un tono da leader. Ma è veramente proponibile una sua candidatura alle primarie del centrosinistra?

La clamorosa svolta di Di Pietro, ammaliato dalle sirene del Centrismo

Con una clamorosa intervista al CorSera, Di Pietro abbandona la sponda sinistra per intraprendere la grande traversata del deserto. Di Pietro, l’antiberlusconiano per eccellenza, l’uomo che definì Berlusconi come Hitler. Il grande schiaffo che Di Pietro fa ai 27 milioni di voti ai referendum da lui sostenuti – sebbene inizialmente con delle sostanziali differenziazioni rispetto ai movimenti – è partito dagli scranni di Montecitorio con il beneplacito di B.

Sì, tutta la stampa filogovernativa plaude al cambio di rotta di Tonino. Ferrara scrive trionfante: “Habemus Statistam!”.

Stufo di sentir parlare di opposizione di “sinistra”, Di Pietro ha osservato per mesi il suo tornaconto elettorale crollare impietosamente dal 7% del 2008 al magro 5% delle scorse amministrative. Di Pietro si è fatto i conti in tasca: ha scoperto che a reggere il tappeto rosso alla FIOM sono già in tanti. Che Vendola forse è più portato. Che a Napoli ha vinto, ma De Magistris è troppo pendente verso SeL.

Con il crollo del Cavaliere c’è tutto un elettorato che va riportato sulla retta via. Ce lo hanno già detto i referendum: sono andati a votare 27 milioni di italiani, molti di più dei 17 che votarono centrosinistra alle Politiche (La Stampa.it).

Ma quel che sorprende sono le parole di riguardo che Di Pietro riserva per quello che fino a qualche tempo fa chiamava stupratore della democrazia: Berlusconi, dice, è una persona sola, che cerca di comprare una felicità che non ha. “I miei sentimenti”, afferma, “sono di una humana pietas per lui”. E di rabbia – rab-bia – per quei cortigiani che di lui approfittano. Sì, il Berlusconi descritto dal Di Pietro odierno è un signore che va difeso dalla marmaglia che cerca di sottrargli qualche penny. Un signore che se portasse delle vere riforme in Parlamento, lui è persino PRONTO A VOTARLE.

Oggi, dice Di Pietro, attaccare Berlusconi non basta più. Ecco il perché di quella dura reprimenda in aula contro Bersani e il PD. Di Pietro – non l’IDV, che non è assolutamente interpellato in questo cambio di rotta politica, fatto che ci consegna la misura di un partito personalistico, usato a proprio piacimento dal leader (puro stile PdL) – dice di voler andar OLTRE (altro termine rubacchiato a certi rottamatori del PD) la sinistra classica, oltre la contrapposizione al premier. “Salviamo il welfare”, dice, “ma potenziamo il libero mercato”! Lui, strenuo difensore dell’acqua pubblica, ha calato la maschera. L’opportunista Di Pietro vuole capitalizzare al centro poiché a sinistra non c’è più spazio. Ha usato il referendum come trampolino di lancio per proporsi ad una platea più vasta del solito movimentismo girotondista. E’ finito il tempo dell’antiberlusconismo, dello “stare seduti e vedere cosa succede” – dice a Telese al Fatto Q.

Ecco, se ne è accorto. Sono anni che attendavamo la fine della politichetta della sinistra contro la destra berlusconiana e viceversa. Sono anni che scriviamo di riprenderci la politica. Forse che la campagna elettorale di Pisapia ha suggerito qualche cosa? Stupisce però il cambiamento repentino. Il suo è uno scarto a destra, uno smarcamento alla Renzi.

Non è un inciucio. E’ strategia politica (a fini elettorali). Nuda e cruda.

La crisi di Italia dei Valori: il ‘j’accuse’ di De Magistris contro Di Pietro

Quando B. ordì la spallata contro Prodi, dove vennero reclutati i sabotatori? Lo scorso 14 Dicembre, quando B. si è salvato dalla sfiducia, fra le fila di quale partito furono trovati i manovali del trasformismo? La risposta non è univoca, poiché i volontari del mutuo soccorso a Berlusconi si annidano negli ambienti più impensabili. E’ però vero che IDV è stato l’humus ideale in cui personaggi come Scilipoti e Razzi sono cresciuti e si sono moltiplicati. Qualcuno ricorda De Gregorio? Grazie al suo voltafaccia, Prodi cadde. Dopo quel fatto, Di Pietro riuscì a riciclare il suo partito, sempre organizzato nella forma personalistica e patrimonialistica che lo ha contraddistinto sin dalle origini sulla falsa riga del fondamento di tutti i partiti ad personam che è stato Forza Italia, avvicinandolo alle iniziative politiche e alle cause condotte da Beppe Grillo e contemporaneamente sopravvivendo al naufragio dell’Unione Prodiana alleandosi con il PD di Veltroni. Nel corso degli ultimi due anni, IDV è diventato l’emblema dell’antiberlusconismo, l’unica vera forza di opposizione, secondo buona parte dell’elettorato di sinistra o centro-sinistra. Ha accolto dentro sé personaggi come Luigi De Magistris e Sonia Alfano, da Grillo stesso prima additati come esempio da seguire poi messi all’Indice come profittatori desiderosi di carriera e scaldapoltrone. Nonostante l’apparente rottura con Grillo, nonostante le dettagliate e pesantissime critiche provenienti dai girotondini di Paolo Flores D’Arcais (critiche forse interessate a riformare il campo dell’antagonismo di sinistra passando per la sottrazione dell’elettorato di IDV che in precedenza votava Diliberto e Bertinotti), Di Pietro riesce a capitalizzare il bonus di consenso proveniente dal primo No Berlusconi Day per raggiungere nei sondaggi percentuali anche superiori al 7-8%. Le elezioni regionali sono per IDV un successo. Di Pietro mette in difficoltà il Partito Democratico di Franceschini e poi quello di Bersani, spesso non pronto nelle battaglie parlamentari. Poi, le retrovie del partito, imbottite di ex trombati della Democrazia Cristiana e di capibastone locali, tornano a fornire manodopera berlusconiana. E’ chiaro che qualcosa non va. Di Pietro avrebbe dovuto pensarci mesi or sono, durante il (primo) congresso di IDV, svoltosi lo scorso Febbraio. Eppure, anche in quella occasione, l’ex pm di Mani Pulite eccitò la paltea con il plebiscito su De Luca, il candidato del centro-sinistra alla presidenza della Campania con qualche grosso guaio giudiziario sulle spalle. Di Pietro chiese ai delegati di turarsi il naso. E questi lo fecero volentieri. Unica voce dissonante quella di Luigi De Magistris. Che ora, nel pieno del caos Scilipoti, con il partito dato al 5%, in discesa e sofferente rispetto al dinamismo di Vendola (altro personalismo), torna a farsi sentire con questo comunicato congiunto con Sonia alfano e Giulio Cavalli in cui chiede, senza mezzi termini, di fare pulizia in IDV. Saprà Di Pietro resistere alla crisi di Scilipoti?

L’IDV e la questione morale.

In molti, da più parti, ci chiedono di prendere posizione, di esprimerci su quanto accaduto negli ultimi mesi all’interno dell’Italia dei Valori. Ce lo chiede la base di questo partito, straordinariamente attiva e senza timori reverenziali. Ce lo chiedono i nostri elettori, anche quelli che di questo partito non sono. E ce lo chiede, prima di tutto, la nostra coscienza. E’ a loro e ad essa che oggi parliamo.

Non abbiamo voluto sfruttare l’onda delle ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l’Italia dei Valori. Abbiamo fatto passare la piena facendo quadrato attorno all’Idv. Ora però alcune considerazioni per noi sono d’obbligo. E si rende necessario partire da una premessa: nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante “questione morale”, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito e tutti i suoi rappresentanti e rappresentati. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente Antonio Di Pietro debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni.

