Sondaggi Politiche 2013 (2) – Rivoluzione Civile toglie seggi a M5S e PdL

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[Continua dalla prima parte]

In un primo momento, nel mio foglio di calcolo trasandatissimo (nel quale come saprete ho raccolto i sondaggi eseguiti da http://www.scenaripolitici.com), avevo trattato Italia dei Valori, Federazione della sinistra, i Verdi e la lista Ingroia – la cosiddetta “foglia di fico” – come liste singole anche se coalizzate fra di loro. Chiaramente non è così: al Senato, i micropartiti della sinistra e Di Pietro, ridotto al 2% su scala nazionale, presenteranno una lista unica che riuscirà, in taluni casi, a superare lo sbarramento. Infatti risulta più agevole per Igroia e soci superare la soglia dell’8% nelle seguenti Regioni:

Regione % Seggi
Lazio 9 2
Campania 11 2
Basilicata 11 1
Liguria 11 1
Piemonte 9,5 2

Si tratterebbe quindi di una lista che, in termini percentuali, diventa concorrenziale di M5S, Scelta civica (centro) e M5S. Prendete ad esempio in Lazio: il sondaggio di Scenari Politici assegna la vittoria al centrosinistra con circa il 35.5% che permetterebbe a PD e Sel di incassare il premio del 55% (15 seggi su 28 disponibili). Guardate cosa succede con la lista Ingroia in forma di lista unitaria: in pratica porta via i due seggi ai più forti perdenti, ovvero PdL e M5S.

Lazio Seggi: 13
Perdenti:
PdL 5 4
centro 4 3
Riv. Civile 2
M5S 5 4

Anche in Campania, il sito Scenari Politici prevede la vittoria del Centrosinistra con il 33.5% (il centrodestra si fermerebbe al 27, mentre la lista Monti prenderebbe un modesto 12%). Si tratta questa di una nuova configurazione in cui la presenza di Rivoluzione Civile nella forma di lista unitaria di Idv, Fds e Verdi, porta via seggi ai 5 Stelle:

Campania Seggi: 13
Perdenti:
PdL 6 5
centro 3 3
M5S 4 3
Riv. Civile 2

Il Piemonte offre invece un caso inverso. I perdenti si attestano intorno al 11-18 %.  Il Movimento 5 Stelle sarebbe il primo fra i perdenti, seguito da PdL e Lega Nord. La presenza di Rivoluzione Civile, in questo caso, non punisce il primo bensì gli altri due partiti:

Piemonte Seggi: 10
Perdenti:
PdL 3 2
Lega Nord 3 2
M5S 4 4
Riv. Civile 2

Complessivamente (ho indicato il caso 1 come il caso in cui Idv, Fds e Verdi presentino liste coalizzate ma non unitarie; nel caso 2, invece, il caso in cui la lista Ingroia sia unitaria):

Partiti Caso 1 Caso 2 Diff
PdL 56 53 -3
Lega Nord 31 30 -1
centro 19 18 -1
PD 121 121 0
Sel 23 23 0
SVP 3 3 0
Mov Autonomie 2 2 0
M5S 53 50 -3
Sen V. Aosta 1 1 0
Riv. Civile 8 +8

[parte seconda]

Join the dots. Unisci i puntini. La leggenda del capitano Ultimo, la fiction come antistoria.

Ieri le dichiarazioni di Piero Grasso , procuratore nazionale antimafia, che in sostanza legittimava la trattativa Stato-Mafia avendo essa salvato decine di ministri della Repubblica da attentati. Oggi il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che si definisce scandalizzato dalle parole di Grasso. Così Di Pietro, che alza i toni e chiede siano fatti i nomi dei "trattativisti". E incredibile, su La Stampa stamane l’ex PM viene apertamente criticato, sospettato di voler mantenere alti i toni della polemica politica, di voler strumentalizzare la vicenda della trattativa.
Al di là della banale polemica, ciò che importa è che ogni giorni si delinea sempre meglio lo scenario e i protagonisti dell’epoca: da Vincenzo Scotti a Nicola Mancino, da claudio Martelli a Liliana Ferraro, passando per il generale Mori, il fantomatico capitano ultimo e il generale Subranni, a capo del segmento del Ros che costituì il Crimor, il gruppo di investigatori che arrestò Riina, celebrato da Mediaset con una fiction famossisima.
In realtà è da anni che si vocifera sulla "trattativa": Mori e De Caprio furono posti sotto processo nel 2006, pm era Antonino Ingroia, lo stesso dell’inchiesta Sistemi Criminali, dove si ipotizzava un collegamento fra settori della estrema destra, della massoneria e i clan mafiosi, inchiesta che prese le mosse dalle rivelazioni di Elio Ciolini, piccolo truffatore stranamente preveggente. Ingroia, nelle requisitoria finale del processo a Ultimo, parlò di zone grigie e di ragion di Stato. Tutto ciò non ha mai fatto parte della fiction made in Mediaset.
E il capo di Mori, De donno e De Caprio? Il generale Subranni? Quest’uomo è lo stesso che ebbe a che fare con la morte di Peppino Impastato. Impastato fu ucciso per volere di Gaetano Badalamenti il giorno della morte di aldo Moro. E Subranni, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini. Questo scrisse nel rapporto:

«Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br».

Subranni ha poi fatto carriera ed è diventato Generale dell’Arma dei Carabinieri. Grazie a questo intuito. Nessuno gli ha mai chiesto spiegazioni sulle indagini dell’omicidio Impastato. Nessuno ha mai fatto veramente luce sulla sua figura.

