Il Collegato Lavoro è legge: storia di un sofferto iter parlamentare

Il Collegato Lavoro è stato approvato definitivamente. L’unico atto di questo governo respinto dal Presidente Napolitano è divenuto legge dopo il voto di ieri alla Camera: hanno votato a favore 310 deputati – fra cui l’UDC; contrari 204, 3 astenuti. Secondo l’opposizione – PD e IDV – il testo è peggiorativo rispetto alla versione respinta dal Presidente. La norma è stata approvata in settima lettura. Una gestazione difficile per un provvedimento che contiene un po’ di tutto, alla maniera di un cassonetto per la raccolta dei rifiuti. La potremmo chiamare la “normativa indifferenziata”. Il legislatore non ha raccolto per nulla i rilievi posti da Napolitano con il rinvio alle Camere. Di fatto, la maggioranza ha imposto prepotentemente il suo volere:

Le principali misure vanno dall’arbitrato per le controversie sul lavoro – con l’esclusione dei licenziamenti – a paletti più stretti per l’arbitrato di equità – quando l’arbitro giudica su criteri più ampi legati al caso concreto in deroga a norme di legge; dai risarcimenti per le vittime dell’amianto sui Navigli di Stato con lo stop su responsabilità penali degli ammiragli, all’apprendistato al posto dell’ultimo anno di scuola dell’obbligo. Nel testo anche deleghe al governo, tra cui quelle su lavori usuranti e ammortizzatori sociali (PD – La controriforma sul collegato Lavoro).

Alcuni articoli che interessano i lavoratori:

  • Certificati di Malattia

Art. 25.
(Certificati di malattia).
1. Al fine di assicurare un quadro completo delle assenze per malattia nei settori pubblico e privato, nonché un efficace sistema di controllo delle stesse, a decorrere dal 1o gennaio 2010, in tutti i casi di assenza per malattia dei dipendenti di datori di lavoro privati, per il rilascio e la trasmissione della attestazione di malattia si applicano le disposizioni di cui all’articolo 55-septies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Art. 55- septies es Dlgs 165/2001 – Controlli sulle assenze
1. Nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.

2. In tutti i casi di assenza per malattia la certificazione medica e’ inviata per via telematica, direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia, all’Istituto nazionale della previdenza sociale, secondo le modalità stabilite per la trasmissione telematica dei certificati medici nel settore privato dalla normativa vigente, e in particolare dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri previsto dall’articolo 50, comma 5-bis, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, introdotto dall’articolo 1, comma 810, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e dal predetto Istituto e’ immediatamente inoltrata, con le medesime modalità, all’amministrazione interessata.

3. L’Istituto nazionale della previdenza sociale, gli enti del servizio sanitario nazionale e le altre amministrazioni interessate svolgono le attività di cui al comma 2 con le risorse finanziarie,
strumentali e umane disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

4. L’inosservanza degli obblighi di trasmissione per via telematica della certificazione medica concernente assenze di lavoratori per malattia di cui al comma 2 costituisce illecito disciplinare e, in caso di reiterazione, comporta l’applicazione della sanzione del licenziamento ovvero, per i medici in rapporto convenzionale con le aziende sanitarie locali, della decadenza dalla convenzione, in modo inderogabile dai contratti o accordi collettivi.

5. L’Amministrazione dispone il controllo in ordine alla sussistenza della malattia del dipendente anche nel caso di assenza di un solo giorno, tenuto conto delle esigenze funzionali e organizzative.
Le fasce orarie di reperibilità del lavoratore, entro le quali devono essere effettuate le visite mediche di controllo, sono stabilite con decreto del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione.

6. Il responsabile della struttura in cui il dipendente lavora nonché il dirigente eventualmente preposto all’amministrazione generale del personale, secondo le rispettive competenze, curano
l’osservanza delle disposizioni del presente articolo, in particolare al fine di prevenire o contrastare, nell’interesse della funzionalità dell’ufficio, le condotte assenteistiche. Si applicano, al riguardo, le
disposizioni degli articoli 21 e 55-sexies, comma 3 (Dlgs 165/2001).

l’articolo 55-septies valeva inizialmente solo per i lavoratori della pubblica amministrazione. L’articolo 25, inserito fra le pieghe di una norma abnorme e disarticolata, estende la medesima disciplina anche per i lavoratori del settore privato. I medici saranno così responsabilizzati nell’invio del certificato di malattia, pena la decadenza della convenzione con le ASL.

  • Conciliazione e arbitrato “secondo equità”: l’articolo resta nella formula modificata dal Senato.