Le ultime vergogne, come altrimenti chiamare il caso Razzi/Scilipoti, due individui che si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico, sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell’Idv che parla di sacrificio a causa di “fatti privati”. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?

Per questo oggi, con questo documento condiviso, rilanciamo la necessità di una brusca virata, e chiediamo al presidente Di Pietro di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi, un cambiamento, non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero. Gente, questa, che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe.

Abbiamo un patrimonio da cui ripartire, ed è quella “base” pensante e operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere giustizia e legalità all’interno del partito “locale”. Chiedono un deciso “no” alla deriva dei signori delle tessere, ai transfughi, agli impresentabili che oggi si fregiano di appartenere a questo partito e si rifanno, con precisione chirurgica, una verginità politica. Dopo i congressi regionali moltissime realtà si sono addirittura rivolte alle Procure per avere giustizia, presentando video e documentazione che proverebbero macroscopiche irregolarità nelle consultazioni tra gli iscritti.

Oggi una questione morale c’è ed è inutile e dannoso negarlo. Noi non possiamo tacere. La maggior parte della “dirigenza” dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell’Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell’Italia dei Valori. Al presidente chiediamo solo una cosa: si faccia aiutare a fare pulizia. Ci lasci lavorare per rendere questo partito quello che lui ha pensato e realizzato e che ora qualcuno gli vuole togliere dalle mani.

Terminiamo questo documento con le parole di un grande politico italiano, che oggi purtroppo non è più con noi. Enrico Berlinguer.

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”.

Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli

Vendola in fuga, staccato il gruppo di Bersani e Di Pietro.

Si potrebbe usare una metafora ciclistica: un uomo solo al comando. Il suo nome è Nichi Vendola. Sì, Vendola è in fuga. Con uno scatto da grimpeur ha staccato i suoi diretti avversari, Bersani e Di Pietro. Non sappiamo se Vendola conosca il percorso. Nessuno effettivamente lo conosce. Potrebbe anche essere una salita di tre anni, che si conclude nel 2013. Una salita in cui il governo potrebbe arrivare distrutto, e il paese con lui. Oppure no. Potrebbe essere uno di quegli arrivi in salita che duran poco e si affrontano a tutta. E allora partire per primi può essere il fattore decisivo. Partire per tempo, può essere il fattore decisivo.
Lui, Vendola, ha sparigliato le carte del cosiddetto centro-sinistra – nella versione bersaniana, quella con il trattino – ovvero la Santa Alleanza anti Berlusconi che assembla, come pezzi di una automobile, PD IdV UDC e la costellazione post comunista (minoritaria, ghettizzata, ridotta a mera comparsa). Il piano di Bersani è saltato? Può darsi. Non ci sarà nessuna Santa Alleanza poiché a sinistra è arrivato lui, Vendola. Ha guardato i volti rattrappiti dei suoi e li ha lasciati lì dove erano.
Non si sono fatte attendere le reazioni:

Vendola è stato da poco rieletto Governatore della regione Puglia e per altro è più per demeriti della coalizione del Centrodestra che si è divisa che per meriti del Centrosinistra che ha guidato nei precedenti 5 anni visto che molti assessori della sua giunta poi sono finiti sotto l’attenzione della magistratura per aver fatto male il loro dovere […]Ritengo legittimo che Vendola possa candidarsi come tanti altri alla guida del Centrosinsitra ma solo dopo aver risolto i tanti problemi che affliggono la Puglia e mi riferisco all’economia a pezzi, ai giovani senza lavoro a cui evidentemente non può bastare la fabbriche immaginarie di Vendola ma ci vogliono quelle reali che a fine mese danno lo stipendio (Di Pietro: Vendola? Prima risolva i guai giudiziari dei suoi assessori – Affaritaliani.it).
Dichiarazioni che portano la firma di Antonio Di Pietro. Certo: Di Pietro ha pescato a man bassa nel bacino elettorale della sinistra, all’indomani della diaspora del 2008. Ergo, meglio scacciar via le streghe subito. Tutto il contrario di ciò che servirebbe, e cioè un confronto sulle cose concrete, cose che interessano alle persone qualunque. Invece si tergiversa nell’errore di sempre, che è poi dovuto alla sindrome della torre d’avorio o del ‘palazzo’: il politichese, il discutere del nulla su alleanze e convergenze e patti di desistenza e spartizioni di collegi elettorali. Tutto ciò non serve. Lo dice bene Ignazio Marino in una intervista a L’Espresso a firma di Giglioli. Il suo commento sul PD è una rasoiata che strappa i muscoli delle gambe di Bersani:
Il Pd ha il passo del bradipo. Ha presente quell’animale il cui movimento è tanto lento che dopo un po’ gli crescono le alghe sulla pelliccia? Ecco, così. Tranne quando ci sono delle poltrone da spartire: allora diventa un predatore rapace (Il Pd, bradipo e rapace: parla Ignazio Marino » Piovono rane – Blog – L’espresso).
Marino dice che al PD non serve il “papa straniero” (Vendola), ci sarebbero tanti “cardinali” meritevoli, come ad esempio Enrico Rossi, il governatore della Toscana che è riuscito nell’impresa del pareggio di bilancio nella sanità regionale. Però Vendola piace agli ex terzomozionisti. Così oggi Civati:
Il suo carisma è indiscutibile, il profilo culturale solido e netto, la preparazione obamiana abbastanza vistosa e largamente convincente […] Nichi parla al Sud, e in questo senso ha qualcosa di pasoliniano[…] Dice che chi fa politica, al Nord, può recuperare molto consenso, perché attualmente non ci sono alternative alla compagine di governo
Nichi è un antico dirigente, usa categorie d’altri tempi e non sempre immediate, ma forse proprio per questo – nell’epoca più paradossale che si possa immaginare – piace ai giovani, quelli veri, quelli che hanno vent’anni, per capirci (ciwati).
Poi una stilettata ai suoi:
Le reazioni di alcuni dirigenti del Pd fanno pensare che anche questa volta Vendola lo si sottovaluti o, forse, come già in occasione delle ultime Regionali, lo si voglia rendere invincibile
Dire, nell’ordine, che la sua è una candidatura minoritaria, che è il nuovo Bertinotti, che è un fenomeno regionale, che non piace ai cattolici (pur essendolo), che non convincerebbe i moderati, che c’è lo Statuto del Pd, che noi abbiamo Bersani e basta, è molto pericoloso e rappresenta, sotto il profilo politico ma anche elettorale, una climax di scemenze che, di solito, comporta una climax (discendente) dal punto di vista del consenso e del sostegno alla propria causa […] Ad un’unica condizione, però: che non si apra, fin d’ora, lo scontro frontale, che non ci si divida prima del tempo, e che si colga l’occasione per confrontarci sulle cose da fare, sull’impostazione generale da dare alla sfida alla destra, al nostro lavoro di opposizione, a quella indagine, sotto il profilo culturale, di cui tutti noi abbiamo grande bisogno (ciwati).
Concordo con Civati: la comunicazione di Vendola è perfetta. Ottiene subito l’effetto sperato: la visibilità. Come ha fatto oggi con l’aver accomunato in fatto di eroismo Carlo Giuliani, il ragazzo morto a Genova 2001, a Falcone e Borsellino. L’editoriale del Tg La7 di Mentana è stato fortemente critico: Falcone per primo disse che il paese “non ha bisogno di eroi”. Vendola paragona vicende diametralmente opposte. Ma in fondo attua la medesima tecnica comunicativa di Berlusconi: propone punti di vista forti, verso i quali chi ascolta deve per forza prendere posizione. A favore o contro, ma soprattutto a favore. Induce l’ascoltatore a scoprirsi di essere dalla parte di Nichi. A scoprire di pensarla come lui. Ecco a cosa servono le Fabbriche.