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    • Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, l’arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che una sceneggiata, perchè in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, l’altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri 13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta

    • Questa importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia, purtroppo non solo ridimensiona l’effettiva portata dell’azione dell’antimafia almeno negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella cattura

    • cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una simile collaborazione

    • un processo molto delicato che si svolse tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di favoreggiamento a Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti: Mario Mori, all’epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò Riina, il leggendario "capitano Ultimo" che meritò non solo onori, ma anche una fiction televisiva.

    • entrambi gli ufficiali dei carabinieri sono stati assolti "perchè il fatto non costituisce reato". In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito, come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c’era stato dolo nell’azione dei due ufficiali del Ros, anche se si fa preciso riferimento a una trattativa e ai colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, definiti "iniziative spregiudicate"

    • interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo

    • dopo che Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato dell’Unità

    • Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005

    • Sostengono l’accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino

    • viene chiamata a testimoniare la "pentita" Giusi Vitale la quale afferma: "Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo"

    • Secondo la Vitale, all’interno della villa del capo di Cosa Nostra "c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero"

    • riferisce anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un "bene" da Cosa nostra, in quanto all’interno dell’appartamento erano custoditi "numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni"

    • magistrato Luigi Patronaggio a gettare nuova luce sulla vicenda

    • Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il capitano Ultimo chiese ed ottenne dall’allora colonnello Mario Mori di far bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare

    • "Fui avvisato dell’arresto di Riina – racconta Patronaggio – direttamente da Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l’operazione, ed era solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del Ros.

    • Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c’era e c’è fiducia totale in De Caprio e Mori e l’indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare

    • Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa era sotto controllo"

    • Patronaggio spiega ancora: "Credevo che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre attività operative"

    • la procura, dopo l’arresto di Riina, sollevò alcuni dubbi sull’attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo

    • "Il filmato girato dal Ros davanti all’ingresso del residence in cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell’arresto del latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perchè ad un certo punto del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva"

    • ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, il quale aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: "Eravamo a pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell’arresto

    • Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando l’allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare

    • Sembrava sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di osservazione

    • stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore

    • Per questo dicemmo a Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di osservazione avviato dai carabinieri continuasse"

    • I primi dubbi

    • la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli: "Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede spiegazioni.

    • 7 novembre, giorno riservato alla deposizione dell’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: "Non ho ricordi personali di quei periodi. Tutto ciò che posso dire, anche per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in questo dibattimento"

    • "Ero molto arrabbiato, perchè qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma soprattutto perchè a causa di questo fatto temevo il riesplodere della stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo"

    • "La Procura era pronta alla perquisizione del complesso residenziale di via Bernini subito dopo l’arresto di Riina. Si decide di cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire l’arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini.

    • Infine, la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione: un fatto, quest’ultimo, dettato da un equivoco, ma anche dall’autonomia decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio

    • Il 13 febbraio 2006 è la volta dell’accusa, che chiede la assoluzione di Mori e De Caprio perchè non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia. L’inizio della requisitoria dei pm è fulminante: "Questa vicenda, se avesse un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perchè ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un’operazione di polizia così importante

    • i magistrati della procura di Palermo sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra

    • Nella sua replica il pm Ingroia introduce il concetto di "ragion di Stato", a cui aveva già fatto riferimento durante la requisitoria, sostenendo che ancor più dell’assoluzione, la prescrizione sarebbe stata la decisione "più adeguata e più giusta

    • Secondo i giudici, l’istruttoria dibattimentale non ha chiarito il "lato oscuro" dell’arresto di Riina. E la linea difensiva dei due imputati "è confusa".

    • Inoltre, la tesi di Ultimo, scrivono i magistrati, in cui lo stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai magistrati il rinvio della perquisizione, "è contraddetta" da elementi pratici come il rinvenimento di "pizzini" addosso a Riina nel momento dell’arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva avere altri in casa

    • "Il collegio – si legge nelle motivazioni della sentenza – ritiene di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da dichiararsi ormai prescritto

    • Tali ragioni di Stato non potrebbero che consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio: e dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante, varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di Riina

    • Per i magistrati, dunque, "la ragione di Stato verrebbe a costituire il movente dell’azione", e se fosse stato provato dall’accusa, sarebbe stato "capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile"

  • SUBRANNI: CHI ERA COSTUI?

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    • generale Subranni, l’uomo che sembra diventato, negli ultimi giorni, un personaggio chiave per capire la verita’ sulle stragi del ’92

    • Chi e’ Subranni? E, soprattutto, cosa sta facendo ora sua figlia?

    • «La cattura di Riina e’ «dovuta all’attivita’ di una sezione del Ros col prezioso supporto dell’Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e’ diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell’operazione». L’excusatio non petita e’ la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993

    • Un’abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un’udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell’operazione Riina.

    • Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente “ripulito” dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c’era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.

    • la Voce chiede all’avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiamo mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire?

    • “Spontaneamente” Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l’esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo “nelle mani”, oppure “nella disponibilita’” di Cosa nostra.
      Il quadro si fa chiaro. Riina e’ stato “venduto”, e in cambio, oltre ad una “pax” che puo’ consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.

    • Tra le pagine degli atti processuali (un’assoluzione “di condanna” per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell’aversano, sua terra d’origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese)

    • Accusato di aver fornito ai cronisti l’ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l’ordine di riferire dove fosse il covo… si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati»

    • Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni

    • quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini per l’omicidio di Peppino Impastato

    • «Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br»

    • Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio.

    • E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista.

    • Oggi Danila e’ la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

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