Far finta che non sia successo

Ci sono ora due rischi sulla strada delle primarie del Partito Democratico. Il primo è quello più ovvio: che i giornali e le televisioni continuino con il consueto schema della arcinota e fin troppo sfumata contrapposizione fra discendenti dei Ds e discendenti dei Popolari. Per alcuni mesi sono state scritte paginate di giornali con il racconto di questa guerriglia più o meno simulata, sono stati progettati e realizzati sondaggi che fornissero la pezza d’appoggio statistica a tale rappresentazione.

Ieri questo schema è andato in pezzi. Per certi versi sembrava impossibile, era collaudato da quasi venti anni, forse troppi. Ma eventi di siffatta portata avvengono quando improvvisamente nella telecamera entra l’anomalia. La presenza di Giuseppe Civati ha avuto questo effetto. Le sue parole, in primis – chi lo segue giornalmente le ha oramai mandate a memoria – hanno colpito per la nitidezza, per l’assenza di ombre, di retropensieri, di secondi o terzi livelli di interpretazione. No, le parole di Civati volevano dire proprio quello e null’altro. Non c’era distinzione fra la parola e la voce: esse hanno lasciato una traccia univoca, visibile a tutti, comprensibile a tutti. Per la politica italiana, intrisa com’è di ipocrisia, di Giano Bifronte, di sotterfugi e strateghi delle ombre, è un enorme passo avanti.

E l’Apparato cosa starà pensando adesso? Avrà forse preparato la sua cervellotica exit strategy, così disperata e ingegnosa insieme, sopraffina e intelligentissima: gettare a mare il proprio candidato per privilegiare la logica del voto utile, del voto da dare al solo che può contrastare l’arrivo della realtà e della parola libera al vertice del principale partito della attuale maggioranza. La strenua resistenza passa per amare ciò che è stato odiato sino a ieri l’altro. Una nemesi beffarda, passare al nemico.

78% puro Apparato

L’articolo del Corriere di stamane, a firma di Maria Teresa Meli, contiene in sé un dato allarmante, per i cosiddetti “renziani della prima ora”: i sondaggi di De Bortoli e co. spiegano che il sindaco, ancora ufficialmente non candidato, prenderebbe il 78% dei consensi (non si sa bene di chi, se del partito, degli elettori, dei militanti, degli esperti di salamelle). In ogni caso, anche a voler prendere per buono quel dato, ciò significherebbe che una fetta consistente del bacino dei voti di Novembre 2012 si è spostata dalla parte di Renzi, fatto probabile ma difficilmente verificabile poiché la base elettorale di una competizione primaria è altamente volatile, variabile per numero ed età; per provenienza geografica.

Detto questo, gli spostamenti effettivi che si sono verificati, che sono, per così dire, agli atti delle cronache, sono quelli di Fioroni e di Franceschini, truppe comprese. L’allineamento franceschiniano-renziano-fioroniano – capita solo una volta nel calendario Maya, stessa fonte della Meli – di fatto sancisce la fine dell’ esperimento rottamatorio: Matteo, per dirla come Giovanna Cosenza, non può più usare la ‘clava’ verbosa che ha dispiegato sin da Novembre. Non può nemmeno più raccontarci che cancellerà le correnti: ammettendo il sostegno di Franceschini (l’ha rifiutato? no, non ancora) di fatto accetta una seconda lista a sostegno della sua candidatura, prodromo del correntismo renziano nel futuro Partito Democratico. Vedete, la persistenza di liste duplici o triplici è la base per innestare il correntismo. Ogni lista chiederà adeguata rappresentanza in segreteria e, a cascata, per tutti i circoli, dalla sede romana, fino a quelle più recondite, che nemmeno hanno più gli uffici.

Facile a dirsi, “non tratto sulle poltrone”: le poltrone intorno a Renzi sono già tutte occupate. Ma d’altronde, basta aggiungere un posto a tavola che c’è un amico in più.

Non pronunciare il suo nome

Lungo tutta la diretta televisiva di Matteo Renzi da Enrico Mentana, il nome di Pippo civati è stato pronunciato una sola volta, e non dal sindaco di Firenze bensì da Travaglio (nel preambolo della domanda sullo strapotere del Quirinale, suggerendo fra l’altro che si trattasse di una debole opposizione, la sua).

Se non stupisce che il cosiddetto Apparato ignori platealmente la candidatura di Civati, invece lascia interdetti (fino a che punto?) che Renzi si sia prontamente adeguato alla prassi generale. Eppure si può dire che è grazie a Civati che Renzi ha costruito quel modus operandi della comunicazione politica che viene messo in scena circa ogni anno alla Leopolda. Senza la sua influenza, molto probabilmente, mai ci sarebbe stato il Renzi rottamatore.

Non si tratta solo di calcolo probabilistico della vittoria. La vulgata generale, oserei dire ‘scanziana’, è quella che descrive Civati come di un battitore libero ma senza speranza. Non potrà mai essere segretario. Questa convinzione è in realtà figlia di una asserzione secondo cui mai ci potrà essere alcun cambiamento. L’apparato del Partito si è scelto Renzi come avversario, anzi, come nemico. Con questa scelta ha preteso di chiudere lo spettro delle possibili combinazioni: d’ora in poi nel mondo di vita del Partito Democratico esisterà solo Renzi vs. l’apparato, l’apparato vs. Renzi. E se, dal lato della comunicazione politica, la coppia dicotomica è diventata egemone sin dalle primarie di Novembre 2012, da un punto di vista della mera occupazione di cariche, le grandi manovre sono in corso e l’apparato è persino in grado di riprodurlo, il nemico, laddove non c’è. Per uno strano fenomeno di trasformismo (molecolare?) i bersaniani delle province si scoprono renziani. E il gioco è fatto. Dove non esisteva alternativa, ora l’alternativa è la regola (e pregusta la vittoria, anche se non si conosce bene cosa vincerà).

Negare l’esistenza di una qualsivoglia forma di opposizione a questo schema ben calibrato è utile a sostanziare la coppia Renzi-apparato. Il sistema ha trovato modo di sopravvivere e ciò che lo può disturbare nemmeno può essere pronunciato per nome. Quando si manifesta, nel dissenso di una astensione, viene minacciato di espulsione. Vengono mandati alle stampe dichiarazioni che ribaltano il senso della realtà (come nel caso del senatore Esposito), che attribuiscono al dissenso un valore disgregativo quando invece esso muove dalla preoccupazione per la disgregazione portata dalle scelte suicide dell’apparato nella difesa del governissimo.

Attenti a chi vi dice che Civati non ha futuro, che dovrebbe ora e adesso fondare un nuovo partito a sinistra (i più simpatici dicono che dovrebbe aggregarsi con Barca, Rodotà e i fuoriusciti dei 5 Stelle, come se bastasse metter insieme ingredienti diversi e mescolare). Sono gli stessi che vogliono che tutto rimanga così com’è: un PD da occupare da un lato, e un PD da impiegare come paradigma negativo dall’altra, nella perpetua reiterazione del sentimento dell’indignazione. La Politica, in questo disegno perverso, resta sempre quell’ambito della segretezza e dell’inganno, dell’astuzia e del malaffare. Qualcosa che mai potrà occuparsi di Noi.