    Oltre la denuncia. Riprendiamoci la politica

    Il post di Cristiana Alicata, oggi su Cambia l’Italia, il portale nato sulle ceneri della Mozione Terza di Ignazio Marino, è come un sasso nello stagno. Sì, lo stagno delle torbide acque del governo, immischiate di piduisti, anzi piterzisti, di cricche, di speculatori, di palazzinari, di cementificatori senza alcuna morale se non quella del guadagno. Il medesimo stagno in cui l’opposizione del PD affonda i suoi stanchi piedi: già, è forse ora il caso di smetterla con la denuncia fine a se stessa:

    Tutto il loro governo si occupa solamente di mantenere salda una posizione che più che di potere sembra ormai essere divenuta di difesa. Parlando con gli imprenditori, con quella parte d’Italia poco ideologica e precaria che ha creduto al sogno berlusconiano, ci si rende conto di quanto le istanze liberiste e liberatorie, anticorporativiste e antipolitiche siano state tradite, vilipese, umiliate […] Cosa dobbiamo fare adesso? Continuare a chiedere dimissioni, continuare a chiedere democrazia, libertà di stampa, atteggiamenti etici? Siamo sicuri che sia la strada giusta e che invece tutto questo non ci stia trascinando su un terreno che alimenta solamente l’astensione elettorale? (C. Alicata, cit.).
    Allora serve agire. Parola e Azione significa aprire uno squarcio sul futuro. Significa imprevedibilità e sfuggire al controllo. Significa libertà. Il PD si liberi della pesante veste che ha indossato, fatta di tentennamenti e ricerche del compromesso. Cominci laddove è più vicino alla persona – non già al cittadino, ma alla persona – e faccia laggiù, nel più profondo localismo, la politica migliore che consta poi della diretta partecipazione, del più alto coinvolgimento possibile.
    Sfidiamolo, oggi che siamo in preda ad una crisi profondissima economica e sociale, a parlare solo di quello. Sfidiamolo a proporre una via d’uscita, cosa che non ha, non sa, preso da totale impreparazione nei confronti dei problemi degli altri […] Diciamo, chiaramente, che un premier così occupato dalle proprie vicissitudini (sue e di tutti i suoi amici) sta facendo andare il Paese alla Malora. Parliamo noi di piano anti-crisi, facciamo intendere che possiamo averla questa benedetta fiducia […] adesso che il castello di carte si sta smontando, noi non teniamoglielo in piedi, radiamolo al suolo con la politica, quella vera (C. alicata, cit.).
    Il tempismo è fondamentale: portare via a B. la possibilità di dettare i tempi della politica sarebbe la strategia migliore. Lui conosce solo il mondo che racconta ai convegni di Confindustria. E’ un uomo incapace di vedere il futuro, è legato al ricordo e può solo condurre strategie di conservazione. Nel centro del mondo di B. c’è soltanto B. Al centro del nostro mondo mettiamo le persone.
    Sitografia

    Se non ora, quando? Verso la manifestazione plurima del 13 Marzo. Popolo Viola, PD, IDV, Radicali, Sinistre.

    “Se non ora, quando?”, titola oggi il sito de Il Popolo Viola. Dopo decreto ad listam e legittimo impedimento, la manifestazione del 13 Marzo mostrerà la vera piazza al (finto) premier. La piazza che si auto organizza, che si auto mobilita, che non ha “capo” ma un corpo di tantissime teste. Questo è il Popolo Viola. Scenderà per le vie di Roma insieme a PD, a Italia Dei Valori, Radicali e quel che resta della Sinistra. Sarà una novità, questo assemblarsi di opposizioni parlamentari e opposizioni movimentiste. Tanto che qualcuno mugugna.
    Una intervista comparsa su Libero del non-rappresentante del Popolo Viola, Enrico Peones, protagonista – questo sì – del presidio a Montecitorio, ha provocato una intensa discussione sul web. A incendiarla ci hanno pensato quelli di Libero, attribuendo a Peones la carica di rappresentante del Popolo Viola – ma a quale titolo? è forse stato eletto?, queste alcune delle obiezioni – il quale si è espresso in maniera critica (e perché no? la critica è la pratica della ricerca della verità) verso le dichiarazioni strampalate di Antonio Di Pietro, il quale, l’indomani della firma del decreto salva liste, invocava l’impeachment, giuridicamente parlando, nel nostro ordinamento, una “fesseria”. Ma Di Pietro non è nuovo alle sparate, e Peones, nell’intervista, si è limitato ad osservare l’inopportunità di una simile dichiarazione:

    “Non condividiamo la reazione di Di Pietro nel modo più assoluto. Il leader dell’Idv è stato molto violento nelle sue dichiarazioni e anche molto pericoloso.”
    Perché pericoloso?

    “Perché le sue dichiarazioni sono arrivate in un momento particolare. Dopo la firma di Napolitano i cittadini sono scesi in piazza, c’era gente che piangeva che sentiva il peso di questa forzatura antidemocratica e della situazione provocata da questo governo. Abbiamo ricevuto tante mail, telefonate e in quel momento le dichiarazioni di Di Pietro, che parlava di intervenire contro un golpe, è stata veramente irresponsabile. Il presidente deve essere difeso e, invece, si è fatto il gioco del premier dimenticando che il dittatore è lui. Di Pietro è caduto in una grossa contraddizione rispetto all’obiettivo delle critiche.”
    Tra l’altro in Italia l’impeachment non esiste.
    “Appunto, non è un istituto previsto dal nostro ordinamento. Si tratta solo di una parola conosciuta dopo scandalo Clinton negli Usa.” (fonte: Popolo viola contrario al decreto salva-liste ma pure a chi attacca il presidente: “Napolitano va difeso” | tiscali.notizie).

    L’analisi di Peones è certamente condivisibile quando avverte che la dichiarazione di Di Pietro sposta l’attenzione da Berlusconi, l’autore del decreto dello scandalo, a Napolitano, mero firmatario con vocazione suggeritoria, avendo egli la sola intezione di evitare lo scontro istituzionale. Meno condivisibile è la supposta pretesa di Peones di parlare a nome di tutti: il “non condividiamo”, se realmente espresso, non può che essere riferito a sé stesso e a sé medesimo.
    Quel che desta sorpresa è la reazione di certa parte del più ampio movimento: subito sono fiorite le pagine Facebook, come quella titolata “Enrico Peones non è il mio rappresentante viola”, poi chiusa. Quindi ci ha pensato Beppe Grillo:

      • Se il PDL fa il suo mestiere, il PDmenoelle fa la spalla. Totò e Macario, Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, PDL e PDmenoelle. Napolitano non si tocca, è il padre di Bassolino, lo zio di D’Alema, il fratello gemello di Scalfari e dei suoi editoriali presidenzialisti, il nonno degli autoeletti rappresentanti del Popolo Viola
      • Enrico Peones a nome del Popolo Viola: ” Se il presidente lo ha firmato (il decreto, ndr) evidentemente lo è (costituzionale, ndr). Non condividiamo la reazione di Di Pietro nel modo più assoluto. Il leader dell’Idv è stato molto violento nelle sue dichiarazioni (nei confronti di Napolitano, ndr) e anche molto pericoloso

    Ma quale pericolosità ha Enrico Peones e il suo “non condividiamo”? Verrebbe da titolare: “chi attacca Di Pietro muore (veramente)”. Nel Popolo Viola, tutte le opinioni hanno diritto di esistere, ma anche di essere criticate. Il Popolo viola rifiuta di darsi una organizzazione, quindi di strutturarsi gerarchicamente, per essere, fino in fondo, movimento “dal basso”:

    Il Popolo Viola si disassembla e assembla ogni giorno, in merito a ciascuna delle battaglie che si portano avanti. Il Popolo Viola sceglie di essere indifeso dalla possibilità di essere frainteso perché non esserlo vorrebbe dire andare contro i principi che ci accomunano tutti, ovvero la libertà di espressione, la responsabilità delle proprie azioni ed il rispetto delle regole. Sono felice di avere opinioni in comune con molte persone del Popolo Viola, ma sono entusiasta quando ne ho altre in disaccordo (fonte: Il blog di Raffaele Pizzari: Discussione sulle dichiarazioni di Peones).
    Perché questa pretesa di omogeneità di opinione? Bisogna essere antiberlusconiani senza macchia, quindi la logica prevede che l’antiberlusconiano sia un dipietrista convinto, che plaude all’ex pm, che odia il PD (PDmenoelle), che pende dalle labbra di Santoro e Travaglio. Naturalmente, tutto ciò che si allontana da questo quadro idilliaco, tutto ciò che contrasta con il manuale del perfetto antiberlusconista, deve essere annullato. Invece no. Peones ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione, impiegando – al massimo – il plurale majestatis.

