Moratti vs. Pisapia, la vera storia dell’arresto

Siamo nel 1980. Un metodo rinnovato quello del dossieraggio. Il PdL è avvezzo a questo genere di pratica, ricordate l’attacco de Il Giornale (organo di partito) contro la Boccassini che baciava un giornalista di Potere Operaio nei corridoi di Palazzo di Giustizia? Ora è la volta di Giuliano Pisapia. La calunnia gli è stata portata direttamente dalla sua avversaria, la Sciura Moratti, sindaco – indecoroso – di Milano.

Pisapia aveva 31 anni. Era l’Ottobre del 1980. Come tanti giovani della sua età, aveva rinnegato il ruolo borghese affibbiatogli dal padre ed era diventato operaio all’Alfa Romeo. Si era sposato, era un giovane impegnato, di sinistra. Aveva partecipato ai movimenti degli anni settanta. Fu preso insieme a altri undici. Gli undici di Milano, titolava in prima pagina La Stampa. Inutile dire che si era all’epoca del terrore, di marca nera e di marca rossa. La polizia arrestava chiunque. I diritti delle persone erano ben poca cosa.

A Milano, la Procura della Repubblica, in persona del sostituto procuratore Armando Spataro, ne spicca undici [arresti]. Sette vengono eseguiti dalla Digos: Giuliano Pisapia, 31 anni, figlio del noto penalista milanese; Massimo Trolli, 31 anni, funzionario della Banca Commerciale; Albino Viario, 27 anni; Dario Passamonti, 25 anni; Antonio Muskovich 25 anni; Federica Sorella, 23 anni e Franco De Rosa 33 anni. Gli altri arresti sono stati eseguiti dai carabinieri. Tre a Milano: Pietro Martucci, 25 anni; Fernando Bruno, 20 anni e Francesco Gorla, 19 anni. Un quarto è stato arrestato a Levico, presso Trento, dove si trovava in soggiorno obbligato. E’ Massimo Libardi, 27 anni, laureando in filosofia, alla Statale di Milano, già condannato a cinque anni per appartenenza a «Prima linea» e poi assolto in appello, ma sottoposto a misure di polizia. Aveva l’obbligo di risiedere a Levico e presentarsi ogni giorno alla stazione dei carabinieri: qui, appunto, gli è stato notificato l’ordine di cattura e sono scattate le manette. Dice il procuratore di Milano, Gresti: ‘Oltre a questi undici arresti, sono state compiute diciannove perquisizioni: Tredici dalla Digos, sei dai carabinieri». Domanda: «Trovato qualcosa?». Risposta: «Nessuna arma. Né presso gli arrestati, né presso gli altri». Documenti? Risposta: « Qualcosa, ma niente di particolarmente interessante». A quanto pare, dunque, i capi d’accusa si basano soprattutto sulle ‘Circostanziate dichiarazioni» rese da qualcuno a Torino. Che cosa si sa degli arrestati? Per alcuni poco, per altri nulla. (La Stampa, 9/10/1980, p. 2).

Nessuno dei magistrati riuscì a chiarire durante la conferenza stampa quali erano i capi di accusa nei confronti degli undici arrestati di Milano, sospettati di appartenere a Prima Linea, condizione sufficiente per farli andare in galera. La Moratti ha invece parlato di un furto d’auto e di un sequestro che però Pisapia non ha mai commesso. Pisapia si è definito “vittima di un errore giudiziario, riconosciuto da una sentenza che mi ha assolto per non aver commesso il fatto, quando ancora c’era addirittura la formula dell’insufficienza di prove” (Corriere della Sera.it).

Continuando a leggere l’articolo de La Stampa del 1980, si può comprendere come l’arresto non fosse dettato da alcuna prova significativa, una evidenza emersa già poche ore dopo:

L’appartenenza a banda armata, finché resta, come dire, allo stato platonico, è sempre un reato difficile da provare. Come dimostrano le numerose assoluzioni in proposito. Si domanda dunque al procuratore Gresti: «Ci sono altre accuse?». Risponde: ‘Sì, per taluni degli imputati si parla di reati comuni». Quali? Rapine, omicidi? Risposta: • Qualcosa del genere». In proposito, corrono diverse ipotesi, ma nessuna suffragata da indizi concreti. C’è chi pone gli arresti in relazione con l’omicidio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, ma questa appare la supposizione meno credibile. C’è chi parla dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini, chi di una rapina commessa a Mathi, in Piemonte, per «autofinanziare» l’organizzazione eversiva. Ma è presto per avventurarsi su questo terreno (La Stampa, cit.).

“Qualcosa del genere” non è un reato. La Moratti ha usato questa storia per bastonare il suo avversario e per porsi campione della moralità, lei che impiega il potere per accontentare la propria lobby di riferimento nonché permettere ai propri figli di costruire dei loft in stile Batman in barba ai piani regolatori.

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