Art. 31 comma 10 – In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

E’ da sottolineare che l’emendamento 31.33, proposto al Senato, che intendeva cancellare le modifiche dell’opposizione (il famoso emendamento Damiano), è fallito. Il testo, pur in una diversa formulazione, riprende la vecchia proposta del PD. In questo modo, la decisione delle parti di avvalersi dell’arbitrato per la risoluzione di controversie, deve essere fatta al momento della stipula della clausola compromissoria. Non esiste alcuna scelta fra arbitrato e magistratura ordinaria, fatto che comunque il solo emendamento Damiano non poteva correggere. “Inoltre”, fanno sapere dal PD, “l’arbitrato secondo equità consegna al collegio arbitrale la facoltà di derogare da leggi e contratti”. Insomma, Marchionne non avrebbe saputo far di meglio.

Atto Camera N. 1441-quater-f

Collegato Lavoro, verso il voto definitivo in aula. Ichino: rivedere le relazioni industriali

La vicenda dell’arbitrato, la disposizione di legge che Napolitano ha ritenuto irricevibile tanto da rinviare il testo alle Camere, è in dirittura d’arrivo in aula al Senato. Al momento attuale la discussione finale non è ancora stata calendarizzata. Ma la scorsa settimana è giunto il via libera delle Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro. Con la seduta del 15 Giugno scorso, la maggioranza ha liquidato tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni. Approvati solo gli emendamenti del governo, riferiti all’art. 31 e 32. L’arbitrato, appunto.

Cosa cambia? Poco.

Art. 31, comma 10. In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie insorte in relazione al le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato (XVI Legislatura – Atto Senato n. 1167-B/bis) – [in neretto le modificazioni della Camera al testo originale; in corsivo-neretto le modificazioni operate in sede referente in Commissione Lavoro al Senato].

Le Commissioni di certificazione  accertano la volontà delle parti all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, che non può avvenire prima del termine del periodo di prova di trenta giorni. Da notare la sottigliezza di anteporre “eventuali” a “controversie”, queste ultime non più insorte, o che “dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”, ma “nascenti” dal rapporto di lavoro. Una formulazione che solamente un giurista ci potrebbe aiutare a capire fin nei suoi più intimi risvolti. Quale la differenza fra “nascere da” rispetto a “insorgere in relazione da”? Da profano posso solo dire che si tratta di un sofisma della peggior specie.

C’è chi ha salutato come successo tale modificazione. D’altronde alla vicepresidenza della Commissione Lavoro siede Tiziano Treu (PD). Treu è riuscito a confondere il proprio pensiero con quello del Mnistro del Welfare Sacconi. Per Treu, infatti, l’art. 18 è un freno “alla competitività” ed è proprio ora di “passare dallo statuto dei lavoratori allo statuto dei lavori” (Treu: ”L’articolo 18 freno alla competitività d’impresa”). Treu è diventato il ventriloquo di Sacconi?

Sempre in tema di lavoro, e a margine della vicenda di Pomigliano e della Fiat, oggi Pietro Ichino torna a farsi sentire dalle colonne di ‘Cambia L’Italia’. Secondo Ichino le richieste della Fiat in fatto di tregua sindacale non sono affatto immotivate, anzi, il nostro paese avrebbe a suo dire una legislazione troppo vecchia in fatto di ‘relazioni industriali’. La cosiddetta clausola di responsabilità contenuta in un contratto collettivo vincolerebbe “soltanto il sindacato firmatario e non i singoli lavoratori; può così accadere che un sindacato non firmatario – anche se minoritario – proclami uno sciopero per paralizzare una o più clausole del contratto” (Che cosa può fare davvero la politica per gli operai di Pomigliano- Pietro Ichino). E Ichino si spinge allora a suggerire quali iniziative la politica dovrebbe mettere in atto: 1) una legge ordinaria che contenga il seguente articolo: “la clausola di tregua che sia contenuta in un contratto collettivo vincola le organizzazioni sindacali che lo hanno stipulato e i lavoratori a cui esso si applica”; 2) una ulteriore disposizione che regoli “ragionevolmente la possibilità di deroga del contratto nazionale da parte del contratto aziendale, secondo un elementare principio di democrazia sindacale”, ovvero attraverso il referendum dei lavoratori, emancipati dalla tutela dell’organizzazione sindacale. Ichino ricorda che una norma di questo genere è “contenuta nel testo unificato del disegno di legge sulla partecipazione dei lavoratori nell’azienda elaborato con consenso bi-partisan dalla Commissione Lavoro del Senato, fermo ormai da più di un anno, non è chiaro perché”.