    Intanto, per sabato 13, il Popolo Viola sta organizzando una rete di protesta che sconfina all’estero. Seguire sul sito!

      • Gli eventi di questi giorni dimostrano che siamo realmente in un momento di emergenza democratica. L’uso strumentale del decreto legge da parte del governo per tutelare gli interessi di parte o di pochi (non l’esercizio democratico del voto, altrimenti della sanatoria avrebbero beneficiato le altre liste escluse, come ad esempio i radicali) ha rappresentato un momento di grave lacerazione istituzionale per il nostro Paese.
      • L’approvazione del Legittimo Impedimento alla Camera ed il suo eventuale via libera al Senato nei prossimi giorni sono altri segnali di un governo che pensa di utilizzare le istituzioni democratiche legiferando per risolvere i problemi di una persona o delle sue liste elettorali.
      • Tutto ciò accade nel momento in cui vengono eliminati gli spazi di libera informazione, come dimostra la decisone del Cda Rai di mettere il bavaglio ai talk show di approfondimento politico, pur di non applicare ad essi le regole della par condicio.
      • Ci domandiamo se non ora quando sia il momento delle responsabilità, ciascuno nel suo rulo e funzione: noi cittadini indignati per l’attacco alle regole democratiche e la chiusura di spazi di informazione, i partiti come difensori nelle istituzioni di delle regole costituzionali.
        Se non ora quando dovremmo scendere in piazza, tutti insieme, per manifestare la necessità di difendere la nostra Costituzione e le istituzioni che essa rappresenta?
      • Per tutto questo invitiamo a continuare la mobilitazione permanente che il Popolo Viola ha inziato fin dal 4 febbraio con il Presidio Permanente a Montecitorio, proseguita il 27 gennaio con la bella manifestazione di Piazza del Popolo e con le iniziative ed i sit-in di questi giorni.
      • Il 13 marzo si può trasformare in una giornata di mobilitazione straordinaria con tanti NODI (che comunicheremo con specifica nota) rappresentati da iniziative e presidi in molte città italiane e quattro manifestazioni HUB, alcune delle quali promosse direttamente dal Popolo viola ed altre (di cui condividiamo le preoccupazioni e lo spirito) promosse da altre forze democratiche
      • Ribadiamo il nostro invito alla società civile tutta, cittadini, utenti in rete, associazioni e partiti, un impegno di responsabilità democratica, rimanendo uniti in questo difficile momento di emergenza democratica.

    Pronta la Grosse Koalition: anche Di Pietro alla guida del nuovo Carrozzone Ulivista.

    Se ne era già parlato in estate, durante le primarie. Gli elettori del PD si rassegnino: non ci sarà nessun confronto sui programmi per la coalizione di centro-sinistra con il trattino: l’unico programma sarà mettere Berlusconi ko. Un programma che si estrinseca in poche righe:
    – fare una Grosse Koalition sfruttando l’emergenza democratica che sorgerà con l’acuirsi dello scontro fra Mr b e i magistrati;
    – mettere dentro tutti, UDC, Alleanza per l’Italia (ovvero Rutelli), i finiani in un nuovo contenitore che già è stato etichettato come la Kadima italiana;
    – imbarcare Di Pietro che condivide l’obiettivo dell’esautorazione del (finto) premier, accontentandolo con ministeri;
    – attribuire a Casini la responsabilità dell’operazione e fornirgli la giusta ricompensa con la candidatura alla Presidenza del Consiglio, magari con un vernissage di democrazia passando attraverso delle primarie di coalizione blindate ai soli iscritti;
    Di Pietro ieri si è detto ben disposto a costruire la casa degli anti-berlusconiani e non si è fatto troppe remore nell’accettare l’alleanza con il partito del bigné (ricordate Cuffaro?); bisognerebbe seriamente chiedersi se Di Pietro aprirà mai il confronto all’interno del suo partito o continuerà a procedere a tentoni, un giorno soffiando sul vento “viola” e l’altro benedicendo coalizioni di partito senza contenuto. Poiché è proprio questa la principale obiezione nei confronti della Grosse Koalition nostrana: avendo l’unico scopo di cacciare il “Mercante” (Mr b) dal Tempio (il governo), finirebbe per esaurisi in questo misero compitino e degenerare nella litigiosa coalizione che già abbiamo conosciuto con l’ultimo Prodi, consegnando di fatto il paese a altri cique anni di ingovernabilità e di immobilismo parlamentare. L’esatto contrario di ciò che abbiamo bisogno.

    Eppure, l’Armata anti-biscione non sarebbe ancora pronta. Tutti rifuggono dall’ipotesi di elezioni anticipate, in primis Fini (Italo Bocchino ha detto oggi limpidamente che in caso di elezioni anticipate il presidente della Camera resterebbe con il cerino corto in mano, ovvero sarebbe costretto a correre da solo rischiando la scomparsa dalla politica), ma anche Rutelli e Casini non sono ancora piazzati politicamente. Rutelli ha uno sparuto gruppeto di fuoriusciti dai poli, fra cui Tabacci, in prestito dall’UDC. Casini deve risolvere i nodi delle alleanze nelle amministrazioni locali; infatti, una coalizione con il PD a livello nazionale significherebbe uscire dai posti che contno in tante città, Milano e Roma in testa. La strategia suggerita da D’Alema è proporre la nuova Santa Alleanza alle Regionali del 2010, oramai dietro l’angolo. Le manovre – per esempio in Puglia – sono cominciate già da tempo, con la messa in discussione di Niki Vendola, troppo sbilanciato sui temi etici, su cui l’UDC fa da supervisore per conto del Vaticano.

    Naturalmente il rumore creato dalla dichiarazione di ieri di Casini ha sollevato i dubbi all’interno del PD, in special modo fra i sottomarini, i quali tornano a far critica sul metodo, mettendo in discussione una coalizione così eterogenea e priva contiguità sul discorso programmatico. Con la riunione di ieri della rete dei coordinatori della mozione Marino, il senatore ha deciso di restare in gioco e di dare voce e forza alle idee che ispirano il suo gruppo, ribattezzato appunto “corrente delle idee”.

    Quello che segue è il monito di Veltroni che parla oggi a La Stampa esorcizzando l’ipotesi del Grande Centro, la temuta Kadima italiana costruita sulla triade Rutelli, Fini, Casini e con il benestare di Montezemolo (leggasi Fiat).

      • Il mio posto è qui, senza riserve, anche se sono l’unico che non ha ruoli o incarichi, ma è giusto sia così. Sono altri che sono usciti, come Rutelli, o che hanno detto, come ha fatto D’Alema, che se avesse vinto Franceschini se ne sarebbero andati
      • questa idea di Veltroni si scontra da settimane con alcuni fatti gravidi di implicazioni: l’apertura al governo Lombardo in Sicilia, il no di Bersani «a quella piazza, di Internet e dei movimenti», quella frasetta di Enrico Letta su Berlusconi che può difendersi «dai processi»
      • se si arrivasse ad uno strappo istituzionale di queste dimensioni, io credo sarebbe giusto che tutte le forze di opposizione si unissero per contrastare questa avventura in cui Berlusconi vuole far precipitare il Paese. Sarebbe l’ultimo danno che Berlusconi fa all’Italia. Costringere ancora le forze politiche a stringersi dentro schieramenti “contro”. Quello che con la nascita del Pd cercammo di evitare. L’Italia ha bisogno di radicali cambiamenti e di coalizioni omogenee, se vuole cambiare
      • se il Pd conservasse un ruolo subalterno ad un’alleanza con un centro diventato grande sbaglierebbe. Penso che l’idea di un partito Anni 70 sia un errore e dunque ci sono differenze abbastanza profonde
      • cosa ha sbagliato Bersani?
      • la posizione di Letta su Berlusconi che si può difendere “dai processi”, un errore che ingenera una forte confusione sull’identità del Pd e sul suo ruolo. Poi la manifestazione del “No-B-Day”
      • Terzo, la Sicilia. Il Pd non può sostenere un governo con pezzi di centrodestra. Avrebbe un senso solo in un caso, se ci fosse un elemento di forte discontinuità, a cominciare dalla composizione del governo regionale fatto esclusivamente da tecnici e in cui tutte le forze politiche, con pari dignità, dessero il via ad una fase di transizione
      • non è possibile che il Pd dall’esterno sostenga un governo espressione dei rappresentanti di Miccichè
      • “La presidenza della regione Puglia si deve determinare sui programmi. Questo e’ per me un punto imprescindibile. Ecco perché, mi trovo chiaramente d’accordo con Nichi Vendola che sui temi come i diritti civili, le questioni ambientali, il no al nucleare, ha sempre sostenuto proposte chiare. Tra Vendola e l’alleanza con l’Udc, ripeto, non ho dubbi, scelgo il primo.” Cosi’ il senatore del Pd, Ignazio Marino, esprime la sua opinione sulle regionali in Puglia in un’intervista sul Riformista.
”Anche Pierluigi Bersani – continua Marino – si e’ espresso in maniera contraria al nucleare, non capisco, dunque, come noi potremmo appoggiare l’Udc che invece la pensa diversamente su temi così importanti e delicati per i
cittadini. Del resto per fugare ogni perplessità, sostengo che il modo migliore per scegliere il candidato siano le primarie. Dovremmo adottare questo metodo, altamente democratico, per poter dare l’ultima parola ai cittadini. La gente deve poter scegliere ed esprimere liberamente le proprie preferenze per ristabilire un vero rapporto traelettori ed eletti”
      • “L’elaborazione di contenuti e di idee devono essere il centro delle attività del PD, e quindi prima di tutto pensiamo ai programmi e solo successivamente alle alleanze per le prossime elezioni regionali. Non possiamo pensare di battere la destra semplicemente sommando forze politiche che non condividono valori e programmi. Quindi partiamo dalla condivisione di valori come la laicità e di programmi come l’economia o il nucleare e le alleanze verranno”. Ne è convinto il sen. Ignazio Marino, che oggi ha riunito, nella sede del PD a Roma, per la prima volta la rete dei coordinatori regionali della mozione che ha partecipato alle primarie.

        Il PD non potrà prescindere dal dire parole chiare su temi cruciali come: giustizia e legalità, diritti civili, lavoro e flexicurity, energie rinnovabili e nucleare, ricerca e innovazione. E’ solo partendo dai contenuti che possiamo proporci come concreta alternativa alla destra e a Berlusconi e il primo appuntamento che ci attende è quello delle elezioni regionali.

        “Proprio per dare impulso alle idee che abbiamo proposto durante la campagna per le primarie – sottolinea Marino – abbiamo deciso di non perderci di vista. Non vogliamo costruire una corrente politica, piuttosto una corrente delle idee. Con i coordinatori di tutte le Regioni costruiremo un portale, con derivazioni regionali, come contenitore di idee ed elaborazione e strumento di comunicazione e interazione. Con trasparenza, chiarezza e coerenza continueremo a vigilare, insieme al popolo della rete, perché i temi che noi consideriamo prioritari siano anche siano priorità nel programma del PD.”

    Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

    Rutelli, il pesce pilota. E Bersani accetta la pax berlusconiana.

    Grandi manovre in vista. Peccato che Bersani sia già partito con il piede sbagliato. La notizia di oggi: Berlusconi afferma che il governo sponsorizzerà D’Alema alla candidatura per la carica di Ministro degli Esteri della Unione Europea. D’Alema minimizza: l’Unione Europea non è una faccenda fra lui e Silvio, diciamo. In cambio, però, Bersani attuerà la politica dell’acquiescenza, abbandonando Di Pietro e l’antiberlusconismo sciocco, prestando il fianco per una riforma della giustizia in senso berlusconista ma con camuffamento. Vale a dire, permetteranno la divisione delle carriere e una riduzione ulteriore dei tempi della prescrizione, avallando di fatto il nuovo lodo Alfano.
    Bersani piace tanto alla destra. A Bossi, ma anche a Berlusconi. L’avrebbero votato anche loro. In una intervista a Il Fatto Quotidiano, Franco Battiato parla del suo nuovo singolo, Inneres Auge, un requiem per la politica:

    Alla vista di certi personaggi, mi vien voglia di impugnare la croce e l’aglio per esorcizzarli.C’èunmutamentoantropologico, sembrano uomini, ma non appartengono al genere umano, almeno come lo intendiamo noi: corpo, ragione e anima”.

    Tutto condivisibile. Poi scopri, qualche riga più sotto, che Battiato ha votato alle primarie ed ha espresso la sua preferenza proprio per Bersani. Allora capisci, capisci il grande equivoco in cui sono incorsi in molti, e anche il maestro: votare Bersani è stato come votare per una etichetta, è stato facile, innocuo e sbrigativo. Bersani il comunista, eccotutto.
    Poi c’è Rutelli, che migra verso il centro-centro casiniano: insieme raddoppieremo i voti, esulta Pierferdi. Si tratta di prove tecniche di alleanza. Non quella di Rutelli e Casini, bensì quella fra il PD e l’UDC, il grande progetto dell’Ulivo risorto.

    • tags: no_tag

      • Francesco Rutelli ufficializza il suo addio al Pd

      • Rutelli e Casini convergono sull’attacco alla Lega. Per Rutelli «la Lega non è solo folclore. La Lega ha un potere dirimente nell’attuale coalizione di Governo. È contraria ai valori che hanno determinato l’unità d’Italia. Dobbiamo lavorare ad un documento comune in vista dei 150 anni dell’unità d’Italia che cadranno nel 2011: penso che Fini condividerebbe questa iniziativa. Serve uno sforzo per far emergere l’insostenibilità della presenza della Lega nelle istituzioni»

      • Casini rimarca: «Alle prossime regionali l’Udc non si alleerà mai con coalizioni che sostengano un Presidente della Lega»

      • Casini pensa che con Rutelli si possa arrivare «a raddoppiare i voti». «Evitiamo però di pensare a spallate a Berlusconi – dice Casini – dobbiamo arrivare a fine legislatura e chiedere conto a Berlusconi delle promesse non mantenute». Casini dice no alla Lega e no al «populismo giustizialista di Di Pietro».

      • «Nell’attuale assetto bipolare – prosegue Casini – risultano vincenti le forze populiste.

      • Bisogna salvare lo Stato dai pericoli di disgregazione che lo minacciano»

    • L’offerta di Bersani – di Stefano Cappellini

      tags: no_tag

      • Di una possibile tregua tra i poli si parla da anni a scadenza più o meno semestrale e ogni volta col medesimo esito

      • Qualcosa può cambiare nei prossimi mesi? L’elezione di Pier Luigi Bersani, che ridà al Pd una guida stabile e al centrodestra un interlocutore pienamente legittimato, potrebbe aprire una fase nuova?