Un’osservazione: sinora, almeno sino alla rottura della triade confederale, non vi è mai stato alcun bisogno di ipotizzare l’impiego di strumenti di democrazia diretta sui luoghi di lavoro. Questa apertura non può definirsi democratica: essa è il sintomo di una più generale (in)(e)voluzione (scegliete voi secondo il vostro orientamento) verso un mondo del lavoro senza lavoratori dipendenti. D’altronde Fiat si trastulla fra Pomigliano e lo stabilimento polacco quando il costo di un lavoratore per unità prodotta è meno del 5%. Stiamo parlando del 5% del prezzo di una Panda al listino italiano. Pensate sia troppo? Questo i lavoratori non lo sanno e nemmeno sono ammessi a saperlo. Dove è finito il modello com-partecipativo dei lavoratori ai destini della propria azienda? La vera rivoluzione democratica nelle relazioni industriali non potrebbe che avvenire “attraverso il salvataggio INTERNO delle aziende, con i lavoratori che diventano soci e proprietari della propria azienda ed artefici del proprio destino” (http://crisis.blogosfere.it/2010/06/pomigliano-darco-verso-la-schiavitu-del-xxi-secolo.html) e non invece limitandosi ad attribuire il potere di smentire il proprio sindacato e derogare al CCNL mediante consultazioni plebiscitarie fra i lavoratori.

(Si apra il dibattito).

Collegato Lavoro, il governo ci riprova con l’arbitrato

Il Collegato Lavoro, la legge che modifica la disciplina del licenziamento, già rimandata alle Camere dal presidente della Repubblica Napolitiano, approda al Senato nella sua seconda formulazione con altre modifiche apportate dal Governo in senso peggiorativo rispetto al testo come emendato dalla Camera nella seconda rilettura. In particolare, l’intento del relatore di maggioranza (PdL), Maurizio Castro, è puramente orientato a restaurare il testo originale dell’articolo 31, comma 9, relativo all’Arbitrato, cancellando la modifica ottenuta dal Pd nel passaggio alla Camera con il cosiddetto emendamento Damiano (PD).

Il PD alla Camera, infatti, era riuscito con la piccola modifica di una parola a cambiare di senso l’intero articolo:

L’emendamento si riferi[va] all’articolo 31 del testo e in particolare al nono comma. Nella versione precedente si affermava che “le commissioni di certificazione accertano l’effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie che dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”; il testo dell’emendamento sostituisce alle parole “che dovessero insorgere” con “insorte”, pertanto la nuova formulazione della norma delimita l’arbitrato solo alle controversie passate e non a quelle eventuali e future, com’era nelle intenzioni precedenti. In questo modo ogni lavoratore potrà o meno scegliere l’arbitrato solo dopo che la controversia sarà sorta e non all’inizio del suo rapporto di lavoro (Emendamento 31.33 al ddl C.1441-QUATER-D [Collegato Lavoro – rinviato dal Presidente).

L’articolo 31, comma 9 diventava così il comma 10, con il seguente testo:

10. In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie insorte in relazione al rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato (Legislatura 16º – Disegno di legge N. 1167-B/bis).

Castro invece corregge Damiano reintroducendo la formulazione originale del “che dovessero insorgere”; quindi la scelta del lavoratore di optare o meno per l’arbitrato in caso di controversie con il datore di lavoro deve avvenire all’inizio del suo rapporto di lavoro. Secondo il relatore, l’emendamento restaurativo ha l’avvallo del Ministro del Welfare Sacconi. Per il PD e i sindacati è assolutamente peggiorativo e non coglie in alcuna maniera i rilievi del Quirinale. Di fatto il governo, con gran sfoggio di arroganza, pretende di tornare in aula con il Collegato Lavoro nella sua forma originale, con addirittura alcuni cambiamenti ancor più restrittivi per chi intende ricorrere contro un ingiusto licenziamento:

  • Le clausole compromissorie vanno certificate dalle commissioni di certificazione […] Pena l’inefficacia dell’impugnativa
  • Il termine decorre dal deposito del ricorso alla cancelleria del tribunale;
  • [Per il licenziamento orale] il legislatore ha stabilito 90 giorni per rivendicare i propri diritti […] Se non sono indicati i motivi, il lavoratore ha 90 giorni per impugnarlo;
  • Il legislatore, in quest’ultimo caso, inverte l’onere della prova, stabilendo che spetta al datore
  • Co.Co.Co. – disinnescare il contenzioso sorto con la stabilizzazione delle collaborazioni coordinate e continuative: per poter accedere alla “sanatoria”, il datore di lavoro deve aver offerto entro il 30 settembre 2008 la stipula di un contratto subordinato anche a termine; dopo l’entrata in vigore del collegato lavoro, deve offrire di nuovo un’occupazione a tempo indeterminato – qui la novità – «in mansioni equivalenti a quelle accertate» (Ricorso entro 90 giorni sul licenziamento a voce – Il Sole 24 ORE)
l relatore di maggioranza (Pdl) Maurizio Castro ha proposto dicancellare la modifica ottenuta dal Pd nel passaggio alla Camera del Collegato Lavoro con l’emendamento Damiano (Pd).