      • una nuova fiammata di guerra guerreggiata

      • Piccoli segnali. Mosse formali più che sostanziali. Che indicano però una possibile direzione di marcia.

      • Dice già molto, sul versante di centrosinistra, il fatto che Bersani abbia scelto di affrontare subito il dossier Antonio Di Pietro, incontrato ieri mattina al quartier generale democratico del Nazareno

      • Disinnescare l’ex pm, fermare la guerriglia quotidiana dell’Idv, interrompere la rincorsa giustizialista che ha imposto al Pd, rappresenta una priorità per il neosegretario

      • nessuna coalizione di centrosinistra che si privi dell’apporto di Di Pietro ha i numeri per impensierire il centrodestra

      • i dipietristi minacciano di andare da soli in alcune regioni del sud (Campania e Calabria), di fatto consegnandole in partenza al Pdl

      • Bersani ha chiesto a Di Pietro di darsi una regolata. L’offerta all’ex pm poggia su una sorta di divisione dei ruoli all’interno dell’opposizione: il Pd fa da baricentro riformista, l’Idv è libera di organizzarsi altrimenti purché, in piazza come nelle altre sedi, tolga il Pd e il Colle dal suo mirino e si concentri sull’opposizione al Cavaliere

      • Il disarmo con Di Pietro è la prima mossa per ridare centralità al Pd nel gioco politico. Da mesi la dinamica maggioranza-opposizione è tutta interna al centrodestra, con Fini e Tremonti a fare le veci dei leader democratici impegnati a congresso. Bersani intende riprendersi il mestiere. Ma vuole anche stare attento a non impelagarsi in un nuovo stucchevole e astratto dibattito dialogo sì-dialogo no: «Dialogo è una parola malata. C’è un posto per discutere, si chiama Parlamento»

      • Bersani ha alcuni paletti che non può valicare. Sul capitolo giustizia i suoi margini di manovra e di confronto con le proposte del governo sono strettissimi: avrebbe seri problemi all’interno del suo stesso partito e minerebbe la tregua con Di Pietro

      • è convinzione profonda del segretario che il Pd non può stare a guardare se parte un serio tentativo di riforma dell’assetto istituzionale: poteri del premier, superamento del bicameralismo con l’istituzione di un Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari e via dicendo

      • C’è un segnale però che Bersani attende per verificare le intenzioni del centrodestra ed è la disponibilità a rivedere, insieme al resto, la legge elettorale

      • La preferenza di Bersani è nota: va al modello tedesco, mix di maggioritario e proporzionale

      • non vuole accelerare al buio. I suoi spin doctor spiegano che la prassi del nuovo corso non sarà mai “prima l’annuncio e poi la discussione” e quindi il segretario si muoverà solo quando avrà un chiaro mandato del Pd

      • Il resto dipenderà dalle novità nel campo di centrodestra. Ma anche lì qualcosa pare muoversi. C’è il lavorìo trasversale di Gianfranco Fini. La ritrovata centralità di Gianni Letta, uomo chiave di qualsiasi eventuale trama di distensione. I molti e autorevoli esponenti del Pdl che invocano una moratoria bipartisan sull’uso politico degli scandali a sfondo sessuale.

    • Pd/ Rutelli: Lascio da subito, anche se con dolore – "Faremo nuova squadra, Casini è interlocutore essenziale"

      tags: no_tag

      • Lascio il Pd, subito e con dolore", perchè "il partito democratico non è mai nato" e "questo non è il mio partito", "non è per questo che ho sciolto la Margherita". Francesco Rutelli, in un’intervista al Corriere della Sera, ribadisce la scelta di abbandonare il partito Democratico e spiega che erano state poste tre condizioni: "non approdare al socialismo europeo, basta collateralismo e vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali e interessi economici e pluralismo politico". Nessuna di queste, argomenta l’ex vicepremier, è stata rispettata: "non ho nulla contro il Pd di sinistra – sancisce quindi – ma non può essere il mio partito", perchè la "socialdemocrazia non ha alcuna possibilità di parlare ai contemporanei". E poi, c’è l’alternanza. "Il Pd – spiega Rutelli – era nato per riconquistare il cuore, il centro della società italiana. Il suo spostamento a sinistra impone che altri assolvano questo impegno fondamentale". Ovvero, una forza politica di centro, "non un partito di Rutelli, ma una squadra", che avrà in Pier Ferdinando Casini "un interlocutore essenziale. E’ giusto guardare lontano: con proposte serie, si può puntare a unire molte altre sinergie, sino a creare, in alcuni anni, la prima forza del Paese

    Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

    Franceschini pensa all’UDC. Ma non all’antiberlusconismo. E i respingimenti? E l’omofobia?

    A Genova, intervistato da Riotta, Franceschini ritorna sui tanti temi che animano il dibattito delle primarie. Per molti aspetti si esprime con termini condivisibili. Dice, per esempio, che il partito deve essere aperto e non deve aver paura del risultato delle primarie. Che dopo il congresso, seguirà una fase di unità.
    Dice che non farà mai nessuna telefonata per chiedere di rimandare le nomine a Raitre – le nomine RAI sono compito del CDA. Bene, ma forse era necessaria più chiarezza.

    Avrebbe – per esempio – dovuto condannare la pratica dello spoil system RAI e della lottizzazione. Avrebbe dovuto dire che le nomine, tutte, devono essere ispirate a ben altri principi, quali il merito, per esempio.
    Avrebbe magari potuto esprimersi criticamente sulla pratica aberrante dei respingimenti e sul fatto che oggi i giovani sopravvissuti eritrei sono stati formalmente indagati per il reato di clandestinità, calpestando il loro diritto d’asilo, che in quanto diritto fondamentale dovrebbe essere prevalente.
    Avrebbe potuto dire due frasi, dico due, sul tema omofobia.

    Una occasione mancata per chiarire aspetti cruciali del suo programma.

    • tags: no_tag

      • "Dobbiamo alzare la voce per fare in modo che l’Italia sia come tutte le altre democrazie del mondo un luogo in cui gli avversari politici si scontrano ma hanno poi un terreno comune da difendere, che per noi si chiama resistenza e Costituzione". Lo ha dichiarato il segretario del Pd Dario Franceschini questo pomeriggio a Genova
      • "Non c’è niente di più sbagliato -ha spiegato Franceschini- che liquidare ogni volta come stupidaggini propagandistiche frasi della Lega e della maggioranza che smontano sistematicamente il tessuto di valori condivisi su cui è stato costruito questo Paese. La proposta -ha proseguito il segretario del Pd- di cambiare l’inno nazionale, come quella di inserire gli stemmi regionali nella bandiera nazionale, porta dietro di sè l’idea di un Paese che va scomposto e diviso".
      • "Dopo il congresso ci sarà un percorso di unità. Chi vincerà avrà il sostegno degli altri. Abbiamo guardato per 30 anni – ha affermato Franceschini – con interesse alle primarie americane dove si confrontano in modo aspro ma poi si accoglie il risultato. Abbiamo già fatto le primarie ma stavolta l’esito non si conosce. Il partito è veramente in mano a iscritti ed elettori e noi non dobbiamo temerlo".
      • "Voi che siete impegnati nei comitati dovete invitare non solo a votare ma anche ad allargare il nostro campo. Le primarie sono l’occasione per parlare tra persone nuove e quindi non dobbiamo temere di tornare indietro. Noi siamo un partito aperto – ha affermato Franceschini – anche a chi non fa la scelta di militanza permanente iscrivendosi ma vuole essere lì. Prima per fare politica c’era un solo modo, l’iscrizione, ora ce ne sono mille e noi dobbiamo essere aperti perchè più lo siamo più può vincere il nostro programma politico".
      • "Dal governo e dalla maggioranza ci sono intimidazioni verso il ruolo del parlamento e la stampa ma la coscienza civile del paese non deve addormentarsi e noi abbiamo il dovere di alzare la voce e di reagire. Vedo che – afferma Franceschini – nella maggioranza anche la cosa più inqualificabile scivola via, liquidata come una battuta di Bossi o di Berlusconi. L’assuefazione è il pericolo più grande e noi dobbiamo alzare la voce con grande determinazione
      • Franceschini non ama l’etichetta di antiberlusconismo: "l’opposizione si chiama così in tutto il mondo perchè il suo mestiere è opporsi e una grande forza riformista deve fare proposte concrete ma avere la forza, la determinazione e il coraggio per criticare con vigore la cose da criticare
      • "Sono rimasto allucinato dal dibattito in base al quale noi avremmo chiesto di aspettare il Congresso per le nomine a Raitre e al Tg3. È una cosa completamente inventata e anche offensiva". Il segretario del Pd, Dario Franceschini, smentisce, dal palco della Festa di Genova, le ricostruzioni sulle nomine nella terza rete di viale Mazzini. "Ogni scelta – afferma Franceschini – è affidata al cda e io non ho fatto nè farò alcuna telefonata per sostenere tizio o caio nè per chiedere di aspettare il Congresso del Pd"
      • "Può darsi che in qualche regione ci alleeremo con l’Udc ma non decideremo a Roma. La scelta delle alleanze sarà fatta dalle forze politiche locali e dai candidati alla presidenza della Regione". Il segretario del Pd, Dario Franceschini, affronta così, dal palco della festa del Pd, il nodo delle alleanze per le regionali.
      • "Noi vogliamo vincere e quindi costruiremo le alleanze ma non torneremo mai più nelle coalizioni del "tutti contro, da Pecoraro a Dini, da Mastella a Diliberto. Faremo alleanze per vincere ma anche per governare". Così Dario Franceschini, parlando alla festa di Genova, spiega come il Pd dovrà costruire le alleanze. Quanto al rapporto con il leader Idv, Antonio Di Pietro, Franceschini evidenzia: "Sono all’opposizione con noi e nostri potenziali alleati come altri. Il tempo ci aiuterà a capire se ci sono le condizioni per un’alleanza che vinca e governi".
      • "non dobbiamo mai dimenticare che il nostro avversario è Berlusconi e non Di Pietro". "Mi rifiuto di caratterizzare le mie posizioni rispetto agli altri candidati per differenza se non altro perchè ho fatto il segretario, ho cercato di fare alcune cose con il sostegno di tutti fino al giorno in cui mi sono candidato. Proverò a continuare a fare quel lavoro"
      • Dario Franceschini evita di dire qual è il punto di forza della sua candidatura rispetto a Pierluigi Bersani a Ignazio Marino. "È chi si candida – sostiene Franceschini – che deve dire quali sono le sue differenze e non io"
      • Il segretario Democratico torna poi sul fatto che aveva annunciato di non candidarsi al Congresso. "Volevo – spiega – lasciare il testimone alle nuove generazioni. Poi ho visto che non sarebbe successo ma soprattutto mi è rimasta sullo stomaco una battuta di Berlusconi: ‘Ecco l’ottavo leader, fra un pò ci sarà il nonò.
      • il 26 ottobre il Pd avrà un segretario che avrà vinto un confronto vero che aspettavamo da anni visto che le altre primarie avevano un esito già scritto mentre queste sono primarie vere e chi vince avrà la forza per costruire il Pd".
      • Dario Franceschini, parlando alla festa del Pd, ammette le carenze del centrosinistra negli ultimi anni. "Abbiamo coltivato l’illusione – sostiene Franceschini – di poter costruire lo stesso modello che c’è dall’altra parte, cioè che tutto ruota intorno al leader ma non è così. Certo serve chi guida e che lo faccia in autonomia ma la risposta per vincere è nell’offerta politica al Paese. Dobbiamo ricostruire un’identità e mettere in campo, come ha fatto Obama, una gerarchia di valori rovesciata. Se non riportiamo il confronto sui valori, non vinceremo".

    Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

    Veltroni, antiberlusconismo è ideologia. E il veltronismo?

    Se per Walter Veltroni l’antiberlusconismo – vale a dire l’opposizione ferrea a Mr b, l’uomo della corruzione, dei falsi in bilancio, dello stalliere eroe che in realtà era un pesce pilota (della mafia), l’uomo coinvolto chissà come nelle inchieste sui mandanti occulti della strage di Via D’Amelio grazie ai suoi rapporti con tale Dell’Utri, l’uomo che fondò un partito azienda dal nulla, un partito contenitore lo chiamarono alle origini, per ovviare alla caduta dei propri referenti nel pentapartito, l’uomo degli scandali pseudo sessuali, dei festini a palazzo Grazioli, a Villa Certosa, l’uomo di Putin, che disse di George W. Bush "è il più grande statista della storia", l’uomo che incarna per eccellenza il conflitto d’interesse, il grande burattinaio delle nomine RAI, il protagonista dell’epoca storica della politica italiana che passerà sotto al nome "età del piduismo compiuto" –  ebbene, l’antiberlusconismo sarebbe un’ideologia, e come tutte le ideologie, è deprecabile, ottunde la mente, sottrae alla verità.
    Se così fosse, allora il veltronismo, ovvero la stagione breve brevissima di Veltroni segretario PD e principale esponente dei partiti di opposizione, sarebbe nient’altro che una strategia ispirata alla politica dell’acquiescenza. Già nel 1938, la politica dell’acquiescenza ebbe grandi successi che si concretizzarono nel trattato di Monaco. E’ noto come dopo il trattato di Monaco, Hitler abbia messo da parte i suoi progetti espansionistici; grazie al fatto di esser venuti a patti con il Male Assoluto, venne sventata la prospettiva di una seconda guerra mondiale per l’intera Europa.
    (…)
    Ma non andò esattamente così. Vero Veltroni?

    • tags: no_tag

      • «La colpa più grave di Berlusconi è quella di non avere migliorato in nulla il paese pur dominandone la politica da 15 anni, ma non credo che con lui scompariranno anche l’egoismo e l’individualismo».
      • dice di non essere convinto che le responsabilità dello stato attuale del Paese siano tutte attribuibili al premier
      • Si sono trasformati in ideologie persino il berlusconismo e l’antiberlusconismo , e il mio grande dolore – dice – è stato non essere riuscito ad avviare una stagione di collaborazione nell’interesse dell’ Italia dopo le elezioni». Colpa di molti dirigenti del Pd e di Di Pietro? È la domanda. «Si anche

    Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

    Antiberlusconismo sciocco è antipolitica? Le semplificazioni di Bersani.

    Bersani osteggia l’antiberlusconismo sciocco. L’antiberlusconismo sciocco, in questo articolo comparso stamane su Il Riformista on line a firma di Caldarola, è equiparato all’antipolitica più becera, all’odio verso qualsiasi formazione politica.
    In questo post dimostro che non è affatto così. L’antiberlusconismo è un dovere per un democratico. Poiché il berlusconismo è di fatto l’uso della macchina Stato per il perseguimento dell’interesse di uno solo, è il berlusconismo stesso a essere oltreché antidemocratico anche antipolitico, laddove politica è da interdersi nell’accezione aristotelica della polis, della comunità dei cittadini. Il berlusconismo osteggia la polis, pregiudica il perseguimento dell’interesse generale, di fatto è elemento che mette a pregiudizio l’assetto democratico di un paese. Per queste ragioni va combattuto, e un partito che aspira a essere un partito di governo e per giunta si definisce democratico, non può permettersi di abbandonare la lotta per la democrazia.

    (Anche in Grillo qualcosa a proposito: http://www.beppegrillo.it/2009/08/bersanetor_e_il_nuovismo.html)

    • tags: no_tag

      • È bastata una piccola frase di Pierluigi Beraani, «Basta con l’antiberlusconismo sciocco», per spingere alcuni quotidiani a scrivere che il candidato alla segreteria del Pd abbandonava il dipietrismo
      • Bersani poteva dire di più. Il problema di Di Pietro non è solo l’«antiberlusconismo sciocco» ma la volontà di rappresentare un’Italia che odia tutte le formazioni politiche e la politica in generale.
        • Troppo semplificatorio: è il berlusconismo l’odio verso la politca. Il berlusconismo pregiudica la politica, nel senso di polis, quindi della comunità dei cittadini, con la distruzione di una sfera pubblica critica sostituita da una sfera pubblica acclamativa, dove l’opinione altrui è annichilita e la critica è eversione. Questo deve essere messo in evidenza. In queste righe, si pratica un inversione, bollando come antipolitico qualsiasi movimento che richieda giustizia e libertà d’espressione. Un assurdo che si genera proprio dall’ignoranza del concetto di politica e di come il berlusconismo sia antipolitico. – post by cubicamente
      • C’è nel dipietrismo un’anima populista, anti-democratica e giustizialista che sottrae fasce importanti di elettori da una prospettiva di governo.
        • E chi mai ha detto che, per essere forza di governo, un partito debba abbandonare una politica di opposizione al berlusconismo in favore di un certo grado di acquiescenza? Anzi, un partito che si propone come “di governo” dovrebbe fortemente osteggiare la politica antidemocratica di Berlusconi. Dovrebbe, per essere veramente di governo, quel partito farsi portavoce e bandiera di tutte le istanze della società civile che rivendica il diritto a essere rappresentata e di veder garantiti i propri diritti nel perseguimento dell’interesse generale, che invece oggi è svilito in una bieca ricerca dell’interesse proprio particolare di un solo signore. – post by cubicamente
      • Mi aspetto dal candidato alla segreteria del Pd un ragionamento più profondo sui danni che una simile impostazione provoca all’immagine di una sinistra di governo.
      • Detto questo tuttavia la frase di Bersani è un buon primo passo e soprattutto una vera linea di confine verso il movimentismo nuovista e giustizialista del fronte franceschiniano.
        • Fronte nuovista e giustizialista franceschiniano? Ma questo è un racconto di fantasia! – post by cubicamente

    Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

    Il PD di Bersani è una dicotomia.

    L’identità pidina descritta da Bersani è insieme socialista e cattolica popolare. Vede il PD come un grande collettore di etichette. Spesso in contrasto fra di loro. Qui c’è materia per una mozione Bersani terza. Vediamo il perché.

    – In primis, la questione identità, che non è una ma è triplice, quindi ci si chiede come possa essere definita "chiara". Se le radici del PD sono insieme socialiste (attenzione, non comuniste) e popolari (si presume in riferimento alla corrente del cristianesimo sociale) e dal momento che queste prime due etichette riferiscono a dottrine politiche storiche distinte nel tempo e separate concettualmente, se ne deduce che l’identità del PD non ha radici ma promana da una sintesi di queste. Bersani aggiunge il termine cattolico, perciò introduce un terzo elemento che contrasta sia con l’identità socialista, sia con l’identità popolare nella derivazione del cristianesimo sociale, poiché entrambe introducono al concetto di laicità dello Stato (il cristianesimo sociale lo riprende dal cristianesimo liberale), mentre la dottrina cattolica intende la "sana laicità" quella che implica "l’effettiva autonomia delle realtà terrene non certo dall’ordine morale, ma dalla sfera ecclesiastica" (Ratzinger). Qui sta il punto, l’autorità dello Stato non è moralmente autonoma rispetto all’ordine morale che promana dalla Chiesa. Il PD di Bersani, definendosi anche cattolico, riconosce l’autorità morale della Chiesa e si sottopone alla sua legge morale. Bersani inoltre aggiunge di voler emanciapre il partito dall’esperienza storica degli ultimi trent’anni. Ma è proprio negli ultimi trent’anni che la dottrina socialista e quella del cristianesimo sociale trovano punti di contatto e di sintesi sui temi della questione sociale.

    – Bersani dice che bisogna finirla con "l’antiberlusconismo sciocco". Di che cosa parla? Qual è l’antiberlusconismo sano e cosa lo differenzia da quello sciocco? Proviamo a formulare un’ipotesi, peraltro abbondatemente suffragata dalla ripulsa nei confronti dell’IDV: intendendo la versione sciocca quella propugnata da Di Pietro, l’antiberlusconismo sano è una blanda opposizione parlamentare, una muta accettazione e istituzionalizzazione del conflitto d’interesse, l’avvallo alla riforme costituzionali che coinvolgono la magistratura, addirittura offrendo possibilità di dialogo; lo scopo primario è di "fornire un’alternativa [di governo] felice". Bersani, attraverso questa formula, non fa altro che recuperare la via dell’acquiescenza inaugurata infelicemente da Veltroni con la formula del "principale esponente dello schieramento a noi avverso". Implicitamente, si rinuncia alla battaglia per estromettere Berlusconi dal governo, in quanto incompatibile, in ragione dell’esistenza di elementi di contiguità, di comunanza di interessi, di strategie politiche comuni, volte a garantirsi l’immunità dall’azione della magistratura.
    Poiché non si può fare a meno di denunciare l’imbarbarimento della nostra democrazia, che ha il solo antidoto nell’antiberlusconismo sciocco, il PD, con questa rinuncia, abdica del tutto in favore dell’IDV il titolo di partito d’opposizione, assumendo quello di partito alternativo, vale a dire sostitutivo – se ne deduce, nei pregi e nei difetti – del partito ora al governo.

    Gli aspetti dicotomici – essere partito d’opposizione ma rinunciare all’antiberlusconismo, avere un’identità precisa ma avere tre radici diverse – del pensiero di Bersani, che varia di intervista in intervista disvelando la propria incoerenza e quindi la propria inconsistenza, fanno presagire una riedizione del PD in stile ulivismo tragico dell’ultimo governo Prodi, con alleanze politiche aventi differenze inconciliabili, con correntismo esasperato e tendenza alle dichiarazioni ai giornali in ordine sparso.
    Prepariamoci.

      • Recuperare le «radici più profonde, cattoliche popolari e socialiste». Abbandonare la retorica del «nuovismo» e dell’«antipolitica». E finirla con l’«antiberlusconismo sciocco». Sono le linee guida che Pierluigi Bersani traccia per il suo Partito democratico.
      • [costruisce] il suo progetto politico qualora dovesse vincere le primarie [a] partire dalle alleanze. Per Bersani, il Pd ha bisogno di aprirsi «in uno scenario plurale che si declina nel bipolarismo e non nel bipartitismo».
      • Bossi si diverte alle nostre spalle e qualcuno ci casca – aggiunge – Sono solo battute estive, dette a Ferragosto, senza alcuna importanza»
      • «Io credo in un grande partito popolare che si rivolga ai ceti produttivi (le imprese, i lavoratori), ai giovani, alle fasce più deboli. Credo in un partito organizzato e che abbia un’identità chiara e definita, non matematica»
      • «superficiali» le critiche di chi lo accusa di essere «il vecchio»
      • Bersani propone «di emanciparci dalla storia dei nostri ultimi trent’anni e di andare a recuperare quelle che sono le nostre radici più profonde: quelle cattoliche popolari e quelle socialiste. Radici che ci insegnano che se parti dagli ultimi, dai più deboli e sfortunati, sarai capace di costruire una società migliore per tutti»
      • apertura a forze come Udc e Sinistra e libertà
      • «Avere una vocazione maggioritaria non significa fare da sé, ma cercare delle alternative. Non in seno a un antiberlusconismo sciocco, ma cercando di adempiere a quello che è lo scopo primario di un’opposizione e cioè fornire un’alternativa felice
      • «Noi pensiamo – aggiunge – che oggi l’Italia abbia bisogno di riforme elettorali, istituzionali e di regolamenti. E di una nuova ricetta anticrisi. Con chi condivide queste preoccupazioni, noi ci siederemo a un tavolo e discuteremo con pazienza»

    Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.